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Full text of "Prosatori Volgari Del Quattrocento"

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1-850 V29p 56-00371 

Varese 

Prosatori volgari del quattrocento 



** 




DATE DUE 



-U 



LA LETTERATURA ITALIANA 
STORIA E TESTI 

DIRETTORI 
RAFFAELE MATTIOLI PIETRO PANCRAZI 

ALFREDO SCHIAFFINI 
VOLUME 14 



PROSATORI VOLGARI 

DEL 

QUATTROCENTO 



A CURA 
DI CLAUDIO VARESE 




RICCARDO RICCIARDI EDITORE 
MILANO - NAPOLI 



TUTTI I DIRITTI RISERVATI ALL RIGHTS RESERVED 
PRINTED IN ITALY 



PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 



INTRODUZIONE VII 

I. SCRITTORI RELIGIOSI 

FEO BELCARI 3 

GIOVANNI DOMINICI 21 

SAN BERNARDINO DA SIENA 41 

GIROLAMO SAVONAROLA 8 3 

II. STORIE BIOGRAFIE LETTERE MEMORIE 

E TRATTATI MINORI 

GIOVANNI SERCAMBI IXI 

GIOVANNI CAVALCANTI 135 

MARIN SANUDO *57 

VESPASIANO DA BISTICCI IQI 

ALESSANDRA MACINGHI STROZZI 215 

MATTEO FRANCO 22 7 

BUONACCORSO PITTI 2 35 

GORO DATI 2 45 

GIOVANNI MORELLI 253 

RINALDO DEGLI ALBIZZI 295 

CENNINO CENNINI 3<>5 

LORENZO GHIBERTI 321 

III. MATTEO PALMIERI 351 
LEON BATTISTA ALBERTI 409 
VITA DI FILIPPO DI SER BRUNELLESCO 543 
PANDOLFO COLLENUCCIO 593 

IV. NOVELLIERI MOTTI E FACEZIE DEL PIOVANO 

ARLOTTO 

GENTILE SERMINI 723 

LA NOVELLA DEL GRASSO LEGNAIUOLO 7 6 7 

MASUCCIO SALERNITANO 8 3 

SABADINO DEGLI ARIENTI 883 



MOTTI E FACEZIE DEL PIOVANO ARLOTTO 919 

V. IL PARADISO DEGLI ALBERTI 951 
LORENZO IL MAGNIFICO 981 
IACOPO SANNAZZARO 1005 

VI. HYPNEROTOMACHIA POLIPHILI 1079 

NOTA CRITICA AI TESTI 1143 

INDICE 1153 



INTRODUZIONE 



Sul Quattrocento in genere, e sulla prosa volgare in particolare, e 
gravato il peso di un giudizio negative che, partendo dalla siste- 
mazione e definizione cinquecentesca dei nostri valori letterari, e 
durato quasi ininterrotto, attraverso il Seicento e il Settecento, 
sino al Romanticismo. Ma nel Romanticismo la ricerca degli ele- 
menti popolari e comunque spontanei, immediati e meno lette- 
rari, e il patriottico culto di un'epoca italiana ancora indipendente, 
spinsero alcuni studiosi a frugare soprattutto fra le antiche carte 
familiari, lettere, memorie, cronache, autobiografie; e il piagnone 
Cesare Guasti e Giosue Carducci si incontrarono nel vagheggia- 
mento di una ccFiorenza antiqua)), di quei costumi piu ancora che 
di quella prosa, delle figure che uscivano dalle lettere della Macin- 
ghi Strozzi o dalla cronaca di Giovanni Morelli. II De Sanctis 
aveva scritto che il Quattrocento e un secolo di gestazione e 
di elaborazione; . . . hai un mutamento profondo nelle idee e 
nelle forme, di cui il secolo non si rende ben conto. Hai perci6 
un immenso repertorio di forme e di concetti: hai frammenti, 
manca il libro; hai Tanalisi, manca la sintesi. 

Ma il Romanticismo, e il De Sanctis specialmente, univano a 
questo interesse e a questo giudizio un piu o meno espresso ram- 
marico per una sorta di splendida sopraffazione compiuta dal mon- 
do e dairideale antico sul mondo moderno, dalla lingua latina su 
quella italiana, da un culto assoluto dei modelli perfetti sulla varia 
e viva ricchezza della letteratura volgare. Tre critici hanno negli ul- 
timi decenni contribuito ad una piu aderente conoscenza della pro- 
sa volgare, chiarendo soprattutto quei punti che erano di ostacolo, 
e cioe il rapporto tra il volgare e il latino, tra il latino umanistico 
e la realta del mondo contemporaneo, e tra i motivi popolari e 
quelli illustri e colti. II Croce nel suo libro Poesia popolare e poe- 
sia d'arte ha mostrato il rapporto e gli scambi tra il tono popolare 
e il tono dotto, e ha segnato in modo esemplare, e non solo per 
la poesia strettamente intesa, il criterio per distinguere il valore 
delFispirazione popolare da quello dell'ispirazione colta, senza 
parteggiare per Tuna o per Faltra. II Garin ha indagato, in forma 
ampia e comprensiva, il valore civile e moderno deirumanesimo 
latino quattrocentesco, la sua presenza nella vita e nella cultura piu 



VIII INTRODUZIONE 

viva, Pimportanza che in esso assumono la conversazione civile, la 
vita civile, quel senso di colloquio e di dialogo che lo fa partecipe 
elemento di tutta la civilta e non chiusa e brillante consorteria. 
Lo Spongano, studiando la prosa letteraria del Quattrocento, 
ha mostrato e dimostrato, non solo, come si sapeva, che il latino 
insegna al volgare la misura, la forza e Peloquenzaw, ma anche che 
il volgare imprime negli scritti latini degli umanisti le leggi del 
suo andamento piano, della sua sintassi sciolta, dei suoi trapassi 
intuitivi, della sua eloquenza interiore. Tra motivi popolari e 
motivi colti, tra la lingua latina e il volgare, tra la cultura degli 
umanisti e la cultura dei circoli piii larghi, borghesi e popolani, 
correva non solo un rapporto, ma un continuo reciproco scambio, 
e si stabiliva un'assidua frequenza. D'altra parte, Pesperienza mo- 
derna ci fa meno diffidenti o restii al frammento e, di un'epoca 
che non ci da un j opera in prosa del valore compiuto e delPorga- 
nica misura di un Decameron o dei Promessi sposi, ci consente 
di rintracciare il senso anche in qualche momento isolate, in 
qualche breve intuizione. Non dunque il programma di questa 
collezione e il compito di questo volume, ma il carattere stesso 
della prosa volgare del Quattrocento spiega la larghezza, la 
varieta e la diversita delle sei parti di questa raccolta. I limiti 
di tempo chiudono autori nati nel Trecento, come Giovanni Ser- 
cambi o il beato Dominici e il Cennini, e autori che muoiono 
nel Cinquecento, come Pandolfo Collenuccio e lacopo Sannazzaro. 
La varieta quindi delle diverse epoche dei singoli autori, di chi 
ha vissuto la trasformazione trecentesca della signoria dei Guinigi 
a Lucca, come il Sercambi, e di chi ha sofferto del crollo della 
dinastia aragonese a Napoli, nelP ultimo Quattrocento, come il 
Sannazzaro, si accompagna a quella diversita di interessi e di cul- 
tura, di pensieri e di forme, che distingue, anche entro lo stesso 
momento cronologico, il piovano Arlotto da Lorenzo il Magnifico. 
La vitalita e la varieta del Quattrocento vengono quindi a rispec- 
chiarsi in una raccolta di prose che non pu6 trovare il suo limite 
in una scelta di pagine solo letterariamente felici, ma deve, anche 
per far comprendere e sentire i valori estetici, abbracciare scritti 
mossi da interessi morali o storici, da motivi politici e sentimenta- 
li, da riflessioni critiche e culturali, e ricostruire cosl, non solo la ci- 
vilta delle lettere, ma anche la cultura in generale del Quattrocento 
italiano e, in essa, i motivi della storia delP Italia quattrocentesca. 



INTRODUZIONE IX 

In quest' epoca, in quest! termini e negli autori die qui vediamo, 
si e svolta e maturata la prosa italiana, dalle pagine potenti ma 
tante volte sintatticamente incerte o inquiete di un Cavalcanti 
alia compostezza sempre sicura di Pandolfo Collenuccio : dalle 
pagine volutamente popolari di san Bernardino da Siena alia 
costruita sapienza di Lorenzo il Magnifico e alle cadenze armo- 
niose di lacopo Sannazzaro, ispirate al fascino e al motivo stesso 
della bellezza letteraria. La prosa del Quattrocento ha avuto, come 
tutta la civilta di quell'epoca, il suo centre a Firenze, anche se 
non e stata tutta fiorentina; la crisi politica della citta e la scom- 
parsa di quel fiorentino imperio, che Lorenzo associava in parte 
alle sorti della lingua e della letteratura italiana, non hanno im- 
pedito quella posizione centrale della cultura fiorentina, che sol- 
tanto nel Cinquecento, nonostante le resistenze e le lotte, si andra 
affievolendo. Se il Quattrocento e il secolo senza poesia, come 
disse con amaro presagio il Sacchetti, e come, entro certi limiti 
di tempo e di interpretazione, pu6 essere vero, e anche il secolo 
della grande arte figurativa, della perfezione formale e della ric- 
chezza profonda dei pittori, degli scultori e degli architetti: s'ini- 
zia allora la prima conoscenza critica e storica della grande arte 
toscana, e accanto al Cennini e al Ghiberti, che riflettono la viva 
freschezza del loro mondo artigiano, e gia tendono verso una co- 
noscenza dei valori assoluti, Leon Battista Alberti porta, nella 
sua prosa italiana, la ricerca, se non sempre il senso, di una strut- 
tura e di un'architettura nuova. Nessuno, neanche il bolognese 
Sabadino degli Arienti, il salernitano Masuccio e il napoletano 
Sannazzaro, pu6 dimenticare Fimportanza della cultura fio- 
rentina e quanto vi si era elaborate: ma il dialetto, come forma 
popolare e parlata, come tono sintattico e non solo come colore 
lessicale, e naturalmente piu presente, piu scoperto e meno pe- 
ritoso a Firenze che non altrove: in forma quasi sempre infelice 
nel bolognese Sabadino e originale e felice nel Sannazzaro e in 
Masuccio, il dialetto non toscano tende invece ad alzarsi e a 
inquadrarsi nella nobilta della forma aulica e latineggiante. La 
prosa di Masuccio e la prosa del Sannazzaro, in questo cosciente 
sforzo, hanno perci6 un sigillo d'arte e una continuita linguistica 
rare nel Quattrocento e gia volte a forme e ad aspetti di una tra- 
dizione che sara quella della nostra letteratura, cosi legata a forme 
di costruzione colta. Perci6 tutti questi prosatori volgari, studiati 



X INTRODUZIONE 

anche dal punto di vista della storia della lingua, offrono, da una 
parte, gli elementi di una fiorentinita popolare e dialettale, sebbe- 
ne del dialetto di una citta colta e, a suo modo, capitale di un 
paese, e, dall'altra, delle forme auliche, colte, letterarie nella sin- 
tassi e nel lessico. Si va formando una nuova lingua che, scritta 
da un napoletano o da un salernitano, ha tuttavia e vuole avere 
caratteri oramai nazionali, e li cerca e li trova in modelli classici, 
o meglio, nella ispirazione, nell'impulso che questi modelli le im- 
primono, in un rapporto con essi, a suo modo libero e creative. 

Scrittori lucchesi, senesi, ferraresi, marchigiani, napoletani, 
veneti, bolognesi, nonostante le differenze cosi vive e cosl nette, 
aspirano per6 a una lingua comune, e, in quasi tutti, qualunque 
siano i risultati, vi e come una ricerca e insieme un'indipendenza, 
un'originalita, che e spesso piuttosto di lingua , che non di lin- 
guaggio, autobiografica e in un certo senso psicologica, piuttosto 
che di stile. Ma la lingua italiana, la lingua della prosa non meno 
che della poesia, dopo la perfezione del Trecento e prima di giun- 
gere alia lucidita e alia concinnitas del Cinquecento, doveva vivere 
Fesperienza delPinquietudine quattrocentesca. Se al centro ri- 
mane sempre la civilta fiorentina, in essa, a sua volta, k la rifles- 
sione e la coscienza, ora immediata e non organica, ora pifr medi- 
tata e continua, della vita politica e civile, e della crisi di essa. L'im- 
magine di una felice e conclusa Firenze medicea, di un ordinato 
mecenatismo suscitatore dell'arte, di una soddisfatta vita politica, 
viene, se non cancellata, certo ben altrimenti illuminata e delimi- 
tata in queste pagine di storici, di biografi e di memorialisti. 
Dal tumulto dei Ciompi al rogo del Savonarola, Firenze visse una 
continua crisi; n6 Toligarchia degli Albizzi, n6 Faccorta e magnifica 
tirannide di Cosimo o di Lorenzo dei Medici furono una solu- 
zione,storicamente organica dei problemi del Comune, della vita 
politica e della societa. Da Giovanni Cavalcanti, che, mediceo, 
diventa poi antimediceo, e lamenta gli intrighi e la crudeltk di 
Cosimo, a Vespasiano da Bisticci cliente della casa dominante, alia 
quale non risparmia elogi, ma pronto a ricordare che le repubbliche 
muoiono quando non vi fioriscono uomini eccellenti e singolari, 
e quando vanno in esilio cittadini come Palla Strozzi, non .certo 
inferiore per gusto, potenza mecenatizia, saptenza e prudenza^ ci- 
vile a Cosimo dei Medici; dalla prudenza di Giovanni Morelli, 
che consiglia ai suoi discendenti di non occuparsi dello Stato, 



INTRODUZIONE XI 

di accettare sempre il parere del Palagio, e tutte le signorie, meno 
quella del popolo minuto, allo stesso Leon Battista Albert!, che 
vagheggia nel De iciarchia il buon tiranno, e nel terzo libro Delia fa- 
miglia difHda, con borghese buon senso, di chi si occupa di po- 
litica, nella storiografia e nei memorialisti fiorentini c'&, in for- 
ma diretta o indiretta, la coscienza di quella crisi continua. 

Ma il Cavalcanti, il Morelli e Vespasiano da Bisticci, sia pure 
diversamente, inquadrano il loro racconto nella consapevolezza 
di una nuova cultura, e i riferimenti letterari, il ricordo delle cose 
antiche, il prestigio delle lettere sono presenti nelle loro pagine; 
lo sforzo di comprendere, la capacita e la volontk di scrutare quanto 
awiene negli uomini e tra gli uomini muovono la loro indagine: 
Giovanni Cavalcanti vuol vedere come realmente & governata la 
repubblica fiorentina, che non nel Palagio o nelle discussioni dei 
Priori e dei Collegi viene amministrata, ma nei conciliaboli delle 
case patrizie o, in seguito, nelle camere del palazzo dei Medici. 
Talvolta la cultura entra attivamente nell'interesse politico e nel- 
la rappresentazione storica, elemento di comprensione e di inda- 
gine; talvolta invece essa gia prende quelFaspetto di evasione e 
di sublime consolazione, che assumera spesso nel corso della 
nostra storia letteraria. Da questa contrapposizione di cultura 
e di letteratura all'asprezza e alTamarezza della vita quotidiana, 
alle inquietudini e agli inganni della vita politica e civile, nasce 
1'eleganza compiaciuta di alcune pagine del cronista Giovanni 
Morelli. Quasi anticipando la lettera dall'Albergaccio di Niccol6 
Machiavelli, egli, parlando della dolcezza della scienza, non sol- 
tanto con umanistico orgoglio, scriveva: . . . tu n'arai tanto piace- 
re, tanto diletto, tanta consolazione, quanto di cosa che tu abbia; 
tu non arai tanto a capitale ricchezza, figliuoli, o istato o alcuna 
grande e onorevole preminenza, quanto tu arai la scienza, e 
riputarti uomo e non animalew. Ma, mentre nel Machiavelli 
la scienza, come lo studio solitario, & un momento essenziale 
per un' opera che ne deve derivare, essa rimane nel Morelli 
chiusa in un limite di individuate consolazione e di conforto. 
Tu arai in tua libertk tutti i valentri uomini; tu potrai istarti 
nel tuo istudio con Vergilio quel tempo che ti piacerk, e non ti 
dirk mai di no, e ti risponderk di ci6 lo dimanderai, e ti consigliera 
e 'nsegnerk sanza prezzo niuno di danari o d'altro, e ti trarr& ma- 
ninconia e pensiero del capo, e daratti piacere e consolazione. Una 



XII INTRODUZIONE 

maggiore coscienza storica della vita politica fiorentina Pavranno, 
nel Cinquecento, il Machiavelli e il Guicciardini, e sara loro di aiu- 
to la riflessione e non soltanto il racconto di questi quattrocentisti : 
convien ricordare che il Machiavelli ha preso quasi integralmente 
il quarto libro delle sue Istorie fiorentine da Giovanni Cavalcanti. 
I memorialisti, i diaristi, gli scrittori di lettere, non ci portano 
soltanto quel senso vivo e immediato della lingua che, per di- 
verse ragioni, fu caro alia Crusca e ai romantici, ma anche riflet- 
tono una societa energica e attiva, e pur chiusa nella forza e nei 
limiti della sua costante preoccupazione economica: la grande 
borghesia fiorentina. Un'osservazione acuta ma limitata della 
realta, una vita che Goro Dati, come la Macinghi Strozzi, accet- 
ta senza forza di fantasia, e che Buonaccorso Pitti vede soltanto 
nei suoi elementi esternamente brillanti, si riflette in queste pa- 
gine: non sempre e facile ricostruire il passaggio da questa vita, 
talvolta cosi grettamente prudente e limitata, alia grande arte e 
alia grande cultura contemporanea. Alessandra Macinghi Strozzi, 
con il suo culto della masserizia, con il suo riserbo politico, con il 
suo senso arido, o almeno duro, della famiglia, non ha altra forza 
se non Tosservazione di quel tanto di realta che la interessa; Goro 
Dati nel suo Libro segreto chiosa con attenzione e cautela interiore, 
senza slanci ma con chiarezza, fatti della vita esterna e propositi 
di vita spirituale, ridotti per altro a un formalismo che, per esem- 
pio, risolve il problema del peccato in un giuoco di multe e di per- 
mute. Altre societa e altre epoche hanno espresso una classe diri- 
gente piu brillante, o almeno piu brillantemente atteggiata nello 
specchio delle memorie intime, ma in questa durezza e in questi 
limiti di alcuni aspetti del Quattrocento fiorentino c'erano pure 
elementi di forza, un chiaro senso della realta, del lavoro, della 
umana fatica e della pazienza della vita quotidiana. Un legame 
con questa societa, con il lavoro e gli interessi della borghesia 
fiorentina, si riscontra in quei particolari memorialisti che sono 
gli artigiani Cennini e Ghiberti : nel Ghiberti e piu ancora viva la 
coscienza dell' arte come lavoro, insieme con Forgoglio della uni- 
versalita e dell'assolutezza di esso, sino a che 1'autore della Vita di 
Filippo di ser Brunellesco, innalzando tanto 1'architetto, lo dimostra 
tuttavia uomo tra gli uomini, tra le faccende, i contratti, gli in- 
teressi. La vita civile e la vita artistica, 1'ordine della famiglia e 
della vita quotidiana, gli interessi e le preoccupazioni della so- 



INTRODUZIONE XIII 

cieta, che si trovano riflessi nella Macinghi Strozzi o nel Morelli, 
e 1'attivita artistica nelle sue norme e nella sua pratica artigiana, 
trovano una coscienza piu profonda, una trasfigurazione e quindi 
un tono non piu di immediatezza, ma di assolutezza e di univer- 
salita, nelle pagine di Leon Battista Alberti. Nel trattato Delia pit- 
tura egli vuol parlare da pittore, da artista, non dimenticare cioe 
la realta precisa dell'operare artistico e, come dentro i limiti che 
gli suggeriva la sua prudente sapienza della vita, chiede all' artista 
completezza d'uomo, cosi domanda all'uomo, nel suo dialogo 
Della famiglia, misura ed equilibrio, preoccupato di costruire e 
di difendere la famiglia, come una solida realta, viva e potente 
isola dentro la vita civile. 

Ma di questo interesse per la citta degli uomini, che 1' Alberti 
come il Morelli restringe nella famiglia, e invece piu larga prova, 
tra le opere in lingua volgare, il trattato di Matteo Palmieri, che 
sa volgere la folta vastita di ricordi classici a esaltare la vita ope- 
rosa, la stessa ricchezza, sino a ricordarsi del Somnium Scipionis, 
per promettere una celeste ricompensa a quanti bene operarono 
per la societa degli uomini. Antecedente alFelaborazione artistica 
e culturale, vi e dunque il fondo di una civilta comune, nel Mo- 
relli, nel Palmieri, come in Leon Battista Alberti; e, nella pagina 
artisticamente leggiera ed elaborata dei libri Delia famiglia, si riflet- 
tono i dubbi e le preoccupazioni della societa fiorentina, che, in for- 
ma diretta e immediata, risonavano nelle pagine dei memorialisti. 

Polemica e interesse per la vita civile, desiderio di piegarla se- 
condo particolari fini morali, e, a loro modo, politici, e dunque 
un rapporto con la vita civile e con questa nuova coscienza di essa, 
stabiliscono gli scrittori religiosi: Giovanni Dominici che, nei 
limiti di una meticolosa e assidua devozione e di un ? aspra pole- 
mica contro la cultura umanistica, ammette che i giovani, per 
1'educazione dei quali detta i suoi consigli, partecipino alia vita 
della repubblica; san Bernardino da Siena, che negli esempi, negli 
apologhi, nelle favolette delle sue prediche, insiste sulla sua mi- 
sura di cautela, di buonsenso, di accettazione delle cose e dell'or- 
dine della vita; e infine Girolamo Savonarola, il quale non fu un 
uomo religiose sviato dalla politica, ma un politico che aliment6 
e abbelll con lo slancio del suo sentimento le preoccupazioni di 
un'arte di governo che ereditava, senza il coraggio di profondi 
mutamenti, i termini della situazione fiorentina. II Savonarola 



XIV INTRODUZIONE 

non e state un inventore di forme nuove della realta politica: in- 
nanzi a lui, nel novembre del 1494, si riproponevano tutti i pro- 
blem! della vita civile di Firenze, che erano stati posti dal turnulto 
dei Ciompi, dalla restaurazione oligarchica del 1396 e dalla Si- 
gnoria medicea dal 1440 in poi. Egli.forse li senti, ma certo non 
li risolse, e la sua repubblica, modellata alia veneziana e consa- 
crante lo statu quo e il predominio della classe politica che aveva 
accettato i Medici, manco di un vero e profondo motivo di rin- 
novamento. Ma appunto percio il Savonarola va letto dopo gli 
storici e i memorialisti fiorentini; e, nonostante la different 
delPintonazione morale, il Cavalcanti, il Morelli, Goro Dati, 
Leon Battista Alberti nei libri Della famiglia, sono testimoni di 
quella stessa crisi che il Savonarola riassume e conclude. Dopo 
il Savonarola, i problemi politici troveranno organica impostazione 
nel Machiavelli; tuttavia questi fiorentini, e il Savonarola fra loro, 
hanno preparato non solo la materia politica, ma anche una ela- 
borazione di essa se pur ancora incompleta. Due scrittori non 
fiorentini completano questo panorama storiografico e, nelle loro 
opere, portano gli interessi politici del secolo e cosi indagano la 
loro stessa epoca: il veneziano Marin Sanudo, nell'acutezza e 
nelParnpiezza della sua cronaca, rispecchia la politica di uno Stato 
ancora solido e organico, come Venezia; ne e il cronista e Pin- 
terprete. Una mente piu robusta, una cultura umanistica e una 
esperienza vasta e dolorosa, una chiara coscienza del valore e del 
senso dello Stato, sono nella storia di Pandolfo Collenuccio: il 
problema della formazione di uno Stato moderno, della lotta della 
monarchia contro i privilegi ecclesiastici e baronali, sono motivi vi- 
vi, fecondi, coerentemente sentiti ed espressi, del suo Compendia de 
le istorie del Regno di Napoli, che e gia pienamente storia nel senso 
moderno della parola. La cultura umanistica, la cultura fiorentina, 
la conoscenza del latino, la frequenza con I'ambiente fiorentino, 
alimentano questa prosa, che e oramai una perfetta e sicura prosa 
di pensiero, bella nelle sue movenze polemiche e nell'analisi 
dei particolari come nella ricostruzione sintetica. 

Documento di lingua, documento di costume, sono gli scrit- 
tori di novelle: la tradizione boccaccesca non e abbastanza forte 
per sostenere, sia pure in senso letterario, lo sforzo del loro rac- 
conto; ma la loro opera, i loro umori e i loro interessi non sono 
staccati da quelli degli altri prosatorL In questa prosa volgare, 



INTRODUZIONE XV 

negli storici e nei memorialist!, abbiamo visto riflettersi momenti 
ed element! della crisi del Quattrocento italiano e, insieme, dei 
problemi politici e della coscienza della vita artistica: cosi in Gen- 
tile Sermini c'e lo sdegno e il fastidio dell'aristocratico cittadino 
contro i contadini che s'innalzano e quella stessa diffidenza che si 
trova in Giovanni Morelli o in Leon Battista Alberti; mentre 
invece i Motti e facezie del Piovano Arlotto riflettono il buon 
senso e la considerazione, talvolta amara, della piccola borghesia, 
della gente che fatica e che sente il suo uguale diritto alia vita; 
allo stesso mo do che nella novella del Grasso legnaiuolo vediamo 
la genialita di un artista come il Brunelleschi muoversi nella ge- 
nialita di una beffa, e riflettersi nella precisione nitida della vita 
quotidiana e degli interni domestic! le figure dei grandi artisti 
fiorentini. Ma la forza e la chiarezza, anche intellettuale, di una 
polemica visione della realta, quello stesso atteggiamento di difesa 
dei diritti e della coerenza della societa civile contro le infram- 
mettenze ecclesiastiche, che si manifesta in Pandolfo Collenuc- 
cio, un senso attento del valore e della struttura delF opera com- 
plessiva e del singolo racconto, permettono la fioritura, anche se 
non frequente e continua, di momenti di poesia nel Novellino 
di Masuccio Salernitano, di quella poesia che non seppe raggiun- 
gere invece Sabadino degli Arienti. Ma la corte e la cultura ara- 
gonese si muovevano in senso moderno, mentre dalla cultura di 
corte di Ferrara e di Bologna, Sabadino, che ne fu lo specchio, non 
trasse se non motivi ripetuti, tradizionali e raramente liberi e vivi. 
I tre autori che chiudono il volume, Lorenzo, il Sannazzaro e 
lo scrittore della Hypnerotomachia Poliphili, rappresentano, in 
modi diversi, la coscienza dei valori culturali e letterari di questa 
prosa: tanto Lorenzo dei Medici quanto il Sannazzaro, dal do- 
minio critico e dalla affettuosa conoscenza delle forme letterarie 
giungono a costruire forme originali nella loro arte. Nel Magni- 
fico come nel Sannazzaro, la prosa italiana d'arte, che era stata, 
anche in Leon Battista Alberti, mobile e mista di forme popolari 
e di forme latine, ha trovato una sua misura, che, se da una parte e 
affinamento del nostro volgare, dalPaltra e in qualche punto com- 
posta immagine di poesia e ritratto di un'anima che cerca, in soli- 
tari vagheggiamenti, la sua espressione. Lorenzo uomo politico non 
porta nella sua letteratura ne nella sua poesia interessi politici e 
storici, e il Sannazzaro, generoso partecipe delle vicende e delle 



XVI INTRODUZIONE 

sventure della casa d'Aragona, malinconico e gentile poeta, co- 
struisce nella prosa della sua Arcadia un tempio di impeccabili 
eleganze letterarie per la sua consolazione e, da questa costruzio- 
ne, sa trarre momenti di poesia. Francesco Colonna nella sua Hyp- 
nerotomachia raccoglie in un fervido miscuglio molti element! gia 
presenti nella storia spirituale e artistica, nella cultura e nella vita 
morale del secolo. La sopravvivenza deirallegoria medievale nel 
racconto e nella esaltazione dell'amore e della conoscenza, Pinte- 
resse nuovo, moderno, per la bellezza delle arti figurative, il senso 
del mistero e della mistica avventura, con la stessa chiarezza delle 
xilografie mantegnesche che illustrano il libro e lo completano, si 
mescolano in una prosa che non e piii ne latina n6 volgare, chc 
e classica e popolaresca, e che, nelle sue consonanze e dissonanze, 
ripete, in forma drammatica e conclusiva, la storia di quel rapporto 
tra il latino e il volgare, tra la cultura nuova e la cultura dei secoli 
precedenti, che corre per tutto il Quattrocento. 

Altri secoli e altre letterature possono facilmente offrire una 
maggiore quantita di pagine poetiche o di opere piu organiche e 
compiute: ma in questi prosatori volgari del Quattrocento, nella 
loro compenetrazione di elementi popolari e di element! colti, c'e 
un tono di onesta e di chiarezza, la cultura e la letteratura non vi 
divengono quasi mai retorica, e il segno di questi scrittori, se non 
e sempre letterariamente felice e se non sempre raggiunge Parte, 
e pero sempre schietto. La coscienza umanistica della vita civile e 
quella dei valori letterari sono due elementi essenziali di questa pro- 
sa. Nel giro di queste pagine, vive la storia del nostro Quattrocento, 
cosi ricco non soltanto delle perfette creazioni delParte figurativa 

della poesia del Poliziano o della cultura filosofica umanistica, 
ma anche delle sue inquietudini politiche: nel Quattrocento si 
ponevano le fondamenta della grande cultura rinascimentale, e, 
insieme, si approfondiva quella crisi della vita politica di Firenze 
e degli Stati italiani, che portera alle egemonie straniere del Cin- 
quecento. DelPuna e delPaltra cosa si trovano qui riflesse le ragio- 
ni e i modi: non s'intende bene ne" la storia ne* la storiografia, n6 
il valore letterario della prosa del Cinquecento, se non guardando 

1 vari motivi della prosa del Quattrocento. 

CLAUDIO VARESE 



NOTA BIBLIOGRAFICA 

Oui caratteri del Quattrocento e sui problem! dell'Umanesimo vedi Eu- 
GENIO GARIN, Umanesimo e Rinascimento , in Questioni e correnti di sto- 
ria letteraria, Milano, Marzorati, 1949, e 1'ampia bibliografia ragionata che 
completa il saggio. A cui aggiungiamo : W. K. FERGUSSON, The Renaissance 
in Historical Thought, Boston 1948, trad, francese, Paris, Payot, 1950; GIU- 
SEPPE TOFFANIN, Storia deirumanesimo, Bologna, Zanichelli, 1950, in tre 
volurni con bibliografia in fondo al secondo; FEDERICO CHABOD, L'eta del 
Rinascimento , in Cinquant'anni divita intellettuale italiana, Napoli, E.S.I., 
1950, i, pp. 125-207; GIUSEPPE SAITTA, Ilpensiero italiano delV Umanesimo 
e nel Rinascimento, Bologna, Zuffi, 1949-51, con bibliografia in fondo al 
terzo volume; PIER GIORGIO Ricci, Studi sulV Umanesimo e sul Rinascimento 
italiano, in Rinascimento , 11 (1951), pp. 385-448, e in (1952), pp. 293-347; 
CARLO ANGELERI, // problema religiose del Rinascimento, Firenze, Le Mon- 
nier, 1952; VITTORIO Rossi, // Quattrocento, Milano, Vallardi, 1953, quinta 
rjstampa con supplemento bibliografico a cura di Aldo Vallone ; e infine 
GIANFRANCO FOLENA, Bibliografia degli studi sul Quattrocento (1950-1953), 
in Giorn. stor. d. letter, it. , cxxxi (1954), pp. 269-98, e cxxxn (1955)* 
pp. 108-64. 

Sul Quattrocento e sui problemi del suo svolgimento in particolare cfr. 
NINO VALERI, U Italia nelVetd dei principati dal 1343 al 1516, Milano, 
Mondadori, 1950; HANS BARON, Die politische Entwiklung der italienischen 
Renaissance, in Histor. Zeitsch. , CLXXIV (1952), pp. 3 1-56 ; Humanistic and 
political Literature in Florence and Venice, Harvard, University Press, I955J 
The Crisis of the early Italian Renaissance, 2 voll., Princeton University 
Press, 1955; BENEDETTO CROCE, Poesia popolare e poesia d'arte, Bari, 
Laterza, I946 2 ; EUGENIC GARIN, L'umanesimo italiano, Bari, Laterza, 1952; 
Medioevo e Rinascimento, Bari, Laterza, 1954; Prosatori latini del Quattro- 
cento, Milano-Napoli, Ricciardi, 1952; RAFFAELE SPONGANO, Un capitolo 
di storia della nostra prosa d'arte (La prosa letteraria del Quattrocento), 
Firenze, Sansoni, 1941, e Uumanesimo e le sue origini, in Giorn. stor, d. 
letter. it., cxxx (1953), pp. 289-310. 

Per le arti figurative, oltre ad A. VENTURI, Storia delVarle italiana, voll. 
6, 7, 8, Milano, Hoepli, 1908-1924, e a B. BERENSON, The Italian Painters 
of the Renaissance, New York- London 1894-97 e Oxford, Clarendon, 1930 
[ed. it. Milano, Hoepli, 1936; Firenze, Sansoni-Phaidon, 1955]; JULIUS 
SCHLOSSER, Die Kunstliteratur, Vienna 1922 (ed. italiana J. SCHLOSSER- 
MAGNINO, La letteratura artistica, Firenze, La Nuova Italia 1935); cfr. 
LIONELLO VENTURI, Storia della critica d'arte, Firenze, Edizioni U, 1945, 
e MAX DVO&AK, Geschichte der italienischen Kunst im Zeitalter der Re- 
naissance, Monaco 1929, vedi CARLO LUDOVICO RAGGHIANTI, Antonio 
Pollaiolo e Varte fiorentina del Quattrocento, in La critica d'arte I (1935- 
36), pp. 10-7, 69-81, 115-26, 157-65 e ROBERTO LONGHI, Fatti di Masolino 
ediMasaccio, in La critica d'arte , xxv, 1940, pp. 145-91. Come opera 
complessiva sull'epoca, vedi PAOLO D'ANCONA, Umanesimo e Rinascimento, 
Torino, U.T.E.T., I953 3 . Per il problema del rapporto tra Tarte e la societa 



XVIII NOTA BIBLIOGRAFICA 

del Quattrocento vedi F. ANTAL, Florentine Painting and its social Back- 
ground, London 1948, e la nota di G. CASTELFRANCO in II Ponte, 1949, 
pp. 754-62. Per i singoli artisti confronta ULRICH THIEME - FELIX BECKER, 
Allgemeines Lexikon der Uldenden Kilnstler, Leipzig, Seemann, 1913 e le 
Vile del VASARI col commento di Carlo Ludovico Ragghianti (Milano, 
Rizzoli, 1947). Vedi ancora ENZO CARLI - GIAN ALBERTO DELL'ACQUA, 
Profilo delVarte italiana, Bergamo, Arti Grafiche, 1955, n, pp. 3-93, e a 
pp. 647-50 la guida bibliografica, 

Sui problem! della lingua e della prosa del Quattrocento vedi ORAZIO BAC- 
ci, Prosa e prosatori del Quattrocento , in Saggi letterari, Firenze, Barbera, 
1898; VITTORIO CIAN, Contro il volgare, in Studi in onore di Pio Rajna, 
Firenze 1911; BRUNO MIGLIORINI, Storia della lingua italiana , in Un cin- 
quantenniodi studi sulla lingua italiana, Firenze, Sansoni, 1937; Storia della 
lingua italiana , in Tecnica e teoria letteraria, Milano, Marzorati, 1948; e 
Panorama delVitaliano quattrocentesco, in La Rassegna d, letter, it. , 1955, 
2; ALFREDO SCHIAFFINI, Le origini delVitaliano letterario, in Italia dialet- 
tale, v (1929), pp. 129-71 ; PAUL OSKAR KRISTELLER, Uorigine e lo sviluppo 
della prosa volgare italiana, in Cultura neolatma, x, 1950, pp. 137-56; 
GIANFRANCO FOLENA, La crisi linguistica del Quattrocento e Z' Arcadian, 
Firenze, Olschki, 1952; MAURIZIO VITALE, Le origini del volgare nelle di- 
scussioni dei filologi del Quattrocento , in Lingua Nostra, XIV (1953); 
GIACOMO DEVOTO, Profilo di storia linguistica italiana, Firenze, La Nuova 
Italia, 1953, e le recensioni di G. FOLENA in Paragone , 50, di MARIO Fu- 
BINI in Giorn. stor. d. letter, it. , cxxxi, e di CESARE SEGRE in Itinerari , I, 
5-6; GIOVANNI NENCIONI, Fra grammatica e retorica, Firenze, Olschki, 
1953 (Atti della Colombaria , xvni e xix, 1953 e '54); BRUNO MIGLIO- 
RINI e GIANFRANCO FOLENA, Testi non toscani del Quattrocento, Modena 
1952 ( Testi e manuali delPIstituto di filologia romanza dell'Universita di 
Roma, n. 39). 

Dalla stessa introduzione a questo volume, ciofc dalla riconosciuta compe- 
netrazione tra 1'elemento colto e quello volgare, derivano le regole della tra- 
scrizione di queste pagine. Seguendo in generate quanto per il Guicciar- 
dini ha notato nel suo spoglio Hnguistico Raffaele Spongano e adattando 
i suoi criteri ai nostri scrittori, si & cercato di rendere nella forma grafica 
la pronuncia e il suono delle parole, cioe dare al lettore moderno i testi 
come venivano letti e sentiti anche mentalmente e non come venivano 
scritti. Cfr. FRANCESCO GUICCIARDINI, Ricordi, edizione critica a cura di 
Raffaele Spongano, Firenze, Sansoni, 1951, Autori classici e documcnti 
di lingua pubblicati dairAccademia della Crusca; dello stesso Spongano 
vedi anche la recensione alle Opere di G. B. Gelli ed. U.T.E.T., in Giorn. 
stor. d. letter. it., cxxxi, pp. 108-16. 

Diamo ragione a suo luogo di qualche intervento nella lezione, non 
sempre sicura, dei testi, dei quali abbiamo anche riveduto, quando occor- 
reva, la punteggiatura. 



I 

SCRITTORI RELIGIOSI 



FEO BELCARI 

FEO BELCARI (Firenze, 1410-1484) appartenne a famiglia della 
borghesia fiorentina, di origine senese, nella quale era di tradi- 
zione Fesercizio delFarte della lana; ma fu anche scrivano, addetto 
alPamministrazione dei denari che il Capitolo di San Lorenzo 
aveva al Monte Comune: fu amico e cliente della casa medicea, 
partecipo alia vita pubblica, fu Prior e nel 1454, fu dei dodici 
Buoni Uomini nel 1451 e nel 1458, e, infine, nel '68, fu dei Gon- 
falonieri della Compagnia del Popolo. Ebbe, da Angiolella de' 
Piaciti, parecchi figli, tra i quali una suor Orsola, monaca nel 
monastero di Santa Brigida, detto del Paradiso. Lasci6 molte opere, 
rime, laudi religiose, sacre rappresentazioni e prose edificanti. 
Volgarizz6 dal latino di Ambrogio Traversari il Prato spirituale, 
due trattati di lacopone da Todi, la vita di frate Egidio d'Assisi, 
seguace di san Francesco, e, in omaggio alia Confraternita dei 
Gesuati, compose, oltre alle Vite di alcuni Gesuati, la Vita del 
beato Giovanni Colombini da Siena:, ad essa e alia sacra rappresen- 
tazione di Abraam ed Isaac rimase soprattutto affidata la sua 
fama. Tutta la sua opera fu elaborazione e sistemazione di forme 
letterarie devote: come volgarizz6 nella sua prosa ferma, ma lenta, 
il latino del Traversari, del Tavelli o di lacopone da Todi, cosi, 
anche nel teatro, tradusse e parafraso il testo sacro. Nelle laudi 
religiose, dove lo scrittore avrebbe dovuto piii liberamente im- 
pegnare la sua fantasia e dominare il linguaggio, il verso & spesso 
stentato, le immagini staccate e faticose, 1'espressione non soste- 
nuta e coerente. Nella sacra rappresentazione di Abraam ed Isaac, 
le parole e le situazioni sceniche vogliono piuttosto insistere sul 
fatto, che non proporcene lo svolgimento : accanto ad Abramo e ad 
Isacco viene introdotto, con una libera e felice aggiunta al testo 
biblico, il personaggio della moglie e madre Sara, che si lamenta 
inquieta della lontananza dei suoi cari, e Faffettuoso e rassegnato 
dolore di Abramo e di Isacco viene talvolta cantato con affabile 
voce: Quando nascesti dir non si potrebbe la gran letizia che 
ne ricevemmo. 

Le laudi sono la sua prova meno felice: il tentative melico 
ogni laude, secondo Fuso, doveva essere cantata sulFaria di una 
canzone profana e la singola occasione religiosa breve e isolata, 



4 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

non furono propizi al Belcari: gli occorreva una tradizione lette- 
raria in qualche modo gia awiata, un testo da tradurre o da seguire. 
La sua laude migliore e quella compresa nella sacra rappresenta- 
zione di Abraam ed Isaac. Nelia Vita del beato Giovanni Colom- 
bini il Belcari pote spiegare e dimostrare le sue qualita di pio ed 
attento elaboratore e compilatore: v'inseri tutto il compendio della 
vita del Beato, gia composto dal beato Giovanni Tavelli da Tos- 
signano, ora traducendo daU'originale latino, ora attingendo da 
una versione, presumibilmente toscana, giunta a noi anonima. 
Dalle lettere del beato Colombini trasse tredici capitoli di pie 
esortazioni, riferendo quasi direttamente la parola del Beato, e 
dedusse altri element! per il suo racconto. Da una certa compo- 
stezza letteraria e dal legame con la prosa ascetica del Trecento 
deriva la fortuna della Vita del Belcari amata dal padre Cesari, 
citata come testo di lingua nella terza e nella quarta impressione 
del Vocabolario della Crusca. In una lettera del 24 febbraio 1827, 
Pietro Giordani scriveva al Cesari definendo la prosa del Belcari 
ccun arancio in gennaio, un frutto del '300 nel '400 ; e la consi- 
gliava al Leopardi nella lettera dell'Ascensione del 1817, come cda 
prosa piu bella e soave d'Italia. 

La sorpresa e la gioia di vedere prolungata un'immagine della 
prosa ascetica trecentesca nel corso del '400, abbagliava questi am- 
miratori: ma la Vita del Belcari e frutto di devota e letteraria pa- 
zienza, di una mente non fervida n6 sottile, e piu corretta e com- 
posta che viva. All'opposto di quanto e stato osservato a proposito 
dei Fioretti di son Francesco o dello Specchio di vera pe?iitenza 9 
talvolta le f onti dalle quali egli deriva il Tavelli e il Colombini 
sono piu dense e piu efficaci. 



Delle varie edizioni della Vita del beato Colombini del Belcari, dava un 
esame ragionato BARTOLOMEO GAMBA nella Serie dei testi di lingua (cfr. 
iv ed., Venezia 1839). Ma la prima edizione completa, e finora Tunica 
delle prose del Belcari, e quella curata da Ottavio Gigli: FEO BEL- 
CARI, Prose edite ed inedite raccolte e pubblicate da Ottavio Gigli, Roma, 
Salviucci, 1843-44, 5 volumi, testo che noi seguiamo qui. Per le Laudi, 
cfr.: Laude spirituali di Feo Belcari, di Lorenzo de* Medici, di Fran- 
cesco d'Albizzi, di Castellano Castellani e di altri, comprese ndle qiiattro 
piu antiche raccolte, con alcune inedite e con nuove illustr axiom, Firenzc, 



FEO BELCARI 5 

Molini e Cecchi, 1863. Per le sacre rappresentazioni, vedi: Sacre rappre- 
sentazioni dei secoli XIV, XV e XVI, per cura di Alessandro D'Ancona, 
Firenze 1872; FRANCESCO TORRACA, II teatro italiano del secoli XIII, 
XIV, XV, Firenze, Sansoni, 1885. Furono ristampate la Vita del Beato 
Colombini da Rodolfo Chiarini, Lanciano, Carabba, 1914, e le Sacre 
rappresentazioni e laudi da O. Allocco-Castellino, Torino, U. T. E. T., 1 920. 
Vedi anche: L. DELLUCCHI, Alcune laudi inedite di F. B., Geneva 1930. 

Su Feo Belcari cfr. : F. CECCARELLI, Feo Belcari e le sue opere, Siena 
1907; RODOLFO CHIARINI, Feo Belcari e la sua Vita del Beato Colombini, 
Arezzo 1904; Vita del Beato Colombini da Siena, scritta da Feo Belcari, 
Verona 1817, con dedica e prefazione dell'abate Cesari: ristampata nel n. 
311 della Biblioteca scelta del Silvestri, Milano 1832. Sul teatro, cfr. 
ALESSANDRO D'ANCONA, Origini del teatro italiano, Firenze 1891, n, p. 251; 
MARIO APOLLONIO, Storia del teatro italiano, Firenze, Sansoni, 1938, 
i, p. 233. Sul rapporto fra la Vita del beato Colombini e le sue fonti, cfr. 
LUIGI ALBERTAZZI, Compendio della Vita del Beato Giovanni Colombini , 
Testo latino del Beato Giovanni Tavelli da Tossignano e testo volgare di un 
Anonimo del '400, raffrontati con la Vita Classica del Beato, compilata da 
Feo Belcari, Quaracchi 1910; nonche il precedente saggio di LUIGI AL- 
BERTAZZI nel Propugnatore , 1885, xvm, parte n pp. 225 sgg.; e GIOR- 
GIO PETROCCHI, Le letter e del Beato Colombini, in Convivium , Raccolta 
nuova, 1950, i, p. 57. 



DALLA VITA DEL BEATO 
GIOVANNI COLOMBINI DA SIENA 

AL MAGNIFICO 

GIOVANNI DI COSIMO DE MEDICI 1 
FEO BELCARI 

Avendo io per consolazione de' poveri Gesuati 2 volgarizzato UPrato 
spirituale de' Santi Padri, 3 e altri divoti libri, amantissimo Giovan- 
ni, mi piacque voler istendere la vita del beato Giovanni Colom- 
bini 4 principiatore della loro congregazione. E trovai die i suoi 
frati hanno atteso a seguitare le sue umili vestigie e non a scrivere 
i suoi santi gesti; eccetto Giovanni da Tossignano 5 del contado 
d'Imola, die mori poi degnissimo vescovo di Ferrara, uomo di 
grandissima penitenza e di profonda umilta e carita; il quale fece, 
per contemplazione 6 di messer Niccolo da Bologna, reverendissi- 
mo cardinale di Santa Croce, 7 un compendio, dove narra la con- 
versione e morte del beato Giovanni, per dimostrare Forigine e 
prindpio della lor compagnia. Ancora ho veduto scritta la vita 
di questo sant'uomo da ser Cristofano di Gano, 8 ottimo dttadino 

i. fe Giovanni, figlio di Cosimo il Vecchio, zio di Lorenzo il Magnifico, 
al quale il Belcari dedic6 anche la rappresentazione di Abraam ed Isaac. 
Nacque nel 1421 e mori nel 1463 a Firenze. 2. Avendo . . . Gesuati: 
il Belcari frequentava i Gesuati, la confraternita dei Poveri per Gesu 
Cristo, fondata dal Colombini. La confraternita, alia sua origine, fu so- 
spettata di eresia, ma Urbano V riconobbe la pia intenzione del fondatore 
e permise quest'Ordine laico, che fu poi soppresso nel 1688 da Clemente IX. 
3. Prato . . . Padri: scritto in greco dal padre Giovanni Everato e tradotto 
in latino dal famoso camaldolese Ambrogio Traversari, nato a Portico di 
Romagna nel 1386 e morto a Firenze nel 1439, amico degli umanisti fio- 
rentini e di Vespasiano da Bisticci, che ne scrisse la Vita. Come abbiamo detto 
nella premessa, il Belcari tradusse non daH'originale greco, ma dal latino 
del Traversari. 4. Colombini: senese, nato nel 1304, morto nel 1367. La- 
sci6 molte lettere di argomento religioso, ripubblicate da Adolfo Bartoli 
(Lettere del Beato Giovanni Colombini, Lucca 1856) e, piu recentemente, 
da Piero Misciattelli (Firenze, Libr. ed. nor., 1923) e dal Fantozzi (Lan- 
ciano, Carabba, 1925). 5. Giovanni Tavelli da Tossignano nacque nel 
1386, divenne vescovo di Ferrara nel 1441 e mori nel 1446. Lasci6 un 
Compendium vitae beati lohannis Colombini. 6. per contemplazione: per 
incarico. 7. cardinale . . . Croce: si tratta di Nicolao Albergati (137571417)* 
di nobile famiglia bolognese, frate certosino, creato cardinale del titolo di 
Santa Croce di Gerusalemme da papa Martino V. Di santa vita e di grande 
dottrina, protesse ed ebbe tra i suoi familiari Tommaso Parentucelli da 
Sarzana, che poi divenne papa col nome di Niccol6 V. 8. La Vita di Cri- 
stofano di Gano, citata dal gesuato Paolo Morigi milanese nel Paradiso de* 
Gesuati (Venezia 1532), e andata smarrita. 



8 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

di Siena, distesa in quaranta capitoli, ne* quali attende pm a pre- 
dicare utili ammaestramenti die a narrare i suoi memorandi fatti: 
imperocch6 nelle proprie epistole di mano del beato Giovanni e in 
carte di publici notai ho lette molte cose di gran santita da lui pre- 
termesse; le quali avendo considerate, deliberai per mia divozione 
tessere una raccolta deile sue cose degne di memoria. E infra* 
suoi laudabili gesti ho rnesso alquanti detti delle sue infocate 
epistole, acciocche" si vegga la perfezione della dottrina colla san- 
tita della vita. Ed essendo stato il beato Giovanni e abbondante 
di ricchezze e di parenti, e onorato intra' principal! della sua pa- 
tria, e grandissimo elemosiniere, 1 e nella statura e complessione 
corporate simile a te, come chiaramente vedrai, mi parve cosa 
convenientissima questa mia poca fatica a te dirizzare. Eziandio 
& giustissima opera mandare la vita d'un fondatore di religione 8 
a quella casa, che colle sue immense caritadi e sempre stata con- 
servatrice di tutte le religioni. 3 E se la similitudine & cagionc d'a- 
more (come vuole il filosofo) 4 non dubito che tu amerai ii beato 
Giovanni e da lui riceverai molti beneficii: imperocche* egli e 
grande nel divino cospetto e grazioso 5 a tutti i suoi divoti. Leggi 
adunque con diligenza e divozione questa reverenda 6 vita, e a te 
cordialmente la raccomando. 



CAPITOLO r 
[Patria, parenti e occupazioni di Giovanni ColombinL} 

L' arnica e famosa citta di Siena, si come ella ha avuto piu che Tal- 
tre terre singularissima reverenza e divozione alia Madre d'Iddio, 
cosi k stata madre fecondissima di buoni servi d'Iddio. E intra gli 
altri santi uomini, ch'ella ha partoriti, fu uno per nome e per gra- 
zia Giovanni deU'onorata casa de' Colombini; il quale convene- 
volmente per la semplicita e purita del suo cuore fu cognominato 7 
Colombino. II padre suo ebbe nome Pietro e la madre Agnolina. 

i. elemosiniere: largitore di elemosine. 2. religione: Ordine religiose. 3. a 
quella . . . religioni: Cosimo de* Medici, infatti, finl a sue spcse con piu di 
quarantamila fiorini il monastero di San Marco, consacrato da papa Eugc- 
nio IV airOsservanza Domenicana; con grande Hberalita sowenne tutti 
gli Ordini religiosi, e fece costruire San Lorenzo e la Badia di Ficsolc. 
4. il filosofo \ Aristotele, iLell'EticaNicomachea,\nii, i. 5. grasioso: largo 
di grazie. 6. reverenda: degna di reverenza. 7. cognominato: sopranno- 
minato; Simplices sicut columbae (Matteo, 10, 16). 



FEO BELCARI 9 

Questo gentiluomo aveva gran copia di beni temporal! e non minor 
abbondanza d'onorati parent! : e intra' principal! della sua citta era 
si reputato che, assunto allo stato del reggimento 1 con gli altri 
buoni e savi cittadini, molte volte giustamente lo resse. Aveva 
per sua legittima sposa monna Biagia, figliuola di messer Giovanni 
di messer Niccolo, amendue cavalier! della nobil famiglia de' 
Cerretani, a venerabile e onesta donna, e ben composta 3 di tutti 
gli approvati 4 costumi: della quale ebbe due figliuoli, un maschio 
e una femmina, a' quali pose i nomi de' suoi genitori; cioe al 
maschio Pietro e alia femmina Agnolina. Era molto dato ai ter- 
reni guadagni, e continuamente sollecito 5 alle sue mercanzie; 
prudente e circonspetto in tutte le cose del secolo. 6 Ma il buono 
e misericordioso Iddio, volendo tirar a se quest'uomo e liberarlo 
dalla potesta delle tenebre, lo convert! nell'infrascritto modo. 



CAPITOLO II 

[La conversions.] 

Nell'anno del Signore mille trecento cinquantacinque, essendo un 
giorno tornato Giovanni a casa con desiderio di prestamente man- 
giare, e non trovando, com'era consueto, la mensa e* cibi apparec- 
chiati, s'incominci6 a turbare colla sua donna e colla serva, ripren- 
dendole della loro tardita; allegando che per strette cagioni gli 
conveniva sollecitarsi 7 di tornare alle sue mercanzie. 8 Al quale la 
donna benignamente rispondendo, disse : Tu hai roba troppa 
e spesa poca; perche ti da! tanti affanni? -E pregollo ch'egli 
avesse alquanto di pazienza, che prestissimamente mangiare po- 
trebbe; e disse: Intanto ch'io ordino le vivande, prendi questo 
libro, e leggi un poco ; e posegli innanzi un volume, che conte- 
neva alquante vite di sante. Ma Giovanni scandalizzatosi prese il 
libro e, gittandolo nel mezzo della sala, disse a lei : Tu non hai 
altri pensieri, che di leggende; a me convien 9 presto tornar al 
fondaco. 10 E dicendo queste e piu altre parole, la coscienza lo 

i. allo . , . reggimento'. al governo. 2. Cerretani: famiglia senese di nobilta 
feudale; grandi di Siena. 3. composta: dotata, fornita. 4. approvati: 
lodevoli. 5. sollecito: dedito. 6. in tutte le cose del secolo: temporal!, della 
vita del mondo: in contrapposto alia vita spirituale. 7. sollecitarsi: sbri- 
garsi. 8. mercanzie: affari. 9. convien: e necessario. 10. fondaco: bot- 
tega di panni. 



10 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

comincib a rimordere in modo che ricolse il libro di terra e posesi 
a sedere. II qua! aperto, gli venne innanzi per volonta divina la 
piacevole storia di Maria Egiziaca peccatrice per maravigliosa 
pieta a Dio convertita. 1 La quale in mentre che Giovanni leggeva, 
la donna apparecchi6 il desinare, e chiamollo che a suo piacere si 
ponesse a mensa. E Giovanni le rispose: Aspetta tu ora un poco 
per infino che questa leggenda io abbia letta. La quale, awenga 
che fusse di lunga narrazione, perch6 era piena di celeste melodia, 2 
gli cominci6 addolcire il cuore: e non si voile da quella lezione 3 
partire, per infino che al fine pervenisse. E la donna, vedendolo 
cosl attentamente leggere, tacitamente ci6 considerando, n'era 
molto lieta, sperando che gli gioverebbe a edificazione della sua 
mente, per6 che non era gia usato leggere tali libri. E certo, ado- 
perando la divina grazia, 4 cosi awenne; per6 che quell'istoria in 
tal modo gli s'impresse nelTanima che di continue il dl e la notte 
la meditava. E in questo fisso pensiero il grazioso Iddio gli tocc6 il 
cuore in modo che incomincio a disprezzare le cose di questo mon- 
do e non essere di quelle tanto sollecito; 5 anzi a fare il contrario di 
quello ch'era usato : 6 imperocch6 in prima era si tenace 7 che rade 
volte faceva limosina, n voleva che in casa sua si facesse; e per 
cupidita ne' suoi pagamenti s'ingegnava di levar qualche cosa del 
patto fatto; ma dopo la detta salutifera lezione, per vendicarsi 8 
della sua avarizia, dava spesso due cotanti di elemosina che non 
gli era addimandato : 9 e a chi gli vendeva alcuna cosa pagava pift 
danari che non doveva avere. E cosl incominci6 a frequentar le 
chiese, digiunare spesso e a darsi all'orazione e all'altre opere 
divote. E per questo modo gastigando la carne e recandola in 
servitu, 10 venne in desiderio di vivere in castita. E con molte ra- 
gioni ed essempli confortfc la donna sua che fusse contenta di ab- 
bandonare ogni atto carnale e castamente vivere. La quale, av- 
venga che fusse giovane, nientedimeno consentendo al santo de- 

i. la piacevole . . . convertita: la leggenda di Maria Egiziaca, vissuta se- 
condo alcuni nel V e, secondo gli studios! piti recenti, nel VI secolo 
dopo Cristo. Tra le Vite dei Santi Padri del volgarizzamento del Ca- 
valca, appare scritta da anonimo, divisa in tre lunghi capitoli. a. piena . . . 
melodia. Nel Compendium del Tavelli: Modulamine conferta celesti. 
3. lezione: lettura. 4. adoperando . . . grazia: con 1'aiuto della divina gra- 
zia. 5. sollecito: premuroso. 6. usato: solito, abituato. 7. tenace: attac- 
cato alle cose terrene, quindi avaro. 8. vendicarsi: riscattarsi, purificarsi. 
9. dava . . . addimandato : dava in elemosina il doppio di quel che gli ve- 
niva chiesto. io. recandola in servitu: padroneggiandola. 



FEO BELCARI II 

siderio del suo marito, insieme con lui si proposero e dellberarono 
fermamente insino alia morte castita tenere. E subito fatta la 
detta deliberazione, Tonestissimo Giovanni s'inginocchio in terra 
in presenza della donna sua e con buon cuore disse: Signor 
mio Gesu Cristo, si come la mia donna e contenta d'osservare 
castita, cosi prometto a te osservarla tutto il tempo della vita mia. 
E da quelFora incomincio a non giacer piu in letto, dormendo 
quando in su la cassa e quando in su la panca, vegghiando gran 
parte della notte all'orazione. Ed essendosi per alquanto tempo 
in simili opere pie esercitato, crescendo di virtu in virtu e ogni 
di nella via del Signore migliorando, facendo a' poveri larghe ele- 
mosine, vennegli in desiderio di voler essere al tutto povero e 
mendico per amor di Gesu Cristo acciocche, in tutto spogliato 
di se e d'ogni cura terrena, potesse speditamente seguitare il po- 
verello Cristo suo Signore ; e allora incominci6 molto a dispregiar- 

si 1 nel cosp' y co degli uomini e ad andare vilmente vestito. 

x' 

CAPITOLO III 

[Mirabili prove di carita di Giovanni e del suo primo compagno 
Francesco VincentL'] 

E cosi continuando tal vita, accadde che un giorno si trov6 con un 
suo amico e compagno, il quale aveva nome Francesco di Mino de* 
Vincenti, uomo onorato e dei principal! della medesima citta, al 
quale aperse il secreto del suo cuore, cioe come egli desiderava 
in tutto d'esser povero per amore di Gesu Cristo, pregando e con- 
fortando lui che gli piacesse concorrere a fare il simile. E spesso 
conversando insieme e parlando molto d'Iddio e del dispregio del 
mondo, Francesco totalmente si dispose d' essere unito d'una vo- 
lonta con Giovanni. E cosi gia fatti d'un proposito e d'un volere, 
incominciarono largamente a distribuire a' poveri per 1'amore di 
Gesu Cristo le loro ricchezze, le quali in prima solevano con molta 
cupidita e sollecitudine 13 ragunare. E incomincio Francesco ad 
andare come Giovanni molto vilmente vestito, determinando ne* 
costumi e in ogni cosa seguitarlo. E di questa novita molto per la 
terra 3 si parlava, per6 che tutti stupivano di si mirabile mutazione. 
Maravigliavansi certamente vedere questi prestantissimi patrizi 

i. dispregiarsi: rendersi spregevole. 2,. solledtudine: afFanno. 3. terra: 



12 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

della lor citta, abbondanti di temporal! ricchezze, vilipendere e 
disprezzare con tanto fervore loro 1 medesimi, le loro sustanze e 
tutte le cose terrene. E mentre die per tal via conducevano lor 
vita, accadde che una volta il nuovo cavalier 2 di Cristo Giovanni, 
essendo del corpo infermo e dalla sua donna e dal detto Francesco 
vedendosi fare molti vezzi, 3 si Iev6 per desiderio di poverta dal 
suo letto e, postosi una coltre addosso, and6 occultamente al piu 
povero spedale che in Siena fusse: ed entrati la donna e France- 
sco in camera e nol trovando, molto si maravigliarono. Andarono 
adunque investigando di lui intra* parenti, amici, e trovare non lo 
potevano. Finalmente cercando gli spedali, lo trovarono in questo 
poverissimo spedaletto, e dicendogli : Perche ti se' a questo 
modo fuggito, che quasi due giorni t'abbiamo cerco? Giovanni 
rispose: lo mi godevo, e voi non mi lasciate stare; per6 che 
questa donna dello spedale mi voleva teste cuocere una scodella 
di pollezzole. 4 Ma finalmente dopo alquante parole, per non gli 
contristar piu, si ritorn6 con loro a casa. 



CAPITOLO IV 

[Luci miracolose e splendore di caritd.] 

Ancora, mentre che J l fervente servo d'Iddio nella propria casa 
abitava, accadde che monna Alessa della nobile schiatta de* Ban- 
dinelli, 5 donna di Spinello di messer Niccolb Cerretani, essendo 
venuta per alquanti di a stare colla donna di Giovanni, una notte, 
non essendosi ancora ita a posare, vide la camera dove era Gio- 
vanni ripiena di mirabile splendore; e non credendo che Giovanni 
fusse in quella, andando dentro per desiderio di sapere la cagione, 
trov6 Giovanni inginocchioni orare senza altro naturale o acci- 
dental lume. Per la qual cosa, veduto certamente che da Dio ve- 
niva quella smisurata chiarezza, tacitamente, senza fare alcuno 
strepito, tutta stupefatta uscl dalla camera. E cosl santamente vi- 
vendo, 6 non dopo molto tempo il figliuolo di Giovanni, venuto 

i. loro: s6. Nel Compendium del Tavelli: Mirabantur nempe viros pre- 
stantissimos urbis suae patricios, dignitatum ac rerum affluentia circunv 
fultos, sese et terrena quaeque tanto fervore despicere. z. cavalier: 
cioe difensore. 3. vezsd: amorevolezze. 4. pollexzole: broccoli di rape. 
5. Bandinelli: famiglia senese di nobilti feudale, imparentata con i Cerreta- 
ni. 6. E cosl . . . vivendo: il soggetto del gerundio e Giovanni. 



FEO BELCARI 13 

in eta d'anni dodici, passo di questo mortal secolo. Delia qual 
morte Giovanni, rendendo grazie a Dio, molto si rallegro; ed eb- 
bene gran consolazione, vedendosi per questo esser rimaso piu 
spedito e piu libero a poter dare i suoi beni per Dio. E cosi fece: 
pero che d'allora innanzi incomincio a frequentare 1 le elemosine 
e a menar piu spesso i poveri mendichi a casa, lavando loro i piedi, 
dando loro mangiare e rivestendoli di panni nuovi. Ora, vedendo 
la donna di Giovanni ch'egli cosi si disprezzava 3 e tanto largamente 
il suo a' poveri distribuiva, awenga che ella fusse, come detto e, 
di buona conscienza, nientedimeno, perche non era parimente 
della poverta affezionata, tanta sua pietade molestamente sostene- 
va. E consigliandolo sotto colore di temperanza e di discrezione, 
dal grandissimo fervore e operazione dello spirito si sforzava con 
prieghi di rifrenarlo. Ma egli dolcemente le rispondeva, dicen- 
dole: Tu pregavi Iddio ch'io diventassi caritativo 3 e dessimi 
alle virtudi; e di questo facevi orazione a* suoi servi; e ora ti sa 
male che io soddisfaccia un poco per la mia avarizia 4 e per gli altri 
miei peccati? La donna a questo rispondeva: Io pregavo che 
piovesse, ma non che venisse il diluvio. E Giovanni affermava 
che Iddio gli aveva dimostrato e fatto conoscere che tutto il mondo 
sogna e farnetica, e che la vita umana come fumo e vento passa, 
e che chi piu piglia de' beni terreni n'ha peggior mercato; 5 e diceva: 
E' si vuol pensare alia vita celestiale, che mai non avra fine, 
la quale per piccola fatica si puo acquistare: ed eziandio quanto piu 
crescono le pene che per Cristo patiamo, tanto piu crescono le 
consolazioni che per esse pene riceviamo; pero che a ognuno, che 
per Io suo amore lascera le ricchezze e gli onori, dara un bene nel- 
ranima di tanta soavita e consolazione che esso dira: Io rifiuto 
ogni diletto che rni potessono dare cento mondi. E con molte 
altre parole s'ingegnava persuaderla ch'ella fusse contenta ch'egli 
seguisse Cristo colPestrema poverta. E piu volte strettissimamente 
la prego che gli desse licenza e per suo consentimento Io liberasse 
dalle leggi del matrimonio, acciocche, spogliato d'ogni terrena 
sollecitudine, 6 potesse piu agevolmente levarsi in Dio e cammi- 

i. frequentare: rendere piu frequenti. 2. Ora . . . disprezzava: nel Tavel- 
li : cernens eum adeo exaninire semet ipsum et omnibus contemptibilem 
reddere. Si umiliava sino a renders! spregevole. 3. caritativo: caritate- 
vole. 4. che io . . . avarizia: che io paghi il mio debito in riscatto della 
mia avidita: che io ripari un poco al male commesso con la mia avarizia. 
5. mercato: guadagno. 6. sollecitudine: cura. 



14 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

nare per la via della sua buona e santa vocazione: ma ella per niun 
modo totalmente liberarlo acconsentiva. 



CAPITOLO v 
[// miracolo del lebbrosoJ] l 

Ora awenne che andando un di i servi d'Iddio Giovanni e Fran- 
cesco al duomo per udir messa, videro innanzi alia porta della 
chiesa, intra gli altri poveri che mendicavano, un uomo infermo 
di lebbra e mezzo nudo, che dal capo a' piedi era coperto di scabbia 
e di piaghe. II quale 2 Giovanni risguardando, commosso nelle 
viscere del cuore a pietk e compassione sopra di lui, disse a Fran- 
cesco: Mira questo povero qui abbandonato da ogni aiuto 
umano; vogliam noi portarlo a casa, e per amor di Cristo averne 
cura? Ecco, noi andiamo per udir la messa: questo sara farla. -~ 
Francesco rispose: Fa ci6 che tu vuoi. Allora il disprezzato 3 
Giovanni abbracci6 quel lebbroso e poselo in su una panca, e 
messegli il capo infra le cosce, e cosi sopra le sue spalle con gaudio 
lo portava, tenendo le mani del lebbroso colle sue mani: e per una 
dolcezza di carita a quelle cosce tutte guaste e piagate, quando 
all'una e quando aU'altra, soavemente stringeva le guance; e per- 
venuti a casa lo misono dentro. Ma quando la donna di Giovanni 
lo vide, per orrore della brutta infermit^ infastidita, incontanente 
stomacando a Giovanni disse: Queste sono delle derrate che 
tu mi rechi? Hami portato a casa la puzza e '1 fracidume: io uscir6 
di casa, e tu f a a tuo modo, come tu se' usato. Ma Giovanni 
dolcemente le rispondeva dicendo : Io ti priego che tu abbi pa- 
zienza. Costui & creatura d'Iddio, ricomperato come noi del suo 
prezioso sangue, 4 e cosl potremmo diventar noi, se Iddio volesse. 
Per 1'amor di Cristo ti priego che me lo lasci mettere nel nostro 
letto, acciocchd un poco si possa riposare. Deh, ricordati quanti 
diletti abbiamo avuti, e quanti peccati noi abbiamo fatti e offeso il 
nostro Creatore. Non ti paia malagevole un poco a scontare. 5 
Intendi che il povero e 1'infermo rappresenta la persona di Cristo; 



1. Cfr. Matteo, 8 e Luca, 17. Cfr. il XLII dei Fioretti di son Francesco. 

2. // quale : e complemento oggetto. 3. il disprezzato : umile fino a vincere 
e sprezzare la ripugnanza. 4. del suo .. .sangue: il sangue di Gesu. 
5. Non . . . a scontare: non ti sia gravoso scontare un poco quei peccati. 



FEO BELCARI 15 

pero che egli disse nel santo Evangelic: 1 QuaIunque ora vol sov- 
venite e fate bene a uno di questi miei minimi, voi lo fate a me. 
Ella rispose: Tu hai molte parole: fa a tuo modo; io non me ne 
impaccero ; e se tu lo metti nel nostro letto, io mai piu non vi gia- 
cero. Or non vedi e senti tu la puzza che costui gitta, che pur 
teste 2 non la posso patire? Allora Giovanni e Francesco, non 
curando le parole della donna, apparecchiato un tiepido bagnuolo, 
lavarono con diligenza tutto quel lebbroso; il qual dipoi avendo 
dolcemente rasciugato, nelPottimo letto, dove la donna dormir 
solea, lo misono, acciocche alquanto si riposasse. La qual cosa la 
sua donna molestamente sostenne. 3 Finalmente Giovanni, per 
piu mortificarsi per amor di Cristo, bewe alquanto della detta 
acqua colla quale Tavevano lavato. E dipoi ammoni la moglie 
che per infino che dalla chiesa essi tornassero, alcuna volta Tin- 
fermo visitasse ; e col suo compagno Francesco ritornarono a udir 
messa. Ma ella cio non promise di fare; la quale nientedimeno, 
incominciando a esser punta dagli stimoli della conscienza per 
questo che non adempieva i comandamenti del marito e non si 
movea a pieta sopra 1'infermo, rizzandosi, and6 per vedere il 
lebbroso: e quando aperse Tuscio della camera, senti si gran 
fragranza di soavissimo odore che tutte le spezierie e cose odori- 
fere parevano ivi ragunate. Onde non essendo ardita d'entrare, 
serro Puscio e incominci6 per contrizione amaramente a pian- 
gere: spezialmente considerando le parole che di quel povero in- 
fermo ella avea dette al marito. E incontanente ecco Giovanni e 
Francesco dalla chiesa tornare, i quali per la via avevano compe- 
rato confetti per confortare il lebbroso. Ed entrati in casa, subito 
Giovanni disse alia donna: Che hai tu, che piangi? e che e 
del nostro infermo ? Al quale con molte lagrime rispondendo, 
narrc- quello che, andandovi, le era addivenuto. La qual cosa 
udendo i send d'Iddio, corsono alia camera, e aprendo Puscio sen- 
tirono quella grandissima fragranza; e scoprendo il letto, non vi 
trovarono persona. Allora conobbero quello essere stato Gesu 
Cristo, il quale s'era dimostrato loro in forma di lebbroso. E 
vedendo si gran dono d'Iddio, con ardente cuore gli renderono 
grazie. Ma il servo d'Iddio Giovanni, desiderando di piacer sola- 
mente al suo Cristo, comand6 strettamente alia donna che, mentre 

i. Cfr. Giovanni, 13, 20. 2. pur teste: persino adesso. 3. molestamente 
sostenne: sopport6 a malincuore. 



l6 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

che in questa mortal vita fusse ditenuto, 1 a niuno lo manifestasse. 
E la detta moglie, veduto si gran segno che Iddio aveva dimostrato, 
dette al marito plena licenza e dal legame del matrimonio total- 
mente lo sciolse e Iasci6 libero; e dissegli: Va e sta come a te 
piace, e da per Dio ci6 che tu vuoi; che mai piu di cosa che tu vogli 
fare non ti contradir6. Delia qual licenza Giovanni molto alle- 
gro, alPautore di tutti i beni ne dette laude. Allora Giovanni e 
Francesco piu accesi del divin fuoco, desiderando in tutto abban- 
donare il mondo, non affidandosi al proprio sentimento, vollono 
buon consiglio della via e del modo che avessero a tenere, e molte 
orazioni feciono e ordinarono che da persone religiose fussero 
fatte per pigliare ottimo partito. 



CAPITOLO VI 

[Abbandono del mondo.] 

In quel tempo erano in Siena buoni e illuminati servi d'Iddio e 
di gran santita, intra* quali era don Pietro de' Petroni 2 della mede- 
sima terra, uomo di gran contemplazione e di santa vita e dottrina. 
Da costui e da piu altri Giovanni addimandb consiglio per qual via 
potesse meglio seguitare Gesu Cristo. I quali tutti in una mede- 
sima sentenza risposono, cioe: che Tabbietta e vilissima poverta, 
la quale e meno manifesta alle lodi degli uomini e piu nascosa al- 
Topinione del vulgo, sia la piu stretta, pit breve e piu sicura via. 
Eziandio con piu maestri di sacra teologia si consigli6, i quali si- 
milmente in questo medesimo concorsero, aflfermando che Tab- 
bietta povertk era stata la via del Salvator nostro Gesu Cristo, il 
quale chiama e dice: Chi mi serve, mi seguiti. 3 I servi adunque 
di Cristo al saluberrimo consiglio degli spiritual! amici tanto piu 
confidentemente s'accostarono, quanto 4 che essi intesono ch'egli 
era confermato per voce del sommo consigliere Gesti Cristo; il 
quale avendo dimostrata la necessaria via de* comandamenti a 
quel giovane, che Taveva domandato, volendogli dare la forma 

i. ditenuto: trattenuto. 2. don . . . Petroni: & Tasceta ed eremita senesc, 
celebre soprattutto per il monito con il quale, per mezzo di Gioachino 
Ciani, invit6 il Boccaccio a cambiar vita: Petrarca, Senil., i, 4. II Colom- 
bini, insieme con Niccold Vincenzi, ne scrisse la Vita, che and6 poi smar- 
rita, mentre se ne conserva un rifacimento latino di fra Bartolomeo da 
Siena: Acta Sanctorum, viz, 189. 3. Marco, 10. 4, quanta: in quanto. 



FEO BELCARI IJ 

di piii alta vita, aggiunse incontanente la perfezione del suo con- 
sigh'o, dicendo: Se vuoi esser perfetto, va e vendi cio che tu hai, 
e dallo a* poveri, e seguita me. Adunque, preso il consiglio del 
sommo maestro Cristo, e fatta la diliberazione per questa via del- 
Pabbietta poverta di seguitarlo, essendo a Giovanni rimasa una 
fanciulla d'eta d'anni tredici e a Francesco un'altra d'anni cinque, 
amendue legittime e naturali, 1 deliberarono insieme di metterle 
in un ottimo monastero di venerabili e onestissime donne delPor- 
dine di san Benedetto intitolato in santo Abbundio e Abbundanzio, 
chiamato volgarmente Santa Bonda, 2 posto appresso a Siena a un 
mezzo miglio. E nell'anno del Signore mille trecento sessantatre 
misero le dette fanciulle nel detto monastero. E Giovanni fece 
delle sue possessioni tre parti : una parte dette al prefato monastero 
di Santa Bonda, una al magnifico spedale di Siena e un'altra alia 
compagnia 3 della Vergine Maria: con patto e condizione che '1 
monastero e la compagnia, ognuno per certa parte, fussero tenuti 
di dare ogn'anno alia sua donna, mentre ch'ella 4 vivesse, certi de- 
nari 5 e alquante cose da vivere per alimentare lei e una cameriera 
che la serviva. E questo fece per le ragioni 6 delle sue dote di con- 
sentimento della detta donna. L'altre sue sustanze aveva gia a' 
poveri distribute, per6 che piu tempo innanzi aveva disfatto il 
traffico del taglio de* panni 7 e altre mercanzie ch'egli aveva in 
Siena, e cosi quegli ch'egli aveva in Perugia e in altri luoghi, e 
ogni cosa aveva dato per Dio; per6 che, quando si convertl a 
Cristo, era ricco di circa dieci mila fiorini. E Francesco don6 al 
detto monasterio per amor d'Iddio tutti i suoi beni mobili e immo- 
bili con condizione che la badessa 8 dovesse ricevere in detto mo- 
nasterio sei povere fanciulle per amor d'Iddio e farle monache 
senza alcuna dote. E pose la detta sua figliuola in su 1'altare della 
chiesa di detto monasterio; 9 e, per far bene Pelemosina perfetta, 
offerse ancora se medesimo promettendo castita e poverta e ob- 
bedienza perpetua alia detta badessa, e disse: lo lodo Iddio, 

i. legittime e naturali: nate da legittima moglie. z. Santa Bonda: altera- 
zione del nome di sant'Abbondio. 3. compagnia: confratemita. 4. men- 
tre ch'ella: finche" ella. 5. certi denari: una determinata somma di denaro. 
6. per le ragioni: sul conto. 7. il traffico . . . panni: commercio delle pezze 
di panno. 8. la badessa: era Paola di Ghino Fioresi, con la quale Giovanni 
Colombini intrecci6 una mistica amicizia. 9. E pose . . . monasterio : assi- 
stette la figlia nella monacazione, com'e detto poi nel cap. xxxi di questa 
stessa Vita. i 



l8 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

il quale m'ha dato tanta grazia che io gli ho dato ogni mio bene 
e me stesso, e non voglio che il monasterio sia term to a darmi un 
pane, se non come da per elemosina agli altri poveri. E di questo 
voile che se ne facesse scrittura per mano di pubblico notaio: in 
modo che ogni persona che v'era presente lagrimava per divo- 
zione. 

CAPITOLO VII 

[ Vita di penitenza e sante umiliazioni.] 

E cosi i forti cavalieri di Cristo, fatti novelli sposi deiraltissima 
poverta, incominciarono allegramente a mendicare addimandando 
il pane e '1 vino per amor d'Iddio. E in questo modo posti in una 
altezza di mente, 1 calcando il mondo sotto i loro piedi, tutte le cose 
terrene stimavano come fango, e tutto di crescevano in desiderio 
di patire e sostenere pene per amor di Cristo: la fame, la sete, 
il freddo, la nudita e molti disagi, gli obbrobbri e le vergogne 
e tutti gli scherni del mondo per amor di Cristo avevano per 
piacere e sollazzo. Ben era certo mirabil cosa vedere uomini vene- 
rabili e secondo il mondo 3 prudenti e circonspetti, ora fatti stolti 
per diventare savi. Onde Fuomo d'Iddio Giovanni, innanzi che 
si facesse povero, andava onorevolmente vestito di panni tinti 
in grana 3 molto fini; il verno portava sotto le cioppe 4 fodere di 
fmissime pelli, col cappuccio alle gote e co' guanti foderati, e al- 
cuna volta due paia di calze, Tuna sopra Paltra, co' calcetti 5 
e colle pianelle; mangiava al fuoco, usando cibi gentili e dilicata- 
mente apparecchiati : e con tutto questo spesse volte pativa pena 
di stomaco, mal di fianco, dolor di testa e altre infermitadi; ora, 
riscaldato dal divin fuoco, lasciando ogni morbidezza e cura di 
carne, andava scalzo, niente in capo portando: vestiva una gon- 
nella stretta ed eziandio rappezzata, pigliava cibi grossi e rustica- 
mente acconci; e nientedimeno d'ogni infermita era guarito e 
dagli usati dolori liberator imperocche Pamore, il quale ardcva 
nel suo petto, era tanto infocato che per infmo al corpo di fuori, 
per natura freddo, si distendeva. Onde ancora quegli pochi panni 
che portava teneva sbottonati al petto. Le quali tutte cose un suo 

i. in una . , . mente: in una Concorde elevatezza spirituale. 2. secondo il 
mondo: a giudizio del mondo. 3. grana: rosso. 4. cioppe: gonnelle. 
5. calcetti: calzari di lana a guisa di scarpe. 



FEO BELCARI 19 

amico considerando, lo dimando una volta dicendo: Or non hai 
freddo, Giovanni? Al quale rispose: Porgimi la mano tua ; 
e pigliandogli la mano, se la messe in seno, e disse: Parti che 
io abbia freddo? Rispose Pamico, dicendo: Non certamente, 
anzi se' si caldo, che non ci posso la mano patire. 

E cosi i buoni servi d'Iddio, andando poveri e abbietti, si da- 
vano alle mortificazioni quanto potevano. Onde per seguitare 
le vestigie del lor Signor Gesu Cristo deliberarono aver vergogna, 
dove avevano ricevuto onore: per6 che, essendo stati del sommo 
uficio de' nove priori della lor citta, e considerando la gloria e la 
reverenza che per due mesi era stata lor fatta, vollono per altret- 
tanto tempo nel medesimo palazzo essere disprezzati e fare ogni 
vilissimo servigio. E perche* fonte non era ancora in palazzo, dalla 
fonte del Campo 1 portavano tutta Pacqua che bisognava; e cosl le 
legne su per le scale; volgeano in cucina gli arrosti; lavavano le 
scodelle e le pentole e Faltre cose necessarie; spazzavano le sale 
e la piazza del campo dinanzi al palazzo : e facevano tutti gli eser- 
cizi piu vili. E per detti due mesi, che furono per amor di Cristo 
vilissimi servi del cuoco, non vollono in palazzo n6 bere n6 man- 
giare, ma per le strade mendicavano per la lor vita. Ancora per la 
terra similmente s'awilivano spazzando gli usci de j morti, por- 
tando i doppieri alia chiesa e sotterrando i corpi e facendo simili 
esercizi: e quando per reverenza era loro dinegato, pregavano per 
amor di Cristo non fusse tolto loro quello spiritual guadagno. 
E tutte le predette cose facevano senza alcun prezzo, per vendi- 
care se medesimi degli onori che nella propria patria avevano ri- 
cevuti. 

E in tali mortificazioni da molti erano beffati e scherniti, e da 
alquanti commendati* e avuti in reverenza. Ma essi a parole, che in 
lode owero in vituperio di loro fussero dette, non ponevano orec- 
chie; anzi di continue erano intenti alia salute delle anime loro 
e de' prossimi: eccetto che una volta Fuomo d'Iddio Giovanni, 
per far vendetta del pomposo cavalcare che gia per la cittk aveva 
fatto, mont6 in su un asino e, andando intorno alia piazza del 
campo, certi mercatanti, che stavano a* loro fondachi, vedendolo 
andare a questo modo, con parole e con atti lo incominciarono a 
deridere. A' quali Giovanni con allegro viso disse: Voi fate 

i. fonte del Campo: la fonte della piazza principale di Siena. 2. commen- 
dati: lodati. 



20 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

beffe di me e io fo beffe di voi--: quasi volesse dire: Voi mi 
dileggiate, perche* seguito Cristo, e io dileggio voi perche seguitate 
il mondo. 

CAPITOLO XLIX 
[Ritratto del beato Giovanni ColombinL] 

Fu il beato Giovanni di gentil 1 complessione e di piccola e sottil 
persona, ma il beato Francesco fu di corpo robusto e di grande e 
bella statura. Non seppe il beato Giovanni ne gramatica ne* altra 
scienzia per istudio acquistata; per6 che insino da puerizia attese 
alle mercanzie: ma per le sue gran virtu e per la continua medita- 
zione chV fece poiche! si convert! a Dio, fu di scienza infusa gran- 
demente dotto. La qual cosa le sue infocate e dolcissime epistolc, 2 
piene di divina sapienza, chiaramente dimostrano. Ed era di tanta 
carita che per la salute d'un'anima si sarebbe messo il di cento 
volte alia morte. Ardeva il suo cuore delPamor divino: per6 che 
d'ogni tempo andava sbottonato al petto, mostrando la nuda car- 
ne; e parlava delle cose d'Iddio con tanta ansiet che pareva 
che '1 cuore non gli capesse in corpo. E tanto avea impresso il 
nome di Cristo nel cuore che spesso spesso Io ricordava: e in 
cento epistole che delle sue ho letto, delle quali la maggior parte 
sono di pochi versi 3 ho trovato scritto questo nome Cristo intorno 
a millequattrocento volte, senza gli altri vocaboli co' quali ne fa 
menzione. Veramente la sua conversazione era in cielo, 4 per6 che 
sempre inverse il cielo sospirava. E tanto fu fervente il suo amore 
in Dio che poco meno che non mori d' amore, si come il beato la- 
copone da Todi. 



i. gentil: delicata. a. le sue . . . epistole: le lettere, gia citate, che il Colom- 
bini scrisse ai suoi fedeli e alia badessa di Santa Bonda. 3. di pochi versi; 
di poche righe. 4. la sua . . . cielo : il suo pensiero era rivolto al cielo. 



GIOVANNI DOMINICI 



GIOVANNI DOMINICI nacque a Firenze nel 1356, di famiglia ar- 
tigiana. Giovanissimo, entro nel convento di Santa Maria Novella, 
nell'Ordine dei Frati Predicatori di San Domemco, e presto si ci- 
mento nell'eloquenza sacra, predicando per tutta la Toscana. La 
fama della sua pieta e della sua dottrina lo fece chiamare nel 1391, 
come pubblico lettore, a Venezia, dove commento con grande 
successo il libro dell'Ecclesiaste, e costitui, due anni dopo, la con- 
gregazione religiosa delle monache del Corpo di Cristo, alia quale 
dedic6 tempo, pio zelo e affettuoso interessamento. Coinvolto 
nella repressione delle processioni dei Bianchi, movimento di 
espiazione e di penitenza collettiva osteggiato tanto nella Sere- 
nissima quanto negli altri stati d' Italia, fu bandito da Venezia nel 
1399. Tomato a Firenze, fondo il convento di San Domenico a 
Fiesole, diede opera alia riforma della regola domenicana e fu 
invitato a leggere le Sacre Scritture nello Studio, mentre si ac- 
cresceva contemporaneamente la sua rinomanza di predicatore. 
Durante lo scisma d'Occidente, dopo la morte di Innocenzo VII, 
fu inviato quale ambasciatore di Firenze a Roma, dove si rese 
tanto gradito al nuovo pontefice Gregorio XII da rifiutare di tor- 
nare a Firenze, quando vi fu richiamato. Da Gregorio XII nel 
1407 venne nominato cardinal di Ragusa. Poggio Bracciolini, nel 
suo dialogo In Hypocritas, gli rinfaccio questo suo atteggiamento 
e questa sua fortuna, perche gli parve che anch'egli profittasse 
dello scisma. Apertosi nel 1414, sotto Tegida delPimperatore Si- 
gismondo, il Concilio di Costanza, con il duplice scopo di combat- 
tere Feresia boema e di troncare lo scisma, il Dominici vi rappre- 
sent6, come Legato apostolico e con ampi poteri, Gregorio XII; 
ma, essendo stati deposti Giovanni XII e Benedetto XIII, egli 
vi dichiar6 Fabdicazione del Pontefice da lui rappresentato. II 
nuovo eletto, Martino V, adoper6 subito il Dominici, lo confermo 
cardinale e lo invi6 come Legato contro Teresia hussita in Ungheria 
e in Boemia. In quest'ultima missione la morte lo colse a Buda 
nel 1420. 

Gino Capponi nella sua Storia della repubblica fiorentina lodava 
la buona lingua popolana nativa del Dominici, autore del trattato 
Del governo di cur a familiar e, II volume, dedicate a Bartolomea 



22 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

degli Obizzi, moglie di Antonio degli Albert!, tratta in quattro 
libri dei compiti di una pia madre di famiglia, riguardo alia propria 
anima, al proprio corpo, ai beni temporali e all'educazione dei 
figli. Non tratta dunque soltanto della famiglia e dei figli, tanto 
che il manoscritto riccardiano porta il titolo Liber gubernationis 
animae, corporis, bonorum temporalium et filiorum. Meno piano e 
discorsivo, ma piu vigoroso e ricco e il Libro d'amore di caritd, 
trattato mistico, dove il Dominici raccoglie e approfondisce il te- 
ma sempre presente nella sua meditazione, che sara variamente 
svolto anche nel Trattato del governo familiare e nella Lucula 
noctis (Lucciola della notte\ cioe la difesa intransigente di una 
societa e di una cultura chiusa e immobile. La insistente riparti- 
zione scolastica, il gusto definitorio etimologico, per il quale ogni 
parola vien commentata e spiegata secondo forme ancora medie- 
vali, non son sempre di ostacolo al vigore e alForiginalita di una 
viva immaginazione, e talvolta le sue pagine s'illuminano di una 
fantasia colorata e profonda, anche se frammentaria. Tanto nel 
Governo di cura familiare quanto nel Libro d'amore di caritd, il 
Dominici protesta contro la letteratura profana e contro la scienza 
umana, e chiede, nello stesso tempo, un'educazione che, anche se 
non ignora la vita civile, e tuttavia preoccupata soprattutto della 
formazione devota e dell'ossequio alia religione. Una netta e ri- 
soluta polemica contro la cultura umanistica e la Lucula noctis, 
scritta contro Coluccio Salutati ma non, come si e creduto a lungo, 
contro il trattato di lui Defato etfortuna. Non potendo il camaldo- 
lese fra Giovanni da San Miniato ribattere da solo gli argomenti 
che il Salutati aveva esposto in difesa della poesia, della cultura 
classica e della sua armonia col pensiero cristiano, chiese aiuto 
al Dominici. La Lucula noctis, scritta in un latino non impeccabile 
e rigorosamente severa contro la superflua e pericolosa cultura dei 
gentili, e contro la poesia, non ebbe risposta perche" la morte in- 
terruppe, nel 1406, la lettera gia iniziata dal Salutati. 

II Dominici senti la sua opera di politico della Chiesa, di ri- 
formatore delPOrdine domenicano, di organizzatore, di prcdica- 
tore e di polemista, connessa con la sua attivita letteraria. Le let- 
tere, indirizzate per la maggior parte alle monache del convento 
del Corpus Christi di Venezia, rispecchiano il pronto acume del 
suo ingegno in questa sfera e mostrano la sua abilita nel passare da 
un argomento severe a uno piu tenero, piu intimo e misticamente 



GIOVANNI DOMINICI 23 

affettuoso. Prova di questa felicita sarebbe la laude Di, Maria 
dolce . . ., che gli viene attribuita, una delle poesie religiose ita- 
liane piii familiarmente tenere e commosse e limpidamente mu- 
sicali. 



Del Libra d'amore di caritd, dopo le edizioni cinquecentesche (Siena 1513 ; 
Venezia 1554, 1556; Firenze 1595), pubblic6 un'edizione corretta sui 
manoscritti Antonio Cerruti : // libro d*amore di caritd, del fiorentino Beato 
Giovanni Dominici, per cura del dottor Antonio Cerruti, Bologna, Roma- 
gnoli, 1889. II cosiddetto Trattato del governo delta famiglia fu conosciuto 
manoscritto dai compilatori della seconda impressione del Vocabolario 
della Crusca e, da allora, apparve fra i testi citati. Fu stampato per la 
prima volta da Donato Salvi : Regola del governo di cura familiar e, compi- 
lata dal Beato Giovanni Dominici fiorentino . . . Testo di lingua dato in luce 
e illustrato con note dal Prof. Donato Salvi, Accademico della Crusca, 
Firenze, Garinei, 1860. Ventun lettere del Dominici furono pubblicate da 
Anton Maria Biscioni, in Lettere di Santi e Beati fiorentini, Firenze 1736, 
ristampato nel volume xxxvui della Biblioteca scelta del Silvestri, a 
Milano, nel 1839. Citiamo inoltre: Un viaggio a Perugia fatto e descritto 
dal Beato Giovanni Dominici nel 1395, con alcune sue lettere che non si 
leggono tra quelle de' Santi e Beati fiorentini, Bologna, Romagnoli, 1864; 
Beati lohannis Dominici, Lucula noctis, par Remi Coulon, Paris, Picard, 
1908; Beati Johannis Dominici, Lucula noctis, Moore, Notre Dame, 1940. 
II Dominici ha lasciato anche dei trattati mistici in latino, che raccolgono 
e coordinano dottrinalmente la materia della sua predicazione: Lectiones 
in Ecclesiasten. Humilis contemplatio in Canticum Canticorum gloriosae 
Virginis. Itinerarium divinationis. Per le sue prediche volgari, cfr. ALFREDO 
GALLETTI, Una raccolta di prediche inedite di Giovanni Dominici , in 
Miscellanea di studi critici in onore di Guido Mazzoni, Firenze 1907. 
Per la laude Di, Maria dolce . . ., cfr. la laude CCLXX in Laude fatte e compo- 
ste da piu persone spirituali, stampate in Firenze, da Antonio Miscomini, 
il 1489 a cura e spese del Magnifico Lorenzo De y Medici. 

Per le pagine qui riportate, seguiamo il testo pubblicato a cura del Salvi, 
Firenze 1860. 

Sul Dominici cfr. QUETIF ECHABD, Scriptores ordinis praedicatorum re- 
censiti, Lutetiae Parisiorum 1719, p. 763; GINO CAPPONI, Storia della 
Repubblica fiorentina, Firenze, Barbera, 1875, n, p. 533; A. ROESLER, 
Giovanni Dominici, ein Reformatorenbild aus der Zeit des grossen Schisma, 
Freiburg im Breisgau 1893; Kardinals Johannes Dominicis Erziehungslehre 
und die ubrigen paedagogischen Leistungen Italiens im XV jfahrundert, von 
A. ROESLER, Freiburg im Breisgau 1894; ITALO MAIONE, II beato Domi- 
nici , in Studi e saggi di letteratura, Bologna 1923; VITTORIO LUGLI, 
I trattatisti della famiglia nel Quattrocento, Bologna, Modena 1909; GIU- 
SEPPE SAITTA, II pensiero italiano neW Umanesimo e nel Rinascimento, Bo- 



24 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

logna, Zuffi, 1949, i, p. 295; GIUSEPPE TOFFANIN, Storia deirUmanesimo, 
Napoli 1933; VITTORIO Rossi, II Quattrocento, Milano, Vallardi, 1933, 
pp. 142-4, 280-1. Cfr. anche la recensione di Henri Cochin alia prima 
edizione parigina della Lucula noctis, in Giorn. stor. d. lett. it., 1909, 
53 > PP- 89 sgg. Vedi ora, per il Belcari, e per gli altri scrittori religiosi, 
PIETRO PULIATTI, La letteratum ascetica e mistica del Quattrocento, Ca- 
tania, ed. Camene, 1953. 



DAL ccGOVERNO DI CURA FAMILIARE 



[Costumi e istruzione dei fanciulli.] 

V engo alia quarta petizione, 1 e per governare bene i tuoi figliuoli 
al debito fine, il qual non sai qual sia, solo noto a Dio : conciossia- 
cosa Dio glorioso abbi predestinate ciascuno a certo fine non to- 
gliendo libero arbitrio, e volendo i genitori sieno dirizzatori d'esso 
negli anni puerili, e poi rimangono nelle mani del consiglio proprio. 
Arai cinque considerazioni, secondo cinque termini lecitamente 
posson pigliare. 2 La prima e nutricargli a Dio; la seconda al padre 
e te, madre; la terza a se; la quarta alia republica; la quinta alia 
fortuna. Al primo si riducono gli altri quattro, sanza il quale 
nullo stato, 3 fatto, detto o pensiero e laudabile. Quanto alia prima 
considerazione, perche Pamore diritto congiugne con Dio e lo 
storto ne fa pericolosa separazione, tanto quanto quella eta ne 
sara capace ti sforza di farla del sommo Bene amante; e osser- 
vera* cinque regoluzze; e se vorrai delle piu perfette, leggerai 
san leronimo nelle pistole sue, e massimamente ad Laetam de 
institutione filiae virginis. 4 

La prima si e d'avere dipinture in casa di santi fanciulli o ver- 
gine giovanette, nelle quali il tuo figliuolo, ancor nelle fasce, si 
diletti come simile e dal simile rapito, con atti e segni grati alia 
infanzia. E come dico di pinture, cosi dico di scolture. Bene sta 
la Vergine Maria col fanciullo in braccio e Tuccellino o la mela- 
grana in pugno. Sara buona figura lesu die poppa, lesu che dorme 
in grembo della Madre, lesu le sta cortese innanzi, lesu profila 
ed essa Madre tal profile cuce. 5 Cosi si speech! nel Battista santo, 
vestito di pelle di cammello, fanciullino che entra nel diserto, 
scherza cogli uccelli, succhia le foglie melate, 6 dorme in sulla 

1. quarta petizione: e la quarta domanda sul governo della famiglia, che si 
finge rivolta all'autore da Bartolomea degli Albert!, cui e dedicate il libro. 

2. secondo . . . pigliare : secondo cinque vie, per le quali lecitamente indiriz- 
zarli. 3. stato: condizione. 4. leggerai ... virginis : e la settima epistola 
di san Girolamo, indirizzata ad Laetam, e tratta delPeducazione della 
figlia. L* epistola era stata volgarizzata prima della stesura di questo trat- 
tato. Leta era nuora della matrona Paola e cognata di quella Eustochio 
alia quale san Girolamo indirizza le sue Epistulae ad Eustochium, citate nella 
Lucula noctis. II Salvi portava ad Electam: abbiamo restituito il titolo 
esatto. 5. profila . . . cuce: disegna, e la Madre ricama seguendo il dise- 
gno. 6. melate: sparse di dolce rugiada. 



26 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

terra. Non nocerebbe se vedessi dipinti lesu e il Battista, lesu e il 
Vangelista piccinini insieme coniunti; gl j innocent! uccisi, acci6 
gli venisse paura d'arme e armati. Cosi si vorrebbono nutricare 
le piccole fanciulle nell'aspetto 1 dell'undici mila vergini, discor- 
renti, oranti, combattenti. Piacemi veggano Agnesa col grasso 
agnello, Cecilia di rose incoronata, Elisabet di rose piena, Cate- 
rina in sulla ruota, coll'altre figure le quali col latte dieno loro 
amor di virginita, desiderio di Cristo, odio de' peccati, dispregio 
di vanita, fuggimento di triste compagne e cominciamento di 
contemplare, per considerazione de' santi, il sommo Santo san- 
torum. 2 Per6 che debbi sapere sono permesse e ordinate le dipin- 
ture degli angeli e santi, per utilita mentale de' piii bassi. 3 Le 
creature son libri de' mezzani, 4 le quali contemplate e intellette 
guidano nella notizia del sommo Bene. Ma le Scritture revelate 
son principalmente per li piu perfetti, nelle quali si truova d'ogni 
verita increata e creata quanto la mente e capace, tutto saporoso 
cibo per la vita presente. 

Nel primo specchio fa' specchiare i tuoi figliuoli, come apro- 
no gli occhi; nel secondo come sanno parlare, e nel terzo come son 
disposti alia scrittura. E se non vuogli o non puoi di tante dipin- 
ture fare quasi tempio in casa, avendo balia fa' sieno menati 
spesso in chiesa a tempo non vi sia tumulto ne vi si dica ufficio; 
acci6 ne" lor mente sia rapita dalla tumultuata gente, 5 ne* lor cian- 
ciare dia impaccio al divino ufficio. Awisoti, se dipinture facessi 
fare in casa a questo fine, ti guardi da ornamenti d'oro o d'ariento, 
per non fargli prima idolatri che fedeli; per6 che vedendo piu 
candele s'accendono e piu capi si scuoprono e pongonsi piu 
ginocchioni in terra alle figure derate e di preziose pietre ornate 
che alle vecchie affumate, 6 solo si comprende farsi riverenza all'oro 

1. aspetto: vista. Allude poi alle undicimila vergini inglesi che, con sant'Or- 
sola, lasciarono in fuga (discorrenti) 1'Inghilterra invasa dai Sassoni e fu~ 
rono uccise dagli Unni presso il Basso Reno nel V secolo. II Dominici 
segue la iconografia tradizionale, che attribuisce 1'agnello a sant'Agnese, 
la corona di rose a santa Cecilia, il grembiule pieno di rose a santa Eli- 
sabetta di Turingia e la ruota chiodata del martirio a santa Caterina. 

2. I1 Santissimo Sacramento. 3. de y piu bassi: dei piu rozzi. 4. Le 
creature . . . de' mezzani: giovano e valgono per le intelligence medic 
le creature, cioe gli uomini e tutti gli esseri creati da Dio. 5. dalla tu- 
multuata gente: dalla folia della chiesa. 6. e pongonsi . . . affumate: veden- 
do che si accende un piu gran numero di ceri, piu teste si scoprono e 
un maggior numero di fedeli s'inginocchia dinanzi alle belle pitture nuove 
e dorate, che non a quelle offuscate e meno belle. 



GIOVANNI DOMINICI 27 

e pietre e non alle figure o vero verita per quelle figure ripresen- 
tate. E perche di scritture ho gia fatto menzione, a' maschi sanza 
fallo si vorra fare insegnare a leggere piu onestamente si potra. 
E stando il mondo come sta, il porrai a gran pericolo se il mandi 
a imparare con religiosi o cherici; son tali quali, 1 e poco v'impa- 
rera. Anticamente con questi crescevano i buoni figliuoli, e fa- 
cevansi i buoni uomini; ora ogni cosa e terra, e fa fieno da cavagli 
e fuoco, e altro. 2 Se il mandi alia comune scuola dove si rauna 
moltitudine di disfrenati, tristi, labili al male e al bene contrari 
o difficili, temo non perda infra un anno la fatica di sette. E te- 
nendo maestro a lor posta, 3 ci sono di molti dubbi e contraddi- 
zioni. Sia tu solecita; in ogni caso amunirlo quando torna a casa, 
e quando di lui o di loro puoi aver copia; 4 si che per te non rimanga 
esso non fugga 5 il veleno gli e posto innanzi, e al quale lo 'nchina 
la corrotta natura, pronta alle iniquita per lo vizio del contratto 
peccato originale. Non essere piatosa a gastigarlo quando offende 
Dio, in qualunque eta si sia; ne ancor si crudele che tu il faccia 
da te fuggire. E sia abile 6 di premiarlo quando fa bene, accio s'ac- 
cenda, o per amor delle scarpette nuove, o nuovo calamaio, o 
tavola di gesso, 7 o altre cose gli sieno di bisogno e a lui grate, a 
far meglio. Ogni fatica desidera essere premiata, e il fanciullo 
ama doni e remunerazioni. Intendo i nostri antichi viddono lume 
dottrinando la puerizia, e i moderni fatti son ciechi, fuor della 
fede crescendo lor figliuoli. La prima cosa insegnavano era il 
saltero 8 e dottrina sacra; e se gli mandavano piu oltre, avevano 
moralita di Catone, 9 fizioni 10 d'Esopo, dottrina di Boezio, 11 buona 
scienza di Prospero tratta di santo Agostino, 12 e filosofia d'Eva co- 



i. son tali quali: sono pari, tanto i religiosi che i laid. 2. ogni cosa . . . 
e altro: ogni cosa e divenuta mondana, di vile prezzo e degna del fuoco 
infernale. 3. maestro a lor posta: un precettore a loro disposizione. 
4. quando di lui . . . copia: quando puoi averli con te a tuo agio. 5. si 
che ... non fugga: sicche, per mezzo tuo, eviti. 6. E sia abile: cogli 
accortarnente Toccasione. 7. tavola di gesso: tavola spalmata di gesso, 
corrispondente alia nostra lavagna. 8. La prima .. .il saltero: i bam- 
bini imparavano a leggere e a scrivere su una piccola scelta dei Salmi 
di David. 9. moralita di Catone: sono i cosiddetti Dicta Catonis } compila- 
zione moralistica anonima del III o IV secolo d. C. in coppie di esametri, 
detta perci6 anche Disticha Catonis, diffusissima nel Medioevo.^ 10. fi- 
zioni: favole. ii. dottrina di Boezio: la Fidel confessio, o Brevis institutio 
religionis christianae, di Boezio. 12. buona scienza . . . Agostino: la raccolta 
delle sentenze di sant' Agostino, ridotte in epigrammi da san Prospero. 



28 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

lumba* o Tres leo naturas? con un poco di poetizzata Scrittura 
santa nello Aethiopum terras? con simili libri, de j quali nullo 
insegnava mal fare. Ora si crescono i moderni figliuoli, e cosi 
invecchia Papostatrice natura nel grembo degl'infedeli, 4 nel mezzo 
degli atti disonesti sollicitanti la ancora impotente natura al pec- 
cato, e insegnando tutti i vituperosi mali si possono pensare, 
nello studio d'Ovidio maggiore, delle pistole, De arte amandi, 
e piu meretriciosi suoi libri e carnali scritture. 5 Cosi si passa per 
Vergilio, tragedia e altri occupamenti, piti insegnanti d'amare 
secondo carne 6 che mostratori di buoni costumi. E, che peggio e, 
quella tenemccia mente si riempie del modo del sacrificio fatto 
agli falsi iddii 7 e riverenze grandi, udendo di loro falsi miracoli c 
vane transmutazioni; prima diventando pagani che cristiani, e 
prima chiamando dio luppiter o Saturno, Venus o Cibeles che il 
sommo Padre, Figliuolo e Spirito santo: donde precede la vera 
fede essere dispregiata, Dio non riverito, sconosciuto il vero, fon- 
dato 8 il peccato. E piu si studia ancora da ? vecchi secolari e falsi 
regolari 9 nel paganesimo che nel cristianesimo ; e assai te lo di- 
mostrano quegli che son chiamati predicatori, dando di quello 
tesoro hanno nel cuore. Nella lingua de' quali ballano filosofi, 
poeti con favole, e non vi s'appicca verita con intelletto di Scrit- 
tura santa. 10 Quando credi sostenessi il giudeo, turco o saracino, 
tra lor si leggesse, non dico da piccoli, la memoria de' quali recente 
gli dispone nel tempo futuro, ma da fondati vecchioni nella loro 
perfidia, libri della vita di Cristo e de' santi suoi? 11 Non vogliono 
sieno nominati tra loro. Tutto precede dalla velenosa malizia 

i. e filosofia . . . columba: e il Dittochaeum di Prudenzio, un [pocmetto 
che contiene un compendio del Vecchio e del Nuovo Testamento, e 
comincia con le parole Eva columba. 2. fe il De bestiis di Ugo da 
San Vittore, e precisamente il libro secondo, qui est praecipue de na- 
turis animalium, e che, trattando de leone, comincia con queste parole. 

3. un'egloga in versi elegiaci di Teodulo, vescovo italiano del secolo X. 

4. cosi . . . infedeli: la natura, rinnegando la Rivelazione, torna indietro, 
nel grembo dei pagani. 5. nello studio . . . scritture'. le Metamorfosi, le 
Heroides, il De arte amandi, o piu lascivi, come gli Amores e i Medicami- 
na faciei. 6. secondo carne: coi sensi. 7. del modo . . . iddii: del scnso 
dei riti pagani. %. jondato: radicato. 9. vecchi . . . regolari: vecchi preti 
e falsi frati. 10. non vi . . . santa: non vi si unisce verit& che giovi alia 
comprensione delle Sacre Scritture. u. Quando credi . . . suoi: credi che 
il giudeo, il turco e il saraceno permetterebbero che si leggessero tra loro 
i libri della vita di Cristo e dei suoi santi, non dico da parte di bambini, 
la cui piu fresca memoria li forma e prepara per il futuro, ma neanche 
da vecchi, sicuri (fondati) ormai nella loro perfidia ? 



GIOVANNI DOMINICI 29 

delPantico serpente; il quale de' pagani e giudei nullo vuol per- 
dere, e de' cristiani guadagnare quanto puo, faccendone molti 
morire fuor della fede diritta. Pero attend! di non fare i tuoi fi- 
gliuoli infedeli, ma fedeli. Leggano della santa Scrittura quello 
possono e come ne sono capaci, e Paltro lascino stare. E ne sarai 
di cio dispregiata, come semplice, dal mondo; e dagli Angeli 
commendata. 

La seconda regoluzza si e circa i vestimenti. Come si legge nelle 
antiche istorie, era diterminato 1 vestire quel de' cristiani dagli altri 
popoli; perche non solo colla lingua e cuore si debbe confessare 
la perfetta fede cattolica, ma con tutti i segni ; siccome ancora fan- 
no 1'altre nazioni. E credo gia fusse vestimento cristiano panni 
vili, lunghi, d'ogni vanita privati, come si confa a veri religiosi 
furono 2 i nostri padri nel principio della Chiesa santa. Ora so be- 
ne, posto che volesse di ridurre il primo stato della Chiesa ne' tuoi 
nati, non potresti. 3 Pure attendi, 4 seguitando la piu onesta usanza 
della patria, i vestimenti non tolgano la mente de' fanciulli da 
Dio vero. Pero tutto quello 5 gli puo superfluamente dilettare, 
come ariento, oro, pietre preziose, ricamature, intagli, 6 stampe 
e altri travisati 7 lascia stare; colori onesti, 8 tagli debiti, non con 
troppe mutazioni, vestiri loro: 9 e cosi questo osserva nelle fe- 
mine come ne' maschl, o tanto piu quanto quella piu imperfetta 
natura n'e piu vaga. Agevolmente interverra 10 gli udirai sopra cio 
piagnere e ritrosire, ramaricandosi non son vestiti come loro pari; 
e saranno da' vicini, noti e compagni a questo ammessi. 11 Con- 
vienti prudentemente lusingargli, e con essempli di santi, quanto 
son capaci, e altre buone parole, contentargli. tale eta come 
disposta cera, e piglia quella impronta vi s'accosta; e se delle 
fasce e culla gli alleverai con vestimenti onesti, s'arrenderanno 
meglio a tal debita volonta. Ma conviene di tal vestire, padre, 
madre, balia e tutti altri abitatori della casa dieno essemplo e via, 
perche pure la esperienza insegna ciascuno di meno eta si contenta 

i. diterminato: diverse. 2. furono : quali furono. 3. posto . . . non potre- 
sti: se tu volessi ricondurre i tuoi figli ai costumi dei primi cristiani, non 
potresti. 4. attendi: bada. 5. quello: quello che. 6. intagli: ornamento 
delle vesti, ricamo intagliato su modello. 7. stampe . . . travisati: altri 
ornamenti che mutano la natura della stoffa. 8. onesti: semplici e mode- 
sti. 9. vestiri loro: siano i loro vestiti. 10. interverra: accadra. n. e 
saranno . . . ammessi: e saranno istigati a questo da vicini, conoscenti e 
compagni. 



30 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

dell'uso de' suoi. Non appetisce contadina corona di perle, bene 1 
la vegga in testa alia contessa; e nel suo grado le pare essere or- 
nata con un frenello 2 d'occhi di pesce o osso d'ostrica che si chiama 
madre perla, come la gentil donna delle perle vere e balasci 3 fini. 
Usanza in se converte natura; e comunita de' suoi fa rimaner con- 
tenta Tumana gente al quicfi e costume preso insieme col latte. 

[7 giovani nella vita della cittd.] 

Essere ne' debiti e esser servo del creditore e perdimento di li- 
berta diletta. Sono tre debiti: il primo, che fa servo del demonio, e 
questo e il mortal peccato; il secondo, che fa servo del timore na- 
turale, questo e la 'ngiuria fatta al prossimo che cerca vendicarsi; 
il terzo e delle cose mondane in qualunque modo tenute, fuor 
della licenza del giusto possessor di quelle. 5 E per6 di' con san Pa- 
golo a' figliuoli tuoi: nemini quidquam debeatis, nisi quod invi- 
cem diligatis ? 6 Sieno awisati di non si obbligare al debito primo, 
pessimo e piii grave degli altri; e pur cadendovi, con contrizione 
o confessione e satisfazione 7 paghino tosto. Mentre che sono bam- 
bolini, vuolsi insegnare loro come fallano, dire sua colpa, battere 
il petto, dire ave maria per penitenza, o aver la palmata 8 o simile 
atto. E quando sono d'anni sei infino a quattordici o piu, tanto 
quanto si pu6, domandagli ogni dl una volta de' peccati ne* quali 
posson cadere, come bugie, bestemmie, ingannerelli e simili atti, 
acci6 imparino non tenere nascosi i vizi loro, e domestichino 9 di 
confessare volentieri e spesso. E forse, quando sono molto picco- 
lini, dare loro per penitenza tre noci o fichi o altri frutti acci6 
che volentieri dicano i maluzzi loro e non gli nascondano per 
paura, sarebbe prudente fatto; e poi convertansi le frutte in peni- 
tenze vere. Non voglio per6 usi assoluzione n6 con parole n6 con 
atti di porre mano in capo, massimamente dopo gli anni sette. 10 

i. bene: benche". 2. frenello: filetto. 3. balasci: sorta di rubini. 4. e co- 
munitd . . . al quia : 1'aver in comune qualcosa con i propri familiari fa 
rimaner contenta la gente nella sua situazione. Cfr. Dante, Purg., m, 37. 

5. tenute . . . di quelle: tenute senza il permesso del legittimo possessors 

6. Non dobbiate nulla a nessuno, se non Tamarvi a viccnda, san Paolo, 
Ad Rom., 13, 8. 7. con contrizione . . . satisfaxione: contritio cordis, con- 
fessio oris, satisfactio operis > sono le tre parti del sacramento della penitenza. 
8. la palmata: colpo sul palmo della mano, che si dava per correzione ai 
bambini. 9. domestichino: s'awezzino. 10. Non voglio . . . sette: non si 
usurpino le funzioni del sacerdote. 



GIOVANNI DOMINICI 31 

Insegnar si vuol loro essere si pronti al perdonare ciascuna iniu- 
riuzza 1 e non ne fare a altri ; e quando ne fanno, domandar presto 
perdonanza, inducendogli a questo con minacci e flagelli, 2 che, 
poi saranno grandi, ne non voglino 3 vendicare le ricevute ne fame 
ad altri, si che s'abbino di vendetta guardare: acciocche sieno 
liberi potere andare dentro e di fuori, soli e accompagnati, disar- 
mati e scalzi e in giubbettini, 4 secondo richiede il tempo e il bi- 
sogno loro; e non sieno subietti a arme, fanti, paure, tempi e 
luoghi. 5 

Non meno hanno bisogno d'usarsi 6 non spendere quando non 
ci ha di che, non pigliare a impresto i noccioli, perche non si 
awezzi poi a pigliare danari ad impresto, non giucare alle ca- 
pannelle 7 a credenza; e non fara il simile de* gran fatti quando sara 
fuori della tuteria. 8 Molti ne periscono per accattare con merito 9 
o sanza merito, e truovonsi o fuggire, non potere stare delle terre 
loro, o vero stretti in pregione, o serrati nascosi in casa sua o in 
quella d'altri. Oh, quanto e laudabile viver piu tosto del suo pane 
e acqua, e del suo vestire di taccolino, 10 e alle sue spese dormire 
in una cap anna in sulla paglia che, alle spese d j altri, indebitando 
se usar cibi al corpo dilettosi, vestimenti fini e case impalazzate! 11 
Nel caso primo sta la conscienza netta, e Puomo libero e signer 
di se; nel secondo rimorde la conscienza, perche divora quel d'altri, 
e ancora inganna e vende sua liberta, una delle piu care cose 
possegga 1'uomo nella presente vita e nella futura. Quando volse 
san Paolo diffinire la gloria eterna la chiam6 liberta, dicendo: 
quae sursum est Jerusalem libera est, quae est mater nostra; IZ 
e ancora: ipsa creatura liberabitur a servitute corruptionis in li- 
bertatem gloriae filiorum Dei. 13 

Induce la sposa presa e gia menata 14 una singulare servitu, e 
alcuna volta si converte pure in amaritudine ; e non meno lo sposo 

i. iniuriuzza: piccola ingiuria. 2. flagelli: frustate. 3. che poi . . . non 
voglino: affinche, quando poi saranno grandi, non vogliano ecc. 4. in 
giubbettini: non rivestiti di maglie di ferro. 5. secondo . . . luoghi: possano 
muoversi liberamente, senza bisogno di armi e di scorte, senza badare a 
tempi e luoghi. 6. usarsi: abituarsi. 7. capannelle: giuoco infantile, fatto 
con mucchi di nocciole. 8. tuteria: tutela; fuori di minorita. 9. merito: 
interesse. 10. taccolino : rozzo panno. 1 1. impalazzate: a foggia di palaz- 
zi. 12. la Gerusalemme celeste, che e la madre nostra, e libera . 
13. an che la creatura sara liberata dalla schiavitu della corruzione, a li- 
berta della gloria dei figli di Dio. San Paolo, Ad Gal., 4, 26; Ad Rom., 
8, 21. 14. gia menata-. gia condotta in casa. 



32 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

alia sposa: ed e giogo si attaccato che non si pu6 spiccare 1 a posta 
di chi vuole. Per6 cautamente si vuol ben pensare, innanzi tal 
legame si leghi. E per6 conservando i maschi nella loro virginita, 
mostrando come non la possono perdere fuor di matrimonio in 
modo niuno sanza mortal peccato, non si perde per alcun sogno; 2 
e dico maschi e non feminine, perche non sono tanto sdrucciolenti 
le fanciulle quanto i maschi, e comunemente ne vanno vergini 
al marito primo, e poche s'abbattono trovar vergini i mariti 
primi. E questa e una delle cagioni, secondo il mio corto vedere 
(e dicano gli altri ci6 che piace loro), perche le donne non discor- 
rono 3 in tanti mali quanto i maschi, perche sono piu conservatrici 
della castita, la quale a Dio purissimo sommamente piacendo, 
la dota delle grazie sue; e piu fa salvare di queste che di quegli. 
Ora a' figliuoli maschi e feminine, quando s'approssima il tempo 
della concupiscenza si vuol porre innanzi Puno stato e 1'altro, 
quello della virginita e quello dello matrimonio; e mostrare la 
nobilta del primo, e quanto a Dio e caro, che tutti i vergini volon- 
tari piglia per sue spose 4 e orna di virtu piu somme che gli altri 
comunemente. Quanto e bella cosa e cara la libertk a questo stato, 
e da quanti affanni e sciolto e miserie! Le quali sa contare 5 chi e in 
tale stato o fu, e principalmente chi ha avuto mala compagnia e 
a nutricare figliuoli molti con poverta grande. II simile 6 dichiarare 
il pericolo delle tentazioni, i casi possono intervenirc principal- 
mente alle feminine, rimanendo giovanette sanza mamma; e es- 
sendo fuor di religione come rimangono male, e intrando in mu- 
nistero si troveranno spesso capitate nella bocca di quel lupo cre- 
devano essere agnello; 7 e cosl discrivendo Tuna parte e Taltra, 
lascisi la elezione loro, 8 e non sia tolta quella libertk che ha donato 
Dio alTumana natura, d' essere di s6 signore in questo grado. Se 
elegge la parte migliore, 9 aiutavelo e conforta e mostragli nuovo 
amore, iustamente fondato in tal nuova virtu presa, pensando 
sia d'uomo diventato angelo, per6 ch'e vergini sono angeli terreni. 
Volendo lo stato del matrimonio, poi che ha uditi tutti i gravi pesi 
suoi, or consigli che soggiogandosi si venda il meno che pu6, e 

i. spiccare i sciogliere, separare. 2. per alcun sogno: pernulla. 3. discor- 
rono: cadono. 4. tutti i vergini . . . spose: piglia per spose le anime dei 
vergini. 5. contare: raccontare. 6. II simile: similmente si vuole, e ne- 
cessario. 7. nella bocca ... agnello: nelle mani di un cattivo religiose. 
8. lascisi. . .loro: si lasci libera scelta a loro. 9. la parte migliore: la 
verginita. 



GIOVANNI DOMINICI 33 

piu tosto comperi altri che venda se. Maschio che piglia maggior 
di se, o ha disordinata dota, o veramente toglie vaga bellezza da 
molti richiesta, si puo dire venduto a una femmina e suo paren- 
tado, e mordente gelosia. 1 E cosi femmina cerca maggior paren- 
tado che non e il suo, o marito che volentieri non la piglia se non 
per danari, puo dire avere aggiunto servitu a se sopra il giogo na- 
turale. Pero di' a' maschi e alle femmine: ccAmbula cum tuis; 2 e 
danne 3 quello aiuto che tu puoi sapendo che non bene pro toto 
libertas venditur auro. 4 

E per che i tuoi figliuoli, e massimamente maschi, son membri 
della republica, convengonsi allevare a utilita di quella, la quale 
come sai ha bisogno di molte cose; come sono rettori, difenditori 
e operatori. 5 Per lo primo si vogliono crescere iusti, colla diritta 
bilancia in mano, seperati 6 da ogni parte, setta e divisione; perche 
setteggiante non regge la republica ma straccia, divide e guasta; 
pero a buonora si vuol guardare da questi particulari affetti, 7 e 
molto bene gastigarlo se mai paresse inchinato piu a questa parte 
che a quella; tanto che usi a dire non essere guelfo ne ghibellino, 
ma iusto fiorentino. E non solo questo dico per bene comune, 
ma per lo suo corporale e spirituale. Corporale, che non sono cac- 
ciati se non i partigiani dalla contraria parte, e quando tocca 
alPuno e quando all'altro. Spirituale, perche niuno partigiano va 
in paradiso; il quale, essendo unita divina, non riceve altro che 
uniti e amatori d' unita. Chi durasse fatica, quando sono minor i, 
di fargli giudicare infra padre e madre > frategli e sirocchie, servi 
e liberi; e alcuna volta per lusinghe doni o rninacci vedere d'in- 
chinargli a falsa sentenza; e se il facessono, punirgli che s'hanno 
lasciato svolgere per amore, parole, doni o paura, imparerebbono 
tosto a non corrompere la iustizia, la quale oggi e sbandita per 



i. Maschio . . . gelosia: chi piglia moglie di condizione superiore alia sua, o 
con dote eccessiva, o troppo bella, si pu6 dire venduto a una femmina e al 
parentado di lei e condannato a una mordente gelosia. 2. Cammina con i 
tuoi, cioe, attienti alia tua condizione: Prov. y ig, i. 3. danne: da loro. 
4. la liberta non si vende bene per tutto 1'oro del mondp . Cfr. LEOPOLD 
HERVIEUX, Les fabulistes latins, Paris 1884, n, p. 344. fe il primo verso 
del distico finale della LIV delle Fabulae aesopicae (De lupo et cane), di nn 
anonimo medievale, che THervieux ha identificato in Gualtiero 1'Inglese, 
cappellano di Enrico II d'Inghilterra intorno al 1177. 5. rettori... 
operatori: governanti, soldati e lavoratori. 6. seperati: separati, indipen- 
denti. 7. a buonora . . . affetti: sin dalla prima eta dev'esser preservato 
da queste passioni. 



34 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

simili difetti delTuniverso mondo; 1 e non e altro iustizia che in- 
ganni, forza, danari e amicizia o parentado; tutti gli altri libri 
di ciascuna legge si possono abbruciare. Vedendogli abili a tale 
stato, 2 si vuole imparino grammatica, istorie e un poco di legge, 
acci6 non sieno smemorati e ciechi quando i casi saranno posti 
loro innanzi, come i moderni cittadini rettori, i quali non sanno 
altra legge che la testa loro, e quello loro par iusto e tutto corpo di 
ragione; 3 e col bicchiere a bocca e stomaco rovesciante 4 di ghiotti 
cibi e vini, e offuscata mente da fummi soperchianti, danno sen- 
tenze Dio sa chenti e quali; 5 le storie, al difetto della eta, in luogo 
di lunga esperienza, maestra delle cose, intrando, e ciascuna scienza 
giova sollevando lo 'ntelletto della bestial carne e faccendolo uma- 
no. Ancora richiede tale stato sieno solliciti, non dormitori ne 
molto guardinghi: la qual virtu impareranno, se, commettendo 
loro qualche ufficiuzzo, come dissi, di sagrestia o altro, gPimparerai 6 
svegliandogli dalla dormente puerizia e faccendo viottolo alia 
futura lata via. Piu si richiede, ma piu non scrivo. 

In quanto la repubblica ha bisogno di difensori, se inchinati 
vedessi i tuoi figliuoli, uno o piu, a tal faccenda, nutricavegli: 7 ma 
saper debbi la republica si difende colla spada, col verbo e colla 
orazione. 8 Non so niuno sia tanto disposto ad arme o vero milizia, 
io consigliassi fusse allevato a quella; 9 perch6 e una generazione 
quella de' soldati, o come vuogli combattitori, troppo piena di vizi 
e di Dio contraria; in tanto che combattendo ancor per Cristo, 
non si sanno rimanere 10 dalle pompe loro e disonesta: e per6 non 
vuole Iddio abbino per lui vittoria, 11 il quale non vuole essere lo- 
dato per la bocca de* peccanti. E se dicessi: pure la republica ha 
di ci6 bisogno, dico ch'ella ha bisogno di manigoldi," e 1'universo 

i. Chi . . . mondo: chi si affaticasse, quando i fanciulli sono ancora in tc- 
nera eta, a farli giudici fra padre e madre, fratelli e sorelle, servi e Hberi, e 
talvolta mediante lusinghe, doni o minacce, cercasse di indurli a giudicare 
ingiustamente, e li punisse se lo facessero, poiche" si sono lasciati distoglie- 
re dalla giustizia per amore, per parole, per doni o per paura, otterrebbe 
che essi imparassero a non corrompere la giustizia, la quale oggi, per tali 
difetti, e bandita da tutto il mondo. 2. a tale stato : a divenire reggitori. 
3. e tutto . . . ragione: e tutta ragione. 4. rovesciante: ruttante. 5. chenti 
e quali: come e quali. 6. gl'imparerai: li ammaestrerai. 7. a tal faccenda, 
nutricavegli: allevali a questo fine. 8. colla spada . . . orazione: con la spada, 
e con la parola e con la preghiera. 9. Non so ... a quella : non so se io 
consiglierei di allevare alia milizia anche uno che vi fosse particolarmente 
disposto. io. rimanere: trattenere. n. non vuole . . .vittoria: Iddio non 
vuole che abbiano vittoria con il suo aiuto. 12. manigoldi: carnefici, boia. 



GIOVANNI DOMINICI 35 

ha bisogno di demoni che tormentino i dannati ; e pur tu non debbi 
volere i tuoi figliuoli sieno manigoldi, ne ancora demoni. Forse 
diresti: ta' figliuoli crescero a essere cavalieri. Rispondo die la 
maggiore parte de* cavalieri mentiscono con gli effetti; 1 per6 che 
prendono tal segno e degnita per difendere la iustizia con la spada 
in mano insino alia morte, e non ne fanno straccio; 3 ma spesso 
sono i primi atterratori di quella. Come molti si dicono maestri in 
teologia, i quali, non che la sappino difendere, ma non sanno che 
si sia. Difenditori col verbo sono awocati, 3 i quali mi sono sospetti, 
perocche pecuniae oboediunt omnia, 4 per la quale s'appigio- 
nano le parole, e le quistioni si comperano. Pure essendo a tal 
fatto disposti, e non disposti, crescer si vogliono con I'amore del 
bene comune. Tal carita meglio difende quello, 5 che qualunque 
prezzo o suave dire; ma sanza carita, altro non vale. Credo fer- 
mamente nulla cosa noccia tanto alia republica, quanto i peccati 
de* reggenti, o sostenuti per coloro che reggono; si come la Scrit- 
tura santa ci ammaestra pienamente. E pero chi difendesse da 
questi mali la terra 6 sua, o pigliando la parte delli ingiuriati meno 
potenti, come sono poveri, prigioni, forestieri, vedove, pupilli, e 
owiasse tante iniustizie non 7 si facessono, discorrendo 8 per le 
corti, e cercando I'offese di Dio si togliessono via, e punissonsi du- 
ramente quando si commettono; o ancora diventasse tale potesse 
arditamente gridare contra i peccati, e pregasse Dio spesso per- 
donasse le colpe, essendo tale 9 Dio lo debba esaudire; e ancora 
facesse qualche penitenza per rimissione de' comuni peccati, piu 
gioverebbe alia difensione della sua terra, che non fa grande schiera 
di viziosi soldati armati e savi combattitori. Allevarsi si debbono 
innamorati di iustizia, zelanti della republica, servi di Dio, con- 
tinui oratori. E se imparassono i fanciulli, quando sanno, dire 
ciascun di un'ave maria, e poi un paternostro, un miserere md, 
e piu grandi i sette salmi per salute della patria, preserverebbe 
Dio (dal quale ogni ben procede, ed e iusto signore, e molte 
grazie fa quando & pregato) quella 10 da molte tribolazioni, e gio- 
verebbe a tutti; perocche i tristi non arebbono tanta potenza di 



i. con gli effetti: in effetti, in pratica. 2. e non . . . straccio: e non ne fan- 
no nulla. 3. Difenditori . . . awocati: i difensori con la parola sono gli 
awocati. 4. ogni cosa obbedisce al denaro, EccL, 10, 19. 5. quello: il 
bene comune. 6. terra: citta. 7. owiasse . . .non: impedisse. 8. discor- 
rendo: andando. 9. tale: tale che, meritevole che. 10. quella: la patria. 



36 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

far male da Dio permessivamente, il quale fa regnare lo ipocrito 
falso per punire i peccati del popolo. N6 ancora tanti demoni sa- 
rebbono in tal citta, cacciati dalla virtu della orazione: 1 multipli- 
cherebbono i buoni per la presenza angelica; corrono sempre 
dove s'ora, 2 ma dove sono pochi oratori e molti bestemmiatori, 
assai peccatori e pochi buoni, diventa abitazione dello 'nferno e 
precede di male in peggio. Credi che rettore peccatore, o che 
non resiste, potendo, agli altrui peccati, non e amico della patria, 
ma crudel nemico. Fa tu che i tuoi non sieno tali, e tu ora. 

Richiedesi appresso alia comunita universale diversi essercizi; 
come zappatori, legnaiuoli, muratori, intagliatori, dipintori, sar- 
tori, armaiuoli, tessitori, lanaiuoli, cambiatori, setaiuoli, merca- 
tanti e mille tali differenze di maestranza. 3 Sieno esaminate le 
'nchinazioni de' fanciulli, e quella seguitando, si viene a qualche 
profetto; 4 dove, facendo il contrario, ne seguita presso che frutto 
inutile; per6 che la natura aiuta 1'arte, e arte presa contro natura 
non s'impara bene. Disposto a essere lanaiuolo non sara buon 
barbiere, e chi 6 inchinato ad intagliare, o vero dipignere, non 
sara assiduo nello studio. Spezial di natura, 5 male imparera a fer- 
rare cavagli o essere bastaio; 6 e chi e atto al macello sarebbe tristo 
agoraio e farsettaio piggiore. Da il provide Signore del tutto a cia- 
scuno Pufficio proprio, come sa.si richiede non solo alia salute 
di quello, ma ancora al bene del corpo mistico; 7 nel quale, ad 
essemplo 8 del naturale, come ben dice san Paolo, 9 ciascun mem- 
bro non pu6 essere occhio, n6 orecchio, n bocca, n6 mano. E 
volendo la bocca fare 1'ufficio deirocchio, e I'occhio quello della 
bocca, poco basterebbe tal corpo nella vita. Cosl se ciascuno 
tenesse nel corpo mistico il grado suo, e non occupasse 1'uno quel 
delTaltro lasciando ancora il suo, le terre sarebbono rette bene, 
le mercatanzie si farebbono iustamente, e Tarti procederebbono 
ordinate; goderebbe la republica nella pace e abondanza grassa, 
felice in tutti i fatti suoi. Fa tu quel che puoi intorno a te i figliuoli 
tuoi, e chi fara il contrario sel piagnera. Non solo, facendo cosi, gli 
nutricherai al comune, 10 ma a lor medesimi, i quali, soggetti alia 

1. Ne . . . orazione: perch6 sarebbero cacciati dalla virtd della preghiera. 

2. dove s'ora: dove si prega. Sottinteso gli angeli. 3. differenze di mae- 
stranza: different! mestieri. 4. profetto: profitto. s Spezial di natura: 
inclinato per indole a esser farmacista. 6. bastaio: fabbricante di basti. 
7. del corpo mistico: della comunita cristiana. 8. ad essemplo : a immagine. 
9. San Paolo, Ad. Cor., i, 12, 14-27. 10. al comune: al bene comune. 



GIOVANNI DOMINICI 37 

fortuna, possono venire in stato di poverta ; e sapendo qualch'arti- 
cella, o vero mestiero, viveranno del loro, e non saranno costretti, 
come son molti, di mendicare o tor quel d'altri, porsi per famigli, 
o fare quel die non si conviene; e di questo segue F ultima parte. 

Dissi adunque ultimamente questi tuoi figliuoli esser soggetti 
alia fortuna o occorrenti casi; a' quali si vogliono si nutricare die 
in ogni stato possano passar la loro vita. Posson diventar poveri di 
ricchi, servi di liberi, di sani infermi; e crescano si sappino pru- 
dentemente tutto portare. In quanto alia possibil poverta, pro- 
vedi, come detto e, impari qualche cosa colla quale in tal caso debba 
avanzar sua vita; 1 e, se Fattitudine non gliel toglie, la sapienza 
e il meglio die sia; perche caperra, con Platone venduto, in ogni 
onorevol luogo 2 e sara maggiore de' suoi maggiori. Non essendo a 
questo atto, se dovesse diventare scrittore buono per potere tenere 
scuola di fanciulli, die die la vita al tiranno Dionisio poi 3 fu cac- 
ciato, faccilo, o altro cio die bene sia; posto die non lo debba 
usare mentre die e felice. Cosi facevano i providi Romani antichi, 
insino agFimperadori, come si legge d'Ottaviano in verso i suoi 
figliuoli. 4 Ancora, provedendo a tal miseria possibile, nutricare si 
vogliono a pan grosso, vestimenti vili e comuni, andare a pie, e 
forticare il corpo si die al bisogno si sappino contentare del poco, 
e usare alle fatiche. Ancora a servir se stessi e usar men die si puo 
servigio d'ancilla o di servo, apparecchiandosi e sparecchiandosi, 
calzandosi e vestendosi, con Faltre cose die seguitano; si die, 
venendo il caso, non si contristi d' esser servo di se stessi. E sopra 
tutto con parole sante nutrirlo quanto si puo nelFamore della vera 
poverta di Cristo, e umile e riverente a ciascuna persona di se piu at- 
tempata; si die non si faccia onore a danari, ma a eta, virtu e senno. 

Puo venire alia seconda fortuna, di non esser e in sua liberta: 5 
come essere imprigionato, preso per cammino, convenire stare 
colFarme indosso o fare notturna guardia. Owiando a questi casi 
e simili, il possan fare; 6 non si vogliono avezzar dilicatamente, 

i. avanzar sua vita: guadagnarsi la vita. 2. caperra . . . luogo: entrera, 
insegnando Platone, in ogni piu onorevole condizione. 3. poi: poiche. 
4. Cosi facevano ecc. : questa notizia, dalla Vita d* Augusta di Svetonio, 
era passata nello Speculum historiale di Vincenzo di Beauvais, difTonden- 
dosi nella cultura comune come esempio morale. 5. Pud venire . . . liberta: 
pu6 cadere nel secondo infortunio, di perdere la liberta. 6. Owiando.. . 
fare: preparando tin riparo a queste evenienze, cioe, affinche possano 
sopportar questa sorte. 



38 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

ne* riguardargli molto mentre che sono fanciulli: perocche dilicato 
fanciullo stenta grande, e non invecchia. 1 Dormire alcuna volta 
vestito, una volta la settimana in sul lettuccio, quando in sulla 
cassa a sedere, colle finestre aperte; avezzarlo a digiunare, non 
sempre ber vino; e dicendo in conclusione: trattarlo piccolo come 
fusse figliuolo d'uno lavoratore dalla villa; i quali diventono grassi, 
sono forti, appariscon begli, vivono sani, non hanno posa s e 
quasi invecchiano tutti. Credi che tal natura cavan piu dalla culla 
che dal corpo della madre, nel quale tutti stanno fra simile letame 
e con simile caldezza; ben ne serbono per ci6 qualche cosellina, 
ma tosto si pu6 mutare col latte e nelle fasce. Cosl si debbono avez- 
zare a correre, sudare, vegghiare; ma tutto con discrezione, co- 
minciando e crescendo di grado in grado. 

Rimediando alia miseria terza 3 alia qual pu6 venire, si vuol 
fare di buona bocca si che mangi d'ogni cosa, e non per ogni 
sua schifita rimutare vivanda. Usarlo alle cose amare non pericolo- 
se, le quali piu tosto domanderanno vedendole usare in casa che 
riceveranno per comandamento : 6 tale eta ritrosa, e volentieri con- 
traddice. Le amare cose con che usar si possono, sono mandorle di 
pesche, insalatuzza di marrobbio 4 e erbe forti, frittelle e simili 
coselline, a voi piu note non sono a me. Non dico questo perch6 
poi tolga volentieri e con pazienza, essendo infermo, le medicine 
daranno i medici, ma perch6 s'avezzi mangiare di quel che non gli 
piace; e allo 'nfermo nulla piace se non cose contrarie, e per6 chi 
& schifo sano convien che stenti infermo. Cosl si vuole usare al- 
cuna volta sanza regola a certe medicinuzze, 5 non pericolose, pur- 
gative, sicchS poi quando sara il bisogno non le rifiuti. Giovera 
non gh' fare troppi compianti quando un poco & infermuzzo, accib 
che a buona ora cominci vestirsi della pazienza santa. Se inferma 
quando 6 fanciullo d'otto anni e piu, fallo confessare e domandare 
i sacramenti, bench6 non ne sia capace; 6 e insino non si confessa 
sieli aspretta, 7 acci6 impari far cosl quando sara maggiore, 8 e 
non indugi quando piu non si pu6. 9 Impari nella infermita rin- 

i. non invecckia: muore giovane. 2. non hanno posa: non riposano maL 
3. miseria terza: 1'infermita. 4. marrobbio: erba apiola. 5. Cosl . . . medi~ 
cinuzze: & bene abituarlo talvolta a certe medicine. 6. benM . . . capace: 
benche" non sia ancora in eta da ricevere i sacramenti della confcssione 
e della comunione. 7. sieli aspretta: sii alquanto aspra verso di lui. 

8. acrid . . . maggiore: affinche" si abitui a ricevere i sacramenti da grande. 

9. quando . . .pud: quando gli vengono meno le forze in punto di morte. 



GIOVANNI DOMINICI 39 

graziare Dio, chiamare lui e gli altri santi, cantare se sa o puo, 
e non ramaricarsi. Dilettisi de* suoi compagnuzzi che gli desti 
dipinti quand'era nelle fasce, come di sopra, circa il principio di 
questa risposta, scrissi; e questo gli bisogna piii fare da grande che 
essendo pargoletto, e non puo 1 dalFantico serpente esser tentato. 
Ma nel punto della morte degli adulti apparisce a tutti e tenta 
quanto sa; 2 prima contra la fe, accio si neghi Cristo Dio dolce 
sposo, rappresentando intorno a cio molti inganni e sofisterie. 
Non potendo vincere per tal via, si sforza recare Panima a dispe- 
razione, ponendole davanti tutti i peccati suoi con piu gravezza 
non bisogna, e la iustizia di Dio, dovunque in se e in altri la puo 
mostrare, aspra, sanza misericordia. E se 1'anima si trovasse sola, 
sarebbe a mal partito; pero stanno bene, d'intorno allo 'nfermo 
grave, persone spirituali che orino, dicano salmi, inni e cantici 
spirituali con divine laude, dove di mondo non si parli. A questo 
ancora rimediare 3 si danno nelP ultimo della vita, ma in buon cono- 
scimento, il Corpo di messer lesu, e la estrema unzione detta POlio 
santo. Molto aiuta contro a tal duello avere seco de' santi di para- 
diso, e grandi e assai; i quali a tal passo s'invitano facendo loro 
nella vita singular divozione o di cotidiana memoria a mattutino 
e a vespro o altro che piu viene in acconcio ; dico per quelle che 
non sanno lettere. II primo adiutorio e sicuro padre e Iddio, e 
spezialmente il verbo incarnate il quale lo sconfisse 4 morendo per 
noi. II secondo sara esso gonfalone della Croce santa, nel cospetto 
del quale cade qualunque infernale potenza. E questo sia conti- 
nuo nelle mani o dinanzi alia faccia dello infermo grave; e meglio 
sta nel cuore. II terzo rifugio e la gloriosa Vergine Maria, alia quale 
e data la potenza schiacci il capo e tutto suo potere al tentatore, 
e massimamente quando cosi percuote nel fine della vita; come in- 
tese lo Spirito Santo, quando disse nel principio del mondo al 
maladetto serpente: ccipsa conteret caput tuum, et tu insidiaberis 
calcaneo illius; s cio& al fine. 6 A questi tre 7 fa ogni di e insegna 
fare speziale reverenza e orazione: o dicendo Fufficio della sa- 
pienza per lesu, della Croce alia Croce, e della Madonna per 

i. e non pud: e mentre non pu6. 2. apparisce . . . sa: soggetto e il serpente. 
3. A questo . . .rimediare: per rimediare anche a questo. 4. lo sconfisse: 
sconfisse il serpente. 5. essa schiaccera il tuo capo e tu insidierai il suo 
calcagno, Gen., 3, 15. 6, al fine: al termine della vita. 7. questi tre: 
Gesu, la Croce e Maria. 



40 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

lei; o altre orazioni e invenie 1 come si potra. Aggiugni a questi tutti 
i Santi tuoi divoti; e se ne vuogli onorare in poco tempo gran 
brigata, i quali sono stati presti alia morte de j divoti loro, 2 fa me- 
moria ogni di de' santi Innocenti, 3 di santo Maurizio co' compagni 
suoi, 4 e di santa Orsola con la dolce turba sua. 5 E non sapcndo 
altro fare, o non potendo, di' ogni dl le letanie con divozione; 
nelle quali si chiamano tutti questi e altri. E cosi vivendo con la 
tua famiglia, non dimenticando quella memoria degli Angeli 
santi, ma 6 sia prima, dopo la Vergine Maria, di certo te ne andrai 
con essi alia gloria eterna. Amen Deo gratias. 



i. orazioni e invenie: orazioni e atti di umilta religiosa. 2. sono . . . loro: 
sono pronti ad aiutare i loro devoti, in punto di morte. 3. santi Innocenti: 
i fanciulli sterminati da Erode. 4. santo Maurizio . . . suoi: san Mau- 
rizio martire comandava la legione tebana, composta di pKi di diecimila 
soldati, tutti cristiani, distrutta da Massimiano alia fine del III secolo. 
5. di santa . . . sua: cfr. nota i a p. 26. 6. ma: e. 



SAN BERNARDINO DA SIENA 



SAN BERNARDINO nacque nel 1380 a Massa Marittima, da Bertol- 
do degli Albizzeschi, di nobile famiglia senose, e a Siena, rimasto 
orfano, visse dagli undid anni in poi. Studio intensamente lettere, 
filosofia, teologia e le Sacre Scritture, e si fece frate minore nel 
1402. Dopo un periodo di ritiro e di studi, comincio, nel 1417, la 
sua grande missione di predicatore, cercando di conoscere a fon- 
do gli usi, i costumi, i vizi e le virtu degli abitanti dei paesi dove 
predicava. Le teorie cristocentrice, scotistiche, delPOrdine fran- 
cescano, die mettevano in rilievo Pumanita di Cristo, gli fecero 
sentire profondamente il bisogno di onorare Gesu: distribuiva 
tavolette scolpite e dipinte col monogramma di Cristo, e i portali 
delle case, dopo la sua predicazione, si ornavano dello stesso mo- 
nogramma, di marmo, o di terra cotta. Cosi egli si valeva di quel no- 
me come di un mistico simbolo, oggetto anch'esso di culto. Per 
questo, san Bernardino fu due volte accusato di eresia e per due 
volte, nel 1427 da papa Martino V e nel 1432 da papa Eugenio IV, 
fu liberato di ogni accusa dopo un contrastato processo. Porto 
la sua parola per gran parte delFItalia, da Milano ad Alessandria, 
da Genova a Bergamo, da Mantova a Ferrara, da Piacenza a Pe- 
rugia, da Urbino alPAquila, intervenendo con discrezione nella 
vita pubblica delle citta, polemizzando contro gli odi di parte, e 
citando ad esempio Venezia. Oltre ai roghi di vanitd, die arsero 
a Firenze e a Siena, piu durevole testimonianza del suo passaggio 
furono le Riformagioni di frate Bernardino a Firenze, gli Statuta 
sancti Bernardini a Perugia, e le Riformagioni senesi. I problemi 
della vita quotidiana, i rapporti economici, la lotta contro Pusura, 
Finteresse per particolari istituzioni contrattuali come la soccida, 
impegnarono il Santo nella difesa e nella salvaguardia del buon 
ordine, nelle inquiete borghesie comunali del Quattrocento. Gli 
furono amici uomini illustri e potenti: Fimperatore Sigismondo, 
scendendo da Siena a Roma, lo voile accanto a se; il pio umanista 
Ambrogio Traversari lo seguiva con affettuoso interesse; Vespa- 
siano da Bisticci ne esaltava la vita operosa; e Leonardo Bruni, 
in una sua lettera, lo ringrazia delle prediche, celesti conviti die 
non danno sazieta. Nominato Vicario Generate delFOsservanza 
Francescana nel 1438, riusci, se non a sanare, ad attenuare Faspro 



42 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

dissidio tra i Conventual! e gii Osservanti; ma nel 1442 ottenne 
di lasciare questa carica e di ritornare alle sue amate peregrinazioni. 
Dopo un periodo di raccoglimento alia Capriola, convento del- 
P Osservanza vicino a Siena, dove termino di scrivere i sermoni la- 
tini, e dopo aver ancora predicato a Siena, passo nel reame di 
Napoli, dove mori, alFAquila, il 20 maggio del 1444. Sei anni 
dopo la sua morte, papa Niccol6 V lo canonizz6. 

La sua cultura era prevalentemente teologica e medievale; co- 
nosceva gli scrittori volgari e talvolta citava versi della Divina 
commedia\ parlava con rispetto, ma con accorato rimprovero, del 
Boccaccio. Nella sua mente e nei suoi procedimenti letterari, 
segue le teorie e il sistema di una scolastica ravvivata per6 dalla 
grande corrente scotistica e dai fermenti francescani: Ubertino 
da Casale, col suo Arbor vitae crudfiocae lesu, fu uno dei suoi 
autori. Le prediche di san Bernardino hanno sostegno e riparti- 
zione scolastica; si appoggiano a un testo sacro, commentato, 
allegorizzato e distinto nei suoi elementi morali, con una serie 
minuziosa di dimostrazioni. Sono animate tuttavia, secondo Pim- 
pulso francescano, da uno spirito colto e popolare insieme, e si 
aggirano sugli argomenti piu vari, dalla esaltazione di Maria al 
significato di una buona predicazione, dalle invettive contro la 
sodomia, contro Pusura, contro il lusso delle donne, contro le 
division! di parte, agli ammonimenti sul reggimento degli Stati, 
sulla giustizia umana e sulPamor coniugale. 

Le quarantacinque prediche senesi sono, a giudizio comune, le 
piu belle; anche perche piu attento e fedele & stato il tachigrafo, 
Benedetto di maestro Bartolomeo, cimatore di panni, die ce le 
ha conservate. Gli esempi edificanti e gli apologhi, piu abbondanti 
nelle prediche senesi che non nelle fiorentine, non sono caratte- 
ristica esclusiva di san Bernardino, ma derivano da una tradizio- 
ne oramai radicata. 

Le sue prediche sono precedute dai Sermones, nei quali egli 
organizzava, in latino, quella materia predicabile: il calore e il 
fervore della parola, la varieta delle occasioni, Pattenzione sempre 
tesa verso il pubblico, animano e rinnovano gli schemi e la strut- 
tura prestabilita. I suoi apologhi, nella loro apparente ingemiita, 
sono sorretti da una forza imperiosa e continua, che si richiama 
a un'esperienza quotidiana vivace ed evidente, per costringere 
e persuadere: un insistente e tenace ammiccare, una pertinace 



SAN BERNARDINO DA SIENA 43 

preoccupazione degli effetti psicologici, si manifestano stilisti- 
camente nelle ripetizioni, nei cambiamenti improwisi di soggetto e 
in un accorto commisurare la brevita deU'esempio con la brevita 
del ritmo del dialogo tra il predicatore e il pubblico. 

Correvano tra le mani dei predicatori non soltanto sermoni esem- 
plari, ma anche elenchi di apologhi, favole, aneddoti, che giovas- 
sero a colorire la parola sacra: erano celebri e usatissimi VAlpha- 
betum narrationis, attribuito, pare a torto, a Stefano di Besancon, 
e la Summa praedicantium del domenicano inglese Giovanni de 
Bromyard, arnbedue del secolo XIV. Un grande modello era 
stato, in questo senso, il celebre predicatore francese lacopo da 
Vitry (1180-1240), che per primo aveva, con intensa e calcolata 
abbondanza, largheggiato in questi esempi. 

San Bernardino non nasconde al suo pubblico di valersi spesso 
di esempi di testi tradizionali : il racconto della vedova romana 
corrisponde alia novella LIV dell'edizione giuntina del Novellino; 
Fapparizione di frate Ruffino e tratta dal xxix fioretto di san Fran- 
cesco; il capitolo degli animali corrisponde a uno dei Conies mo- 
ralises di Nicola Bozon, frate minore inglese del 1200; la novella 
di Ghino di Tacco trova riscontro nella n della giornata x del De- 
camerone] la parabola del monachetto, del monaco e dell'asino, 
si trova iLtlYAlphabetum narrationis e nel Contemptm sublimitatis, 
raccolta del secolo XIII; i racconti vni, xv, xvi, exix, si trovano 
tra gli Exempla di lacopo da Vitry. 



Gia alia fine del 1400 erano stati pubblicati i sermoni di san Bernardino, 
ma soltanto nel 1591, a Venezia, appaiono le Opera omnia latine, che fu- 
rono poi ristampate a Parigi nel 1636, a Lione nel 1650 a cura del frate 
minore francese De La Haye, a Venezia nel 1745. Delle sue opere latine, 
in parte ancora inedite, da un elenco critico distinguendo le spurie, le 
incerte, le accertate, le edite e le inedite, la voce a lui dedicata nella 
Enciclopedia cattolica . 

I Francescani di Quaracchi hanno iniziato la pubblicazione critica di 
tutte le opere di san Bernardino da Siena: Sancti Bernardini senensis 
opera omnia, Quadragesimale de Cristiana religione, Quaracchi 1950, i-n. 
(cfr. La Civilta Cattolica del 4 agosto 1951). Tra le opere latine piii 
important! si ricordano il Quadragesimale De Christiana religione, il Qua- 
dragesimale De Evangelio Aeterno, il Tractatus De vita Christiana, il Tracta- 
tus De Beata Virgine > il Tractatus de beatitudinibus aevangelicis, il Tractatus 
de Spiritu Sancto et De inspirationibus, i Sermones de tempore, Extraordina- 



44 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

rii et de Sancto Joseph. Tutte le prediche ci sono giunte riportate, anche il 
famoso Quaresimale, detto il Seraphim, predicate a Padova nel 1423. 
Oltre alle Operette volgari inedite, pubblicate a Firenze nel 1938 da 
Domenico Pacetti, le opere volgari di san Bernardino da Siena sono 
apparse nelle seguenti edizioni: LUCIANO BANCHI, Le prediche volgari 
di San Bernardino da Siena, dette nella Piazza del Campo Vanno 1427 
ora primamente edite, Siena 1880; SAN BERNARDINO DA SIENA, Le prediche 
volgari, edite dal padre Giro Cannarozzi, Pistoia 1934, xi-ii. La raccolta 
del Cannarozzi contiene il Quaresimale tenuto nel 1424 nella chiesa di 
Santa Croce in Firenze. Cfr. anche le Prediche volgari inedite di San Ber- 
nardino da Siena, Firenze, 1424-25, a cura di Dionisio Sacetti, Siena 1935, 
antologia delle prediche senesi e fiorentine; SAN BERNARDINO DA SIENA, 
Le prediche volgari, a cura di Piero Bargcllini, Milano-Roma, Rizzoli, 
1936, che e una ristampa dell'edizione delle prediche senesi del Banchi. 
Nel 1868, nella novantasettesima dispensa della Scelta di curiositd lette- 
rarie inedite e rare dal secolo XIII al XVII, pubblicate a Bologna presso 
Gaetano Romagnoli, Francesco Zambrini raccoglieva Novelletle, esempi 
morali e apologhi di san Bernardino da Siena, tratti dalle quarantacinque 
prediche senesi di cui allora erano edite solo le dieci pubblicate dal Miln- 
nesi nel 1833. Seguiamo la scelta dello Zambrini, ma sul testo del Banchi, 
che e stato ripubblicato dal Bargellini. 

Su san Bernardino da Siena cfr.: VITTORIO FACCHINETTI, Bolleituw 
bibliografico in Aevum, 4, 1930, p. 319; A. G. FERRERS HOWELL, Saint 
Bernardin of Siena, London 1913; KARL HEFELE, Der heilige Bernardin von 
Siena und die Franziskanische Wanderpredigt in Italien wahrend des XV 
jfahrhunderts, Freiburg im Breisgau 1912; MASSIMO BONTEMPELLI, San 
Bernardino da Siena, Genova, Formiggini, 1914; VITTORIO FACCHINETTI, 
San Bernardino da Siena, Milano 1933; PIERO BARGELLINI, San Bernar- 
dino da Siena, Brescia 1933; THUREAU DANGIN, Un predicates populaire 
dans Vltalie de la Renaissance, Paris 1896, tradotto in italiano da monsi- 
gnor Teiemaco Barbetti, Siena 1897; LUIGI PETROCCHI, Un grande ora- 
tor e del Rinascimento, Citta di Castello 1917; F. D'ALESSIO, Storia di san 
Bernardino e del suo tempo, Mondovl 1899. Fondamentale e la raccolta di 
saggi su tutti gli aspetti della figura e deH'opera bernardiniana, nclle pub- 
blicazioni deH'Universita Cattolica del Sacro Cuore, Nuova scric, 6, 
Milano 1945, SAN BERNARDINO DA SIENA, Saggi e ricerche pubblicate nel V 
centenario della morte. Cfr. anche il Bullettino di studi Bernardiniani , 
Siena 1938; cfr. poi ALFREDO GALLETTI, L'eloquenza, Storia dd generi 
letterari, Milano, Vallardi, 1938; LEOPOLDO MARENCO, L'oratoria sacra 
italiana del Medio Evo, Savona 1900; LUDWIG PASTOR, Storia del Papi t 
Roma 1910; LETTERIO DI FRANCIA, Novellistica, Storia dei generi letterari \ 
Milano, Vallardi, 1924, i, pp. 413-16; ERNST WALSER, Poggius Florentinus, 
Leipzig-Berlin 1914. 

Per il valore artistico delle prediche volgari, cfr. RAFFAELE SPONGANO, 
Antologia della letteratura italiana, Milano, Principato, 1940, I, p. 460. 
Per le caratteristiche della lingua senese, e sempre utile il Vocabolario 
cateriniano di Girolamo Gigli. 



DALLE PREDICHE SENESI 



[Prediche chiare e comprensibili.] x 

Elli fu un frate di nostro Ordine, il quale fu valentissimo in pre- 
dicazione, e diceva tanto sottile, tanto sottile, che era una mara- 
viglia; piu sottile che il filato delle vostre figliuole. E questo frate 
aveva uno fratello opposite a lui; tanto grosso, di quelli grosso- 
lani, che era una confusione, tanto era grosso; el quale andava a 
udire le prediche di questo suo fratello. Awenne che, una volta 
fra Faltre, avendo udita la predica di questo suo fratello, elli si 
misse un di in uno cerchio degli altri frati, e disse: O voi, 
fuste voi stamane alia predica del mio fratello, che disse cosi no- 
bile cosa? Costoro li dissero: - che disse? O! elli disse le piu 
nobili cose che voi udiste mai. Ma dici di quello che elli disse. 
E elli: Disse le piu nobili cose di cielo, piu che tu Pudisti. Elli 
disse . . . doh, 2 perche non vi veniste voi? che mai non credo che 
elli dicesse le piu nobili cose! Doh, dicci di quello che elli 
disse. E costui pure : Doh, voi avete perduta la piu bella 
predica che voi poteste mai udire! Infme avendo costui detto 
molte volte in questo modo, pure e' disse: Elli parlo pure le piu 
alte cose e le piu nobili cose che io mai udisse! Elli parlo tanto 
alto, che io none intesi nulla, Or costui era di quelli, tu mi 
intendi! Io dico che a voi bisogna dire e predicare la dottrina di 
Cristo per modo che ognuno la intenda; e pero dico: Declaratio 
sermonum tuorum. 3 Elli bisogna che il nostro dire sia inteso. 
Sai come? Dirlo chiarozzo chiarozzo, acci6 che chi ode, ne vada 
contento e illuminate, e none imbarbagliato. 4 



i. SAN BERNARDINO DA SIENA, Le prediche volgari, a cura di Piero Bargel- 
lini, Milano-Roma, Rizzoli, 1936. Dalla predica in, p. 76, che tratta del 
compiti di chi predica e di chi ascolta. 2. doh: esclamazione senese equi- 
valente a deh! t che ricorre di frequente in queste prediche: si trova anche 
in santa Caterina da Siena. 3. Cfr. Psalm., 118, 4. none imbarbagliato: 
chiarezza nel tuo dire: non abbagliato, cioe non colpito da luce troppo 
viva, che rende impossibile il distinguere chiaramente. 



46 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

II 

[Ascoltar con pazienza la parola di Dio.] 1 

Elli fu uno santo padre, il quale abitando cosi in una celletta po- 
varetta in una selva, aveva con seco uno suo rornitello, el quale 
non teneva a mente nulla che elli udisse a suo amaestramento; e 
per quello non andava a udire n6 predica ne nulla. E dicendo costui 
a questo santo padre la cagione perche* non andava alia predica, 
elli disse: lo non tengo a mente nulla. Allora questo santo 
padre disse: Piglia cotesta padelletta. Aveva cosi una padel- 
letta per cuociare il pesce; e disse: Fa bollire quest' acqua, e 
quando 1'acqua bolle dice mettene uno bicchiere in questa pa- 
delletta che e tutta onta. 2 Colui cosi fece. Va versala fuore 
senza strefinare 3 nulla. E cosi fece, e disse: Or mira ora, se 
ella e cosi onta come era in prima ? Disse che era meno onta. 
Elli disse: Mettevene anco un'altra volta, e versala fuore. 
Elli il fece. Anco era phi netta. E cosi il fece fare parecchie volte: 
ogni volta era piu netta. E poi li disse: Tu dici che non tieni a 
mente nulla! Sai perche*? Perche" tu hai la tua mente onta, come 
aveva la padella. Va' e mettevi delPacqua, e subito vedrai se la 
mente si purificara. Mettevene anco piu, anco sara piti netta; e 
quante piu volte udirai la parola di Dio, piu si nettara la mente tua, 
e tanto potrai udire la parola di Dio, che la mente tua sara tutta 
netta e purificata senza nulla bruttura. 

ill 
[II santo, il monachetto e Fasino.]* 

Elli fu uno santo padre, el quale essendo ben pratico delle cose 
del mondo, e avendo sguardato 5 che in esso non si poteva vivare 6 
per niuno modo contra chi voleva detrarre, 7 elli disse a uno suo 
monachetto : Figliuolo, viene con meco e tolle 8 el nostro asi- 
nello. El monachetto ubidiente tolse Pasino, e montavi su, 9 e '1 

i. SAN BERNARDINO, op. tit., p. 116, dalla predica iv, che tratta dei modi 
per lasciare il male e fare il bene. z. onta: unta. 3. strefinare: strofinare. 
4, SAN BERNARDINO, op. at., p. 164, dalla predica vu contro la maldi- 
cenza. 5. sguardato: osservato. 6. vwarei per <cvivere, a per e dinanzi 
a r t secondo 1'uso senese; cfr. piu sotto essare. 7. detrarre: sparlare. 
8. tolle: piglia. 9. e montavi su: soggetto sottinteso, il santo padre. 



SAN BERNARDINO DA SIENA 47 

fanciulletto andava dietro al santo padre a piei; 1 e passando fralla 
gente, elli era in uno luogo molto fango. Uno parla e dice: Doh! 
guarda colui quanta crudelta ha quello 2 monacuccio che e a piei 
e lassalo andare fra tanto fango, e elli va a cavallo! Come costui 
udi questa parola, subito ne scese, e come egli n'e scieso, e elli vi 
pose su il fanciullo; e andando poco piu oltre, elli andava toc- 
cando Pasino 3 dietro per questo fango. E un altro dire: Doh! 
guarda stranezza d'uomo, che ha la bestia et e vecchio e va a piei, 
e lassa andare a cavallo quello fanciulletto, che non si currebe 
della fadiga 4 ne del fango. Credi che sia pazzia la sua! e anco 
potrebbero andare amenduni 5 in su quelPasino, se volessero, e 
farebero il meglio. Viene questo santo padre e vi monta su anco 
lui. E cosi andando piu oltre, e elli fu uno che disse : Doh! 
guarda coloro che hanno un asinello, e amenduni vi so' saliti su! 
Credi che abbino poco caro quelP asinello, che non sarebe gran 
fatto che elli si scorticasse! Anco udendo questo il santo padre, 
subito ne scese, e fecene scendere '1 fanciulletto, e vanno a piei 
dietro ognuno, dicendo : Arri la. E poco dopo andaro oltre, e 
un altro dice: Doh! guarda che pazzia e questa di costoro, che 
hanno Fasino e vanno a piei in tanto fango! Avendo veduto que- 
sto santo padre che in niuno modo si poteva vivare, che la gente non 
mormon, disse al monachetto : Oltre, 6 torniamo a casa. E 
essendo alia cella, disse il santo padre: Vien qua, figliuolo mio; 
hai tu posto mente alia novella delPasino? Dice il monachetto: 
O di che? O non hai tu veduto che in ogni modo che noi sia- 
mo andati, n'e stato detto male? Se io andai a cavallo e tu a piei, 
elli 7 ne fu detto male, e che, perche tu eri fanciullo, io vi dovevo 
ponare 8 te. Io ne scesi e posivi te, e un altro ne disse anco male, 
essendo su tu, dicendo, che io ch'ero vecchio vi dovevo salire, e 
tu che eri giovano, andare a piei. Anco vi salimo poi amenduni, e tu 
sai che anco ne dissero male, e che noi savamo 9 crudeli dell' asi- 
nello 10 per Io troppo carico. Anco poi ne scendemo ognuno, e sai 
che anco ne fu detto male, che la nostra era pazzia andare a piei e 

i. piei: piedi: senesismo. Si trova anche in santa Caterina. 2. ha quello: 
ha contro quello. 3. toccando Vasino: per incitarlo. 4. che non . . .fadiga: 
che non si curerebbe della fatica. 5. amenduni: ambedue. 6. Oltre: sene- 
sismo per dire: Basta! Avanti! L/adopera spesso san Bernardino, a chmsa 
di un argomento. 7. elli: ne fu detto male. Elli } cioe egli, e il soggetto 
astratto deirimpersonale. 8. ponare: porre. 9. savamo: eravamo. io. cru- 
deli deir asinello: crudeli contro 1'asinello. 



48 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

avere 1'asino. E pero, figliolo mio, impara questo che io ti diro: 
sappi che chi sta nel mondo facendo quanto bene egli puo fare, e 
ingegnisi di farne quanto a lui e possibile, non si puo fare che non 
sia detto mal di lui. E pero, figliuol mio, fatti beffe di lui 1 e nol 
curare, e non avere voglia d'essare 2 con lui, che in ogni modo che 
con lui si sta, sempre si perde, e da lui non esce se non peccato ; 
e pero fatti beffe di lui, e fa' sempre bene, e lassa dire chi vuol dire, 
o male o bene che e' dicano. 



IV 

[Lascia dire il mondo.} 3 

Hai anco un altro essemplo d'una savia e buona matrona di Roma, 
la quale essendo rimasta vedova e giovana 4 e ricca, avendo fermo 
il pensiero non voler mai disonestare 5 el corpo suo, e pure, perche 
ella era giovana e bella, temeva, dicendo con seco : Io non so se 
io mi potro stare vedova. E da se medesima faceva ragione 6 
e diceva: Doh! se io piglio marito, che si dira di me? Egli si dira 
che io non sia potuta stare senza. E pure desiderando nelPanimo 
suo di pigliar marito, volse prima provare la fantasia del popolo, 
e tenne questo modo. Ella fece scorticare un cavallo, e disse a uno 
suo fameglio : Monta in su questo cavallo, e va' per tutta Roma, 
e pone mente a quello che si fa o si dice di questo cavallo. 
El fameglio, subito montato in sul cavallo, va per Roma. Beato 
colui che poteva corrire 7 a vedere questo cavallo scorticato! E 
cosi stato tutto di, la sera elli torn6 a casa. La donna domanda 
el fameglio: Che s'i detto di questo cavallo per Roma? Elli 
rispose: Doh! oh! tutta Roma corriva per vederlo questo ca- 
vallo, e ognuno diceva: Che maraviglia e questa? che pareva 
che fusse beato colui che '1 poteva vedere, tanta era la gente! 
Costei F altro di ne fece scorticare un altro, e diello pure a costui, 
dicendoli che facesse al modo che aveva detto di quell' altro. Si- 
milemente costui and6 per Roma cavalcando questo cavallo, e 
non tanta gente corriva a vedere, come F altro di aveva fatto all'al- 

i. di lui: del mondo. 2. essare: essere: senesismo gia notato. 3. SAN 
BERNARDINO, op. cit., ibidem, dalla stessa predica: e 1'esempio che sue- 
cede immediatamente al precedente. 4. giovana: giovane: senesismo. 
5. disonestare: contaminate, rendendo disonesto. 6. faceva ragione: ra- 
gionava. 7. corrire: correre. 



SAN BERNARDINO DA SIENA 49 

tro cavallo. E ritornato la sera, anco la donna el domanda 1 come 
era andato il fatto di questo cavallo, e quello che elli se ne diceva 
per Roma. Elli rispose: Madonna, poca gente e corsa a vederlo 
a rispetto che fu la gente d'ieri. Anco costei el di seguente ne 
fece scorticare un altro, e simile 3 mando questo fameglio per Roma 
nel propio modo. E andando per Rorna, non quasi persona andava 
a vedere questo cavallo. E tornato la sera a casa, ella el domanda: 

Che s'e detto per Roma di questo cavallo ? Elli rispose: 

Madonna, non quasi persona e venuta a vederlo, e poco di cio 
si parla. Allora costei disse in se medesima: O, io posso pigliar 
marito ; che se pure la gente vorra parlare di me, poco tempo par- 
leranno, che lor istancara : 3 da due o tre di in la non sara chi parli 
de' fatti miei. E come si penso, cosi fece: ella prese marito. E 
come Febbe preso, e la gente comincio a dire: Doh! la tale 
giovana ha preso marito : ella forse non poteva stare in tal modo. 
E questo basto due o tre di, e poi non si parlava di lei quasi nulla. 
E dico che costei fece molto bene. 

v 
[Ladro di notte e onesto di giorno.] 4 

Doh! io vi voglio dire quello che fu una volta qui a Siena. Elli 
si vendeva una volta la farina alle tina, 5 e uno ne voleva furare 
costa in sul Campo 6 di notte, e furavane e teneva questo modo. 
Elli si poneva una tasca su per le reni, e aveva una campanello, e 
andava cariponi, 7 e udendo quella campanella, pareva alia gente 
che elli fusse un porco di quelli di santo Antonio. 8 Elli apriva la 
tina, e tolleva della farina due e tre e quatro volte la notte, e cosi 
se ne veniva e andava a portarla alia casa. Avenne che, essendo 
stato preso uno ladro e menato alia giustizia, costui che furava ogni 
notte la farina, diceva: Elli merita mille forche! Io dico che elli 
si vuole affadigare 9 e fare come fo io. E mostrava i calli che elli 

i. anco . . . domanda: la donna gli domanda ancora. 2. simile: similrnente. 
3. lor istancara: stanchera loro. 4. SAN BEENARDINO, op. cit. y p. 212, 
dalla predica ix, anch'essa contro la maldicenza. 5. alle tina: dai tini. 
6. in sul Campo: sulla piazza del Campo, la maggiore di Siena. Cfr. Dante, 
Purg.., xi, 134. 7- cariponi: carponi. 8. pareva . . . Antonio: in Toscana, 
i maiali dei frati di sant 3 Antonio (sant* Antonio 1'eremita) giravano per le 
strade e nessuno osava disturbarli. Cfr. Dante, Par., xxix, 124. 9. qffa- 
digare: faticare. 



50 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

aveva nelle mani, i quali aveva fatti per andare caraponi. Or a 
costui si poteva dire: Forbeti il naso , J quando diceva cosi di 
colui. Simile si potrebbe dire cosl a una che sara stata una grandis- 
sima ribalda, la quale udira parlare d'una, a cui sara aposta 2 una 
infamia. Or costei si fara ben gagliarda a palesare quella infamia 
aposta, e dira: Elli si dice ... si dice . . . Che si dice? Che si 
Sai che ti dico? Va, forbeti il naso. 



VI 

[La volpe e il lupo.] 3 

Essendo una volta la volpe in una contrada dove essa faceva molto 
danno, e' le fu fatto uno lacciuolo cor 4 una gallina in sur un pozzo 
d'acqua. E venendo la volpe, vidde questa gallina: saglie su al poz- 
zo; 5 e egli era ordinato, 6 che come ella tocasse la gallina, ogni cosa 
cadesse nel pozzo. E cosl Tavenne. Come ella ciuff6 la gallina, 
subito cadde nel pozzo, e per non affogare, ella entr6 nella secchia, 
e ine 7 si stava. Avenne che '1 lupo passava, e vidde la volpe ca- 
duta giuso, e dissele: O che vuol dire questo, suoro 8 mia? O, 
tu se' si savia e maestra, come se* cosl male capitata? Dice la 
volpe: 0, io so* pura pura! 9 Ma tu sai che noi siamo d'una 
condizione, 10 cioe che tu e io viviamo di rapire: aitianci insieme, 
come noi doviamo: dohl io mi ti racomando che tu m'aiti di 
quello che tu puoi. Disse il lupo: Che vuoi ch'io facci? 
Dice la volpe: Entra in cotesta secchia vota, e viene quaggiu e 
aiutarami. Dice il lupo: Hai tu da mangiare nulla? Dice 
la volpe: Elli c'& una gallina. E egli, udendo questo, entr6 
nella secchia, e come elli vi fu dentro, subito per la gravezza 11 a 
un tratto egli and6 in giu, e la volpe che era nell'altra secchia and& 
in su. Dice il lupo alia volpe: O, o, o, o, tu te ne vai costassu? 
Che modi so' i tuoi? Ella disse: Oh, questo mondo k fatto 
a scale: chi le scende e chi le sale! 



i. Forbeti il naso: nettati il naso, cioe: bada alia tua colpa. 2. aposta: 
apposta, cioe attribuita. Cfr. Dante, Inf., xxiv, 139. 3. SAN BERNARDI- 
NO, op. tit., p. 276, dalla predica xin, sulle virtd dei giudici. 4. cor: con. 
5. saglie su al pozzo: sale sul pozzo. 6. era ordmato: era preparato in tal 
modo che ... 7. ine: 11. 8. suoro : sorella. 9. pura pura : semplice e inno- 
cente. io. (Tuna condisdone: d*una stessa condizione. 1 1. gravezza: peso. 



SAN BERNARDINO DA SIENA SI 

VII 

[Punizione e pentimento di un bestemmiatore.] I 

lo ti voglio dire quello che adivenne a Perugia. Fu uno il quale 
bastemio Idio in su la piazza.] e un altro udendolo, li die una boc- 
cata. 3 Subito colui che aveva ricevuta la boccata, ricognoscendosi 
che aveva detto male, disse a colui che gli avea data: Dammi Pal- 
tra , e volseli Paltra guancia. Sentendo il padre che questo suo 
figlio era stato battuto da colui, subito corse ine, e saputa la ca- 
gione, disse a colui che F aveva battuto, che anco ne li desse un'al- 
tra. Tutto questo fu per zelo di Dio. Dico che questo e di me- 
rito, 3 e anco merito colui che bastemio per la pazienza sua. 

VIII 

[Punizione di un bestemmiatore impenitente.}* 

Anco fu a Firenze alia porta del podesta, uno voleva andare al po- 
desta per una grazia; gionse alia porta. Colui che stava alia porta, 
non voleva aprire: pure infine tanto disse costui, che elli aperse 
bastemmiando Idio. Come elli ebe aperto, e colui avendo udita 
la bastemmia, subito prese questo portinaio, e dielli molte pugna 
e calci; e come 1'ebe cosi battuto, e elli si fugie via. Elli li fu man- 
dato dietro, e infine fu preso. Domandandolo il podesta: Per- 
che hai tu battuto questo mio portinaio? elli disse: lo venivo 
per parlarvi, che volevo domandarvi una grazia; e pregando e 
ripregando il vostro portinaio che m'aprisse, infine elli m' aperse 
bastemmiando Idio molto vitoperosamente. lo non potendo soffe- 
rire Foffesa di Dio, li del, 5 come voi avete potuto sapere e vedere, 
di molti calci e pugni. Allora il podesta udendo la cagione e il 
perch6 costui s'era mosso a darli, gli disse: Tu facesti molto 
bene. E poi il domand6 : Che grazia volevi tu da me ? 
Egli rispose: lo volevo la tal grazia. E egli disse: E io so' 
molto contento. E fugli perdonata la m<schia 6 che fece con 
colui, perch6 il fece per zelo di Dio. 

i. SAN BERNARDINO, op. cit., p. 318, dalla predica xv sulla superbia del 
peccatori. 2. boccata: colpo sulla bocca. 3. di merito: azione meritevole. 
4. SAN BERNARDINO, op. cit., p. 318 dalla predica precedentemente citata. 
Quest* esempio segue subito 1'altro. 5. li del: gli diedi. 6. meschia: rissa. 



52 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

IX 

\_Lupo non mangia lupo.] I 

El Hone udi una volta che i frati avevano fatto capitolo, laddove 
essi s'accusavano peccatori de' falli i quali ellino avevano com- 
messi, rendendosene in colpa. 2 Dice el Hone: 0, se i frati fanno 
capitolo di tutti loro dinanzi al loro magiore, io che so' il magiore 
di tutti gli animali della terra, e so' signore di tutti loro, debbo 
io essare peggio di loro? 3 E subito fece comandare il capitolo 4 
a tutti gli animaH, che venissero dinanzi a lui. E ragunandosi cosi, 
elli entr6 inunasedia; e comefu dentro, elli fa comandare che tutti 
si ponessero a sedere intorno a lui. E cosi sedendo, disse il Hone: 
Io non voglio che noi siamo peggio che gli altri in questo. Io 
voglio che noi facciamo capitolo come fanno i frati, laddove vo- 
glio che si dica ogni peccato e male che si fa; per6 che essendo io 
el magiore, voglio saperli. Io ho sentito che molti pericoli 5 so' 
stati fatti per voL 6 Io dico a chi tocca. E per6 voglio che ciascuno 
dica a me il peccato suo. Venite tutti a me a uno a uno accusarvi 
peccatori di quello che voi avete fatto. Egli fu detto all'asino 
che andasse prima; e 1'asino and6 oltre al Hone, e inginocchiossi e 
disse: Missere, misericordia! Dice il Hone: Che hai fatto, 
che hai fatto? dillo. Dice 1'asino: Missere, io so' d'un conta- 
dino, e talvolta egli mi carica e pommi la soma della paglia, e me- 
nami alia citta per venderla: elli & stato talvolta, 7 ch'io ne tollevo 
un boccone, mentre ch'io andavo, non avvedendosene il mio pa- 
drone: e cosi ho fatto alcuna volta. Allora, dice il Hone: O 
ladro, ladro, traditore, malvagio; non pensi tu quanto male tu hai 
fatto? E quando potrai tu restituire quello che valeva quello 8 che 
tu hai furato e mangiato ? E subito comandb che quest' asino 
fusse preso e fussegH dato una grande carica di bastonate; e cosi 
fu fatto. Doppo lui and6 la capra dinanzi al Hone, e similmente si 
pose ginocchioni, domandando misericordia. Dice il Hone: Che 
hai fatto tu? O di' il peccato tuo. La capra dice: Signore mio, 
io dico mia colpa, ch'io so' andata talvolta in cotali orti di donne 

i. SAN BERNARDINO, op. tit., p. 349, dalla predica xvn sopra il modo di 
reggere gli Stati. z. rendendosene in colpa: accusandosene colpevoli e 
pentendosene. 3. peggio di loro: inferiore a loro. 4. capitolo: adunanza. 
5. pericoli: danni. 6. per voi: da voi. 7. elli . . . talvolta: & accaduto 
che ... 8. quello: il corrispettivo. 



SAN BERNARDINO DA SIENA 53 

a far danno, e spezialmente in un orto cTuna vedova, la quale aveva 
un suo orticello, dove erano molte erbucce odorifare, petorsello, 
maiorana, serpollino 1 e anco del basilico ; e molte volte f eci danno 
di cotall cavoli, e anco di cotali arboscellini giovanelli; e tollevo 
le cime che erano piu tenare. E come io feci questo danno a costei, 
cosi anco ho fatto in molti orti; e talvolta feci danno per modo, che 
io non vi lassavo nulla di verde. Dice il lione: Doh! io mi 
so* abbattuto gia a due conscenze molto variate: 2 Tuna 1'ha tanto 
sottile, che e troppo; e 1'altro Fha troppo grossa, come fa el ladro 
dell'asino. Tu ti fai una grande conscienza 3 di mangiare queste 
tali erbucce? Eh! va in buon'ora; va, non te ne fare conscienza; 
doh! vattene alia pura, 4 come fo io. Non bisogna dire di questo 
peccato: egli e usanza delle capre di fare a questo modo. Tu 
dai una grande scusa, impero che tu se' inchinata a far questo. 
Va, va, ch'io t'assolvo, e non vi pensar piu. 

Dietro alia capra ando poi la volpe, e posesi in ginocchioni di- 
nanzi al lione. Dice il lione: Or di' i tuoi peccati; che hai tu fat- 
to? La volpe disse: Missere, io dico mia colpa, ch'io ho 
amazzate di molte galline e mangiatole, e talvolta so' entrata al 
pollaio ove albergano; e perche io ho veduto di non poterle agio- 
gnare, 5 ho fatto vista che la mia coda sia un bastone, e che io el 
voglia arrandellare, 6 e perche elleno hanno creduto che sia ba- 
stone, subito spaventate so' volate a terra, e allora io so' corsa fra 
loro, e quante ne ho potute giognare, tante n'ho amazzate ; e man- 
giavo quelle che io potevo, e 1'avanzo lassavo stare morte, benche 
talvolta io me ne portavo una o piu. Dice il lione: O, tu hai 
quanta conscienza! Vai in buon'ora, va: egli e naturale a te tutto 
questo che tu fai; io non te ne do gia niuna penitenza, e non te Io 
imputo gia in peccato: anco ti dico che tu facci valentemente nel 
modo che tu hai fatto, e non t'incresca se non di quelle che ri- 
mangono. E partita costei, v'ando poi il lupo, e disse: Signor 
mio, io so' andato talvolta a torno alia mandria delle pecore, 
vedendo com'ella sta. Tu sai che la rete e alta intorno intorno, e 
io ho posto mente il luogo dove e piu agevolmente io possa entrare; 
e come io ho trovato il luogo, e io so' andato per un legno, che io 

i. petorsello . . . serpollino: prezzemolo, maggiorana, timo. 2. variate: di- 
verse. 3. conscienza: scrupolo. 4. alia pura: con la coscienza pura. 
5. agidgnare: aggiungere, cioe raggiungere. 6. arrandellare: le voglia 
picchiare con un randello. 



54 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

pensi che sia grave 1 quant'una pecora, e provo come io possa en- 
trare e uscire con esso; e questo fo per non essare sopraggionto da' 
cani. E come io ho fatto questo, e io entro dentro, piano quanto io 
ho potuto, col peso del bastone; e subito ho ammazzate piii pecore 
ch'io non ho avuto bisogno, e sommene venuto cor una in collo. 
Dice il lione: O questa e 1'altra conscienza sottile! Sai che ti 
rispondo? Non te ne far mai conscienza di tali cose; va e fa ga- 
gliardamente da ora in la, senza pensiero niuno di me. E cosi 
partito il lupo, v'and6 la pecora; e and6 col capo basso, dicendo: 
Be, be. Dice il lione: Che hai fatto, madonna ipocrita? 
Ella risponde: Missere, io so* talvolta passata per le vie, al lato 
dove so* seminate le biade, e so' talvolta salita alia inacchia, e 
vedendo quell' erbuccine verdi e tenaruccie, io n'ho tolti cotali 
bocconcelli: non 1'ho gia cavate, ma holle svettate di sopra, sopra 
quello tenaruccio. Allora dice il lione: maladetta ladra, 
ladra traditrice, sicch6 tu hai fatto cotanto male! E vai dicendo 
sempre be, be, e rubbi in sulla strada! maladetta ladra, quanto 
male hai fatto! Oltre: datele di molte bastonate; tanto ne le date, 
che voi la rompiate tutta quanta, e fate che voi la teniate tre dl 
senza mangiare niuna cosa. 

Oh, e' c'fe quanto sale in questa novella! H&mi inteso? 2 Corbo 
con corbo non si cava mai occhio. A proposito: quando sara uno 
gattivo lupo o volpe che fara una cosa, cuopre, cuopre che non si 
vegga, sai, come la gatta. Ma se & la pecoruccia o la capra, cio& 
la vedova, o il pupillo o un povaretto che dica o faccia una piccola 
cosa; amazza, amazza, e' si vorrebbe fare. 3 E cosi & rubato per mo- 
do, che non gli rimane nulla. Lupo e lupo non si mangiano in- 
sieme, ma mangiano Paltrui carni. E per6 vi dico : o tu che reggi, 
non bastonare 1'asino e la pecora per una piccola cosa, e non 
commendare il lupo e la volpe per Io fallo grande. Che debbi 
fare? T6mpara 4 il liuto con discrezione, discernendo difetto da 
difetto. 



I. grave: pesante. 2. Ham inteso?: mi hai compreso? 3. c? si vorrebbe 
fare: vorrebbe fare a chi pifc anunazza. 4. Tempara: raffrena e correggi. 



SAN BERNARDINO DA SIENA 55 

X 

[Piuttosto vedova die sposata per la dote.] I 

Doh! lo te ne voglio dire uno essemplo, il quale il pone santo 
Gregorio. 2 Dice che fu una donna, la quale era rimasta vedova e era 
ricca, e cosl visse piu tempo. Ella era savia, giovane, buona, bella 
e ricca. Essendole detto: Doh! perch6 non pigli tu marito? 
Ella rispondeva: lo non trovo niuno che non ami piu la mia 
robba, che me: io non mi voglio dare a niuno di questi tali. Ma 
s'io mi maritar6, mai io mi dar6 a uno che ami me per avere la 
robba mia; e per questo solo io non mi so' maritata. Or vede 
come va la cosa, quando una si marita, e colui la piglia per avere 
la robba. Hai avuta la sua robba senza altra bonta o virtu. Si. 
Come ella giogne a casa del marito, la prima cosa che le e detto, si 
e: Tu sia la mal venuta; e se non 1'e detto colle parole, si 
le e detto co* fatti; imperocch6 costui non ha avuto il pensiero, 
se non d'avere le dote. 

XI 

[Ignoranza profanatrice.] 3 

Elli furo due preti, i quali parlandosi insieme disse 1'uno all' altro: 
Come did tu le parole della consecrazione del corpo di Cristo ? 
Colui rispose e disse: Io dico: Hoc est corpus meum. 4 
Allora dicendo 1'uno airaltro: Tu non dici bene. Anco tu 
non dici bene e stando in questa questione, sopraggionse un 
altro prete, al quale costoro gli dicono questo fatto. E '1 prete lo' 5 
disse: N6 Tuno n6 1' altro di voi dice bene, imperocch6 si vuole 
dire: Hoc est corpusso meusso; 6 dimostrando lo* : Tu vedi che 
egli dice corpusso, e per6 vuol dire meusso\ e per6 da ora in la non 
dite altrimenti che cosi: Hoc est corpusso meusso. Costoro 
non rimanendo d'acordo al detto di costui, deliberaro di doman- 
darne a un piovano che stava presso a loro, e deliberati andarono 

i. SAN BERNABDINO, op. cit., p. 396, dalla predica xix sull'amore coniug-ale. 
2,. uno essemplo . . . Gregorio: i dialoghi di san Gregorio Magno, pieni di 
esempi edificanti, erano spesso citati dai predicatori. 3. SAN BERNARDI- 
NO, op. dt. t p. 425, dalla predica xx sulPamore coniugale, 4. la frase 
liturgica della consacrazione, ed e esatta. 5. Zo*: loro: ben noto sene- 
sismo. 6. evidente qui la deformazione secondo la pronuncia toscana. 



56 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

a questo piovano, e poserli il caso. E il piovano vi rispose e disse: 
O che bisogna tante cose, quanto che io me ne vo alia pura? 
lo vi dico su una Avemaria. Ora ti domando a te: so* scusati 
costoro? Non vedi tu che ellino fanno adorare per Iddio uno pezzo 
di pane ? Certo ciascuno di costoro fa peccato mortalissimo, per6 
che ellino debban fare con quelli modi e con quello ordine che ha 
ordinato lesu Cristo a la santa Chiesa. Anco ti dico che d'ogni 
cosa che altri fa, deve sapere cio che bisogna intorno a essa. 

XII 

[Madonna schifailpoco.Y 

Doh! io ti voglio dire quello che intervenne una volta a Siena. Elli 
fu una madonna Saragia, la quale era molto ghiotta delle saragie 2 
marchiane; 3 la quale aveva una vigna, sai, costi fuore verso Mu- 
nistero. 4 E venendo cola di maggio il mezzaiuolo 5 a Siena, dice 
madonna Saragia a costui: non e anco delle saragie alia vi- 
gna? Dice il mezzaiuolo: O io aspettavo che elleno fusseno 
un poco piu mature. Ella disse: Fa che sabato tu me n'arechi, 
altrementi non ci arivare. 6 Egli ne le promise. El sabato elli ne 
tolse 7 uno panerotto, e impiello di saragie, e viensene a Siena, 
e portalo a madonna Saragia. Come ella il vide, ella li fece una festa, 
e piglia questo paniere. Tu sia el molto ben venuto! Oh quanto 
ben facesti! E vassene in camara con questo paniere, e comin- 
cia a mangiare di queste saragie a manciate. Elleno erano belle e 
grosse; erano saragie marchiane. Infine ella ne fece una corpac- 
ciata. 8 Tornando el marito a desinare, la donna rec6 a tavola una 
canestrella di queste saragie, e diceli : Elli ci e venuto il mez- 
zaiuolo, e haci recato parecchie saragie. E come ebbero desi- 
nato, ella rec6 queste saragie, e cominciaro a mangiare, presente il 
mezzaiuolo. Ella mangiando di queste saragie, pigliava la saragia 
e davavi sette morsi per una; 9 e mangiandole, costei disse al mez- 
zaiuolo : Come si mangiano le saragie in contado ? El mez- 
zaiuolo disse: Madonna, elle si mangiano come voi le mangia- 

1. SAN BERNARDINO, op. cit., p. 427, dalla predica precedentemente citata, 

2. saragie: ciliege. 3. marchiane: grosse. 4. verso Munistero: convento 
dei Cassinesi a poca distanza da Siena, verso la Via Maremmana. 5. mest- 
zaiuolo: mezzadro. 6. non ci arivare: non venir neppure. 7. tolse: prese. 
8. corpacciata: scorpacciata. 9. davavi . . . per una: mangiava pian piano, 
con delicatezza. 



SAN BERNARDINO DA SIENA 57 

vate dianzi in camera, a mandate. Ella disse: Uh trista! Che 
dici tu ? che tu sia tristo. Madonna, cosi si mangiano, com'io 
vi dico. 

cci qui madonna Saragia che si mostra cosi schifa, e fassi tanto 
della longa, 1 che si fa una coniglia, e e una porca? Se tu sei cosi 
fatta, per udire tu t'amendarai 2 e diventarai buona, avendo tu buo- 
na condizione; ma se sarai di gattiva condizione, tu dirai: (do non 
vi voglio andare piu, e vorro fare a mio modo. Chi sara gattivo, 
fara peggio che mai; ma chi sara buono, s'amendara e ara caro il 
mio dire, e pigliaranne buono essemplo. E questo e quanto dal 
mio lato, 3 e dal tuo debbi udire senza scandalo e con fede. 

XIII 

[Ghino di Tacco e r abate di ClignL] 4 

Ghinasso 5 fu un savio 6 uomo : cosi avesse elli operate il suo senno 
in bene, come elli aopero in male! Elli li capito alle mani uno 
abbate grasso grasso, sai, come tu volessi dire Pabbate da Pacciano; 7 
il quale andava al Bagno a Petriuolo 8 per dimagrare. Dice questo 
Ghinasso : Dove andate voi ? Dice colui : lo vo al Bagno 
a Petriuolo. che difetto e il vostro? Egli rispose e disse: 
lo vo a quel Bagno, perche m'e detto che mi sara assai utile, 
ch'io non posso mangiare nulla che mi piaccia, e non posso smal- 
tire nulla. Dice Ghinasso : O, io vi guarro io, meglio del 
mondo. 9 E cosi il misse in una camara inserrato, 10 e davagli 
ogni di un pugnello di fave e dell'acqua fresca. Costui, non avendo 
altro, mangiava di queste fave, e beieva 11 dell'acqua per non mo- 
rire di fame. E in capo di quattro di Ghinasso gli fece dare un 
poco poco di pane, pure cor un poco d'acqua. Egli mangio questo 
pane che gli parbe un zucaro. L'altro di gli fece dare anco un poco 
di pan secco e muffato cor un poca d'acqua. E cosi tenutolo alcun 

i. fassi . . . longa: la piglia cosi alia lontana. 2. per . . . t'amendarai: ascol- 
tando questo racconto ti emenderai. 3. E questo . . . lato: e questo per 
quanto riguarda il mio compito di predicatore. 4. SAN BERNARDINO, 
op. cit., p. 470, dalla predica xxil, sulle vedove. 5. Ghinasso: Ghino di 
Tacco. Cfr. Boccaccio, Decani., x, z e Dante, Purg., vi, 14. 6. savio: 
esperto e intelligente. 7. Pacciano : borgo a dodici chilometri da Panicale. 
8. Bagno a Petriuolo: luogo di cure termali. 9. meglio del mondo: meglio 
di chiunque al mondo. io. il misse . . . inserrato: lo tenne chiuso in una 
camera, n. beieva: beveva. 



58 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

di a questa vita, in fine el cav6 di questa camara, e dissegli: Co- 
me vi sentite de lo stomaco ? O, o, o! lo mi sento per modo ch'io 
mangiarei le pietre. Dice Ghinasso: O credete voi che voi 
fuste guarito cosl tosto al Bagno? Disse di no. Dice Ghinasso: 

O che avreste voi speso al Bagno ? Dice Tabbate : lo arei 
speso forse sessanta fiorini. Dice Ghinasso: Or date a me 
ci6 che voi areste speso, e basta: bene che voi sete guarito. 
Infine questo abbate gli de quelli denari che egli arebbe spesi al 
Bagno, e forse anco piu. Andando poi questo abbate a Roma, era 
domandato come elli era guarito, e a ognuno diceva come egli 
Taveva guarito Ghinasso. E com* egli sentiva niuno che avesse quel 
difetto, a tutti diceva: Andate a Ghinasso. 

XIV 
[Indiscrete zelo.Y 

Doh! lo ti voglio dire un bellisimo essemplo, e notalo bene. 
Uno servo di Dio sentl che una donna santa era capitata al luogo 
meretrizio, e ine stava in grandissimo peccato. Costui si deliberfc 
d'andarvi, e andandovi tanto predic6, che egli la convert!, e tras- 
senela fuore. E dimostrandole il peccato suo, le disse fra 1'altre 
parole: Quando farai tu tanto bene, che tu abbi fatto penitenza 
del male che tu hai fatto ? In fine deliberaro d'andare a Roma, e 
ine confessarsi dal penitenziere del papa, e essare assoluta* da lui. 
E andaro insieme, e andavala guardando santissimamente, n6 
mai aveva altro che buon pensiero inverse di lei. E stati alcun 
tempo, disse 1'uno a 1'altro : Che faremo noi? Elli sara buono che 
noi ci torniamo a casa, e faremo uno romitorio, Ik dove voglio che 
tu mi muri dentro, acci6 che io non caggia piu in simili peccati; 
ma verrami cotali volte a vedere e a confortarmi al ben fare. 
E cosi feceno. Tornatisi a casa loro, elli fece fare un romitorio 
per costei, e messevela dentro: lassb cosl una bucarella per po- 
terle favellare, e cosi vivevano santamente. Costui molte volte Tan- 
dava a confortare nel servizio di Dio. Avenne che il diavolo in 
breve tempo incominci6 a sarnacare, 3 e destb 1'apetito a costoro, i 
quali si ingegnavano di mirare 1'uno 1'altro per una fessura che era 

1. SAN BERNARDINO, op. cit. t p. 473, dalla predica precedentemente citata. 

2. assolutai assolta. 3. sarnacare: sornacchiare, per russare e qui, per 
traslato, farsi sentire. 



SAN BERNARDINO DA SIENA 59 

nel muro quando si parlavano, e a ciascheuno di loro venne cotali 
pensieri, come talvolta vengono. Guarda, ben guarda, guarda! 
infine cominci6 a dire 1'uno a Paltro: Elli si dice cosi e cos! di 
noi. In tutto, la donna prese ardire, e disse: O, per levar via 
il dir della gente, io direi che quando voi ci veniste, che voi en- 
traste dentro. 0, o! E che avete voi? Anco, non c'fe mal niu- 
no. In tutto, 1'uno mirando Taltro, egli entr6 dentro; e miran- 
dosi Puno Taltro in bocca, incomincioro a ridare. Or non diciamo 
piu longo: in tutto ella ingravidb. Dimmi: da che venne questo? 
Venne per non aversi cura. Cosi vo' dire a te. 

xv 
[Lotta con I'ambra.] l 

Egli fu uno pazzo che andava verso 1'occidente, 2 e portava una 
mazza in mano, e il sole gli era dietro, e gli faceva la meriggia 3 
dinanzisi. Come egli vede questa meriggia, a lui gli pare che sia 
un altro col bastone in mano, come aveva lui: subbito gli corre 
adosso per dargli col suo bastone, e la meriggia corriva come lui; 
e quando ebbe corso un pezzo, non potendolo giognare, 4 egli si 
ferm6 per stracchezza. E poi si rizz6 un'altra volta, e pure si da a 
corrire per giognare costui: infine corso un pezzo, eli gionse a una 
certa via, dove egli s'aveva a v611are; 5 e la meriggia gli veniva per 
lato; e venne cosi allato a uno poggetto, la dove essa meriggia 
veniva a essare alta e ritta. Come costui vidde la meriggia ritta col 
bastone in mano, e egli si pose ine col suo bastone, e tanto s'ame- 
schi6 con questa sua meriggia, che egli si ruppe il capo. 

XVI 

[Molta paura per nulla.V 

E '1 sospetto che tu hai, adopera 8 tanto nella mente tua, che tutta 
volta ti pare essare alle mani; 9 che eziandio dormendo, se unagatta 
facesse un busso, el fara levar del letto sbalordito; e nel suo cuore 

i. SAN BERNARDINO, op. cit., p. 495, dalla predica xxin contro la divisione 
dei partiti. 2. verso V occidental dalla parte dove il sole tramonta. 3. me- 
riggia'. ombra. 4. gidgnare: raggiungere. 5. v6llare: volgere, voltare. 
6. s'ameschid: venne a mischia. 7. SAN BERNARDINO, op. cit. t p. 501, dalla 
predica precedentemente citata. 8. adopera: lavora. 9. essare alle mani: 
venire alle mani, cioe a contesa. 



60 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

non dice altro, che Arme, arme, arme. Questo non viene, se 
non dal sospetto: come fece colui che sarchiava uno suo campo, e 
aveva il suo barletto 1 vuoto, e uno moscone v'entrb dentro e an- 
dava volando per uscirne fuore: us, us, us, us. Come costui ode 
cosi, subito piglia la via fra gambe col barletto, credendo che quel- 
lo fusse una trombetta, perche egli era tempo di guerra; e anda- 
vasene a casa tutta volta gridando: - Arme, arme, arme; ecco i 
nemici. Quelli della terra, 2 tutti so* sotto Tarme: Che e, che 
e ? E in tutto era un moscone. 

XVII 

[La scimmia e Vorso.} 3 

Doh! lo ti voglio dire uno essemplo che fu nella corte del re di 
Francia, owero del re di Spania. Elli aveva una scimia e uno orso, 
e tenevasegli per diletto. Avenne che avendo la scimia i figliuoli, 
Torso amazzo uno scimiuolo e mangiosselo. La scimia vedendo 
che questo Tera stato fatto, pareva che gridasse giustizia, e andava 
quasi a ognuno di quelli della casa, ella si ravolleva 4 ora in qua ora 
in la, d'intorno a chiunque ella vedeva. E vedendo costei che ella 
non era intesa, uno di ella si sciolse, e andossene in quello luogo 
dove stava Torso; che pareva che ella dicesse: poi che altri non fa 
giustizia del fallo di quest' orso, io ne la far6 io stessa. In quello 
luogo dove stava Torso, v'era di molto fieno. Questa scimia pigliava 
di questo fieno, e si ragun6 intorno intorno a quello orso: infine 
ella vi misse fuoco e arse Torso, e fecine la giustizia lei stessa. 

XVIII 

[Negligenza inquieta.] 5 

Doh, elli mi viene a memoria uno essemplo a nostro proposito 
d'uno, il quale aveva presa una buona usanza. Elli fu uno il qualc 
aveva costumato e costumava di dire Tufizio 6 suo : io non t'affermo 
per6 donde si fusse, 7 E uno di avendo avute molte faccende, di- 

i. barletto: bariletto. 2. terra: citta. 3. SAN BERNARDINO, op. cit. t p. 
539, dalla predica xxv, sul modo di amministrare la giustizia. 4. si ra- 
volleva: si volgeva. 5. SAN BERNARDINO, op. cit., p. 584, dalla predica 
xxvii sul modo di seguire la volont& di Dio. 6. Vufizio: le preghiere che si 

recitano secondo i vari momenti della giornata. 7. non si fusse: non 

son sicuro di che paese egli fosse. 



SAN BERNARDINO DA SIENA 6l 

mentico di dire compieta. 1 La sera costui se ne va al letto come era 
usato. Egli sta una ora, sta due; costui non s'adormenta : sta 
tre ore, anco non si puo adormentare. Egli comincia a pensare: 
O die vorebbe dir questo? Questo non mi suole adivenire. 
E cosi pensando aveva grande meraviglia, che soleva come gio- 
gneva al letto, subito a essare adormentato. In tutto, pensando e 
ripensando, elli si ricorda come elli non aveva detta compieta. 
Subito elli si leva su, e disse compieta; e ritornato poi a letto, non 
prima sotto, che elli comincio a sarnacare. 2 Chi poteva essare stato 
a fare che costui non dormisse? Poteva essare Pangiolo, e anco 
Iddio, e anco la virtu propria per la consuetudine sua; che non 
pare che Tamma si possa riposare, s'ella non fa la sua usanza. 

XIX 

[La faticosa vita monastica.] 3 

Elli era uno apresso a uno nostro luogo, 4 el quale spesso spesso 
andava a ragionare con quelli nostri frati; e fra 1'altre parole che 
elli una volta disse, si disse: lo non conosco chi abbi il piu bel 
tempo che voi avete voi ; assegnando sue ragioni, 5 dicendo : 
Noi andiamo a lavorare quando co la zappa, quando co la vanga, 
al freddo, al caldo, a j venti, a* nievi, a grandine, a tempeste: e 
tutto 1'anno stentiamo, e non potiamo mai avanzare 6 nulla; che 
se noi duriamo fadiga, noi compriamo a mille doppi el pane e 1 
vino che noi logriamo. 7 Voi vi state qui riposati: quando leggete, 
quando scrivete: quando vi fa caldo, e voi al fresco; quando vi fa 
fresco e voi al fuoco. Voi vi date in sul piu bello godere del mondo. 
Se voi volete del pane, voi n' avete ogni di di fresco; cosi del vino 
e di cio che voi avete di bisogno. Dice il guardiano, quando 
costui ha detto cio che elli vuole : Vuoi tu durare la fatica che 
noi, e noi duraremo quella che tu duri, e vedrai quale e piu di- 
lettevole ? Disse quel contadino : Si, bene. Dice il guardia- 
no : Oltre : qual voliamo provare prima, o la tua o la nostra ? 
Risponde colui: Proviamo prima la vostra. Dice el frate: 

i. compieta: 1'ultima delle preghiere dopo il vespro. 2. e ritornato . . . 
sarnacare: appena a letto cominci6 a russare. 3. SAN BERNARDINO, op. 
cit,,p. 592, dalla predica precedentemente citata. 4. nostro luogo: con- 
vento. 5. assegnando , . . ragioni: adducendo le sue ragioni. 6. avanzare: 
metter da parte. 7. logriamo: consumiamo. 



6a PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

A le mani: 1 viene stasera e cominciaremo, e pruova otto di. 
Colui rimane contento. La sera giogne all' Or dine,* e gli dettero 
cena. Elli cen6 di quello che loro gli dettero. Poi fu menato a 
dormire vestito in sul saccone de la paglia, come loro, sul quale 
non v'era se non una schiavina, 3 e forse che era pieno di pulci. 
La notte a mezza notte ellino vanno a bussare a la camara di colui 
all'ora che agli altri frati: Su su a mattino, o compagno, su. 
Costui si leva e vassene in chiesa cogli altri. El guardiano li die' 
uno paio di paternostri, dicendoli: Tu non sai Pufficio: sta qui 
e dirai de' paternostri tanto, quanto noi peniamo a dire mat- 
tino; 4 e quando noi siediamo noi, e tu siede; e quando noi stiamo 
ritti, e tu sta ritto. E cosi insegnatoli, e ellino incominciano a 
dire il mattino: Domine, labia mea aperies.)) 5 Costui non era uso 
a stare desto: elli incomincia a chinarsi dal lato d'innanzi. Dice el 
frate: Sta su, fratello, sta su; non dormire. Elli si desta 
isbalordito, e ritorna a dire e' paternostri. Sta un poco, e elli piega 
alTadietro: e' patarnostri li caggiono di mano. Dice el frate: Sta 
su di buon'ora: di' de' patarnostri: vedi che ti so' caduti in terra! 
Cogliali. 6 In somma, elli non fu fornito di dire mattino, essendo 
costui destato molte volte, che elli disse: Oh, fate cosl ogni 
notte? Egli rispuose: Questo continuamente ci convien fare 
ogni notte. El contadino disse: Alle vagnele, 7 io non ne vo* 
piu gia io! E saziossi in una notte di tanto bel tempo, quanto noi 
aviamo; e rizzossi su, e disse: Apritemi, ch'io me ne voglio an- 
dare. E perche* 8 costui fecesse quello bene, non si poteva salvare, 
per6 che noi faceva con amore verso Iddio. 

xx 

[Tentazione di son Bernardino.} 9 

Elli me venne una volonta di volere vivare come uno angelo, non 
dico come uno uomo. Deh, state a udire, che Iddio vi benedica! 
Elli mi venne uno pensiero di volere vivare d'acqua e d'erbe, e 

i. A le mani: alia prova. Ai fatti! 2. alVOrdine: al convento. 3. schia- 
vma: coperta da letto di grosso panno, come quello delle vesti dette schia- 
vine. 4. a dire . . . mattino: a cantare Tufficio del mattino. 5. fe la pre- 
ghiera deH'ufficio del mattino, cioe il salmo L di Davide. 6. Cogliali: 
raccoglili. 7. Alle vagnele: esclamazione e deformazione fonetica per I 
Vangeli. 8. E perche': e per quanto. 9. SAK BERNARDINO, op. cit. t p. 
603, dalla predica xxvn, gia citata. 



SAN BERNARDINO DA SIENA 63 

pensai di andarmi a stare in uno bosco, e cominciai a dire da me 
medesimo : Che farai tu in uno bosco ? Che mangiarai tu ? Re- 
spondevo cosi da me a me, e dicevo: Bene sta, come facevano e" 
santi padri: io mangiaro dell'erba quando io aro fame; e quando 
io ar6 sete, bero delPacqua. E cosi deliberai di fare; e per vivare 
sicundo Iddio, deliberai anco di comparare una Bibbia per legiare 
e una schiavina per tenere indosso. E comparai la Bibbia, e andai 
per comparare uno cuoio di camoza, 1 perche non passasse Pacqua 
dallato dentro, perche non si mollasse la Bibbia. E col mio pen- 
siero andava cercando dove io mi potesse appollaiare, 2 e deliberami 
d'andare vedendo in sino a Massa; 3 e quando io era per la valle 
di Boccheggiano, 4 io andavo mirando quando su questo poggio 
quando su quell'altro; quando in questa selva, quando in .quell' al- 
tra; e andavo dicendo da me a me: Oh, qui sara il buono essere! 
Oh, qua sara anco migliore! In conclusione, non andando dietro 
a ogni cosa, io tornai a Siena e deliberai di cominciare a provare 
la vita che volevo tenere. E andami costa fuore dalla Porta a 
Follonica, 5 e incominciai a cogliere una insalata di cicerbite 6 e 
altre erbuccie, e non avevo ne pane ne sale ne olio; e dissi: Co- 
minciamo per questa prima volta a lavarla e a raschiarla, e poi 1'al- 
tra volta e noi faremo solamente a raschiarla senza lavarla altro- 
menti; e quando ne saremo piu usi, e noi faremo senza nettarla, 
e dipoi poi e noi faremo senza cogliarla. E col nome di lesu be- 
nedetto cominciai con uno bocone di cicerbita, e messamela in 
boca cominciai a masticarla. Mastica, mastica, ella non poteva 
andare giu. Non potendola gollare, 7 io dissi: ccOltre, cominciamo 
a bere uno sorso d'acqua. Mieffe! 8 Pacqua se n' andava giu; e la 
cicerbita rimaneva in boca. In tutto, io bebbi parechi sorsi d'acqua 
con uno bocone di cicerbita, e non la potei gollare. Sai che ti voglio 
dire? Con uno bocone di cicerbita io levai via ogni tentazione; 
ch6 certamente io conosco che quella era tentazione. Questa che 
e seguitata poi, e stata elezione, non tentazione. Oh, quanto si vuole 
bilanciare, 9 prima che altri seguiti quelle volonta che talvolta 
riescono molto gattive, e paiono cotanto buone! 

i. uno cuoio di camoza: pelle di camoscio. 2. appollaiare: trovar posto. 
3. Massa: Massa Marittima, la patria di san Bernardino. 4. Boccheggia- 
no: frazione di Montieri, in provincia di Grosseto. 5. Porta a Follonica: 
la porta che da sulla strada di Follonica. 6. cicerbite: zucche. 7. gol- 
lare: inghiottire. 8. Mieffe!: in fede mia. 9. bilanciare: pesare il pro 
e il contro. 



64 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

XXI 

[ Strane ed eretiche devozioni. ] l 

Odi. Gia forse dodici anni fu a Fermo uno che usci d'una selva, 
die de' a intendare sue novelle e sue pazzie, tirandosi assai gente 
dietro, dicendo che uno di andarebero al Sipolcro per terra. E 
quando gli parve, e elli gli fece spogliare tutti innudi, uomini e 
donne, e missorsi in via e andarono verso Fermo. Quando la bri- 
gata vidde questa gente, cominciarono a dire: che significa 
questo? Che novita e questa? Che andate voi facendo a questo 
modo p __ EHi rispondeva: Noi voliamo andare al mare, e quando 
saremo gionti, el mare s'aprira, e noi entramo dentro e andaremo 
in Jerusalem senza bagnarci i piei in acqua. Quando questa no- 
vella venne alForechie di missere Ludovico 2 signore di Fermo, 
tutti li fece impregionare. Non piacciono a Dio queste tali cose, 
pero che non sono ragionevoli. O, anco un altro il quale andava 
acattando con una sua suoro, e dipingeva angioli, e andavano di- 
cendo che ella era pregna di Spirito Santo, e andava daendo di 
quello latte; e colui il premeva 3 e mettevale le mani in seno! O 
grande ribaldaria! Parti che questa sia cosa ragionevole, che uno 
vada premendo il latte a una donna? E sia chi si voglia, io dico 
che non piacciono a Dio queste tali cose. 

XXII 
[Visione diabolical 

Quante so* di quelle che dicono: Oh, elli m'e venuta una bella 
visione stanotte. Io viddi cosi e cosi, e dissemi ch'io arei la tale e 
la tale cosa. L'altra dice: Elli m'e aparita la Vergine Maria. 
L'altra dice: Elli m'e aparito uno angelo. L'altra dice: E' 
m'e aparita la luna; e 1'altra, I1 sole)), e Faltra La Stella nella 
mia camara che tutta riluceva. Sai che ti dico: quella e tutta 
pazzia che t'e entrata nel capo ; o se pure & nulla, egli e qualche cosa 
che ti fara mal capitare, se tu non ti saprai guardare. Sai perch6? 

i. SAN BERNARDINO, op. cit., p. 620, dalla predica xxvni sul rnodo di se- 
guire la volonta di Dio. 2. missere Ludovico: era Ludovico Migliorati, si- 
gnore di Fermo dal 1406 al 1428. 3. il premeva: la stringeva. 4, SAN 
BERNARDINO, op. cit., p. 622, dalla predica precedentemente citata. 



SAN BERNARDINO DA SIENA 65 

Perche non credo che tu sia migliore che fusse frate Rufino, 1 
compagno di santo Francesco, al quale gli aparve il diavolo a modo 
d'uno crocifisso, e dicevagli : Questo tuo Francesco tiene per 
certo ch'egli e uno ipocrito. Questo frate Rufino fu poi santo, 
e tanto seppe ordinare questo maladetto diavolo, che elli si tiro 
adietro da la fervenza 2 che elli aveva a santo Francesco; e questo 
gl'intervenne piu e piu volte. Santo Francesco si avidde dei modi 
di costui; e andandolo domandando della ragione, infine gli disse: 
Hai tu mai avuta niuna visione ? Egli non volendoli dire, 
piu e piu volte nel ridomando. A la fine egli gli disse, come egH 
aveva una visione nobilissima. Domandandolo, gli disse che il 
Crocifisso gli parlava. Allora santo Francesco, pensando a quello 
che era, gli disse : Oime, non gli credare, che egH ti fara mal 
capitare, imper6 che egli e il diavolo. Si, si, che 1 diavolo si trasfor- 
ma in modo di crocifisso. Oh, elli non si parti mai di su la croce 
al tempo di Cristo, non per6 in su la croce di Cristo! 3 E amae- 
strando costui gli disse : Sai come tu fa' la prima volta che egli 
viene piu : sappi che egli ha molto in odio Fumilta. Fa che quando 
egli t'apare piu, fa che tu li sputi nel viso. Se egli sara il diavolo, 
egli si fuggira, e se sara Iddio, egli Fara caro, facendolo tu per 
questa intenzione, e' arallo per bene; ma se sara il diavolo, subito 
si fugira, pero che egli non puo avere tanta umilita, che elli sof- 
f erisca niuna ingiuria. Costui cosi fece : subito frate Rufino 
gli sputo in sul viso. Merle! Come costui fece questo atto, subito 
si parti, e lasso quine una puzza teribile, per modo che non vi si 
poteva stare. Tutto quello faceva per ingannare quello frate. 
Per6 ti dico: guarda quello che tu fai, e quanto ti viene una vi- 
sione o altro, non essare molto leggiero a credare quello che ti di- 
mostrano tali visioni: vogli prima provare che credare. 



1. frate Rufino: frate Ruffino, della famiglia degli Scifi, segui san France- 
sco nel 1 2 10 e mori in Assisi nel 1270. Cfr. I fioretti di san Francesco, xxix. 

2. fervenza : fervore per san Francesco. 3 . Oh, elli . . . Cristo! : al tempo di 
Cristo il diavolo non si allontan6 mai dalla croce, da quella, cioe, degli 
altri crocefissi: non era pero sulla croce di Cristo. Difatti, a frate Ruffino 
non appariva il Cristo crocifisso, ma un crocifisso. 



66 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

XXIII 

[Contro le streghe.Y 

Elli fu a Roma uno famiglio cTuno cardinale, el quale andando a 
Benivento 2 di notte, vidde in sur una aia ballare molta gente, donne 
e fanciulli e giovani; e cosi mirando elli ebbe grande paura. Pure 
essendo stato un poco a vedere, elli s'assicur6 e ando dove costoro 
ballavano, pure con paura, e a poco a poco tanto s'acosto a costoro, 
che elli vidde che erano giovanissimi ; e cosi stando a vedere, elli 
s'asicuro tanto, che elli si pose a ballare con loro. E ballando tutta 
questa brigata, elli venne a sonare mattino. Come mattino tocc6, 
tutte costoro in un subito si partiro, salvo che una, cioe quella che 
costui teneva per mano lui, che ella volendosi partire coiraltre, co- 
stui la teneva : ella tirava, e elli tirava. Elli la tenne tanto a questo 
modo, che elli si fece di chiaro. Vedendola costui si giovana, elli 
se ne la meno a casa sua: e odi quello che intervenne; che elli la 
tenne tre anni con seco, che mai non par!6 una parola. E fu tro- 
vato che costei era di Schiavonia. 3 Pensa ora tu come questo sia 
ben fatto, che elli sia tolto una fanciulla al padre e a la madre 
in quel modo. E pero dico che la dove se ne pu6 trovare niuna che 
sia incantatrice o maliarda, o incantatori o streghe, fate che tutte 
siano messe in esterminio per tal modo, che se ne perdi il seme; 
ch'io vi prometto che se non se ne fa un poco di sacrificio a Dio, 
voi ne vedrete vendetta ancora grandissima sopra a le vostre case, 
e sopra a la vostra citta. 

XXIV 
[Inesorabile giustizia del re Luigi.} 4 

Doh, io vi vo' dire cosa che forse vi parra un gran fatto. lo udii 
che '1 re Luigi 5 fu uomo molto di Dio, e fu molto savio : certi uo~ 
mini furono che volevano adomandarli una grazia: volevangli 
adomandare uno, il quale era ne la prigione per la persona; 6 e corn- 

i. SAN BERNARDINO, op. cit., p. 788, dalla predica xxxv, sui tre peccati 
capital!, superbia, lussuria e avarizia. 2. Benivento: il luogo di convegno 
delle streghe, secondo la leggenda. 3. era di Schiavonia: era slava della 
Dalmazia. 4. SAN BERNARDINO, op. cit., p. 798, dalla predica gia citata. 
5- 'Ire Luigi: si tratta di Luigi IX di Francia, il Santo. 6. era.,, per- 
sona: per essere punito nella persona, cioe condannato a raorte. 



SAN BERNARDINO DA SIENA 67 

posersi 1 costoro d'andare a chiedargli la grazia il venardi santo, 
e cpsi fecero. Andati, disse uno a chi era istato imposto il dire: 

Santa corona, noi v'adomandiamo una grazia per amore del 
nostro Signore, il quale in tal di quale e oggi, volse morire per la 
salute de la umana generazione, e per tralla del legame col quale era 
legata ne le mani del nimico suo. E feciorli quine uno grande 
e uno piacevole dire. In tutto, venuti alia conclusione, dissero: 

Dateci il tale, el quale voi avete in prigione. Elli rispose e 
disse : Voi siate i ben venuti : io non vi rispondo ancora, pero 
ch'io voglio vedere come questa cosa die andare. E fecesi re- 
care il suo breviario, e aperselo a caso, e comincio a leggiere; e 
la prima cosa che gli venne a le mani si fu : Beatus vir qui custodit 
iudicium, et facit iustitiam in omni tempore. 2 Beato Fuomo che 
mantiene il giudicio, e fa la giustizia in ogni tempo. E come 
ebbe veduto questo verso, subito comando che colui fusse tratto 
di prigione, e che ne fusse fatto giustizia: e cosi fu fatta di subito 
il venardi santo. Ou, oe! Bene il venardi santo! Io ti dico che 
ogni volta e bene a mantenere e fare la giustizia. E dico che costui 
uso giustizia e misericordia a farlo in tal di, che non guardo se 
none a la ragione. 3 

xxv 
[Uasino delle ire ville.] 4 

Udiste voi mai la storia delF asino de le tre ville ? s Elli fu in Lom- 
bardia. Elli e una via con una capannuccia, la quale e di longa 7 
a uno molino forse uno miglio. Accordaronsi queste tre ville a te- 
nere uno asino a questa cap anna, il quale facesse il servigio di 
portare il grano al molino di queste tre ville. Avenne che uno 
di queste tre ville and6 per questo asino, e menasene 8 P asino a la 
villa, e pongli una buona soma di grano, e menalo al molino; e 
mentre che egli si macinava il grano, egli scioglie F asino e lassalo 
pascere: e voi sapete che a la pastura dei molini poco vi cresce 
Ferba, si spesso e visitata. Macinato il grano, egli piglia la farina 

i. composer si', si misero d'accordo. 2. Cfr. Psalm. , 115, 3. 3. la ragione: 
la giustizia. 4. SAN BERNARDINO, op. cit., p. 805, dalla predica xxxvn 
sulla vanita delle cose del mondo. 5. ville: villaggi. 6. Ellifu in Lom- 
bardia: accadde in Lombardia. 7. di longa: oltre. 8. menasene: Io 
conduce. 



68 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

e carica Pasino e menalo a casa sua co la soma; e scaricatola, ri- 
conduce Pasino al suo luogo de la capanna, senza dargli niuna 
cosa, dicendo da se medesimo : Colui che Padopar6 ieri gli dov6 
dare ben da mangiare, si che e' non die 1 aver troppo bisogno; e 
cosl il Iass6. Aviene che Paltra mattina seguente, un altro dell'altra 
villa venne per questo asino, pure per caricarlo di grano. E mena- 
tosenolo a casa, pongli 2 un'altra soma di grano magiore che quella 
di prima; e senza darli nulla da mangiare, il men6 al molino; e 
macinato il grano e condotta la farina a casa sua, rimen6 Pasino 
a la capanna, senza dargli nulla; pensando che colui che Paveva 
adoperato Paltro di dinanzi, el dove bene governare: e cosi il 
Iass6 senza attendarlo 3 a nulla. E inde appresso: Io ho altro a 
fare per ora! E hai due di che Pasino non ha mangiato nulla. El 
terzo di viene un altro per Pasino a la capanna e menalo seco, e 
caricollo meglio che carica che egli avesse mai, pensandosi: Oh, 
questo & asino di comuno; egli debba essare gagliardo: e cosi 
mena Pasino al molino con la soma sua. Aviene che anco non 
gli e dato nulla ne ine n6 altrui. 4 Infine macinato il grano, ricarica 
la soma alPasino e mettiselo innanzi. L'asino era pure indebilito 
e non andava molto ratto. Mieffe, costui comincia ad oparare il 
bastone, e dannegli e caricalo di molte bastonate, e Pasino infine 
condusse questa soma con grande fatiga a casa di costui, Costui poi 
rimenando Pasino a la capanna, a pena si poteva mutare: 5 e 
costui il bastonava ispesso, dicendo: Ecco Pasino che il comuno 
tiene per servire a tre ville! Egli non & buono a nulla. Egli il 
baston6 tanto, che a pena il condusse alia capanna: ne anco gli di6 
nulla. Volete voi altro? Che, in conclusione, il quarto di Pasino 
era scorticato. 

XXVI 
[Origine di un proverbio.] 6 

Egli fu uno sensaio, 7 che quando egli voleva acordare el venditore 
e '1 compratore, sempre faceva cenno alPuno e alP altro. Egli te- 
neva questo modo. Egli sarebbe andato a lui uno, e diceva: lo 

i. non die: non ne deve. 2. pongli: gli pone. 3. senza attendarlo: senza 
badargli. 4. n6 ine n& altrui: n6 li n6 altrove. 5. a pena . . . mutare: Pasi- 
no si poteva appena muovere. 6. SAN BERNARDINO, op. cit., p. 873, dalla 
predica xxxvm sopra i mercanti e Parte della mercanzia. 7. sensaio : sen- 
sale. 



SAN BERNARDINO DA SIENA 69 

vorrei vendare la tale mercanzia : e J l sensaio subito aveva tro- 
vato el compratore. E poi die egli aveva parlato alPuno e all'altro, 
e egli gli aboccava insieme, e egli stava in mezzo di loro, e diceva a 
chi aveva a comprare, piano : Ella e buona mercanzia, tollela per 
cotanti denari. E al mercatante che aveva la mercanzia, diceva: 

ElFe gattiva mercanzia; dalla per cotanto. E avendo lo' par- 
lato a ognuno di per s6 prima, quando e' so' cosi insieme, dice co- 
lui che la vuole vendare : lo ne voglio cotanto ; i' ne voglio dieci 
fiorini ; e '1 sensaio poneva il suo pie in su quello di colui che 
voleva comprare. Diceva colui che la voleva comprare : lo te ne 
daro nove ; e '1 sensaio poneva il pie all'altro, e quando a amen- 
duni insieme poneva il suo pie sopra a loro ; e tanto faceva, che egli 
gli acordava. Oh, questo dipoi e anco piu bello; che colui che 
aveva comprato la mercanzia gattiva, diceva al sensaio: Ben 
m'hai fatto comprare gattiva cosa :e il sensaio rispondeva: 

Oh, pero t'acennavo io, perche tu la procurasse meglio. E 
cosi partitosi, avendogli ataccata la ghinghiata, 1 era poi trovato 
da colui che 1' aveva venduta, diceva: Oh, tu m'hai levata la 
mala mercanzia da dosso! E egli rispondeva: E pero t'acen- 
navo io, che tu la desse, e che tu non la tenesse a dosso. Quando 
egli ti disse cosi, egli mi pareva mille anni che tu venisse a' fatti. 
E cosi d'una medesima cosa dava cenno alFuno e all'altro. E di qui 
venne quello volgare, pero t'accennai io: de' quali e detto in 
santo Matteo a xxxi cap. xx. 2 

XXVII 

[L'ingannatore mgannato.] 3 

Uno mercatante andava per comprare zaffarano da un altro rner- 
catante; e giognendo colui che el voleva comprare, a colui che n'a- 
veva da vendare, disse : Io vorrei quanto zafTarano io potesse 
trovare. Colui disse : Io ti daro el mio. E mostratogli, su- 
bito colui che 1'aveva a comprare, cognobbe ch'egli era umido, e 
disse a colui che gli li vendeva : Fallo venire alia mia abitazione, 

i. ghinghiata: sghignazzata, cioe avendolo mgannato. z. II Vangelo di 
san Matteo non ha che ventotto capitoli. C'e stato un errore nella cita- 
zione o, forse, nella trascrizione. Qui si riferisce al cenno di Matteo: Giuda, 
26, xxvi, 48. 3. SAN BERNARDINO, op. cit. y p. 876, dalla predica prece- 
denternente citata. 



70 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

e pesarello 1 e darotti e' denari. Costui di subito gli manda per- 
ch6 non rasciugasse, e va poi dietro a colui die '1 portava per pe- 
sarlo. Come so' gionti a casa di costui, dice colui che Pha a com- 
prare: Fammi una grazia, io non posso attendare ora a pesarlo; 
sugellalo e lassalo stare un poco, e ritornerai. Colui cosi fa, 
e vassi con Dio. Meffe! Come colui e fuore di casa, subito fa pi- 
gliare questo zaffarano e fallo mettare in uno forno che v'era 
presso, e come e rasciutto, el fa riponare dove colui Paveva lassato. 
L'altro mercatante viene poi, e pesano questo zaffarano; e prese il 
suo denaio, e andossene pe* fatti suoi. Fra el rincagnato e 1 ribollito 
ando. 2 L'uno il fece diventare umido perche pesasse piu che non 
era, e Faltro el misse nel forno, perche [pesasse meno che e' non 
doveva, che] forse s'asciugo piu che '1 dovuto. E in questo modo 
colui che credeva ingannare, rimase ingannato. 

XXVIII 
[ Giusto castigo di un avido speziale.] 3 

Essendo uno infermato, subito mand6 per lo medico, e veduto 
lo 'nfermo, disse che bisognava che egli pigliasse una medicina: 
fu risposto che egli Fordinasse. E partitosi da lo infermo, and6 a lo 
speziale, e disse: Tolle il libro e scrive per tale persona: ((Re- 
cipe 4 dramme mezza di tal cosa, e due di tale: eccetera; e stempara 
con tale acqua. E cosi ordinata, lassa che sia data per questo in- 
fermo. La sera giogne il fratello de lo infermo per la medicina a 
lo speziale, la quale aveva ordinato il medico; e lo speziale gli da 
una medicina che egli s'aveva ordinata a suo modo, e non a modo 
del medico. Costui se ne la porta a casa, e la notte quando egli 
e il tempo, e egli la da a lo infermo. E cosi dataglili, ella aoper6 
per modo che egli se ne mori. Questo suo fratello va di subito al 
medico, e dissegli come la cosa era andata. El medico disse che 
non poteva essere, se gia lo speziale non avesse voluto fare a suo 
modo. Allora costui and6 verso lo speziale con due testimoni a 
cautela. 5 Come lo speziale vede costui, subito domanda:--- Co- 

i. pesarello: lo peseremo. 2. Fra . . . andd: la roba guasta andd fra la roba 
guasta. II ribollito e la roba guasta per esser stata riscaldata, e rincagnato 
equivale a guasto, tanto da aver cambiato forma. 3. SAN BERNARDINO, 
op. cit., p. 870, dalla predica precedentemente citata. 4. Recipe: prendi: 
formula della ricetta medica. La dramma & Tottava parte di un'oncia. 5. a 
cautela: per sicurezza. Termine legale. 



SAN BERNARDINO DA SIENA JI 

me ista el tuo fratello ? Bene rispose. E come aopero la 
medicina? E colui rispose : Molto bene, credo sara guarito 
per questo. Allora dice lo speziale: Gran merze a me, 1 che 
vi misi altrettanta robba 2 che non mi disse el medico. Allora 
disse colui : Siatemi testimoni a quello ch'egli ha detto. E 
subito se n'ando a la signoria e disse questo fatto, e come il suo 
fratello era morto. Infine lo speziale fu preso e giudicato a morte 
e perde la persona. 3 E questo fu perche egli metteva a divizia 4 la 
sua mercanzia per ispacciarne piu : faceva divizia 5 de la sua robba 
a le spese altrui. Hami inteso ? Si. Or te ne guarda. Costui non 
fece come faceva un altro che metteva a divizia la robba del com- 
pagno per iscialacquarla e per vendere meglio la sua. 



XXIX 

[ Pan per focaccia a un oste disonesto.] 6 

Egli fu uno taverniere che vendeva el vino, e quando egli aveva 
dato del vino a chi el comprava, e egli stava tanto, che egli pen- 
sava che e* fusse quasi che beiuto; 7 e poi andava per lo orciuolo 8 
e se egli v'era punto di vino, egli el metteva ne' bichieri, e quasi 
ogni volta gli faceva traboccare; e ogni volta ne versava, e* diceva: 

Divizia, divizia! 9 e se egli n'avanzava ne lo orciolo, egli il git- 
tava il piu de le volte in terra, pur dicendo : Divizia. Talvolta 
quando eglino avevano tovaglia innanzi, se e' v'erano suso bichieri 
pieni, egli faceva vista di scuotarla e faceva versare a studio il vino 
in su la tovaglia, e talvolta anco T orciolo; e ogni volta diceva: 

Divizia. Egli s' aveva tanto recato 10 questo dettato, che ogni 
volta che egli versava e egli diceva 11 : Divizia. Avenne una 
volta, che uno che v'usava, s'era aveduto dell'atto di questo taver- 
niere, che piu volte gli aveva versato del vino, e aveva compreso, 
come egli il faceva a studio. 12 Stette attento quando el tavernaio 
aveva faccende, e andossene al cellaio, 13 dove el tavernaio teneva el 

i. Gran merze a me: tutto mio merito. 2. altrettanta robba: il doppio di 
quel che mi disse il medico. 3. la persona: la vita. 4. a divizia: in 
abbondanza. 5. faceva divizia: largheggiava. 6. SAN BERNARDINO, op. 
cit.j p. 879, dalla predica gia citata. Segue subito 1'esempio precedente. 
7. beiuto: bevuto. 8. andava. . . orciuolo: andava a prendere 1'orciuolo. 
9. Divizia, divizia!: abbondanza, abbondanza! 10. recato: ripetuto. 
ii. e. . . diceva: ecco che egli diceva. 12. a studio: a bella posta. 13. cel- 
laio: cantina. 



72 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

vino, e gionse a una botte e cavonne fuore il zaffo e lassa versare 
el vino, e viensene fuore e comincia a gridare: Divizia, divizia. 
E stando cosi Toste, gli cominci6 a venire di 1 vino, e maraviglian- 
dosi corse al celliere 2 e vidde la botte che si versava forte; e 
mentre che ella versava, mai colui non si riste di gridare: Divi- 
zia, divizia. Allora questo oste si pens6 che questo che gridava, 
gli avesse tratto el zaffo de la botte. E pensandosi che cosl fusse, 
and6 acusarlo a la signoria. Infine egli fu preso, e essendo essa- 
minato qual fusse la cagione, che egli avesse tratto el zaffo della 
botte a quello oste; egli confesso, come egli era stato lui, e disse 
la cagione, dicendo: che a quanti osti 3 andavano a lui, a tutti ver- 
sava il vino quando Paveano comprato, e che ogni volta egli di- 
ceva: Divizia ; dicendo: Questo ch'io dico, egli Tha fatto 
molte volte a me quando io vi ho beiuto a la sua taverna. E diceva 
quando io me ne lagnavo: oh, va* in buon'ora, che quando egli si 
versa il vino & buona astificanza. 4 Onde perch6 egli mi diceva 
che era una buona astificanza, io gli andai a trarre il zaffo de la 
botte, acci6 che egli avesse anco lui divizia; e cosl cominciai a 
fargli buona astificanza col mio trare el zaffo della sua botte. 
Io volsi che e* si gridasse una volta, divizia a le sue spese, come 
egli aveva gridato moltissime volte a le spese altrui, versando il 
vino. Uh! E voi donne, quando voi versate una lucernata d'olio, 
voi non dite a quello che sia buona astificanza; del vino voi solete 
dire che 6 buona astificanza. Doh, pazzarelle, quanto vi chioccia 
'1 capo! 5 

XXX 

[II miracolo delV elemosina^ 

10 ti voglio dire uno essemplo di una che era usa di dare la limo- 
sina, e usava questo Ecce. 7 Essendo una volta in chiesa, e uno po- 
varetto mezzo innudo domanda limosina a costei; e mentre che 

11 povaro la chiedeva, el prete diceva: Sequentia sancti Evangelii. 
Costei considera : Che fo io ? Fo io aspettare costui, o lasso stare 

i. a venire di: a sentire 1'odore del. 2. celliere: come cellaio, 3. osti: 
ospiti, quindi clienti. 4. astificanza: auspicio. 5. quanto . . . capo!: 
quanti vani pensieri nella vostra mentel 6. SAN BERNARDINO, op. cit.> 
P 943 > dalla predica XL sopra le elemosine. 7. Ecce: si riferisce al versetto 
8 del cap. 18 del Vangelo di san Luca, citato prima nella predica: Ecce, 
dimidium bonorum meorum do pauperibus, e alia spiegazione della 
parola ecce, che da un'idea di prontezza. 



SAN BERNARDINO DA SIENA 73 

el Vangelo? S'io il fo aspettare, elli si muore di freddo. Ando 
diliberatamente in uno canto de la chiesa, e spogliossi la fodara, 1 
e della a questo povaro. Odi miracolo! Torna aiPaltare: el prete 
era a la medesima parola! E per6 va* come t'e adomandato, e fa' 
die subito tu sia presto: Ecce. Basti. 

XXXI 

[ Cieca guarita per la sua fede.] 2 

Doh, io ti vo* dire uno essemplo a nostro proposito. Egli si legge 
d'una donna, la quale era cieca, e aveva speso cio die ella aveva 
per vedere lume, che era molto ricca. Non avendo costei piu da 
spendare, fu toca da Dio, e vennele in pensiero d'andare a santo 
Ilarione; 3 e cosi fece. Gionta a lui gli disse: Io ho speso cio ch'io 
avevo per avere il lume degli occhi: ogni cosa ho dato a medici e 
medicine. Allora costui le dimostra come ella poteva fare meglio 
che ella non fece: che se ella avesse dato a' povari di Dio per Io 
suo amore cio che aveva dato a medici e medicine, che come ella 
era pure inferma, sarebbe stata guarita. Allora essa conoscendo 
e vedendo e credendo a quello che lui 1'aveva detto, e pentendosi 
non averlo fatto, pregava Idio le desse sanita, non potendo per altro 
modo sodisfare se non col pentarsi, non avendo fatto ci6 che essa 
arebbe voluto 4 fare. Vedendola costui in questa buona disposizione, 
tolse uno poco di sputo, e poselele in sugli occhi, e subito fu libe- 
rata. Solo perche costei ebbe el pentimento con pura e buona 
fede, fu sanata e riceve grazia da Dio. 

XXXII 

[Punizione e pentimento di un avaro.] 5 

Un altro essemplo, pure a nostro proposito, d'uno ortolano, el 
quale aveva preso per costume e divozione di dare per Dio cio che 
esso avanzava da la sua vita in su. 6 Avendo fatto cosi gran tempo, 

1. la fodara: il soppanno, o addirittura la pelliccia che foderava il mantello. 

2. SAN BERNARDINO, op. cit., p. 958, dalla predica LXI sul frutto deU'elemo- 
sina. 3. santo Ilarione: morto nel 371, fond6 la vita monastica in Pale- 
stina: san Gerolamo ne scrisse la biografia. 4. voluto: qui sta per dovuto. 
5. SAN BERNARDINO, op. cit. t p. 959, dalla predica gia citata. Questo esem- 
pio segue immediatamente il precedente. 6. cid . . . in su: tolto il neces- 
sario alia sua vita. 



74 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

in fine venendo invecchiando, cominci6 a entrare in avarizia, di- 
cendo seco medesimo : lo veggo pure che io invecchio. Oh, s'io do 
ci6 ch'io avanzo, e e' mi venisse el bisogno a me, non potendo 
guadagnare, come farei io? E entratogli nelFanimo di non dare 
piu, cominci6 a ragunare per se. E istando in questo modo, parve 
che dispiacesse a Dio, e che gli dicesse: Si, che tu ti se j disperato 
di me, 1 che credi ch'io non ti dia il tuo bisogno, e abandoni e 
povari per ragunare! Io ti prometto che tu gli spendarai con molta 
tua pena, poi che tu non gli vuoi dare per limosina. E va, e man- 
dagli una malattia nel pi& grandissima. Costui per volere guarire 
comincia a spendare questi suoi denari in medici e medicine; e 
tanto spese a poco a poco, che egli si trov6 senza denari e co la 
infermita. Peggio; che '1 medico venendo a lui gli disse: Sai tu 
che elli di bisogno, se tu vuoi campare? Che ti si tagli il pie. 
Allora costui dolendosi del male che egli aveva, e del male che 
aspettava del perdare il pie, e simile anco dice: ccOimm&, che per 
guarire ho speso ci6 ch'io avevo, e ora si conviene, se io voglio 
campare, che mi sia tagliato il pie! Non se ne poteva dar pace. A 
la fine rispose al medico: Per campare, io so' contento come io 
posso; venite domattina a vostra posta, e mette in ponto e' ferri 
vostri, si che io non istenti di pena. 2 Che avenne? Che la 
notte vegnente TAngiolo di Dio gli aparve, dicendoli: O tale, 
come stai? Rispose costui: Oh, come sto? Io sto male, per6 
che s'io voglio guarire, si conviene tagliarmi el pi&, e domattina 
aspetto che il medico mel venga a tagliare. Allora PAngiolo 
gli rivelb perch6 quella infermita gli era adivenuta, dicendoli: 
Idio ti manda questa infermita, perch6 tu lassasti la limosina 
che tu avevi principiata, e cominciasti a ragunare e disperarti di 
Dio, credendo che lui t'abandonasse. E perch6 & dispiaciuto a Dio, 
elli t'ha mandata questa infermita, e hai patita tanta pena nel 
corpo; e inde apresso hai speso ci6 che tu avevi aragunato. 3 Che se 
tu ti fusse mantenuto nel modo che tu avevi principiato, non ti sa- 
rebbe intervenuto questo. Allora costui, considerando il bene 
che elli faceva prima, e '1 male che aveva fatto a non seguitarlo, 
pentendosi e piangendo, con molta divozione cominci6 a pregare 
Idio che gli rendesse sanita, e lui tornarebbe a fare quello bene e 
piu, se piu potesse. Allora 1'Angiolo gli fece la croce in sul pife, e su- 

i. se' . . . di me: hai perso la speranza in me. 2. si che . . .pena: cosicch^ 
io sofEra il meno possibile. 3. aragunato: radunato, ciofe accumulate . 



SAN BERNARDINO DA SIENA 75 

bito fu liberate. El medico che andava la mattina per tagliargli el 
pie, gionse a costui, dicendoli: Oltre, a le mani. Disse costui: 
Non sapete che Idio m'ha proveduto ? Tanto e bastata la infer- 
mita, quanto i denari. lo ho voto il borsello, e so' guarito. Idio 
manda il freddo sicondo i panni. La infermita m'e bastata tanto, 
quanto io avevo denari da spendare: non n'ho piu da spendare, e 
non ho piu infermita. Hala intesa, 1 o tu che raguni? Hala 
intesa ? 

XXXIII 

[Frutti delV elemosina.Y 

Che mi ricordo io d'uno barbiere che si propose neiranimo suo di 
dare per amore di Dio ai povari la decima parte di ci6 che egli gua- 
dagnava, d'ogni dieci soldi uno; e cosi faceva e mantennesi gran 
tempo, di quello ch'io so, 3 e sempre gli multiplicava la robba. 
Perche credi ch'io il sappi? Che partendomi io da quella citta, dove 
costui usava questo che io ti dico, vi tornai poi ine a sei anni; 4 
e domandandolo io come elli la faceva, andandomi a radere da lui 
che m'era molto dimestico, mi rispuose che si stava molto bene, e 
che elli aveva una bella famiglia, e che aveva de la robba assai; 
e dissemi che aveva auta molta felicita, e che aveva una bellissima 
casa, dove elli abitava, e ben fornita di ci6 che gli bisognava, e che 
faceva la limosina, come si soleva fare, de la decima del suo gua- 
dagno; dicendomi piu, che elli avanzava 5 e non poteva pensare 
come la cosa s'andasse di tanta prosperita, quanta Idio gli dava, 
che sempre andava di bene in meglio; che cio che tramenava, 6 
pareva se li facesse oro. E perche credi che questo fusse? Io ti 
dico non per altro, se non per la limosina che dava. Perche si 
verifica quello detto : Date et dabitur vobis ; 7 Date e sara dato 
a voi. 



i. Hala intesa: Thai intesa. 2. SAN BERNARDINO, op. cit., p. 963, dalla 
predica precedentemente citata. 3. di quello ch'io so: per quanto io so. 
4. ine a sei anni: di li a sei anni. 5. avanzava: metteva da parte. 6. tra- 
menava: aveva per le mani. 7. Cfr. Luca, 6, 31. 



76 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

XXXIV 

[// diavolo s'impadronisce di una vecchia rancor osa.} x 

Dico che nel dicianove 3 and6 una galea in Jerusalem al Santo Si- 
polcro di Cristo, ne la quale galea fra gli altri v'era una vecchia- 
rella di quelle maladette superbe, che come sa chi v'e stato, elli 
vi si sta dentro a sedere. 3 Colei stava cosi co le gambe distese, e 
uno garzone pure peregrine passando per la galea, li viene posto il 
pie a questa vecchiarella, e fecele un poco male, e mai non pot6 
tanto operare ne pregare che ella gli perdonasse, che mai gli vo- 
lesse perdonare. A la fine, quando furono gionti in Giaf, 4 dove 
iscaricano i peregrini, questo garzonetto le domanda piu e piu 
volte perdono: ella sempre stette ostinata a non volere perdonare. 
Non potendo avere perdono da lei, and6, come e usanza, al luogo 
de' frati, la dove tutti si debbono confessare prima che vadano 
vedendo quelli santi luoghi, e come so' confessati, di subito si co- 
municano. Costui essendo confessato d'ogni suo peccato, e avendo 
detto come sciaguratamente, 5 non avedendosene, elli aveva fatto 
male a questa donna e domandatole perdono piu e piu volte, e 
che ella non gli aveva voluto perdonare, gli fu detto che egli 
ritornasse a lei e domandassele perdono, prima che elli si co- 
municasse. E elli cosl facendo, gionto a lei, dicendole: Ma- 
dre mia, io vi prego per amore di Cristo lesu nostro Signore, il 
quale volse essere crocifisso per la salute di tutti i peccatori, i 
quali gli hanno fatto offesa: deh, io vi prego che voi mi perdoniate 
el male ch'io vi feci: fu sciaguratamente, nol feci a studio: per 
P amore di Dio, io ve n'adimando perdono ; infine, avendola 
costui molto pregato, ella non volendo udire, el cacci6 via, di- 
cendoli: Io non ti vo' perdonare. A la fine non potendo co- 
stui avere niuna buona parola da lei, ritorn6 al confessore, dicen- 
doli come non poteva avere niuna buona parola. Anco 6 el confes- 
sore volse che egli ritornasse a lei la siconda volta, e che gli chie- 
desse perdono. E esso cosl fece. Tomato a lei dimandandole per 
Famore del Nostro Signore lesu Cristo perdono, anco il cacci6, 

i. SAN BERNARDINO, op. dt. t p. 1001, dalla predica XLII sulla ricerca 
della vera pace. 2. nel dicianove: nel diciannovesimo del secolo, cioe nel 
1419. 3. elli . . . a sedere: nella galea. 4. Giaf: Giaffa: e citta e porto 
della Palestina. 5. sciaguratamente: per disgrazia. 6. Anco: ancora. 



SAN BERNARDINO DA SIENA 77 

dicendoli che mai non gli perdonarebbe. El garzone torno la si- 
conda volta al confessore, e disseli come ella P aveva cacciato, come 
ella aveva fatto la prima volta. El frate volse che elli ritornasse a lei 
anco la terza volta. Come ella aveva fatto 1'altre volte, cosi fece 
la terza, dicendo che di perdonare non ne voleva udire milla. 
Unde che, 1 ultimamente tornato al frate, e dettogli come la cosa 
stava, el frate gli disse: Va, e piglia el Santissimo Corpo di 
Cristo, poiche tu hai fatto quello che tu debbi dal canto tuo : va e 
comunicati e fa la tua divozione. Oooh! Oh, che orribile cosa 
fu questa! O giudicio di Dio grande! O che cosa ne segui elli? 
Che essendo costui a Paltare, come elli ebbe preso el Corpo 
di Cristo, cosi di subito entro el diavolo adosso a colei. Era nel 
mezzo de la chiesa una citernuzza, 2 la dove costei fu da' diavoli 
gittata viva viva, e a fatiga vi potrebbe entrare una persona, tanto 
e poco larga! Ella non fu veduta quando vi fu gittata; ma essendo 
sentuto el busso 3 grande, e non trovata costei, fu veduto apertis- 
simamente come fu lei che fece quello busso. E come videro che 
costei v'era meno, cosi subito ebbero graffi, 4 e cercaro se la po- 
tessero trovare ; e avendo i graffi atti a potere avere quel corpo, el 
trovaro, e ritirarolo fuore; e pensaro che veramente el diavolo ve 
F aveva gittata dentro; considerando la piccola ofTesa che 1'era stata 
fatta e il modo che fu disavedutamente, e veduto con quanta 
umilita el garzone T aveva domandato perdono, e veduto dove co- 
stei andava, cioe in luogo santo e divoto, la dove el Signore del 
cielo e della terra volse patire tanta pena per la salute de' peccatori 
che vogliono tornare a lui. E questo si dimostro quando elli disse 
alPEtterno Padre : Pater, dimitte illis, quia nesciunt quod faciunt : 5 
Doh, Padre mio, perdona a costoro che mi crocifigono, che elli 
non sanno quello che si fanno. E per certo a considerare questo 
essemplo ha da avere grandissima paura in 6 colui che non vuole 
perdonare. E questo t'ho detto che e fresco fresco. 



I. Unde che i cosi che. 2. citernuzza: piccola cisterna. 3. busso: tonfo. 
4. graffi: uncini. 5. Cfr. Luca, 23, 34. 6. in: per. 



78 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

XXXV 

[San Bernardino pacifica Crema.] J 

Essendo io a predicate a Crema in Lombardia; e per le parti e di- 
visioni loro erano fuore della terra circa a novanta uomini con tutte 
le loro famiglie, i quali erano tutti dati per scritto* al duca di 
Milano; nella qual terra era uno signore molto benigno e dabbe- 
ne. 3 E predicando io di questa materia pure cupertamente (imper6 
che questa e materia da non parlare troppo alia scuperta), pure 
io predicando, parlavo in genere e non in particularita, e non 
tacevo nulla che fusse da dire. E perch era tempo di vendemmia, 
io predicavo di notte, e tanto di notte che io avevo predicate al- 
1' aurora quattro ore; e quando io venni, a vedere a uno a uno 
tutti venivano a me dicendomi: Che vi pare che noi facciamo ? 
E rimettevansi in me, ch'io gli consigliasse. Allora considerando 
la loro buona volonta senza niuna contrarieta, cominciai a dire 
come questo fatto voleva andare. Essi dicevano, che questo stava 
solamente al signore. 4 El signore era molto mio domestico. Io li dissi 
quello ch'io volsi, consigliandogli nel bene operare. Nondimeno 
facendo io 1'arte mia del predicare, lassai adoperare a Dio e a 
loro. E nel mio predicare mi venne detto delle sterminate strida 
che fanno rinnocenti dinanzi da Dio, contra coloro i quali senza 
loro 5 colpa lo' 6 fanno patire pena; domandando vendetta di co- 
loro che gli hanno perseguitati. E tanto Tentr6 nella mente questa 
parola, che essi fecero uno conseglio nel quale vi fu tanta unione, 
che fu cosa mirabile: nel quale si prese, 7 che ciascuno di costoro 
potesse tornare a casa sua. Poi partendomi da Crema, andai in 
uno castello, il quale era di longa forse dieci miglia, e parlai a uno 
di quelli usciti, il quale aveva lassato in Crema tanto del suo, 
che valeva circa a quaranta migliaia di fiorini : il quale mi doman- 
d6: Come stanno le cose? E io gli dissi: Colla grazia di 
Dio tu tornarai a casa tua, imper6 chT ho saputo molto bene di 
loro intenzione. Elli si fece molto beffe di quello ch'io gli dice- 
vo: e da inde a poco elli li venne uno messo mandato da Crema, 

1. SAN BERNARDINO, op. cit. t p. 249, dalla predica xn sopra gli odi di parte. 

2. i guali . . . per scritto : erano stati proscritti nelJe terre del duca di Mi- 
lano. 3. uno . . . dabbene: era Giorgio de* Benzoni. 4. stava . . . signore: 
dipendeva dal signore. 5. loro: degli innocenti. 6. lo 1 : loro. 7. si prese: 
si deliber6. 



SAN BERNARDINO DA SIENA 79 

il quale li disse come egli poteva tornare a suo placer e a casa sua. 
E udendo cosi, per Pallegrezza ch'egli aveva, egli non poteva 
mangiare, ne here, ne dormlre. Egli venne a me, e tanta era la 
letizia che egli aveva, che non poteva favellare; e stette cosi pa- 
recchi di, e poi ando a Crema. E ode mirabile cosa: che tor- 
nando a casa sua, elli trovo in sulla piazza il nimico suo, il quale 
quando vide costui, corse e abbracciollo, e volselo menare la sera 
a cena con lui. E un altro il quale possedeva la casa dove stava, 
subbito, mentre che elli cenava, sgombro la casa delle cose sue 
proprie, e lassandovi quelle di questo tale : e chi aveva nulla di suo, 
la mando a questa tal casa di costui. E di subbito la sua lettiera, li 
suoi goffani, 1 le sue lenzuola, sue tovaglie, suoi baccini, suoi botti, 
suoi ariento, e per modo ando la cosa, che la sera medesima fu me- 
nato nella sua casa, e dormi nel suo letto fra le cose sue proprie. 
E dico che pareva che fusse beato colui, che gli poteva portare 
le cose sue, la roba sua. Poi in quelli di, anco chi aveva suo bestiame 
o sue possessioni, suoi cavagli, ognuno giogneva : Ecco i tuoi 
buoi, ecco i tuoi asini, ecco le tue pecore ; tanto che ogni sua cosa 
gli fu quasi renduta: e cosi simile a tutti gli altri. E dico ch'io mi 
do a credare che quella terra, per quella cagione, Idio 1'ha cam- 
pata da molti pericoli. E molte altre terre presero essemplo da 
questa, e e oggi dei buoni castelli di Lombardia. 2 Con tutto 
ch'ella non sia citta, ella e molto bene apopolata. E quando credi 
che tal cosa piacesse a Dio? Basti. Dico, hai veduto vendetta e 
misericordia domandata, dove dice, Veni, et vide: 3 Viene e 
vede i giudici di Dio. 

xxxvi 

[Di una fandulla grandissima che non voile per marito 
uno scricciolo.] 4 

So' molti che desiderano d'avere moglie, e non la possono trovare; 
sai perche ? Perche elli dice : lo vogHo una donna tutta savia ; 
e tu se' un pazzo. Non va bene; pazzo con pazza sta bene. Come 
la vuoi fatta questa moglie ? lo la voglio grande , e tu se' uno scric- 

i. goffani: cofani. 2, e e oggi . . .Lombardia: e questo capita oggi alle 
piccole citta di Lombardia. 3. Cfr. Apoc. t 6, 3. Sono le parole citate 
e commentate come tema della predica, insieme con tutto il paragrafo. 
4. SAN BERNARDINO, op. cit., p. 407, dalla predica xix sull'amore co- 
niugale. 



80 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

ciolo: 1 non va bene. Egli e uno paese che le donne si maritano a 
canna. 2 E fu una volta che uno di questi cotali che voleva moglie, 
la voleva vedere; e fu menato a vederla dai fratelli della fanciulla; 
e fugli mostrata scalza, senza cavelle 3 in capo, e misuratasi la 
grandezza di questa fanciulla, era grandissima fra Faltre fanciulle, 
e egli era un cotale piccolino piccolino. Infine gli fu detto: Bene; 
piaceti ella? E egli disse: Oh, si bene che ella mi piace! 
La fanciulla vedendolo cosi spersonito, disse : E tu non piaci 
a me. Doh, quanto bene gli stette! A casa. 

XXXVII 

[Ammonimenti di Pier Pettinaio.] 4 ' 

Doh! io voglio che tu ne porti un essemplo, che non so se Fudisti 
mai, di quello che disse Pietro Pettinaio. 5 Era andato a Pisa per 
comprare ferri da pettini, che era sua arte; e in questo tempo 
che egli era andato, a Siena s'era rimosso uno stato, 6 e certi usciti 
erano andati verso Pisa. Eglino trovarono santo Pietro per via, 
che tornava a Siena. Eglino gli dissero, credendo che egli avesse 
spirito di profezia: O Pietro, quando tornaremo noi a casa 
nostra, che ne siamo stati cacciati da chi ha potuto piii di noi ? 
Rispose santo Pietro (doh! odi buona parola o scrittore, scrivela 
questa); 7 disse cosi :- Quando coloro saranno pieni di peccati 
atti a essar puniti, e quando voi sarete purgati de' peccati vostri, e 
voi tornarete, e loro saranno cacciati: e cosi poi addiverra a voi 
un'altra volta; che quando i vostri peccati saranno moltiplicati e 
i loro purgati, e ellino tornaranno e cacciaranno voi. Halla in- 
tesa? perche, se non si facesse la giustizia, ogni citta sarebbe 
piena d'iniquita. Ti dico : tien ferma la giustizia, e gastiga il gattivo. 
Tu vedi Pessemplo chiaro: se Terba non germina, mai non rico- 
gliarai. Cosi se tu levi i gattivi d'una citta, poche volte vi trovarai 
delle ingiustizie: che se levi il ladro, poche volte vi si furara; 

i. scricciolo: il piCi piccolo dei nostri uccelli. 2. a canna: a misura. 
3. senza cavelle: senza niente. 4. SAN BERNARDINO, op. cit., p. 353, dalla 
predica xvn, sopra il modo di reggere gli Stati. 5. Pietro Pettinaio: cfr. 
Dante, Purg., xm, 128. Pietro da Campi, detto Pettinaio o Pettinagno dal 
suo mestiere, visse a Siena e vi moid nel 1289 in. odore di santita. 6. s'e~ 
ra . . . stato: si era mutata una condizione di governo. 7. doh! . . . questa: 
si rivolge al tachigrafo che prendeva le note, cioe a Benedetto di Barto- 
lomeo, cimatore, che, come si e detto, trascriveva queste prediche. 



SAN BERNARDINO DA SIENA 8l 

se levi il traditore, poche volte vi si fara tradimento: e cosi dico 
d'ogni vizio. 

XXXVIII 

IContro radulazione.} 1 

Piglia uno essemplo d'uno signore, il quale era molto ricco e aveva 
uno grandissimo state. 2 Aveva molte terre, grande famiglia, molti 
cavalli, molti donzelli, molti figliuoli, molti ornamenti d'argentiere, 
come s'aparteneva a uno grande signore. Questo signore, essendo 
con uno suo intimo amico, disse: Doh! dimmi che ti pare de' 
fatti miei? Egli rispose: Bene. Dice questo signore: Doh! 
dimmi il vero ; parti che mi manchi nulla ? Rispose colui : Si si- 
gnore, egli vi manca chi vi dica il vero ; pero che, per compiacervi 
o per paura, non e nissuno che vi dica il vero. Or cosi voglio 
io dire a voi: egli pare che ognuno abbi giurato di non dire nulla 
se non a piacere. E pero, cittadini miei, quando vi ritrovate in 
Palazzo, 3 dite il vero, e non parlate mai a piacimento. E cosi vo- 
gliate che vi sia detto il vero. 



i. SAN BERNARDINO, op. cit., p. 543, dalla predica xxv sul modo di am- 
ministrare la giustizia. 2. grandissimo stato: alta condizione soclale. 3. in 
Palazzo: dinnanzi ai Signori. 



GIROLAMO SAVONAROLA 

GIROLAMO SAVONAROLA nacque il 21 settembre 1452 a Ferrara; 
adolescente, attese agli studi di medicina, poi si volse soprattutto 
alia filosofia, ed ebbe carissimo, tra i suoi autori, san Tommaso 
d' Aquino. Nel 1475 egli entrava come novizio nel convento di San 
Domenico a Bologna, uno dei piu important! dell'Osservanza do- 
menicana, dalla quale dipendeva anche il convento di San Marco 
in Firenze, dove il Savonarola venne chiamato nel 1482, con 
Tincarico di lettore della Sacra Scrittura. Nel 1484 egli gia pre- 
dicava con successo nella chiesa medicea di San Lorenzo, e nel 
1487 iniziava una serie di predicazioni nell'Italia settentrionale, 
a Brescia nel 1488-89, e nel 1490 a Genova. Tomato a Firenze, 
nelle prediche sopra VApocalissi e sopra la Genesi, dal novembre 
del 1490 al 1494, il Savonarola annunciava, con richiami biblici 
e con visioni terrificanti, la punizione di Firenze, dell' Italia e di 
Roma e, attraverso il castigo e la sofferenza, la rinnovazione e la 
rigenerazione della Chiesa, dell' Italia e di Firenze, che di questa 
rinnovazione doveva essere il centro. 

Nel 1494 scendeva dalla Francia Carlo VIII, che il Savonarola 
aveva preannunciato come il nuovo Giro. II 9 novembre dello 
stesso anno Piero dei Medici venne cacciato da Firenze, e il frate, 
che fino allora non aveva mai preso direttamente parte alia vita 
politica, diveniva Pispiratore della miova Repubblica fiorentina. 
Ricordando il De regimine prindpum, attribuito allora a san Tom- 
maso, ma additando come esempio la Repubblica veneziana e ana- 
lizzando la storia, la situazione e Findole politica di Firenze, egli 
proponeva 1'istituzione di un Consiglio Grande, riservato quasi to- 
talmente ai cittadini le cui famiglie avessero ricoperto cariche co- 
munali e pagassero imposte, e un Consiglio degli Ottanta, eletto 
in seno al primo: riconosceva cosi il predominio di fatto delle 
famiglie rnedicee, o per lo meno non antimedicee, che sole ave- 
vano ricoperto cariche pubbliche negli ultimi sessant'anni. 

Contro il frate di San Marco, sostenitore della repubblica po- 
polare, delFalleanza francese e della riforma della Chiesa, vennero 
a cospirare gli interessi della lega antifrancese, del pontefice 
Alessandro VI, e, in Firenze, degli Arrabbiati, partigiani delPoli- 
garchia, e dei Bigi medicei. Dopo lunghi temporeggiarnenti, lu- 



84 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

singhe e minacce, Alessandro VI colpiva espressamente con un 
breve di scomunica del 13 maggio 1497 Girolamo Savonarola. 

I seguaci del frate e della nuova repubblica si trovarono cosi iso- 
lati, perche tutto il mondo politico italiano era loro indifferente 
o ostile, e perche non si era formata una classe politica organica 
interessata a quella repubblica. Unica via d'uscita sarebbe stato 
il Concilio, che il Savonarola non seppe o non voile preparare e 
promuovere, sebbene nel 1498 avesse steso, a questo scopo, ab- 
bozzi di lettere all'imperatore e ai re di Francia e di Spagna. 
Dopo 1'esito miserevole del giudizio di Dio chiesto dai France- 
scani, la plebe fu aizzata contro San Marco e i Frateschi; e la 
Signoria, composta di Arrabbiati, decise Tarresto del Savonarola. 
In aggiunta al processo condotto dai giudici fiorentini nel loro in- 
terrogatorio, i commissari apostolici inviati dai Pontefice insistct- 
tero nel rinfacciare all'accusato i suoi vanti profetici. II 23 maggio 
1498, fra Girolamo Savonarola e i suoi due fedeli, fra Domcnico 
Buonvicini da Pescia e fra Silvestro Maruffi da Firenze, furono 
impiccati e poi arsi in Piazza della Signoria. 

II Savonarola si era nutrito di filosofia tomistica, ma a Firenze 
fu amico del Ficino e del Poliziano. Momento essenziale della sua 
formazione e della sua cultura fu Taffettuoso legame con Gio- 
vanni Pico della Mirandola, perche il Savonarola fuse con la po- 
lemica antiastrologica e umanistica di Pico il profetismo gioachi- 
mitico cosi frequente tra i predicated. La profezia, che & elcmento 
necessario della personalita savonaroliana, si congiunge stretta- 
mente con la volonta morale e politica, con la sollecitazione a una 
azione concreta per rinnovare insieme 1'uomo, la societa civile 
e la societa religiosa. Girolamo Savonarola scrisse e predic6 mol- 
tissimo, perch6 la parola era per lui impegno e azione morale: 
aveva letto e studiato da giovane il Canzoniere del Petrarca, ma Ic 
sue poesie mistiche e religiose sono piu impetuose e appassionate 
che non poetiche. Le sue prediche non sono mai distratte n6 
oziose, ma sempre tese, continue, imperniate su un motivo ispi- 
ratore oratorio, e fra di loro legate da una coerenza instancabile. 
Scritti fondamentali sono quelli che accompagnano P azione del 
predicatore, del riformatore religioso e civile: cosi, innanzi tutto, 
il Compendia delle rivelazioni, del 1495; il Dialogo della veritapro- 
fetica, del 1497 > *i Trattato contro VAstrologia divinatoria in corro- 
bor azione delle refutazioni astrologiche del conte Giovanni Pico della 



GIROLAMO SAVONAROLA 85 

Mirandola\ il Trattato circa il reggimento del governo della citta 
di Firenze^ del 1498. Se la sua dottrina filosofica e scolastica e 
riassunta nel Compendium logices del 1491, la sua profondita di 
indagine morale, la sua poesia religiosa e piuttosto espressa nel 
Trionfo della Croce, che si puo considerare la sua opera letteraria- 
mente piu perfetta, e in alcune sue preghiere, come il Salmo 
o preghiera devotissima Diligant te, Domine, che fu ammirato e 
tradotto da Niccolo Tommaseo. Lascio anche numerose lettere, 
tra le quali, acuta e precisa, quella sulla lettura della Bibbia, 
Epistola della sana e spirituale lezione, del 1497, e numerosi trat- 
tati, fra i quali // libro della vita viduale, del 1491, e il Trattato 
divoto e utile della umilta. 

Contrastanti giudizi furono pronunciati dai contemporanei e dai 
posteri sul Savonarola: la sua opera politica e la sua costituzione 
furono ammirate dai Guicciardini; la sua fede religiosa da san 
Filippo Neri e da santa Caterina de' Ricci; sentirono il fascino della 
sua personalita il Botticelli e Michelangelo e a lui guardarono i 
cattolici liberali italiani delPOttocento. II Savonarola tento di 
riformare la Chiesa, di instaurare una repubblica popolare a Fi- 
renze; ma non riusci a inserire la sua opera nella realta italiana ed 
europea: a Firenze non ardi chiamare alia responsabilita dello 
Stato piu vari e nuovi strati di popolo sottraendoli all'lnfluenza 
medicea, e contro Roma non pote unificare e suscitare tutti i pos- 
sibili elementi di resistenza. Cosi il Savonarola rappresento Tul- 
timo e fallito tentative di risolvere la crisi del Quattrocento poli- 
tico fiorentino. 



Per la bibliografia delle prediche, cfr. Bibliografia delle opere del Savona-* 
rola a cur a del principe Piero Ginori Conti, i, Cronologia e bibliografia 
delle prediche^ con contributi storici efilosoficidi Roberto Ridolfi, Firenze 1939. 
Delle prediche italiane e fiorentine, tenute dai 1494 al 1496, riprodotte 
dai notaio fiorentino Violi e probabilmente riguardate dallo stesso Savo- 
narola, esiste un'edizione moderna, cioe GEROLAMO SAVONAROLA, Pre- 
diche italiane ai fiorentini, a cura di Francesco Cognasso (i primi due vo- 
lume, Perugia-Venezia, La Nuova Italia, 1930) e di Roberto Palmarocchi 
(il volume terzo in due tomi, Firenze, La Nuova Italia, 1935). Delle pre- 
diche pronunciate nel 1496, dai maggio al novembre, fece una edizione 
Giuseppe Baccini (Firenze, Salani, 1889). Per le altre opere, cfr. la Biblio- 
theca Savonaroliana, Catalogue xxxix de La Librairie ancienne, Olschki, 
Firenze, 1898. Vedi anche il saggio di bibliografia in appendice a G. SAVO- 



86 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

NAROLA, Prediche e scritti, a cura di Mario Ferrara, Milano, Hoepli, 1940 
e, in nuova edizione, Firenze, Olschki, 1952- Una scelta delle opere del 
Savonarola hanno pubblicato: PASQUALE VILLAKI, E. CASANOVA, Scelta 
di prediche e scritti di Fra Girolamo Savonarola, Firenze, Sansoni, 1898; 
EMILIO SANTINI, Girolamo Savonarola, Scritti scelti, Palermo, Sandron, 
1924; JOSEPH SCHNITZER, Auswahl aus Schriften und Predigten von Gero- 
lamo Savonarola, Jena 1928. Per altre edizioni moderne delle opere, 
vedi: Le lettere di Gerolamo Savonarola, a cura di Roberto Ridolfi, Fi- 
renze 1933 ; II trionfo della Croce, di Fra Girolamo Savonarola, edito per la 
prima volta nei due testi, latino e volgare, per cura del Padre LODOVICO 
FERRETTI, Siena 1 899; GEROLAMO SAVONAROLA, Poesie, Torino, U. T. E. T., 
1927. Cfr. anche: Edizioni Savonaroliane della Biblioteca Comunale Ario- 
stea, a cura di Luciano Capra, Ferrara 1952; LUCIA GIOVANNOZZI, Con- 
tribute alia bibliografia delle opere del Savonarola, Firenze 1953. II testo 
seguito e quello del volume II delle Prediche italiane ai Fiorentini, a cura 
di Francesco Cognasso, Perugia- Venezia, La Nuova Italia, 1930. 

Sul Savonarola, cfr.: PASQUALE VILLARI, La storia di Gerolamo Savona- 
rola e dei suoi tempi, Firenze 1887; GIUSEPPE SCHNITZER, Savonarola, 
nella edizione italiana, Milano, Treves, 1931- Tra gli studi piu recenti 
cfr. ROBERTO RIDOLFI, Studi savonaroliani, Firenze, Olschki, 1935 ; RALPH 
ROEDER, Savonarola, Bari, Laterza, 1940; ALFRED TEICHMANN, Savona- 
rola in der deutschen Dichtung, Berlin und Leipzig, Walter de Gruyter, 
I937J GIORGIO SPINI, Introduzione al Savonarola, in Belfagor, 31 lu- 
glio 1948; P. CHENIBELLI, Mariano da Genazsano, Firenze 1940; IRENEO 
FARNETI, Genesi eformazione del pensiero politico del Savonarola, in Atti 
dell'Accademia delle Scienze di Ferrara , vol. xxvn, 1949-5; INENEO 
FARNETI, Una scoperta nel campo degli studi savonaroliani, Ibidem, vol. 
xxvni, 1950-51. Per il movimento neopiagnone toscano deir '800, cfr. 
GIOVANNI GENTILE, Gino Capponi e la cultura toscana nel secolo XIX, 
Firenze 1922. Per la polemica sul severe giudizio del Pastor, nel in vo- 
lume della sua Storia dei Papi, cfr. PAOLO Luorro, // vero Savonarola e it 
Savonarola di L. Pastor, Firenze, Le Monnier, 1897. Per Tamicizia e la 
concordanza ideale tra il Savonarola e Giovanni Pico della Mirandola, 
cfr. GIOVANNI Pico DELLA MIRANDOLA, Disputationes adversus astrologiam 
divinatricem, a cura di Eugenio Garin, Firenze, Vallecchi, 1946, e GIO- 
VANNI Pico DELLA MIRANDOLA, De hominis dignitate, Heptaplus, De Ente 
Aeterno, a cura di Eugenio Garin, Firenze, Vallecchi, 1942, e E. GARIN, 
L'umanesimo italiano, Bari, Laterza, 1952, pp. 142-5* c ^e qui citiamo una 
volta per tutte. Cfr. anche DELIO CANTIMORI, Lutero e Savonarola, in 
Studi Germanici, 1938, in; LUIGI Russo, Ritratti e disegni storici, Bari, 
Laterza, 1937; ROBERTO RIDOLFI, Vita di Girolamo Savonarola, Roma, 
Belardetti, 1952; Studi Savonaroliani in Atti e memorie d. Dep* ferra- 
rese di st. patr., n. s., vil (1952); E. GARIN, Girolamo Savonarola, in // 
Quattrocento, Firenze, Sansoni, 1954, pp. 115-38. 



DALLE PREDICHE ITALIANS AI 
FIORENTINI 

Delia rinnovazione della Chiesa. 1 

Ecce gladius Domini super 
terram cito et velociter. 2 

JLa intenzione nostra questa mattina e repetere 3 tutto quello che 
abbiamo detto e predicate a Firenze questi anni passati 4 circa la 
renovazione della Chiesa, la quale omnino 5 sara, e presto. Faremo 
questa repetizione accio che coloro che non hanno udito pel passato 
intendino e sappiano la renovazione avere a essere certamente e 
presto, e quelli che hanno udito pel passato e credono, questa mat- 
tina si confermino ; e quelli che non hanno creduto o non credono, si 
convertino, e quelli che non vorranno credere, stando pure per- 
tinaci, almeno rimanghino confusi e bianchi 6 per le ragioni che 
addurremo. 

In ogni creatura e terminato la creazione sua, il suo essere e la 
sua virtu : 7 la eternita non ha termine o fine alcuno, quia aeter- 
nitas est interminabilis vitae perpetua possessio . 8 El tempo non 
e tutto unito insieme, la eternita si, perche il tempo e parte pre- 
terito, 9 parte presente, parte futuro, ma Iddio capacissimo d'ogni 
cosa e eterno abbraccia tutto il tempo, perche ogni cosa a Lui e 
presente e cio che f u e e e sara, a Lui sempre e presente e intende 10 
e vede presente sempre ogni cosa. E come abbiamo detto, Iddio e 
capacissimo d'ogni cosa e intende ogni cosa, cosi quanto una 

i. Questa predica, pubblicata e diffusa con questo titolo nello stesso anno, 
1495, fu ben presto conosciuta in tutta 1' Italia. La data del gennaio 1494 
corrisponde in realta al gennaio 1495, computandosi gli anni, secondo lo 
stile fiorentino, dal 25 marzo, giorno dell'Incarnazione. 2. Ecco la spada 
di Dio sulla terra presto e velocemente. Questa frase, che il Savonarola 
pronunci6 per la prima volta il 6 aprile 1492 predicando sulPEvangelo 
della resurrezione di Lazzaro, e, come spesso accade, una giustapposi- 
zione di espressioni bibliche di varia origine, insieme rifuse. Ecce gladius 
Domini e detto spesso nella Bibbia: cfr., per esempio, Ezech., VI, 3; Cito 
et velociter ricorre in los., xxm, 16 e in loel, in, 4. 3. repetere: riepilo- 
gare. 4. tutto . . . passati: allude alle prediche tenute in Firenze dal 1490, 
dopo il suo ritorno in San Marco, sin da quando cominci6 a commentare 
VApocalypsis, invocando il rinnovamento della Chiesa. 5. completa~ 
mente. 6. bianchi: pallidi di confusione. 7. In . . . virtu: in ogni crea- 
tura la creazione, P essere e la virtu hanno un limite e un termine. 

8. poich6 T eternita consiste nel perpetuo possesso di una vita intermi- 
nabile. Definizione tomistica. Cfr. Sumrna TheoL, I, quaest. II, art. I. 

9. preterito: passato. 10. e intende: ed egli intende. 



88 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

creatura e piu elevata dalla materia e capace di piu cose e intende 
piu cose. E pero Fuomo e piu capace e piu conosce che ogni altro 
animale, e cosi poi Fangelo, che e piu elevato dalla materia che Fuo- 
mo, intende e conosce piu che Fuomo ed e capace di piu cose. 1 
E pero Fangelo conosce Pordine di tutto Funiverso, ma le cose 
future che sono contingent, possono essere e non essere e che con- 
sistono nello arbitrio libero delFuomo, ne angelo ne creatura altra 
le sa, ma Iddio a se solo ha riservato questa cognizione del futuro 
e communicala a chi gli piace quanta e quando e' vuole. 2 Bene 
e vero che Fangelo conosce quelle cose future che vengono per 
causa necessaria; si come fa lo astrologo, che giudica lo eclisse 
futuro per moto necessario del cielo, giudica e vede ancora Fan- 
gelo per causa quae contingit ut in pluribus 3 come e verbi gratia 
giudicare che Fulivo fara delle ulive e che il grano fara del grano, 
perche questo awiene quasi sempre et contingit ut in pluribus 
benche alle volte avvenga il contrario et contingat ut in pauciori- 
bus . 4 Per questo si pu6 manifestamente concludcre che gli indo- 
vinamenti e quella astrologia che vuole indovinare de futuris con- 
tingentibus )> s sono omnino cose falsissime, perche le cose future 
e quelle che sono del libero arbitrio, 6 che possono essere e non 
essere, solamente Iddio le sa e quella creatura a chi Iddio le vuole 
rivelare come abbiamo detto: e pero io ti dico che P astrologia per 
volere indovinare 7 e cagione di molte superstizioni e eresie, per- 
che simile astrologia e omnino falsa. 

Pruovotelo cosi : o la filosofia e vera o falsa. Se e vera, Pastrologia 
e falsa, perche la filosofia dice che de futuris contingentibus non 
est determinata veritas; 8 se la filosofia e falsa, ancora 9 Fastrologia 

i. E pero . . . cose: di quanto Fuomo e superiore nelle possibilita e nella 
conoscenza a ogni altro essere animato, altrettanto Fangelo e superiore 
all'uomo. 2. ma Iddio . . . e' vuole: solo Dio pu6 conoscere quel futuro 
che e libera opera delFuomo. 3. quel che accade nella maggior parte dei 
casi . 4. e awenga come per la minor parte dei casi . Tutto questo 
brano riporta, con le stesse frasi latine, la conclusione delParticolo tcrzo 
della quaestio LVII della Summa. 5. delle cose future contingent!)), 
cioe che possono essere o non essere, come le cose e le azioni umane. 
6. che . . . arbitrio: che sono nelPambito del libero arbitrio umano. 7. in- 
dovinare: contrapposto a conoscere. 8. non c'e verita intorno a quelle 
cose future che possono essere e non essere . Cfr. san Tomrnaso, Summa 
Theol, i, quaest. LXXXVI, art. iv. Questa frase e ripetuta altre volte dal 
Savonarola (cfr. per esempio, la predica del 3 luglio 1496 sul Salmo II di 
David) e deriva da Aristotele, De inter pretatione, n, 3. 9. ancora: anche 
in questo caso. 



GIROLAMO SAVONAROLA 89 

e falsa, perche in filosofia si dimostra quelle cose le quali 1'astrologo 
presuppone tamquam principia. 1 Se adunque la filosofia e falsa e 
demostra e principi delF astrologia, adunque quelli saranno falsi; 
se sono falsi i principi delP astrologo, sara falso e 2 queilo che d' essi 
ne seguita. Secundo 3 te lo pruovo : o la fede nostra e vera o falsa. 
Se e vera, Fastrologia e falsa, perche i canoni de la fede la ripruo- 
vano; 4 se la fede e falsa, Fastrologia e ancora falsa, perche la fede 
di Cristo (la quale comincio a principio mundi, 5 perche credevano 
Cristo venturo e noi crediamo Cristo esser venuto) secondo T astro- 
logo viene da inclinazione d'una Stella fissa, la quale inclina gli uo- 
mini a questa fede. 6 Se questa fede e falsa, adunque Fastrologia e 
falsa, perche quelle stelle che inclinono a falsita, nella quale si fon- 
da Fastrologia, sono cosa falsa: adunque Fastrologia e falsa. Item, 7 
se la fede di Cristo e falsa, nella quale sono piu cose di bonita 8 
e di iustizia e di costumatezza che in alcuna altra fede, adunque 
ogni altra fede e falsa, adunque Fastrologia e falsa, che inclina 
a credere questa falsita. Concludi adunque per le sopradette cose 
che gli indovinamenti e simile astrologia e falsa e che le cose fu- 
ture che dependono dal libero arbitrio sono incerte a ogni crea- 
tura, 9 ma a Dio sono certe e a quelli a chi Lui le rivela. 

Praeterea, 10 e primi principi sono piu certi che le conclusioni 
che s'inferiscono di 11 quelli alii 12 nostri intelletti, ma a Dio non 
interviene cosi, perche Lui non conosce le cause per li effetti, 
ma a Lui sono note sanza discorso 13 le conclusioni ne j principi e li 
effetti nelle cause. L'angelo participa ancora lui di questo lume, 
perche vede sanza discorso. Li profeti avevono ancora di questo 
lume di Dio e pero disse David nel salmo: In omnem terrain 
exivit sonus eorum, 14 intendendo degli apostoli i quali furono 
moltissimi anni dopo David, et tamen 15 Lui con queilo lume 

i. come principi . 2. e: anche. 3. In secondo luogo . 4. ripruovano: 
vietano. Cfr. il trattato I delFopuscolo del Savonarola Contra Vastrologia 
divinatrice. L'aspra polemica contro Fastrologia, come negazione della 
potenza e del valore di Dio e della liberta e del valore dell'uomo e come 
presuntuosa mistificazione in confronto alia profezia, e parte essenziale 
del pensiero savonaroliano. 5. dalFinizio del mondo. 6. secondo . . . 
fede: secondo 1'astrologia, la fede in Dio nasce soltanto da una posizione 
delle stelle, che spingono gli uomini in questo senso, verso questa credenza. 
7. Parimenti . 8. bonita: bonta. 9. a ogni creatura: agli uomini e agli 
angeli. 10. Inoltre. n. s'inferiscono di: si derivano da. 12. alli:nei. 
13. sanza discorso: senza bisogno di procedimento razionale. 14. La loro 
voce si sparse per tutta la terra , Psalm., xvm, 5; luogo ripreso da san 
Paolo ntll'Epistola ai Romani, x, 18. 15. e tuttavia. 



90 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

vedeva gia Fopera loro come cosa fatta. Per questo lume 1 ancora i 
santi profeti intendono per segni esteriori quello che significono in- 
trinsecamente, come fe j Daniel quando, al tempo di Baltassarre, 
con la mano scrisse quelli segni nel muro, cioe mane, tekel, fares , 2 
che intese il senso e significato intrinseco di quelli segni e lettere 
estrinseche. E per tanto questo lume & una partecipazione del- 
reternita, el quale Iddio communica a chi e* vuole. 

Orsu! che vuoi tu dire, frate, per questo? Le cose che tu hai 
predette da quattro anni in qua, donde le hai tu avute ? 3 E' non 
bisogna che io te lo dica questo, perch6 la materia 4 non e disposta 
a intenderlo. Io 1'ho ben detto a qualcuno intrinseco, o uno o dua 
il piu. 5 Ma bene ti voglio dire che tu debbi credere, che io non sono 
pazzo, e non mi muovo sanza fondamento. Io gia pel passato mi 
facevo beffe di simili cose ancora io, ma Iddio lo permetteva in 
me, perche io t'avessi compassione 6 quando tu non credessi cosl 
bene. Ma veramente tu debbi credere, perch6 delle cose che io 
t'ho predicate ne vedi g& verificate una gran parte insino a qui 
e dicoti che si verifichera ancora il resto e non ne fallira uno 
iota; e io ne sono certo piu che non se* tu che dua e dua fa 
quattro, e piu che io non sono certo che io tocco questo legno 
di questo pergamo, perch quello lume 7 & piu certo che non e 
il senso del tatto; ma voglio bene che tu sappi che questo lu- 
me non mi fa per6 giustificato. 8 Balaam che profet6 fu non di 
manco peccatore e scellerato, bench6 avessi questo lume della pro- 
fezia. 9 

Ma io ti dico, Firenze, che questo lume m'fe stato dato per te e 
non per me; perch6 questo lume non fa grato Puomo a Dio. 10 E 
voglio che tu sappi che io cominciai a vedere queste cose gik piu 
di quindici anni sono e forse venti, ma da dieci anni in qua ho 
cominciato a dire, e prima, a Brescia, quando vi predicai, dissi 

1. Per questo lume: e il lume della profezia, del quale il Savonarola parla 
frequentemente nelle sue prediche e nelle sue opere, definendolo ncl 
Compendium revelationum come una partecipazione deU'eternita di Dio. 

2. mane, tekel, fares: cfr. Dan., V, 25. 3. Orsu . . . avute: il Savonarola 
si finge queste obbiezioni come se venissero da parte del pubblico. 4. la 
materia: la tua mente. 5. il piu: al massimo. 6. t'avessi compassione: 
avessi compassione di te, essendo stato anch'io incredulo come te. 7. lu~ 
me: il lume prof etico. 8. non. . .giustificato: non mi concede la grazia, 
non e segno in me di santita. 9. Cfr. Num., xxn; Summa TheoL, i, n, 
68, 3, 3; e ibidem, n, n, 172, 4, 4. io. non fa . . . Dio: non basta per 
salvarlo dalla dannazione. 



GIROLAMO SAVONAROLA 91 

qualche cosa. 1 Di poi permise Iddio die io venissi a Firenze 2 che 
e Pombilico 3 d'ltalia, accio che tu ne dessi notizia a tutte le altre 
citta d' Italia; ma tu, Firenze, hai udito con gli orecchi tuoi, non 
me, ma Iddio. Ma li altri della Italia hanno udito sempre pel 
detto d'altri e pero non arai escusazione alcuna tu, Firenze, se tu 
non ti convert! ; e credimi, Firenze, che non io, ma Iddio e quello 
che dice queste cose. Questo puoi comprendere, perche tu hai 
veduto questa gente che era per la mala via, che e ritornata a pe- 
nitenza; e credi che questo effetto non Io aria potuto operare uno 
povero fraticello, se Iddio non avessi operate Lui. Credi adunque, 
Firenze, e convertitl e non pensare che sia passato il flagello tuo, 
perche io vedo la spada che torna indrieto. 4 La pietra per sua natura 
si conduce al basso e non sa perche; la rondine fa el nido di terra 
e non sa perche; ma quello fanno per istinto naturale e non sanno 
la cagione perche cosi operano, ma 1'uomo e menato da libero 
arbitrio. 

A questa similitudine sono stati alcuni che per simplicita loro 
hanno predetto molte cose e non hanno saputo la cagione perche. 
E alcuni altri sono stati che hanno predette molte cose, non per 
simplicita, ma hanno saputo la cagione e ragione perche. Si che 
in qualunque di questi due modi tu voglia dire che si possa predire 
una cosa, io te Fho predetta, che la Italia ha tutta andare sotto- 
sopra, e Roma ; e di poi si ha a rinovare la Chiesa. Ma tu non credi : 
doverresti pure credere, perche piu presto 5 Iddio te Tha detto 
che io. 

Ora cominciamo alle ragioni che io ti ho allegato da parecchi 
anni in qua, che ti dimostrano e pruovano la renovazione della 
Chiesa. Alcune ragioni sono probabili, 7 che si gli puo contradire; 
alcune sono dimostrative, 8 che non si gli pu6 contradire, perche 
sono fondate nella Scrittura Santa, e quelle che io ti diro sono tutte 
demonstrative, fondate tutte nella Scrittura Santa. 



i. a Brescia ... cosa: il Savonarola a Brescia, probabilmente nel 1489, 
tenne una predica profetica sul iv capitolo dell'Apocalypsis. 2. Dipoi . . . 
Firenze: dopo essere stato a Brescia; allude quindi al suo ritorno a Firenze 
nel 1490. 3. ombilico: centro. 4. la spada . . . indrieto: la spada e il 
gladius biblico della frase che da il tema alia predica, e si riferisce alia 
visione della predica del 6 aprile 1492. 5. piu presto: piuttosto. 6. alle: 
dalle. 7. probabili: termine teologico per indicare ragioni sostenute alrne- 
no da qualche autore importante, ma ancora controverse. 8. dimostrative: 
che hanno cioe piena forza di dimostrazione. 



93 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

La prima e propter pollutionem prelatorum. 1 Quando tu vedi 
uno capo buono, di' che il corpo sta bene; quando el capo e cat- 
tivo, guai a quello corpo. Per6, quando Iddio permette che nel capo 
del reggimento 2 sia ambizione, lussuria e altri vizi, credi che il fla- 
gello di Dio e presso. lo te lo pruovo; va, leggi al quarto de ? 
Re, a Tultimo di Sedechia, dove dice Dominus irascitur contra 
Hierusalem. 3 Item primo Reguiri, 4 dove dice che Iddio permise 
che David peccassi per punire il popolo: il medesimo si legge di 
Manasses. 5 Adunque, quando tu vedi che Iddio permette e capi 
della Chiesa traboccare nelle sceleratezze e simonie, di' che il 
fragello del populo e presso. lo non dico che sia ne' capi della 
Chiesa, ma dico quando tu lo vedrai. 

La seconda e propter absumptionem 6 de' buoni e giusti: ogni 
volta che Iddio leva via e santi e buoni, di' che il fragello e 
presso. Pruovasi questo: quando Iddio volse mandare il diluvio, 
Iev6 Noe e la sua famiglia; item cavo Loth di Sudoma 7 quando 
la volse ardere. Guarda quanti uomini si truova oggidl, che si 
possa chiamare giusto e buono, e per6 di' che il fragello e presso 
e 1'ira con la spada di Dio e commossa. 8 

La terza e propter exchsionem iustorum: 9 quando tu vedi che al- 
cuno signore o capo del reggimento non vuole li buoni e li giusti 
apresso, ma gli discacciano, perche non vogliono gli sia detta la 
verita, di' che il fragello di Dio e presso. 

La quarta propter desiderium iustorum: 10 quando tu vedi che 
tutti gli uomini di buona volont desiderano e chiamano il fra- 
gello, credi che ha a venire di corto. 11 Guarda oggi se ti pare che 
ogniuno chiami il fragello. E credimi, Firenze, che la punizione 
tua sarebbe gia venuta se non fussi stato li prieghi e orazioni de' 
buoni. Credimi che tu saresti oggi uno giardino. 12 

La quinta e propter obstinationem peccatorum: 13 quando e pec- 
catori sono ostinati e non vogliono convertirsi a Dio e non stimono, 
ne apprezzono quelli che gli chiamano a la buona via, ma sempre 

i . a causa della cormzione dei prelati . 2. reggimento : governo. 3. Dio 
e adirato contro Gerusalemme . 4. Parimenti, nel I Liber Regum. 
5. Cfr. Reg., iv, 21. 6. a causa dell'assunzione , doe della salita al cielo. 
7. cavd . . . Sudoma: cfr. Gen., xix, 19, 15. 8. e Vira . . . e commossa: 1'ira 
di Dio si e mossa con la sua spada. 9. a causa delFesclusione dei giusti . 
10. a causa del desiderio dei giusti . n. di corto: tra breve. 12. uno 
giardino: un campo, non una citta. 13. a causa delFostinazione dei 
peccatori . 



GIROLAMO SAVONAROLA 93 

vanno di male in peggio e sono ostinati ne j vizi loro, di' che Dio 
e adirato. 

Queste ragioni e le due precedent! si pruovono per quello che 
Iddio fece a Jerusalem, quando li mando tanti profeti e santi 
uomini a volere convertire quel popolo, ma sempre stette ostinato 
e discacciava e profeti e lapidava, dove tutti e buoni allora pareva 
che chiamassino il fragello. Cosi a Faraone furono mandati tanti 
miracoli, ma sempre stette ostinato. E pero Firenze aspetta el 
fragello, che sai quanto tempo 1 ti e stato detto che tu ti converta 
e sempre se 5 stata ostinata. 

E tu Roma, Roma, anche a te e stato detto e tu pure stai nella 
ostinazione e pero aspetta Tira di Dio. 

La sesta e propter multitudinem peccatorum. 2 Per la superbia di 
David fu mandata la peste. 3 Guarda se Roma e piena di superbia, 
di lussuria, avarizia e simonia. Guarda se in lei si multiplicano 
sempre peccati, e pero di' che il fragello e presso. 

La settima e propter exclusionem virtutum primarum, scilicet ca~ 
ritatis et fidei. 4 Nel tempo della primitiva Chiesa non si viveva 
se non con tutta 5 fede e carita: guarda oggi quanta n'e al mondo. 
Tu, Firenze, vuoi pure attendere alia tua ambizione e ognuno a 
esaltarsi; 6 credi che tu non hai remedio se non penitenza, perche 
il fragello di Dio e presso. 

La ottava e propter negationem credendorum. 7 Guarda che oggi 
non pare che nessuno creda e abbi piu fede e ognuno quasi dice: 
che sara poi? 8 Quando tu vedi questo, df che el fragello e 
presso. 

La nona e propter perditum cultum divinum. 9 Va, vedi quello che 
si fa per le chiese di Dio e con che divozione vi si sta. E pero e 
oggi perduto il culto divino. Tu dirai che ci e tanti religiosi e tanti 
prelati piu che ne fussi mai: cosi ce ne fussi meno. O cherica, che- 
rica, ((propter te orta est haec tempestas! 10 Tu se' cagione di tutto 
questo male; e oggidi a ognuno gli pare esser beato chi ha il prete 



i. quanta tempo: da quanto tempo. 2. a causa della quantita del pec- 
cati)). 3. Cfr. Reg. y n, 2, 24. 4. a causa della perdita delle prime vir- 
tu, cioe della carita e della fede. 5. con tutta: intera. 6. esaltarsi: a 
primeggiare. 7. per la negazione delle cose di fede. 8. che sard poi?: 
che mai potra essere dopo la morte? 9. a causa della rovina del 
culto di Dio. 10. O ecclesiastic! . . . a causa vostra e sorta questa tem- 
pesta . 



94 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

in casa, e io ti dico che verra tempo e presto, che si dira: beata 
quella casa che non ha cherica rasa. 1 

La decima e propter universalem opinionem. 2 Vedi, ognuno pare 
che predichi 3 e aspetti il fragello e le tribulazioni e a ognuno pare 
che sia giusta cosa che la punizione di tante iniquita debba venire; 
1' abate Giovachino 4 e molti altri predicano e annunziano che in 
questo tempo ha a venire questo fragello. Queste sono le ragioni 
per le quali io t'ho predicate la renovazione della Chiesa. 

Ora diciamo quanto alle figure 5 che la demonstrano. A volere 
dichiarare le figure della Scrittura Santa, bisogna sapere che la 
Scrittura ha due sensi: uno litterale, che e quello che intende co- 
lui che la compose e fece quella lettera; Taltro mistico, e questo si 
dice in tre modi: allegorico, tropologico e anagogico. 6 Piglieremo 

10 allegorico. E sappi che a volere che una scrittura abbi el senso 
allegorico, bisogna che abbi tre cose: prima che abbi el senso litte- 
rale, secondo che sia istoria e non fabula e per6 le poesie non hanno 
senso allegorico, terzo che sia Scrittura Santa. E per6 allegorica- 
mente si dice che il Testamento Vecchio significava e figurava 

11 Nuovo. 7 Item uno cherubino era all' Area della Legge e risguar- 
dava Paltro cherubino e figuravano il Testamento Vecchio e il 



i . beata . . . rasa : beata quella casa dove non ci sono preti. E il rovesciarnen- 
to di un detto popolare. 2. a causa delFopinione universale . 3. predichi: 
non parli d'altro. 4. V abate Giovachino: e 1'abate Gioachino da Fiore, 
nato nel 1130 e morto nel 1202, esaltato da Dante per il suo spirito pro- 
fetico nel xn del Paradise. Lasci6 opere che furono famosissime sino al- 
Tepoca del Savonarola, soprattutto I'Evangelo eterno, intitolato dall'autore 
Concordia veteris et novi Testamenti, e VJSxpositio in Apocalypsim. Predicava 
Tawento dello Spirito Santo e il rinnovamento della Chiesa fondato sulla 
carita, sull'amore e sulla poverta. Fu grande la sua influenza sui France- 
scani Spiritual! e, in seguito, sull'Osservanza. I seguaci di Gioachino 
aspettavano ancora che si avverassero le sue profezie. $. figure: esempi. 
6. allegorico . . . anagogico: sono i quattro sensi della Scrittura, come furono 
sintetizzati nel celebre distico di Agostino di Dacia, morto nel 1285, che, 
nel suo Rotulus Pugillarius, trattato ad uso dei predicatori, scriveva: 
Littera gesta docet, quid credas allegoria, moralis quid agas, quid speres, 
anagogia. La lettera insegna le cose awenute, Tallegoria che cosa devi 
credere, il senso morale che cosa devi fare, F anagogico che cosa sperare. 
Erano diffusissime le esposizioni morali di Niccolo da Lyra detto Lyranus 
(1270-1340). Anche in questo punto il Savonarola segue san Tommaso 
(cfr. Summa TheoL, I, quaest. I, art. io); allegorico quindi, significa sim- 
bolico ; tropologico vuol dir morale ; e anagogico vien riferito alle cose ce- 
lesti. 7. E perd,. .Nuovo: di questa concordanza tra il Vecchio e il Nuovo 
Testamento, Gioachino da Fiore aveva fatto il fondamento della sua dot- 
trina e del suo profetismo nella Concordia veteris et novi Testamenti, 



GIROLAMO SAVONAROLA 95 

Nuovo. Item rota erat in rota)); 1 le due rote significant questo 
medesimo. In un altro luogo dice : Et factum est verbum Domini 
et vidi. 2 Comincia questa orazione da te: e costume de' profeti 
ne' quali comincia prima a parlare lo spirito di Dio dentro di loro 
e poi proferiscono le parole e congiungono le parole di fuori 
con quelle di dentro. Seguita e dice : Et vidi virum cum funiculo 
venire et mensurare Hierusalem et postea tacuit. 3 Vide il profeta 
uno, e figura Cristo, 4 che viene a misurare Jerusalem, idest 5 la 
Chiesa e la carita della Chiesa quanta era e misurolla col funicolo, 
idest con la sapienza di Dio, la quale misura ogni cosa. E poi che 
ebbe misurato per la larghezza, stette cheto, doe conobbe per la 
larghezza anche la lunghezza, la quale debbe esser proporzionata 
alia larghezza. E cosi conobbe quanta era la carita della Chiesa, 
la quale carita debbe esser larga e lunga, perche si allarghi e di- 
stenda nel prossimo 6 insino allo inimico. E pero quando ti esposi 
questa profezia, ti dissi che la Chiesa aveva due muri: Puno sono 
e prelati della Chiesa, P altro e principi seculari, e quali hanno an- 
cora loro a mantenere la Chiesa. Ma quando Iddio verra a misurare 
la Chiesa, non trovera nessuno di questi muri, perche Puno di 
questi muri e caduto sopra Paltro, in modo che tutta due sono ro- 
vinati e tutte le pietre quadrate di questi muri si son rotte e non 
son piu quadre, cioe non hanno la larghezza della carita e hanno 
fatto pietre tonde convertite in bene proprio e raccolte in se e con 
queste pietre hanno bombardato la citta, cioe con loro male essem- 
plo hanno ancora corrotto e rovinato le citta e li cittadini e pero 
il fragello e presso, come fu e venne 7 a Jerusalem. La seconda figura 
che io ti dissi fu quella: quando in Jerusalem era proibito che non 
si tenessi arme di nessuna ragione nessuno fabbro poteva fab- 
bricare arma alcuna, insino allo stimulo da pungere e buoi biso- 
gnava che fussi spuntato. 8 II fabbro che sta sempre al fuoco signi- 
ficava il fuoco della carita, il quale sempre debbe stare ed ardere 
in noi. II martello che batte e P orazione continua che sempre 

i. Ezech., x, io. 6 il capitolo della visione dei cherubini: E parimenti vi 
era una ruota dentro un'altra ruota. 2. Ezech., vm. II Savonarola uni- 
sce le frasi iniziali dei due primi versetti, aggiungendo verbum Domini: 
E la parola di Dio si fece sentire e io vidi. 3. Ezech., XL, 3 : E vidi un 
uomo venire con una funicella, e misurare Gerusalemme, e poi tacque. 

4. unOy e figura Cristo: un uomo che, allegoricamente, simboleggia Cristo. 

5. cioe. 6. nel prossimo i verso il prossimo. 7. venne: awenne. 8. quan- 
do ... spuntato: cfr. Reg., i, xin, 20 e 21. 



96 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

debbe battere a Dio: pulsate et aperietur vobis)). 1 Lo stimulo 
spuntato era la filosofia, la quale non punge forte, come fa la 
scienza della Sacra Scrittura. E per6 venne Nabucodonosor 2 re e 
fragellb crudelmente quel populo el quale non aveva arme, cioe 
carita. Cosi verra adunque presto alia Chiesa nella quale non e ri- 
masto oggi punto di carita. La terza figura che io ti dissi fu quella 
dello Apocalissi? dove disse che vedeva quattro cavalli: 1'uno 
bianco, Taltro rosso, il terzo nero, il quarto pallido; e dissiti che 
il bianco significava lo stato 4 delli apostoli; il rosso significava lo 
stato de' martiri, che fu il secondo stato della Chiesa; il nero si- 
gnificava il tempo delli eretici che fu il terzo stato della Chiesa; il 
pallido significava il tempo de' tiepidi, 5 che e oggi. Per6 ti dissi 
che la renovazione della Chiesa si aveva a fare e presto; e per6 
Iddio dara la sua vigna, 6 cioe Roma e la Chiesa, a cultivare a altri, 
perch6 a Roma non e rimasto carita alcuna, ma solo il diavolo. 
E questo basti quanto alle figure. 

Ora ti dir6 quanto alle parabole che significano la renovazione 
della Chiesa. La prima parabola e: uno cittadino ha uno podere 
nel quale sono dua pezzi di terra contigui Puno airaltro: 7 1'uno 
pieno di sassi e spine e gramigna e d'ogni altra cosa infruttuosa, 
e questo campo quel cittadino non lo ara e non lo cultiva; Paltro 
campo lui lo ara e cultiva ogni anno e adornalo con ogni sollecitu- 
dine, perche pare buona terra a producere frutto. Non di meno 
quel cittadino non ha mai cavato frutto alcuno. Dimmi: che credi 
tu che quel cittadino fara di questi due campi ? Certo, se e prudente, 
pigliera tutti quelli sassi e spine che sono in quello primo campo 
e turte le gittera in quest' altro campo e cominciera a arare e culti- 
vare quest' altro campo. II cittadino si e Cristo che s'e fatto citta- 
dino, cioe uomo simile a te e ha il campo sassoso e spinoso, cioe 
la terra degli infedeli, piena di durezza simile a* sassi, e di eresie 
simili alle spine, e ha la terra de' cristiani, la quale Lui ha cultivate 
sino a qui et tamen la non gli rende frutto alcuno. Per6 Lui fara 

i. battete e vi sara aperto, Matteo, 12, 7. 2. E perd . . . Nabucodonosor: 
cfr. Reg., iv, 25; lerem., xxv, i. 3. Cfr. Apoc., vin. 4. lo stato : la con- 
dizione. 5. tiepidi: e parola scritturale nel senso di inerti, accidiosi: 
cfr. Apoc., m, 16: Tiepidus es, nee frigidus, nee calidus. II Savonarola 
parla spesso dei tiepidi, i savi del mondo. Cfr. per esempio la predica del 9 
aprile 1495, xxxvn, sopra Giobbe. 6. Secondo la parabola evangelica, 
Matteo, 20; cfr. Dante, Par., xn, 87. 7. uno . . . altro: questa parabola 
prende lo spunto da Is., v. 



GIROLAMO SAVONAROLA 97 

convertire Finfedeli e seminarvi in quella terra la sua legge e questa 
che ha cultivate tanto abbandonera e resterassi piena di eresie. 

Adunque la renovazione della Chiesa si fara e mold che sono 
qui alia predica la vedranno. La seconda parabola : era stato pian- 
tato un fico, il quale il primo anno fece di molti fichi, sanza alcuna 
foglia. 1 II secondo anno fece pure assai fichi e qualche foglia, ma 
pochissime; il terzo anno fece tanti fichi quante foglie; il quarto 
anno piu foglie che fichi; il quinto anno fece pochissimi fichi e 
moltissime foglie. E continuando divenne 2 che non faceva se non 
foglie e in tanto che non solamente che non facessi frutto, ma 
con le sue tante foglie aggravava 3 Faltre erbe che non potevono 
crescere. Che credi tu che facci 1'ortolano di questo fico ? Certo lo 
tagliera e darallo al fuoco. Questo fico e 1'arbore della Chiesa, 
la quale benche nel principio d'essa facessi assai frutto e niente 
di foglie, e oggi venuta in termine 4 che non fa frutto alcuno, ma 
solamente foglie: cioe cerimonie e pompe e superfluita, con le quali 
uggiano 5 Taltre erbe della terra; cioe con loro malo essemplo li 
prelati della Chiesa fanno cascare li altri uomini in moltissimi 
peccati. Verra Portolano, cioe Cristo, e tagliera via questo fico in- 
fruttuoso. 

Adunque la Chiesa si rinnovera. La terza parabola: uno re 
aveva uno suo figliuolo unigenito ; 6 trov6 una donna povera, strac- 
ciata, infangata. II re mosso a compassione, la prese e menolla in 
casa sua e tolsela per sua legittima donna. 7 Ebbene due figliuole, 
le quali dette per moglie al suo unigenito figliuolo. Questa donna 
del re, stata cosi alquanto tempo, incomincio a innamorarsi e 
a fare di molti mali con suoi cortigiani e camerierL El 8 lo seppe, 
presela e cacciolla via e rimandolla in poverta e nel fango come 
era prima. Di poi una di queste sue figliuole cominci6 a peccare 
simttmente come aveva fatto la madre e molto peggio: per la qual 
cosa il re adirato la mando via e scacciolla da se e dal suo figliuolo, 
e comando che non le fussi dato del pane. L'altra figliuola, non 
ammunita 9 del peccato e della pena della madre e della sua sorella, 



i. era . . .foglia: questa seconda parabola prende lo spun to da Matteo, 
21, 19 e da Marco, n, 13. 2. divenne: awenne. 3. aggravava: opprime- 
va. 4. in termine: al punto. 5. uggiano: aduggiano. Cfr. Dante, Purg., 
XX, 43. 6. uno re . . . unigenito: e la fusione di due brani biblici, Ezech., 
xvi e xxnr; unigenito: unico. 7. donna: moglie. 8. El: egli. 9. non 
ammunita: non ammaestrata. 



98 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

comincii similmente a peccare e fare molto peggio che non ave- 
vano fatto la madre e la sorella sua, e molto piu scelleratamente 
che loro. Dimmi tu, sapiente, che merita costei? Certo merita 
molto piii punizione che la madre e la sorella. Ora ti voglio esporre 1 
questa parabola. El re e Iddio che tolse quella povera donna per 
sua sposa, ci6 e la sinagoga de' giudei per sua Chiesa, la quale 
pecc6 e sai come Iddio la scaccio da s6 e rimandolla nel fango dove 
era prima, cio& la mise in servitu e miserie e cecit di prima. Le 
due figliuole sono la Chiesa d'Oriente de' Greci e la Chiesa ro- 
mana, date per spose da Dio al suo Unigenito figliuolo Cristo Jesu 
crucifisso, nella quale abbiamo a militare sotto la fede del suo 
figliuolo Cristo Jesu. Quella d'Oriente pecc6 nelle sue eresie 
e pero Iddio 1'ha scacciata da s6 e dal suo figliuolo Jesu Cristo 2 e 
ha comandato che non le sia dato del pane, perch6 non vi va piu 
predicatori, n< persona a dargli il cibo dell'anima, il cibo spiri- 
tuale, ne a illuminarla. Quest'altra & la Chiesa romana piena di 
simonie e sceleratezze, la quale ha peccato e molto piu che la prima 
e la seconda: che credi tu che meriti? Non credi tu che Iddio la 
vogli punire? Certamente credi di si. E ancora piu asperamente 
che la madre e la sorella, perch6 loro si dorrebbono giustamente 
di Dio dicendo: Se noi abbiamo peccato, tu ci hai fatto portare 
la pena, ma quest'altra che ha piu peccato di noi, perche non la 
punisci tu ? E per6 tieni 3 che la Chiesa si rinovera e presto. 

Dette le parabole, diremo della renovazione della Chiesa, quan- 
to ne abbiamo veduto, quanto alia cognizione, 4 e predicatolo. E 
accio che tu intenda meglio, sappi che dua sono le cognizioni: 
la prima, quando conosciamo per qualche segno esteriore quello 
che intrinsecamente significa quello segno, la seconda cognizione 
e per imaginazione. 5 Circa la prima: quando fu morto papa Inno- 
cenzo, 6 fu fatta una cosa, 7 per la quale tu ti ridevi de' fatti mia, 
che avevo detto che la Chiesa si aveva a rinovare e credevi per quello 
segno che io fussi in grande errore e che non potessi venire quello 

i. esporre: spiegare. 2. Quella . . . Cristo: mediante lo scisma. 3. tieni: 
ritieni. 4. quanto alia cognizione: per quanto e stato possibile conoscere. 
5. dua. ..imaginazione: e ancora la teoria tomistica della profezia. Cfr. 
Summa TheoL, m, quaest. 171. Si pu6 conoscere in due modi: coll'inter- 
pretazione di segni esteriori e con la visione. 6. Innocenzo VIII morl il 
25 luglio 1492 e il Savonarola sosteneva di averne predetto la morte, 7. fu 
fatta una cosa : fu eletto un papa come Alessandro VI, cosa che pareva 
contraddire alia predizione del rinnovamento delk Chiesa. 



GIROLAMO SAVONAROLA 99 

che io avevo predetto e io per quello segno esteriore vedevo che 
omnino si aveva a fare la renovazione della Chiesa e facevo fon- 
damento in su quello che tu dicevi, che era contra di me. 1 

Circa la seconda, che e la imaginaria, 2 vedevo per imaginazione 
una croce nera sopra la Babilonia, Roma, nella quale croce era 
scritto: Ira Domini)); 3 e qui sopra pioveva spade, coltelli, lance e 
ogni arme, grandine e sassi con tempesta e fulguri mirabili, 4 con 
uno tempo oscurissimo e tenebroso ; e vedevo un'altra croce d'oro 
che aggiugneva 5 di cielo insino in terra sopra Jerusalem, nella 
quale era scritto: Misericordia Dei; 6 e qui era uno tempo se- 
reno, limpidissimo e chiaro. Onde, per questa visione, ti dico che 
la Chiesa di Dio si debbe rinovare, e presto, perche Iddio e adirato; 
e di poi Tinfedeli s'hanno a convertire, e sara presto. 

Un'altra imaginazione: vedevo una spada che era sopra la Italia 7 
e vibrava; 8 e vedevo li angeli che venivono e avevano la croce rossa 
da una mano e dall'altra molte stole bianche; 9 e questi angeli da- 
vono baciare questa croce a ognuno che la voleva e cosi porgevono 
le stole bianche; e erono certi e quali pigliavono queste stole; 10 
alcuni erano che non le volevono, ma confortavono ancora gli 
altri che non se ne togliessino e facevono in modo che molti per le 
loro persuasioni non ne toglievono. 

Dopo questo, partiti questi angeli, tornavon piu angeli con 
calici in mano pieni insino alia superficie 11 di buon vino dolce, ma 
nel fondo era una feccia amarissima, 12 e questi angeli porgevano el 
calice a ciascheduno, e quelli che volentieri avevon preso le stole, 
volentieri bevevono del vino, che di sopra era dolce e gustavono; 

1. io per quello . . . contra di me: mi fondavo su questa stessa elezione, 
che si diceva fosse contro di me, per dedurne che il rinnovamento della 
Chiesa era certo. La maggior corruzione della Chiesa, infatti, avrebbe an- 
cor piu provocato 1'ira di Dio e quindi, necessariamente, la rigenerazione. 

2. che e la imaginaria: conosciuta attraverso una visione. 6 appunto la vi- 
sione apparsa al Savonarola il 20 aprile 1492, Venerdi Santo, della quale 
parla an che nel Compendium revelationum. 3. L'ira del Signore. Nel 
Compendium e detto Crux irae Dei. 4. mirabili: da destar sgomento. 
5. che aggiugneva: che giungeva. 6. Misericordia di Dio. Nel Com- 
pendium: Crux misericordiae Dei. 7. Un'altra ... Italia: questa se- 
conda visione, secondo il Compendium, gli apparve la notte precedente 
1'ultima predica dell'Awento del 1492. La spada sopra 1' Italia e, al solito, 
il gladius biblico. In quella predica il Savonarola per la prima volta pro- 
nunciava la frase: Ecce gladius Domini . 8. vibrava: colpiva. 9. li 
angeli . . . bianche: cfr, Apoc., vi, u. io. stole: le stole bianche significa- 
no la purezza deH'animo. n. alia superficie: all'orlo. 12. nel fondo . . . 
amarissima: cfr. Apoc. } xiv, io. 



100 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

agli altri davano la feccia amarissima, che non avevon le stole 
e loro non 1'arebbon voluto e scontorcevansi, ma bisognava berla. 

Vidi subito quella spada che sopra la Italia vibrava, voltare la 
punta in giu e con grandissima tempesta e fragello dare tra costoro, 
e tutti fragellava; ma quelli che avevon preso le stole bianche sen- 
tivono meno di questo fragello e bevevono il vin dolce che era ne' 
calici; quelli altri bevevon per forza la feccia amarissima, e in 
quello fragello pregavono gli altri che avevono le stole e dicevono : 
Dammi un poco della tua stola, accio che io non abbi a bere 
di questa feccia amarissima ; e erali risposto : E' non e piu 
tempo. Per tanto, 1 per questo io ti dico che la renovazione 
sara, e presto. 

Dichiaraitela 2 la spada che vibrava. Io te Io voglio pur dire, Fi- 
renze: ella e questa del re di Francia, la quale si va mostrando a 
tutta la Italia. 3 Li angeli con la croce rossa e con le stole bianche e 
il calice sono e predicatori che ti annunziono questo fragello e 
dannoti a baciare la croce rossa, cioe la passione del martirio 
e di sopportare tale fragello, quale ha a essere 4 nella renovazione 
della Chiesa. La stola significa mondare la sua conscienza e net- 
tarla d'ogni vizio, che sia bianca con purita; el calice pieno nella 
superficie di buono vino significa, el calice, la passione, 5 la quale 
conviene che ognuno ne bea; ma quelli che hanno preso le stole 
e mondato la conscienza loro beeranno el vino dolce, cioe ne sen- 
tiranno poco di tale fragello, il quale e significato pel vino dolce 
nella superficie del calice, 6 cioe seranno e primi che seranno 
fragellati; ma sara dolce, perch6 Io sopporteranno pazientemente, 
e, se morranno, andranno in vita eterna. 

Quelli altri berranno per forza la feccia amarissima, perch6 loro 
parra amara, corne certamente la fia. 7 E questa spada non ha an- 
cora voltato la punta in giu, ma essi 8 mostrata per tutta la Italia, 
per6 che Iddio vi aspetta ancora a penitenza. Convertiti, Firenze, 
che non ci e altro remedio se non la penitenza. Vestitevi della stola 

i. Per tanto: per tutto quanto e state detto. 2. Dichiaraitela: te ne spie- 
gai il significato. 3. ella e questa . . . Italia: Carlo VIII era gi& stato in 
tante parti d' Italia. II Savonarola aveva annunciate la venuta di lui come 
di un nuovo Giro, nella Quaresima del 1492. 4. ha a essere: dev'essere, 
perche e inevitabile Pespiazione. 5. el calice . . .passione: il calice signi- 
fica la sofTerenza. 6. il quale . . . del calice: il quale poco, la quale po- 
chezza, e significato dal fatto che il vino e dolce solo aH'orlo. 7. la fia: 
sara. 8. essi: si e. 



GIROLAMO SAVONAROLA IOI 

bianca mentre che avete tempo; non aspettate piii, che poi non 
arete luogo 1 di penitenza. 

Ora diremo questa renovazione quanto alia parte dello intelletto; 2 
e questo e in due modi. Prima io t'ho detto circa questa renovazione 
con parole formali 3 e con parole non formali. Le parole formali 
che io t'ho detto sappi che non Pho dalla Scrittura cavate, ne 
trovate in alcun luogo, ne da mia propria fantasia le ho composte, 
e non le ho avute da uomo che sia dal cielo in giu, 4 ma da Dio. 
Io non te le posso dire piu chiaro. Intendimi, Firenze, Dio le dice 
queste parole. Orsu, ti dico, che io te Fho detto, Firenze; inten- 
dimi bene, le parole sono queste: Gaudete et exultate, iusti. 
Verum tamen parate corda vestra ad temptationem, lectione, me- 
ditatione et oratione, et liberamini a morte secunda. Vos send 
nequam qui in sordibus estis, sordescite adhuc; ventres vestri 
impleantur vino ; lumbi vestri dissolvantur luxuria et manus vestrae 
sanguine pauperum polluantur: haec enim est pars vestra. Sed 
scitote quia corpora vestra et animae vestrae in manu mea sunt 
et post breve tempus corpora vestra flagellis conterentur; animas 
autem vestras igni perpetuo tradam. 5 Le altre parole ditte for- 
mali furono queste: Audite, omnes habitatores terrae: haec dicit 
Dominus; ego Dominus loquor in zelo sancto meo. Ecce dies 
venient et gladium meum evaginabo super vos. Convertimini 
ergo ad me, antequam compleatur furor meus. Tune enim an- 
gustia superveniente requiretis pacem et non invenietis. 

i. luogo: modo e possibilita. 2. quanto . . . intelletto: per quel che ne 
riguarda la comprensione. 3. formali . . .: riguardanti la forma, cioe 1'es- 
senza della rivelazione. Le non formali si riferiscono invece ai segni 
indiretti, seguendo la duplice distinzione della profezia. 4. da uo- 
mo ... in giu: da creatura terrena. 5. Godete ed esultate, o giusti, 
ma preparate con la lettura, con la meditazione, con la preghiera, i vostri 
cuori contro la tentazione, e sarete liberati dalla morte seconda. Voi, servi 
malvagi che siete nella sozzura, insozzatevi ancora ; il vostro ventre si riem- 
pia di vino: le vostre reni si disfacciano nella lussuria e le vostre mani si 
contarninino del sangue dei poveri: questa infatti e la parte che vi spetta. 
Ma sappiate che il vostro corpo e la vostra anima sono nelle mie mani e 
che, dopo breve tempo, il vostro corpo sara infranto sotto i miei colpi e 
daro al fuoco eterno 1* anima vostra. 6. Ascoltate, o abitatori tutti della 
terra; questo vi dice il Signore: io, vostro Signore, parlo nel mio santo 
zelo. Ecco, verranno i giorni in cui sguainer6 la mia spada sopra di voi. 
Convertitevi dunque a me prima che sia complete il mio furore. Allora 
infatti, al soprawenire dell'angoscia, cercherete la pace e non la troverete. 
Come la frase che costituisce il tema di questa predica, anche queste 
parole sono un tessuto di motti biblici insieme raccolti. Cfr. per il primo 



102 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

Quanto alle parole, che non sono formal!, ricordati quanto io 
ti dissi, ora sono tre anni, 1 che verra uno vento a similitudine di 
quella figura 2 di Elia 3 e che questo vento concuteria 4 li monti; 
questo vento e venuto, e questo e stata la fama che si sparse, anno, 5 
per Italia, e dicevasi di questo re di Francia; e per tutto questa 
fama volava come il vento e concuteva li monti, cioe e principi 
d'ltalia, e hagli tenuti questo anno commossi 6 in credere e non 
credere che questo re debbe venire: e ecco che e venuto! E tu 
dicevi: E' non verra; e* non ha cavalli; egli e il verno. E io mi 
ridevo di te, che sapevo la cosa come aveva a andare. Ecco che 
egli e venuto! e Iddio ha fatto del verno state, come allora ti dissi. 7 
Ricordati ancora che io ti dissi che non varrebbono niente le 
gran fortezze e le gran mura. Vedi se & tutto verificato! Dimmi, 
Firenze, dove sono le tue fortezze e le tue rocche? e che ti sono 
valute? 

Ricordati ancora che io ti dissi che non ti varrebbono niente 
la tua sapienza, ne la tua prudenza, e che tu piglieresti ogni cosa 
a rovescio 8 e che non sapresti ne che ti fare, n6 quello che tu 
pescassi, come uno ebrio e fuor delli sensi. E ora e venuto, e essi 
verificato: et tamen tu non mi volesti mai credere, e ancora non 
credi. Io dico a te, ostinato. 9 Tu non crederai ancora il resto, 
perche Iddio non ti vorra dare tanta grazia che tu creda, perche 
la tua ostinazione non Io merita. Ricordati che altre volte, gia tre 
o quattro anni sono, quando ti predicavo, avevo tanto fiato e 
tanto fervore e tanta veemenza nel dire che si dubitava che non mi 
scoppiassi la vena del petto. 10 Tu non sapevi perche, figliuolo mio; 
e' non si poteva fare altro. 11 

Ricordati della domenica di Lazzaro, 12 gia sono passati tre anni, 



passo: Psalm., xxxi, n; EccL, n, i; Apoc., n, n; xx, 6, 14; xxi, 8; xxn, 
ii ; lob, xx, 23; e, per il secondo, Psalm., LXXIV, 9; Apoc., xiv, io; Ezech., 
xxix, 7; Lam., iv, 14; Ezech., v, 13; v, 12; vn, 25. i. Quanto . . . anni: 
nelle prediche della Quaresima del 1492 sull* area di Noe. 2. figura: 
esempio. 3. Elia: cfr. Reg., iv, 2, n. Elia fu portato in cielo da un 
turbine. 4. concuteria: scuoterebbe. 5. anno: Tanno scorso. 6. commos- 
si: inquieti e agitati. 7. Ecco . . .dissi: Savonarola aveva profetizzato la 
calata di Carlo VIII, come abbiamo detto, nella Quaresima del 1492. 
8. a rovescio: al contrario. 9. Io dico a te, ostinato: a coloro che sono osti- 
nati nel non credere, io. la vena del petto: Taorta. 11. Tu . . . altro: tu 
non sapevi perch6 io mi accalorassi tanto, ma non si poteva fare diver- 
samente. 12. Ricordati ... Lazzaro: la domenica nella quale il Savo- 
narola aveva commentate la resurrezione di Lazzaro. 



GIROLAMO SAVONAROLA 103 

quando cadde la saetta sopra la cupola, 1 quello che io ti dissi quel- 
la mattina, e che quella notte io non mi ero mai potuto riposare, 
e che io avevo voluto pigliare la notte quello Evangelio di Lazzaro 2 
per predicarlo, e mai non era stato possibile adattarlo nella fan- 
tasia. 3 E sai che allora mi usci di bocca questa parola: Ecce 
gladius Domini super terram cito et velociter. 4 E allora ti pre- 
dicai quella mattina, e dissiti che 1'ira di Dio era commossa e 
che la spada era apparecchiata e presto. E cosi di nuovo ti dico: 
tu doverresti pur credere. Ricordati ancora che sono tre anni 
che io cominciai a leggere il Genesis 3 e non sapevo allora perche 
cagione, ma tutto feci per rinovare un poco le cose vecchie. 6 E 
quando fummo al diluvio, non fu possibile passare piu giu, tanto 
era abbondante la materia; e di poi mi convenne 7 andare a predi- 
care di fuora. 

Di poi, la quaresima passata, 8 ricominciai dove avevo lasciato, il 
diluvio, e cominciai a fare Farca, 9 la quale credendola fornire in un 
tratto, mi abbondo tanta materia che non la potetti mai fornire 
quella quaresima. E avendola io di poi ripresa, innanzi che il caso 
fussi per fornirla, ancora non potetti, perche ebbi a andare per te 10 
al re di Francia; e restavaci due prediche a fornirla e serrarla. 11 
La quale non piu che fornita, ricordati che venne il diluvio e fu 
quel di per andare qui sottosopra dalli franciosi. 12 Voglio inserire 
questo, che questa e stata un'opera e uno misterio divino, e non 
cosa ordinata, ne preparazione fatta da me. 13 E per certo, tu do- 

i. quando . . . cupola: nella notte dal 5 al 6 aprile 1492 scoppi6 un furioso 
temporale e cadde un fulmine sulla lanterna della cupola di Santa Maria 
del Fiore. 2. quello Evangelio di Lazzaro: il luogo deU'Evangelo dove 
si parla della resurrezione di Lazzaro: Giovanni, xi. 3. adattarlo nella 
fantasia: preparare mentalmente la predica. 4. Ecco rapida e veloce 
la spada del Signore sopra la terra. 5. sono . . . il Genesis: sono le pre- 
diche cominciate nella Quaresima del 1492 e proseguite negli Awenti e 
Quaresime successive, sopra Parca di Noe, quindi, a commento della 
Genesis. 6. le cose vecchie: i vecchi argomenti delle mie prediche. 7. mi 
convenne: dovetti. And6 infatti a predicare nel febbraio e nel maggio del 
1492 a Venezia, poi a Pisa e, nel '93, a Bologna. 8. la quaresima passata: 
quella del 1494. 9. e cominciai. . .Varca: a commentare il punto dove 
si parla dell' area di Noe. io. per te: per Firenze. II Savonarola era 
andato ambasciatore al re di Francia, a Pisa, nel novembre del 1494. 1 1. a 
fornirla e serrarla : a terminare e a conchiudere quel ciclo di prediche sul- 
Parca. 12. efu quel di . . . franciosi: in quel giorno, cioe il 17 novembre 
1494, Firenze fu per essere messa sottosopra dai Francesi. 13. un' ope- 
ra ... da me: e stata opera misteriosa di Dio questo prolungamento im- 
prevedibile delle prediche sull'arca, sino alia calata dei Francesi. 



104 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

veresti pure credere, Firenze, e non volere essere cosi indurata 
nella tua incredulita. 

Ricordati ancora che io ti dissi che pel passato io ero stato il pa- 
dre verso di te e Dio era stato la madre, perche io t'avevo ripreso 
acramente e acerbarnente, e gridato con alta voce che tu ti conver- 
tissi, come fa il padre che riprende con diligenza e figliuoli; e che 
io volevo essere ora la madre, e che Iddio vuole essere il padre, 
si come la madre, quando vede il figliuolo che erra, ella Io minac- 
cia e grida e dice di dirlo al padre come 1 verra, e di farlo castigare; 
di poi quando il padre e venuto, lei non Io accusa, ma dice: Se 
tu cadi mai piu in questo errore, io ti far6 castigare da tuo padre ; 
cosi, bench< io vi riprendo adesso, io non vi riprendo con quella 
veemenza e asprezza che facevo, perche veggo il padre, cio6 Id- 
dio, ch'6 venuto per castigare. E per6 vi dico e prego voi con voce 
umile e bassa: Figliuoli mia, fate penitenza, fate penitenza. 

Ricordati ancora, Firenze, che io t'ho detto ch'io t'ho dato la 
mela, come fa la madre quando da la mela al suo figliuolo, quando 
piange, per racchetarlo; e di poi quando pure 2 piange e non Io pu6 
racchetare, lei gli toglie quella mela e dalla a un altro suo figliuolo. 
Cosi dico a te, Firenze: Iddio ti ha dato la mela, cio ti ha eletta 
per sua; se non vorrai fare penitenza e convertirti a Dio, Lui ti 
torra la mela e daralla a altri; cosi sara vero, come io sono quassu. 3 
E per6, Firenze, fa queste quattro cose che io t'ho detto, 4 e io ti 
prometto che tu sarai piu ricca che mai, piu gloriosa che mai, piu 
potente che mai. Ma nessuno crede che oggi li angeli abbino 
partecipazione con li uomini 5 e conversino con loro, n6 che Iddio 
parli a uomo alcuno; e io ti dico quod similitude est causa amo- 
ris, 6 cio& la similitudine & cagione d'amicizia. E per6 quanto pita 
uno si approssima a Dio e alii angeli per fede e carita, tanto piti e 
amico di Dio e delli angeli suoi, e parlano 7 e conversano con lui. 
Io non ti dico per questa, 8 e mai t'ho detto, che Iddio parli con 

i. come: non appena 2. pure: ancora. 3. come io sono quassu: come e 
vero che io sono quassu, sul pulpito. 4. Eperd . . . t'ho detto : nella prcdica 
del 14 dicembre 1494, il Savonarola aveva domandato appunto ai Fiorentini 
quattro cose, cioe il timor di Dio, 1'attendere piii al bene comune che al 
proprio, la pace universale fra tutti i cittadini, e il prendere la forma di 
governo dei Veneziani (G. SAVONAROLA, Prediche italiane ai Fiorentini, 
Perugia- Venezia, La Nuova Italia, 1930, i, p. 180). 5. Ma . . . uomini: 
oggi gli angeli non possono avere comunicazione con gli uomini cosl 
decaduti. 6. Cfr. Summa Theol., I, 27, 4. 7. e parlano: soggetto gli 
angeli. 8. per questa: per questa vicinanza a Dio. 



GIROLAMO SAVONAROLA 105 

me; io non ti dico ne si ne no; tu sei tanto di lunge dalla fede 
che tu non credi. Tu crederesti bene piu presto a qualche demo- 
nio che parlassi con li uomini e che dicessi cose future. Tu se 5 
insensato e fuori della fede. Dimmi: se tu credi che Cristo incar- 
nassi 1 dalla Vergine e che si facessi crucifiggere, la qual cosa e piu 
difficile a credere che questa, tu doverresti pur credere ancora 
questo che e piu facile, cioe che Cristo parli alii uomini. 

Praeterea, se tu se j cristiano, ti bisogna credere che la Chiesa 
si ha a rinovare. Daniel dice che Anticristo ha a venire e che ha a 
perseguitare, la in Jerusalem, li cristiani; 2 adunque bisogna che la 
vi sieno cristiani; adunque bisogna che quelli che son la si bat- 
tezzino. Ma a fare questo effetto bisogna altri uomini, che non ha 
oggi la Chiesa. Ergo la Chiesa si ha a rinovare, accio che li uomini 
si faccino buoni e abbino a andare la a convertire li infedeli al 
Cristianesimo. 

Va e leggi li dottori 3 sopra quello Evangelic di Matteo dove dice: 
cc Evangelium hoc predicabitur in toto mundo et tune erit consu- 
matio.)) 4 Credimi, Firenze; tu doverresti pure credermi, perche 
di quello che io t'ho detto non hai mai veduto fallire uno iota 
sino a qui, e ancora per Tawenire non ne vedrai mancare niente. 
Io predissi, parecchi anni innanzi, la morte di Lorenzo di Medici, 
la morte di Innocenzo papa; item, il caso, che e stato adesso qui 
a Firenze della mutazione di questo stato. 5 

Item dissi che quello di che sarebbe il Re di Francia a Pisa, che 
qui saria la renovazione di questo stato. Io non ho detto queste 
cose quassu publics; ma 1'ho dette a quelli che sono qui a questa 
predica, e ho li testimoni qui a Firenze. 6 Io conosco che questa 
mattina io sono pazzo 7 cc et quod omnia haec in insipientia dico ; 8 
ma voglio che tu sappi che questo lume non mi fa iusto; ma, se 
saro umile e aro carita, saro iusto. 9 E questo lume non mi e stato 

i. incarnassi: prendesse umana carne. 2. Dan., VII, 19; IX, 27* 3- li dot- 
tori: i commentator!. 4. Matteo, 24, 14: Questo Vangelo sara predicate 
in tutto il mondo e poi verra la consumazione dei secoli. 5. il caso . . . 
stato: allude alia cacciata.di Piero dei Medici nel novembre 1494. 6. e 
ho ... a Firenze: questi testimoni erano le persone alle quali, come e 
detto anche nel Compendium revelationum, il Savonarola aveva, nel 1492, 
comunicato le sue profezie: Alessandro Acciaiuoli, Giovanni dei Medici 
figlio di Pierfrancesco, Cosimo di Bernardo Rucellai e altri due dei quali 
non si e conservato il nome. 7. pazzo: cioe invasato. 8. e che dico 
tutte queste cose nella mia follia: san Paolo, Ad Cor., n, n, 21. 9. ma, 
se sard . . . iusto: san Paolo, Ad Cor., i, 13, i. Giusto equivale a sal- 



106 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

dato per me, ne per mio merito; ma per te, Firenze; e pero, 
Firenze, questa mattina io fho dette queste cose cosi apertamente, 
spirato da Dio ch'io te le dica cosi accio che tu sappi el tutto ; ac- 
cio che tu non abbi poi escusazione alcuna quando verra il fragello, 
e non possa dire: Io non lo sapevo! Io non ti posso dire phi chia- 
ro ; e conosco che questa mattina io sar6 tenuto pazzo. Se tu dirai 
che io sia pazzo, aro pazienza. Io ti ho parlato cosi, perche Iddio ha 
voluto che io ti parli cosi. Da poi che io ti cominciai questo Apoca- 
lissi, 1 abbiamo avute di molte contradizioni; 2 parte ne sai tu, 
parte Iddio, parte li angeli suoi. Bisogna combattere contra du- 
pHce sapienza, cioe contra quelli che hanno el Vecchio e Nuovo 
Testamento, 3 contra duplice scienza, idest contra la filosofia e 
contra la astrologia e scienza delle Scritture Sacre et contra 
duplicem malitiam, idestf contra el male che fanno oggidi e tie- 
pidi, e quali conoscono che fanno male e vogliono farlo; il che 
non fu cosi al tempo di Cristo, perche era 5 solamente il Testamen- 
to Vecchio e se erravano, credevano fare bene. E pero ti dico che 
se Cristo oggi tornassi quaggiu un'altra volta, saria di nuovo cru- 
cifisso. Io ti dico che io non ho scoperto quasi nulla, perch6 
ti dico che se io scoprissi ogni cosa, ci starei almanco sei di. 
Credimi, che io sono stato gia parecchie volte a pericolo della morte. 
Io ti ho detto : gladius Domini super terrain cito et velociter . 
Credimi che il coltello di Dio verra, e presto. E non ti fare beffe 
di questo cito e non dire chV sia uno cito dell'Apocalisse, che sta 
centinaia d'anni a venire. Credimi che fia presto. II credere non 
ti nuoce niente, anzi ti giova, che ti fa tornare a penitenza e fatti 
caminare per la via di Dio. A non credere ti pu6 nuocere, e non 
giova. Pero credi, che presto e il tempo. Appunto, non si pub dire, 
perche Iddio non vuole: accib che li suoi eletti stieno sempre in 
timore e in fede e in carita e stieno sempre nella via di Dio. E 
per6 non ti ho io detto tempo deterrninato, acci6 che tu facci 
sempre penitenza e che tu piacci sempre a Dio. Perch6, se si di- 
cessi agli uomini: La tribulazione ha a venire di qui a dieci anni, 
ognuno direbbe : Io posso indugiarmi ancora un pezzo a conver- 

vo, come abbiamo gi spiegato in principle. Qui in senso proprio, e 
non piu figurato, come sopra. i. questo Apocalissi: questa rivelazione e 
profezia di rinnovamento. 2. contradizioni: contrast!. 3. contra quelli. . . 
Testamento : ossia contro quelli che se ne valgono contro la verita. 4. con- 
tro una duplice malvagita, cioe ... 5. era: c'era. L/errore della volonta, 
1'accidia, e un peccato che non esisteva al tempo del Vecchio Testamento. 



GIROLAMO SAVONAROLA 107 

tirmi ; e saria quasi un dargli licenza di fare il male in quel mezzo : 
il che saria inconveniente. 1 E perb Iddio non vuole che si predichi 
il tempo determinato. 

Ma bene ti dico questo : che ora e il tempo della penitenza. Non 
vi fate beffe di questo cito: che io vi dico: Se non farete quello 
che io ho detto, guai a Firenze! guai al popolo! guai al piccolo! 
guai al grande! Ultimo, conclude: io sono stato stamattina pazzo; 
e tu Io dirai; e io me Io sapevo innanzi che io venissi quassu, che 
tu Io diresti. Iddio ha voluto cosi; e per6 ti dico, e tieni questo per 
ultima conclusione, che Iddio ha preparato un gran desinare a tutta 
la Italia, ma tutte le vivande sono amare, e ha dato solo la insa- 
lata, che & stata un poco di lattuga amara. Intendi bene, Pirenze: 
tutte Taltre vivande hanno ancora a venire, e sono amare tutte, 
e assai vivande, perche e uno gran desinare. 

Si che io ti conclude, e tienlo a mente, che la Italia e appunto 
ora nel principle delle tribulazioni sue. Oh, Italia, e principi della 
Italia, e prelati della Chiesa, 1'ira di Dio 6 sopra di voi, e non avete 
rimedio alcuno se non convertirvi: et a sanctuario meo incipiam. 2 
O Italia, o Firenze, ccpropter peccata tua venient tibi adversal 
Oh nobiles, oh potentes, oh plebei! Manus Domini est supra vos 
et non resistet potentia, sapientia vel fuga. 3 E non sara solo, 4 
ch6 tu non sai come le cose sono ordinate. 5 Oh principi della Ita- 
lia, fuggite la terra di aquilone. 6 Fate penitenza mentre che la spa- 
da non & fuori della guaina e mentre che ella non e insanguinata! 
Fuggitevi da Roma! O Firenze! fuggitevi da Firenze: cioe, fug- 
gite per penitenza dal peccato, e fuggite e cattivi. 

La conclusione & questa: io t'ho detto tutte queste cose con 
ragioni divine e umane, con modestia temperando la lingua mia. 7 
Io t'ho pregato: io non ti posso comandare, perche non ti sono 
signore, ma padre: fa tu, Firenze; io priego Iddio per te che ti illu- 
mini, cui est gloria et imperium per infinita saecula saeculorum. 
Amen. 8 

i. inconveniente: sconveniente. 2. comincer6 dal mio santuario; 
Bzech., ix, 6. 3. a causa dei tuoi peccati verranno su di te le awersita. 
Oh nobili, oh potenti, oh plebei! La mano del Signore e sopra di voi, e 
non potranno opporvisi n6 la sapienza, n6 la potenza, n6 la fuga; Reg.> 
I, 12, 15. 4. non sard solo: non awerrd. soltanto questo. 5. ordinate: 
predisposte da Dio. 6. la terra di aquilone: le terre settentrionali, della 
tenebra e del peccato: Zach., n, 6. 7. temperando . . . mia: moderando 
le mie parole. 8. che ha gloria e impero per gli infiniti secoli dei secoli. 
E cosi sia. 



II 

STORIE-BIOGRAFIE 

LETTERE MEMORIE E 

TRATTATI MINORI 



GIOVANNI SERCAMBI 

GIOVANNI SERCAMBI nacque a Lucca il 18 febbraio 1348 e fu, 
come suo padre, speziale: sostenitore dei Guinigi, per loro si 
adopero attivamente, e partecipo al governo di Lucca, dal 1392 
al 1400, durante la reggenza di Lazzaro e, dopo Fassassinio di lui, 
durante il dominio, anche formalmente assoluto, di Paolo, no- 
minato il 21 novembre del 1400 Capitano e Difensore del popolo. 
La sua vivace personalita di borghese delPepoca di trapasso dal 
Comune alia Signoria, di uomo attento e curioso del mondo dei 
fatti, la sua cultura popolare, si riflettono e si esprimono in opere 
legate fra loro da un comune inter esse: le Croniche delle cose di Luc- 
ca, le Novelle e il breve monito Nota a voi Guinigi, sul governo 
dello Stato. Le Croniche si dividono in due libri: il primo, dal 
1164 al 1400; il secondo, dal 1400 al 1423. II primo e diviso a sua 
volta in tre parti, secondo un piano e un periodizzamento che vuol 
mettere in rapporto Lucca con la storia delPImpero e della parte 
ghibellina: dal 1164, data dell'impresa dei vicari di Federico Bar- 
barossa contro Roma, al 1314, data della riduzione di Lucca a parte 
ghibellina; poi, con un intervallo di ventun anni, dal 1335, data 
della conquista di Lucca da parte di Uguccione della Faggiola, 
al 1368, venuta di Carlo VI imperatore, e liberazione da Pisa; 
infine dal 1369 alPaprile del 1400. A mano a mano che si awicina 
ai suoi tempi, il cronista aumenta I'ampiezza del suo racconto 
e Pabbondanza dei particolari. Secondo un gusto ancora medie- 
vale, il Sercambi sente la storia moralisticamente e insieme come 
curiosita: racconta i fatti prolungandone la risonanza, con ammo- 
nimenti ed esortazioni, con richiami mitologici, con canzoni mo- 
rali, di Stoppa de' Bostichi, di Niccolo Soldanieri e di Antonio 
Pucci, con brani del Dittamondo e della Divina commedia e, infine, 
nelPultima parte, con novelle che valgono come esempi morali, 
non altrimenti che nelle prediche contemporanee. 

Le novelle danno anche uno sfondo fiabesco ai fatti storici, e 
accentuano cosi le caratteristiche di una storiografia in parte an- 
cora medievale. Delle quindici inserite nel suo ultimo libro di 
cronache, quattordici rientrano nel suo Novelliere, composto in 
tutto di centocinquantacinque, Vi si immagina che un gnippo di 
Lucchesi, uomini, donne, preti, frati, fuggendo la peste che im- 



112 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

perversa nella loro citta, viaggi nel 1374 attraverso Fltalia; ur 
del viaggiatori, die e poi lo stesso Sercambi, e tenuto a svaga 
la comitiva con i suoi racconti. Dal Decameron 1'autore non toll 
soltanto 1'idea di questa cornice ma anche ventiquattro novell 
trascrizione e sdoppiamento di ventuno appartenenti a quel t< 
sto. La varieta degli argomenti e delle fonti, la ricchezza del 
notizie di cronaca e di costume, sono il pregio maggiore dell'oper 
quasi sempre rozza e faticosa; meglio che nella cornice, le n< 
velle trovano perci6 significato e sostegno quando sono inserr 
come elemento moralistico e fiabesco nel fervido zibaldone del 
cronache. Agli interessi di narratore, di osservatore e di atto] 
della vita politica lucchese, si allaccia la Nota sul governo < 
Lucca, rivolta ai Guinigi, che fu ammirata dal Burckahrdt e sc 
prawalutata da taluni come uno dei primi manifesti del prot< 
zionismo, nonche un precorrimento dal saggio guicciardinian 
Del modo di riformare lo Stato dopo la caduta della Republica. 



GIOVANNI SERCAMBI, Novelle per la prima volta scelte e pubblicate, a cui 
di Bartolomeo Gamba, Venezia 1818; Alcune novelle di G. Sercam, 
lucchese, che non si leggono nelV edizione venesiana, a cura di Carlo Minutol 
Lucca 1855; G. SERCAMBI, Le novelle, pubblicate a cura di Alessandi 
D'Ancona, Bologna 1871; G. SERCAMBI, Novelle inedite, pubblicate a cui 
di Alessandro D'Ancona, Firenze 1886; G. SERCAMBI, Novelle inedit 
a cura di Rodolfo Renier, Torino 1899; GIOVANNI SERCAMBI, Le Cronich 
a cura di Salvatore Bongi, Roma 1892, I, II, testo che qui noi seguiam< 
II Muratori pubblic6, nel xvm volume dei R. I. S. , una parte dell'ult 
mo volume delle Croniche, che conteneva otto novelle. 

CARLO MINUTOLI, G. Sercambi, in Atti della R. Accademia dei File 
mati, degli anni 1844-45)), Lucca 1845, pp. 133 sgg; G. RONDONI, R< 
censione alle Croniche edite dal Bongi, in Archivio storico italiano 
t, 12, 1893, pp. 424-435; A. G. DINUCCI, Giovanni Sercambi e le sue Cn 
nache, in Rassegna Nazionale, LIX, 1927; ANTONIO MEDIN, Poesie polit\ 
che nelle Cronache del Sercambi, in Giorn. stor. d. lett. it. , 4, pp. 39$ 
414; R. KOEHLER, Illustrazioni comparative di alcune novelle del Sercamb 
in Giorn. stor. d. lett. it. , 14, pp. 94-101; 15, pp. 180-4; i6 PP* IO ^ 
18; LETTERIO DI FRANCIA, Recensione a G. SFORZA, La distruzione < 
Luni nella leggenda e nella storia, in Giorn. stor, d. lett. it. , 81, pp. 335 
47; GIORGIO PETROCCHI, II novelliere medievale del Sercambi, in Cor 
vivium, raccolta nuova, i, 1949, pp. 74-89; LETTERIO DI FRANCIA, L 
novellistica, Milano, Vallardi, 1924, I, pp. 223-60; NATALINO SAPEGNC 
II Trecento, Milano, Vallardi, 1934, pp. 620-2. 



I 

DALLE CRONICHE 

Come i Fiorentini ordinoro certo trattato 
con loanni Gambacorta. 1 

Parendo a* Fiorentini non potere avere Pisa per Funione ch'era tra' 
Pisani, parve loro che, se i Gambacorta ritornassero in Pisa, potere 
di loro fare loro voluntade, trattando con loanni Gambacorta, il 
quale era in Pistoia, certo ordine di trattato, e spartosi 2 che bene 
era che tutti' Pisani tornassero in Pisa, fu diliberato per quell i 
raspanti 3 che erano in Pisa, che si rimettessero tutti i Gambacorti. 
E cosi fu fatto, che del mese di ottobre in MCCCCV funno in Pisa 
rimessi, e giurato tra tutti raspanti e bergolini, con fare dire messe, 
d'esser uniti al bene di Pisa e al disfacimento di Firenza. 

E cosi si pensava doversi observare, ma Fuso de* Pisani e di non 
tenere fede Tuna setta a Faltra; e per6 i preditti Gambacorti, es- 
sendo da' Fiorentini favoreggiati, e dato tra loro For dine d'abas- 
sare li raspanti, dicendo al ditto loanni Gambacorta e a* suoi: 
Voi potete esser magiori di Pisa se li raspanti sono messi al di- 
sotto. Alle quali parole dato certo ordine e trattato, a di xv 
ottobre in MCCCCV, i preditti Gambacorti celatamente andarono 
al palagio dov' erano li anziani, con conscienza 4 d'alcuni anziani 
loro amici, e quine giunti, Andrea e Francesco Gambacorti, 5 mo- 
vendo alquante parole contro delli anziani, fra i quali funno uno 
Nicolo di Benedetto di Puccio e uno Francesco di Riccomo, ra- 
spanti, e senza altro dire, tratto loro adosso, da* preditti Gamba- 
corta furono morti. E dopo tale uccisione, i preditti Gambacorta 
fenno prendere loanni dell'Agnello, 6 e *1 seguente di li ferono la 

i. loanni Gambacorta: Giovanni, figlio di Gherardo Gambacorti, era 
fuggito da Pisa nel 1392, quando suo zio Pietro, che teneva la signoria della 
citta, e i suoi cugini, Francesco e Andrea, erano stati uccisi da lacopo 
d'Appiano. 2. spartosi: essendosi sparsa la voce. 3. raspanti: Raspanti 
e Bergolini erano le due fazioni che, dal 1347, si contendevano il dominio 
di Pisa, corrispondendo, presso a poco, i primi ai Ghibellini e i secondi 
ai Guelfi. I Bergolini erano il partito dei Gambacorti. 4. conscienza: 
consapevolezza. 5. Andrea e Francesco Gambacorti: fratello e nipote di 
Giovanni Gambacorti. 6. loanni (Giovanni) delVAgnello: il Giovane, 
capo dei Raspanti, nipote di Giovanni dell'Agnello, che fu doge di Pisa e 
governatore di Lucca nel 1374, per quattro anni, e mori in esilio a Geneva 
nel 1387. 



114 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

testa tagliare, disponendo 1'officio del conservatore, 1 il quale era 
messer Guarzone di messer loanni Guarzoni, e elesseno uno Cec- 
co de' Guissi 2 da Sanminiato, il quale era molto loro amico. 
E riformoro 3 la terra a divozione de' bergolini, mettendo abbasso 
lo stato de' raspanti, facendosi loanni Gambacorta cavalieri e 
defensore del popolo; e fe 5 cavalieri Bartolomeo da Scorno, 4 
Francesco e Bartolomeo Gambacorta e alcuni altri. E per questo 
modo, quelli che erano magiori, 5 per loro colpa rimettendo i 
loro inimici, funno cosi trattati; e cosi diverre* di ciascuno che si 
desse a credere che il nimico suo, potendo far male, che la per- 
donasse. 6 E pero se a voi, raspanti, e stato levato il dominio e la 
magioria, e fatti morire e scacciati, vi sta molto bene, e di ci6 
biasmate voi e non altri. Sentendo i Fiorentini tale sommossione 
in Pisa, sperando quella esserli data dal ditto messer loanni 
Gambacorta per le promissioni fatte, subito il campo si mosse, 
accostandosi a Pisa, pensando dentro potere intrare; ma il pre- 
ditto messer loanni non volse consentire a nulla; per la qual cosa 
i Fiorentini per allora il pensieri loro venne fallito. E ritornati in- 
torno a Vico, 7 e quello combattendo forte da piu lati, li omini 
di Vico difendendosi per modo che molti di quelli di Firenza 
funno feriti e morti, e poco acquisto fenno a quella terra. E stando 
per tal maniera la gente de' Fiorentini intorno a Pisa, vedendo la 
divisione nata in Pisa e sapendo che' Pisani non poteano avere 
alcuno soccorso di fuori, e male si fidava in Pisa 1'uno pisano del- 
Paltro, tenendo galee i Fiorentini in foce, 8 avendo preso le torn 
del porto pisano, fu diliberato che '1 capitano de' Fiorentini, ci6 
fue il conte Bertoldo, 9 fusse casso perch6 parea a' Fiorentini 
che poco o vero nulla avesse fatto di tanto tempo quanto era stato 



i. disponendo . . . conservatore: deponendo dal suo ufficio di Conservatore, 
cioe di magistrate e capo della polizia, 2. Guissi: e forma lucchese per 
Guizzi. Cfr. anche, in seguito, Obiso, Gianfigliassi, piassa. 3. riformoro: 
riformarono, cioe stabilirono un nuovo regime devoto ai Bergolini. 4. Bar- 
tolomeo da Scorno: devoto ai Gambacorti, partecipo a una congiura per 
uccidere Gabriele Maria Visconti, figlio naturale di Gian Galeazzo, e la 
madre di lui, Agnese Mantegazza. Gabriele Maria nel 1402 era successo 
al padre nel dominio di Pisa. 5. magiori: piu potenti. 6, e cosi . . . per- 
donasse: e cosi accadrebbe a ciascuno il quale credesse che il suo nemico, 
avendo occasione di fargli del male, gli perdonasse; diverre* ': diverrebbe, 
avverrebbe. 7. Vico Pisano, borgo nelle vicinanze di Pisa. 8. in foce: 
alia foce dell'Arno. 9. il conte Bertoldo Orsini era stato eletto capitano 
generale dei Fiorentini nel 1405. 



GIOVANNI SERCAMBI 115 

intorno a Pisa. E lassato in suo luogo Obiso da Montecarugli 1 
con alquante brigate, e la maggior parte delle brigate fiorentine, 
andarono in maremma di Pisa, e quine acquistarono* piu di died 
castella di quelli conti di Monte Scudaio. 

E a di xxn ottobre in MCCCCV venne a Lucca messer Rahaldo 
Gianfigliassi, 3 informato 4 che il signore di Lucca non porgesse 
alcuno aiuto a Pisa; e fatta sua imbasciata, camino al campo de* 
Fiorentini a compagnia di Obizo, e quine steo alquanto tempo. 



Come messer loanni Gambacorta fe' pagare 
molti denari a* PisanL 

Avendo il ditto messer loanni Gambacorta coi suoi fatto male, 
e volendo giungere male a male, fe' prendere Ghirardo di Com- 
pagno 5 e alquanti Pisani raspanti e al ditto Ghirardo tolse la for- 
tezza che lui avea fatta fare; e oltra cio volse dal ditto Ghirardo 
fiorini venticinque mila, e, dopo molto tormento di colla, 6 quelli de- 
nari pago, e da Piero Magiolini ebbe fiorini ottomila e da altri, 
che lungo sare j lo scrivere, piu di fiorini quindicimila, e molti 
mandati a confmi. E puossi dire tale terra esser disfatta, e i Fio- 
rentini allegri veggendo Pisa diminuire di genti e non atti ad 
avere soccorso da persona del mondo. 

Come i Fiorentini di messer loanni dubitando, pensonno 
prendere le castella. 

Dubitando i Fiorentini che messer loanni Gambacorta poco leale 
non attenesse loro i patti e le prornissioni gia fatte, del mese di 
gennaio in MCCCCVI, i Fiorentini vedendo che poco valea Tavere 
comperata Pisa, se j Pisani fussero uniti insieme, pensonno volere 
con messer loanni Gambacorta ordinare nuovo trattato per potere 
condurre Pisa a lor dimino. 7 E tal trattato fu in questa forma, cioe: 

i. Obiso da Montecarugli: Obizzo da Monte Garulli, condottiero fiorentmo, 
feudatario della Garfagnana, era vicecomandante del campo. 2. acqui- 
starono: conquistarono. 3. Ranaldo Gianfigliassi: Rinaldo Giannozzo dei 
Gianfigliazzi era uno dei Died di Balia cQ Firenze, per il 1405. Era stato 
ambasciatore di Firenze a papa Gregorio XII. 4. informato: mcaricato. 
5. Ghirardo (Gherardo) di Compagno fu uno dei piu ricchi dttadini di 
Pisa. 6. dopo ... di colla: dopo essere stato lungamente torturato con 
tratti di corda. 7. dimino: dominio. 



Il6 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

che il ditto messer loanni stringesse 1 tutte vittuaglie che erano 
in Pisa, acci6 che paresse che per fame tener non si potesse. 2 
E il ditto messer loanni, desideroso acquistare pecunia, con ogni 
modo disonesto quanto potea die' ordine di fare tutto ci6 che da* 
Fiorentini fu consigliato, che, volendo lui denari, facesse delle 
mercanzie e delle vittuaglie denari, con dire volere Pisa difendere 
da* Fiorentini. E con questa vista fe j il ditto messer loanni Gamba- 
corta ristringere ogni biado, e quella per lui si facea vendere. 3 E 
fu tanto dal ditto ristretta, che piu di fiorini quaranta si vendea 
lo staio allo staio di Lucca, per la qual cosa molte persone vi mo- 
riono di fame. E questo facea acci6 che a ciascuno paresse che lui 
volesse mantenere Pisa, non guardando alcuno disagio di vittuaglia. 
Or, che si pu6 dire di tale persona che volea dimostrare per alcune 
malizie dare a credere al popolo di Pisa quello che il contrario 
colli effetti il dimostravano ? 

Delia crudeltd che usb messer loanni Gambacorta di 
Pisa contra de' dttadini pisani. 

Del cattivo uomo quanto piu si dice di tal persona, seguendo il 
male, tanto e piu arnmaestramento a quelli che sono vertudiosi. 4 
E pertanto si dira del ditto messer loanni Gambacorta che, quando 
vedea che da' raspanti e suoi non potea avere denari, sapendo che 
tali avessero mercanzie, o altri forestieri che in Pisa 1'avesse, dicea 
a* suoi bergolini, i quali dimostrava d'amare: Voi sapete a che 
stretta e Pisa, e volendo lo stato nostro mantenere, & di bisogno 
avere genti d'arme per poterci difendere, e aver non se ne pu6 
se noi non abbiamo denari. E pertanto voi, come amici, vi prego 
che vi piaccia prendere tale mercanzia, e fate che s'abbiano tanti 
denari. E cosi cavava dalli amici denari, e dava loro arnesi e 
mercanzie d* altri, e denaio che si prendesse in niuna gente si 
destribuivano. 5 E cosl, in questo modo, fe j d'ogni persona come 
nimici. 6 E non bastandoli questi, quanto ariento, calici e altri 

i. stringesse: diminuisse. 2. accid . . .potesse: in modo da sembrare che 
Pisa, a causa della fame, non potesse resistere. 3. ristringere , . . vendere: 
sottraeva all'uso comune tutte le granaglie per accaparrarle e venderle. 
4. Del . . . vertudiosi: quanto piu si dice male dei cattivi, tanto piu questi 
discorsi sono di ammaestramento ai buoni. 5. e denaio . . . destribuivano: 
per quanto danaro prendesse, non lo distribuiva a nessuno. 6. fe* . . . 
nimici: si comportava con tutti come con dei nemici. 



GIOVANNI SERCAMBI 117 

apparecchiamenti ci chiese, di tutte trasse denari, e in suo uso 
li convertio, tenendo sempre pratica co' Fiorentini. 



DeWassedio posto per li Fiorentini 
al castello di Vico Pisano. 

Li Fiorentini, non potendo credere che il ditto messer loanni 
attenesse loro il tradimento tra loro ordinato, deliberonno tollere 
a Pisa tutte quelle terre che a Lucca sono a' confini, dubitando 
sempre che da Lucca non andasse soccorso a Pisa. E cosi seguio 
che i detti Fiorentini non restorono di combattere Vico con tutti 
quelli artificii, trabuchi e troie 1 che molto utili sono a tali terre 
conquistare. E non vedendo i Fiorentini il ditto Vico avere, se 
non metteano una galea in Arno e quella non potendo per Arno 
condurla, ebbeno licenza dal signore di Lucca potere su per lo 
suo terreno quella conducere in carra. E cosi seguio che tale galea 
condussero per terra fine al lago di Sesto, 2 e di quine in Arno. 
Per la qual condutta i Fiorentini si tennero signori di Vico, e cosi 
n'adivenne dopo molto combattere e morti delFuna parte e del- 
1'altra. 

Del tradimento fatto per messer loanni Gambacorta 
di Pisa. 

E perche la ragione e 1 dovere induce ciascuno a dovere narrare 
quello che debitamente la ragione comanda, si dira, oltra li mali 
fatti per messer loanni Gambacorta, gran male, il quale fu in que- 
sto modo. Che vedendo le persone, omini e donne di Pisa la ca- 
restia grande ch'era di grano, prendevano pensieri di notte e di 
nascoso venir fuori di Pisa, e di molti luoghi traevano grano e 
quello conducevano in Pisa, tale un sacco, tale uno staio, tale 
una soma, e tale du* some. E questo il ditto messer loanni 
facea vendere il pregio di fiorim quaranta lo staio, dimostran- 
do a chi quello recava, esserli molto a grado; per la qual cosa 
i preditti, mossi da carita della citta e si dal guadagno e dalla 
necessita, si mettevano a ritornare per avere grano e vittuaglia 

i. trabuchi e troie: macchine militari. 2. II lago di Sesto, detto anche la- 
go di Bientina, a nord delFArno, fu prosciugato nel 1859. 



Il8 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

per potere Pisa ricoverare; 1 sperando sempre aver soccorso per le 
promesse date per lo ditto di messer loanni. Or che si dira qui di 
tal uomo, che fusse amico di Dio, amico del suo comune, amico 
del prossimo? Certo no, che si dire' bugia; ma dirasi il contrario. 
E non s'udio mai dire d'uno uomo tanta cru delta e tradimento, 
quanto si pu6 dire del ditto messer loanni: per6 che, non guar- 
dando se a lui era amico o nimico, pisano o forestieri, che di tal 
vittuaglia riempiea Pisa; che lui, come mal disposto, sapendo Tan- 
date che i ditti faceano e dove cavavano il grano e altre vittuaglie 
e la via che tener doveano in nel ritornare a Pisa, il preditto messer 
loanni tutto a' Fiorentini facea sentire, e allora, messo a* passi le 
guardie, tali conducitori presi erano. A chi era tagliato il pie, chi 
appiccato, tale ucciso, tale cavati li occhi, e piu diremo che alia 
femminuccia che ne portava uno staio in capo e chi due, era loro 
tagliato il naso, e nude di tutti i vestimenti erano mandate dentro 
in Pisa, e alcune appiccate per la gola, e di quanti strazi si poteano 
punire, quelle e quelli erano puniti. 

Come messer loanni Gambacorta die* Pisa a' Fiorentini. 

Contato parte de' mali fatti e ordinati per lo ditto messer loanni e 
suoi aderenti, era si contera male sopra male. Vedendo il ditto mes- 
ser loanni Gambacorta di Pisa, n de' cittadini, ne abitanti potere 
piu traere denari, del mese d'ottobre di MCCCCVI, secretamente, 
avendo gia Firenza preso Vico Pisano, il preditto messer loanni 
misse dentro in Pisa la gente de' Fiorentini, con suono s che fus- 
se gente che lui avesse soldata a difesa di Pisa. Li cittadini 
ci6 credendo, stavano a vedere, e giunti che tali funno in sulla 
piazza, gridarono: Viva il comune di Firenza. E in questo 
modo i Fiorentini funno fatti signori di Pisa e del loro contado. 
E il preditto messer loanni, dovendo avere dal comune di Firenza 
certa quantita di denari e alcune fortezze di certi conti, si partio 
di Pisa e and6 a Firenza, avendo fatto certi patti, li quali per non 
occupar tempo non si noteranno; ma ben si dice che tutti funno 
a danno d'ogni pisano, cosl raspante come bergolino. 



i. ricoverare: rifornire. a. con suono: spargendo la voce. 



GIOVANNI SERCAMBI 119 

Come li Fiorentini si fenno signori di Pisa. 

Preso per li Fiorentini il dominio della citta e contado di Pisa, 
dispuoseno alia loro salvezza che si facesse forte la cittadella e 
alquante altre fortezze in Pisa, disfacendo e accecando ogni dipin- 
ture d'aquile, 1 e disfacendo moltissime case, e parte della chiesa 
di Sanpaulo a ripa d'Arno, con mettere in Pisa, e tenervi di con- 
tinuo, fine che tali fortezze fussero fatte, grande quantita di gente 
d'arme, da cavallo e da pie, con levare a ciasctm pisano ogni arme, 
cosi dentro come di fuori. E piu che tutti li magiori e piu stanti 2 
di Pisa confinorono a Firenza, e di quine partire non si poteano, 
e molti ne ferono ribelli, 3 tollendo loro tutti loro beni. E piu si puo 
dire che in Pisa non rimase omo da bene, diliberando che, se al- 
cuna novita apparisse intorno a Firenza o a Pisa, o disfare Pisa, o 
veramente tutti i Pisani da potere arme portare, cacciare fuori di 
Pisa, con non potere alcuna cosa traere di Pisa. E cosi dimoronno 
fine che papa Gregorio duodecimo venne in nella citta di Lucca, 
come piu innanzi sentirete; e mentre che in Lucca dimoro, non 
poteo mai pisano di Pisa ne del contado venire a Lucca. Ora si 
pu6 comprendere a che mani sono condutti i cittadini e contadini 
di Pisa, ch6 si puo dire che mai i Giudei non funno si mal trattati da 
ogni gente strana, come ora sono trattai li Pisani da* Fiorentini. 

Come si fa di tal presura certa nota a y Fiorentini. 

Ammaestrare si dovrebbe ogni signoria che facesse contra la vo- 
lunta di Dio, perche ogni buono e fedele cristiano si de' sempre 
a Dio raccomandare, e seguir quello che Idio comanda. E non 
avere tanta presunzione che si dia a credere la signoria che tali 
signori hanno, averla da se, non riconoscendola da Dio, dal quale 
tutte le signorie da lui procedono. E non volendo tal dono rico- 
gnoscere da Dio, se male ne li aviene, Fha bene meritato. 

E pertanto dico ora a voi, Fiorentini, che di Pisa vi sete fatti signo- 
ri e magiori, e bene dovete esser certi se le promessioni che faceste di 
Pisa, se tali promessioni sono per voi osservate. 4 Diro ad essem- 

i. dipinture d'aquile: le aquile dello stemma di Pisa. z. piu stanti: in- 
fluenti. 3. ne . . . ribelli: li dichiararono ribelli. 4. e bene . . . osservate: 
dovete considerare se avete mantenuto le promesse fatte a Pisa. 



120 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

plo quello che intervenne a chi spregio contrafare a Dio, 1 dicendo: 2 
Fu in Navarra uno re nomato Anibrotto, il quale era di tanta 
superbia, che quello che a lui capea in neU'animo, volea senz'altro 
consiglio che ad efetto si mettesse, fusse che cosa si volesse, es- 
sendo bene contra della volunta di Dio. 3 E chi non seguia sua 
intenzione, senz'altra colpa, lo facea morire; e niuno era ardito a 
contradire a sua volunta, parendo al ditto re esser stato da tanto, 
che lo reame per sua vertu li fusse venuto in nelle mani. E per tal 
mo do divenne un giorno che il ditto re, essendo in nella chiesa 
magiore, udendo il vespro, udio cantare la Magnifica, e quando 
fu a quel verso che dice : Deposuit potentes de sede et exaltavit 
humiles, 4 domando il ditto re uno dottore la disposizione 5 del 
salmo. Fuli per quello dottore narrato che Dio disponea delle 6 
signorie li potenti superbi e li umili mettea in alto. Dich< udendo 
il ditto re tal disposizione, come omo superbo, comand6, sotto 
pena della vita, che piu tal salmo non si cantasse ; e cosi per tutto 
lo suo reame fe' comandamento. Li preti e frati, avendo ricevuto 
tal comandamento, per paura della morte, tal Magnifica non 
osavano di dire che altri udire la potesse, ma da loro, con piana vo- 
ce, tal Magnifica diceano. E piu avea fatto lo ditto re, che qualun- 
qua udisse dire cosa che dovesse tornare danno o vergogna del 
ditto re, che fusse potuto battere senza pena. E piu altre cose di 
crudelta avea ordinato. 

Idio, che a' mali pensieri puone rimedio, e per non volere che 
quel dolce salmo fatto dalla vergine Maria in nelle parti 7 del 
ditto re fusse nascoso, e per riparo alia malvagita del ditto re, di- 
spose del mese di maggio che il ditto re Anibrotto andasse al 
bagno, 8 per che da' maestri 9 li erano stati lodati, per che di nuovo 
avea preso donna una iovana bella, lodandoli il bagno esser atto 
a far generare. Lo re apparecchiato d'andare, le some concie, 10 
molti maliscalzoni 11 e guattari 12 si mossero e a bagni andarono. 

i. spregid . . . a Dio : non si euro di opporsi a Dio. 2. dicendo : 1'argomento 
di questo racconto e tratto dalla novella del re superbo, di origine orientale : 
si trova nel Talmud, nelle Mille e una notte, nel Libro dei 40 visir, si diffuse 
in Europa attraverso i Gesta Romanorum. 3 . fusse che cosa . . . di Dio : qua- 
lunque cosa fosse, benche" contraria alia volonta di Dio. 4. 6 il servizio 
del Vespro della domenica: ((Magnificat anima mea Dominum, Luca, i, 
44. 5. disposizione: spiegazione. 6. disponea delle: deponeva dalle. 7. par- 
ti: terre. 8. al bagno: alle terme. 9. maestri: medici. 10. le some concie: 
apparecchiate le some. n. maliscalzoni: mascalzoni, cioe garzoni e ser- 
vitori. 12. guattari: sguatteri. 



GIOVANNI SERCAMBI 121 

Lo re, con gran cavallaria e genti d'arme da pie e da cavallo, si 
mosse e al bagno cavalco, e quine die' ordine chi dovea stare ar- 
mato a cavallo e chi alia guardia da pie, e quelli che all'uscio del 
bagno star doveano, avendo ciascuno comandamento star presto, 1 
e quando intrasse in nel bagno, che persona del mondo non si las- 
sasse dentro entrare, sotto pena della testa, fusse qual si volesse, 
e molte altre cose a suo salvamento comando. E per questo modo 
dimoro piii di quindici di, che sempre quando lo re in nel bagno 
entrava niuno in quello entrar potea. E stato il ditto re il tempo 
ditto, un giorno, essendo lo re in nel bagno intrato e messi i suoi 
panni da parte, com* era sua usanza; e le guardie alia porta del 
bagno, senza che altri se n'accorgesse, si trovo in el bagno uno 
pellegrino con panni grossi. Lo re vedendolo, disse: a Per certo 
le guardie della porta del bagno appicar faro, poi che questo 
poltrone a lassato entrare. E niente al pellegrino dice, ma di su- 
perbia tutto si rode, spettando, come di fuori del bagno sera, di 
presente farli appiccare. Lo pellegrino, entrato in nel bagno e 
lavatosi, lo re niente dicendoli, anco colFanimo superbo contra le 
guardie, lassa dimorare il pellegrino. Lo pellegrino, stato alquanto, 
uscio del bagno e i panni de' re si mette. Lo re, che cio vede, sta 
cheto, colFanimo empio a punire le guardie. Lo pellegrino, ve- 
stito de' panni de' re, lassato la sua trista robba, uscito di fuori, 
disse: Brigata, a cavallo!)) E montato a cavallo, verso Noarra 2 
prese il camino. E tutti, da cavallo e da pie, seguitonno lo pelle- 
grino, credendo fusse lo re. E cosi giunsero a Noarra. E intrato 
in nel palagio, la donna, che crede che sia il suo marito, nomata 
madonna Fiamella, disse: ccMesser, voi siete stato omai tanto 
tempo al bagno, e solo per aver di me figliuoli, e io aspettandovi ; 
che facciamo ? Lo re novello dice che i medici li anno ditto che 
alcun die spettare si vuole, per che il corpo sia d'ogni umidita pur- 
gato. La reina steo contenta. 

Torniamo a re Anibrotto, che a veduto quel paltonieri a suo 
modo vestire i suoi panni, e uscito fuori, e non vedendo a lui 
persona venire, com' era d'usanza, stato molto in nello bagno, disse 
fra se: 0ra veggo quello mi converra fare, che quanti famigli 
aro che abbiano fallito, tutti li far6 morire. E mossesi dal bagno 
e a Puscio nudo n'ando e non vide persona. Uscito piu fuori, vide 

i. avendo . . . presto: avendo ciascuno Tordine di star pronto. 2. Noar- 
ra: Navarra. 



122 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

dalla lunga alquanti ribaldi 1 che in uno pratello giocavano, e non 
altri. Lo re fra s& disse: Le rniei brigate si saranno partite; io li 
far6 tutti di cattiva morte morire. E essendo nudo, pens6, poi 
che altri panni non avea, di mettersi quelli del pellegrino. E uscito 
fuori con superbia, giunse a quelli barattieri, 2 dicendo loro: U'e 
andata la mia gente? Disse uno di quelli: Che gente vai cer- 
cando ? Disse lo re : Come, non mi cognoscete voi, che sono lo 
re Anibrotto vostro signore ? Disseno coloro : Come se' tu no- 
stro re? E preselo, di molti calci e pugni li diedeno, dicendoli: 
Cattivo, va alia pignotta, 3 e non dir piu che tu sii nostro re. 
Lo re, che ha avute le prime vivande, desidera le segonde, e cam- 
mina verso la citta, e come trova alcuni lavoratori, dimandandoli se 
la sua gente era di quine passata, li lavoratori, colli stili 4 delle 
vanghe e de* marroni 5 lo fracassarono, dicendo: I1 nostro re 
Anibrotto, e non se' tu, cattivo! Lo infiamato di superbia, ben 
che se li potrebbe dire riscaldato de' colpi avuti, promette e giura 
tutti li contadini trattare come schiavi, e simile i barattieri. E 
parendoli la seconda vivanda assai calda, pens6 la terza fusse 
migliore; e giunto alle guardie della porta, domandando se la sua 
gente fusse dentro entrata, rispuoseno: Dentro intrato lo re 
colla sua brigata. Disse Anibrotto re: Come, non sono io lo 
vostro re ? Le guardie che quine erano, udendo ci6 dire, co' pommi 
delle spade dandoli, 6 cattivo 7 divenne, intanto che quasi morto lo 
lassarono. Anibrotto re partitosi da loro, promette che quanti 
soldati da pie e da cavallo tutti in pregione farli morire, e con tal 
rabbia e superbia ne va al palagio suo; la u', 8 senza domandare, 
su per la scala montava. Le guardie, che '1 vedeno gia saglito, 
dirieto lo trasse, e per la lemba della gonnella lo prese per modo 
che tutta la scala saglita in piu scalei, in uno colpo in pi& si trov6 
tutto macolato. 9 Anibrotto, vedendo quel che J l famiglio li avea 
fatto, disse: O Ambruogio, non mi cognosci, io sono lo tuo re 
Anibrotto? Ambruogio, che ci6 ode, co' calci dandoli, dicendo: 
(c Gallioffo, come son io si smemorato che il mio signore lo re & 
in cammera colla donna sua? Anibrotto re, udendo, tiratosi in 



i. ribaldi: vagabond!. 2. barattieri: giocatori. 3. Cattivo ... pignotta: 
poltrone, va alia pagnotta, cioe va a chieder Telemosina. 4. stili: mani- 
chi. 5. marroni: grosse marre. 6. co* pommi . . . dandoli: percuotendolo 
con 1'impugnatura delle spade. 7. cattivo : malconcio. 8. u' : dove. 9. in 
uno colpo . . . macolato: pieno di Hvidi, in un sol colpo, ai piedi della scala. 



GIOVANNI SERCAMBI 123 

piazza da parte, dicendo: O quanti n'aro io a far morireb E 
mentre die tali pensieri avea, lo novello re se ne venne alia fi- 
nestra colla donna d'Anibrotto re, tenendoli il braccio in collo. 
Anibrotto, che cio vede, sospinto da gelosia, se n'ando alia scala, 
e quasi tutta Febbe montata che persona non se n'era accorta. 
Ambruogio guardiano lo vidde, disse : Anco ci sei vemito, diau- 
le ? * E presolo per forza e del capo li fe' dare in nella porta, tale 
che '1 sangue comincio a versare. Anibrotto re, non potendo piu, 
tirosi da parte dicendo : Che vorra dire questo ? Io non sono co- 
gnosciuto da persona, e ora veggo che fine 2 alia donna mia non mi 
cognosce; per certo io debbo avere qualche grande peccato, che 
Dio mi vuole punire a questo modo. E tutto umiliatosi verso 
Iddio, dicendo che se mai li divenisse che tornasse in istato, che 
si guarderebbe da mal fare. Lo novello re, che tutti i pensieri 
d'Anibrotto sapea, lo fe' chiamare, e lui monto le scale assai de- 
bile per li colpi avuti; e fattolo condurre in camera dove trovo lo 
re novello che teneva in seno le mani alia moglie, e venutoli di- 
nanti domandando chi era, Anibrotto disse : Io sono un peccatore 
che Dio per li miei peccati m'a si abassato che, non che altri mi 
conosca, io medesimo non mi so cognoscere. Disse lo novello 
re: Perche?)> Anibrotto rispuose: Io fui gia re, come ora sete 
voi, e cotesta giovana, che voi colle mani le state in seno, fu gia 
mia moglie, e tutto questo reame ebbi in mia balia come ora avete 
voi, e non so come perduto Fabbia in piccola ora, contandoli Fan- 
dare al bagno e tutto cio che li era stato fatto, e per certo io con- 
fesso li miei peccati esserne stato cagione; ma, se Dio mai mi pre- 
sta grazia che io mi ritrovi signore come gia fui, io mi mutero come 
fa la serpe. Lo novello re disse a Anibrotto: Non pensare che 
persona del mondo sia da tanto, che non che uno reame potesse si- 
gnoreggiare, ma una sola casetta non potre' tenere se Idio tal 
dominio non li el concedesse; e per tanto ti dico, tu se' stato pre- 
suntuoso e superbo contra Dio e rnassimamente di dilevare alFofi- 
cio la Magnifica, e anco non retribuisti 3 mai Fonore che avei da 
Dio. E pertanto Idio t'a voluto dimostrare che tutto e suo, e puolo 
dare a chi vuole, e simile ritorre. E per6 ti vo' dire chi io sono, e 
vo' che sappi che io non sono venuto per avere questo reame in 
signoria, che troppo 6 io, e li altri che sono apresso a Dio, magior 

i. Anco . . . diaule?: di nuovo sei venuto qui, diavolo? 2. fine; perfino. 
3. non retribuisti: non attribuisti a Dio. 



124 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

signoria che non are' chi fusse signore di tutto il mondo. E per6 
omai ti rendo la signoria, 1'onore e la tua donna, notificandoti che 
se farai li comandamenti di Dio e non vogli Paltrui, e non esser 
crudele, Idio ti perdonera qui in grazia, e alia morte ti dara gloria, 
e facendo quello che ai fatto, come una volta t'avea tolto la signoria, 
cosi di nuovo te la tollera, facendoti uomo 1 del dimonio. E acci6 
che sii certo chi e colui che tali cose per parte di Dio t'a ditto, ti 
dico io esser Tangelo suo. E subito sparito, la moglie d'Anibrotto 
ricognove e tutta la famiglia. Anibrotto, avendo veduto e sentito 
tutto, divenne umile e comand6 che la Magnifica si dicesse, alta- 
mente cantando, e visse lungo tempo e alia morte, per le buoni ope- 
re e virtudi per lui fatte, ru riputato mezzo beato. E per tanto, 
oltra le ditte cose, si dira, a voi Fiorentini, la infrascritta moralita 
ad essernplo, dicendo: 

Superbo, or non salir, che tu cadrai. 

E tu che d'oro t'adorni 

per vano stato, e fusti gia somaio, 2 

rivolto vento, a te piii ti dorai 

se sotto il basto torni, 

che quando ti domd, lassando 'I vaio? 

e tu ntorrai che vivi per denaio. 

Tu che segui virtu, tuafama vive. 

Questo per fine in mia canzon si 

E questo basti al presente. 



i. uomo: preda. 2. somaio: somaro. 3. lassando 7 vaio: ora che sarai 
costretto a lasciar la potenza. II vaio era una pelliccia di lusso, adoperata 
per gli abiti delle persone di alta condizione. 4. Ultima strofa della can- 
zone di Niccol6 Soldanieri, poeta fiorito intorno al 1350: Cosi del mondo 
a stato alcun ti fida, riportata per intero dal Sercambi, e inserita nelle 
Cronache, n, DCLVI, p. 372, col titolo Canzone morale delli stati del mondo. 



II 

NOTA A VOI GUINIGI 

NOBILIBUS ET POTENTIBUS VIRIS 

DINO, MICHAELE, LAZZARINO ET LAZARIO 

DE GUINIGIIS 1 

Yeduto e continuamente si vede quante inconvenienze e fatiche, 
pericoli e dispiacere in nella nostra citta e contado ocorreno; e 
eziandio veduto che con gran pericolo e grande spesa continue 
ocorre in nella citta e in nel reggimento, pare che sia bene che 
de' pericoli che passati sono omo se ne ricordi, e a' pericoli pre- 
senti 1'uomo dia 2 buono ordine, si che danno ricevere non si possa, 
e a* pericoli che puonno awenire si provegga in tal modo che con 
buono ordine si conduca, e principalmente si faccia quello sia pia- 
cere di Dio e salvamento del vostro buono stato, e consolazione 
della comunita di Lucca. E bene che per li tempi che puonno e 
denno avenire si possa la nostra buona liberta e il vostro buono 
e pacifico stato salvare e reggere, e pertanto, secondo quello che 
con buona coscienza generalmente ognuno contentare si de*, e 
il vostro buono stato e la citta in liberta senza sospetto governar 
si possa, sere' che li ordini infrascritti si metessero ad esecuzio- 
ne; li quali penso che seranno prima piacer di Dio, secundario 
di voi e di vostri amici, ultimi di tutta la comunita. Incomin- 
ciando prima al nome di Dio e della sua santissima madre, ecc. e 
primo: 

Accio che '1 dubbio e sospetto che esser potesse si tagli, e bene 
che il comune si dispogna che alia guardia della citta e contado 
e delle vostre persone siano e esser debbiano soldati da pie e da 
cavallo e provigionati 3 in questa forma, cioe: bandiere 4 36 da pie, 



i. Questa nota fu scritta dopo i tumulti del 1392, quando, con la distru- 
zione dei Forteguerra e degli altri difensori del vecchio Comune, i Gui- 
nigi rimasero di fatto padroni della citta, e prima del 1400, data della morte 
di Lazzaro e di Francesco Guinigi. I quattro personaggi sono: Dino, 
figlio di Niccol6 il Vecchio; il fratello di lui Lazzarino; Michele, fratello 
di Francesco ; e Lazzaro, nipote di Michele, il maggiore e il piu potente dei 
figli di Francesco. 2. omo se . . . Vuomo dia: ci se ne ricordi ... si dia. 
3. provigionati: milizie locali. 4. bandiere: compagnie. 



126 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

in nelle quali abbia per ciascuna du pavesari, 1 provigionati 36, 
lancie 36, ungari 2 25 e i conestabili 3 siano omini amici e intendenti 
al vostro volere, li quali si stribuiscano : 

Prima a Pietrasanta bandiere 5, lancie 8. 
It. 4 a Montecarlo bandiere 5, lancie 6. 
It. a Camaiore bandiere i, lancie 2. 
It. a Castilioni bandiere 2 

le quali siano diputati alia guardia in questo modo, che conti- 
nuamente in Pietrasanta una bandiera guardi di fuora per scolca 
della terra, 5 Paltre ogni di una alia porta e una in piassa, 6 e la sera 
quella della porta si riduca in piassa e cosi si scambino secondo 
che viene, si che sempre 2 ne guardino di di e di notte. Quelle di 
Montecarlo, una alia porta, una al palagio al modo usato, sicche 
sempre di notte due ne stiano alia loggia 7 e di notte una. In 
Castilioni ne guardi una alia porta e al palagio del vicario; la sera, 
chiusa la porta, la meta guardi al monte e Faltra meta guardi in 
piassa, e poi quella che non ha guardato vada la mattina in guardia, 
sicche viene a guardare 1'uno di si e 1'altro no. In Camaiore, la 
meta lo di alia porta, e la sera in piassa e Paltro di si scambi per 
1'altra meta; e accio che ogni guardia abbia caporale di di e di 
notte, si elegga la bandiera che vi va con 2 conestabili; e questo 
basti quanto della guardia delle ditte castella per li ditti fanti. 
Delle lancie delle ditte castella la guardia e '1 modo stia al vica- 
rio, 8 secondo che vede esser di bisogno. 

Alia guardia di Lucca, prima de' fanti da pie i bandiera a 
porta Sandonati, i a Sampiero, i a Sancervagio, 9 i al borgo, 3 
alia loggia, i a palagio, i alle vostre case, i a porta della fratta, la 
meta o 1'altra a porta di borgo, cioe alia porta della citta, e la sera 
questa guardia a Sanfrancesco ; sicch6 sempre di notte ne guardi 
una in ne' borghi, e ogni di si mutino; che verrenno queste a esser, 
colle mute, bandiere xx. Di fuori per scolca ne stia continuo i, 
la quale guardi al modo usato. 

Sempre alia loggia de' Guinigi di di e di notte stiano provigio- 
nati colParme xv, li quali siano presti per accompagnare ciascuno 

i. pavesari: forniti di pavese. z. ungari: mercenari ungheresi. 3. cone- 
stabili: comandanti di truppa. 4. It.: parimenti. 5. per scolca della 
terra: a difesa del paese. 6. piassa: lucchesismo per piazza . Abbiamo 
gia visto Guissi, ecc. 7. loggia: alloggiamento. 8. vicario: rappresentante 
della Signoria di Lucca. 9. Sancervagio: san Gervasio. 



GIOVANNI SERCAMBI 127 

di voi, e questi ogni di si mutino, si che sempre un giorno possano 
esercitarsi in altro; e perche penso che alcuno vostro amico al- 
cuno ne tegna, se ne mette piii vi, e anco perche sempre ne pos- 
sino xv continuamente stare. 

Continue alia loggia guardino lancie vi e quine sempre stiano 
colParmi e cavalli e entrino al modo usato e cosi escano; e cosi 
de' tre di Puno verra a guardare, 1 che verrenno a essere lancie 

XVIII. 

Li ungari stiano sempre presti a quelle cose che occorresseno, 
cosi d'accompagnare imbascerie come ad altro bisogno duVe, 
sicche di loro si pigli quel frutto che necessario fusse. E questo 
basta quanto alia buona guardia della citta e delle castella. Quanto 
di soldati, e di bisogno venire a Faltre cose 2 e prima: 

Che le castella e massimamente Pietrasanta, Motrone, Massa, 
Camaiore, Montecarlo, Coreglia, Castillioni, e 1'altre di pericolo, 3 
si diano a omini amici e confidanti, 4 con dovere tenere buoni e 
leali sergenti, 5 se tali castellani e sergenti si dovessero mandare 
comandati, accio che beffe di quelle ricevere non si possa, e cosi 
in sulle porti della citta. 

L'officio delfanzianatico 6 sempre a' vostri amici si dia, e cosi 
conduttieri, gonfalonieri, vicario di Pietrasanta, Montecarlo, Ca- 
maiore, Castillioni, segretari, officio di balia overo comissari, 7 e 
facciasi che si possino fare per quello modo piu onesto, accio 
che voi abbiate vostra intenzione; 8 e che li offici non si diano ad 
altri che voi vogliate; intendendo vostri amici quelli che alia morte 
e alia vita colla volunta vostra sono uniti. 

E accio che altri non possa il vostro buono stato e liberta di 
Lucca sturbare, e bene che si mandi uno bando che ogni per- 
sona dia per scritto tutta Parme che a, e quella esaminata, secondo 
che a voi, con due o tre vostri intimi e cordiali diliberiate, colui 
che tale arme a, cui e, quanta nelli bisogna; 9 e quella non e me- 
stieri e di sospetto, levarla, accio che niuno possa contra vostra vo- 
lunta romore levare, ne atentare, ne vostro stato corrumpere. 

i. de* tre dl . . . a guardare: fara la guardia uno del tre giorni. 2. Quan- 
to . . . cose: quanto ai soldati, e meglio parlar di altre cose. 3. di peri- 
colo: che possono essere in pericolo. 4. confidanti: fidati. 5. sergenti: 
uomini d'arme. 6. anzianatico: la dignita di Anziano, corrispondente 
cioe a quella dei Priori fiorentini. 7. comissari: magistrati con pieni poteri. 
8. abbiate vostra intenzione: raggiungiate il vostro intento. 9. quanta nelH 
bisogna: quante gliene occorre. 



128 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

E veduto che quelli confinati li quali di fuori sono, sempre aten- 
tano male per la liberta nostra, e bene che si provegga, quelli che 
sono perfidi nimici e omini di sospetto, che di nuovo si faccia 
a' preditti dare pagaria 1 d'osservare le confini a piacimento de' 
signori, e rimutare 2 da Vignone 3 in Napoli, di Vinegia in Ispagna, 
e cosi di luogo in luogo, si che non potessero nuocere; avendo 
sempre Pocchio di non metterli in luogo che, per amicizia, alcuno 
signore contra di noi potesse litigare; e se li avenisse che tali con- 
fini e pagarie ubidire non volessero, infine, avale 4 tutti i beni 
mobile e immobili mettere in comune, 5 e fare di fatto e publicarli 
ribelli del nostro comune. 

Da poi, veduto tutti quelli che ubidisseno, in tutti loro beni 
rimetterli e a niuno iusta vostra possa lassare fare iniuria, ma o- 
gnuno colle sue arti e mestieri si regga; per6 che tenendo i modi 
onesti, cosi di quelli che sono ora contrari come di quelli che sono 
amici, e bene che ognuno stia contento al dovere e alia ragione, 
e facendo cosi Dio ne fara di meglio. 

E perche" la paura della morte raffrena i ma* pensieri, e bene che 
chi volesse esser ribello del nostro comune e dispregiasse i coman- 
damenti del bene vivere e del vostro volere, che si provegga che 
qualunque persona si fa ribello del nostro comune, sia e esser 
possa ucciso, preso e derubato in avere e in persona, e chi tal ri- 
bello rappresentera al comune, abbia fiorini ecc. e chi lo dark 
morto overo che quello uccida, abbia ecc. Penso che questo timore 
fara ognuno star contento di vivere pacifico e ubidire a* vostri 
comandamenti, avendo sempre Tocchio a chi merita essere in 
bando, ribello, confmato, overo fatto tornare; e questo si notifici 
per bando publico per tutta la citta e contado di Lucca. 

E fatto questo, sera bene, a ci6 che la nostra citta non vegna 
meno di mercadanti n6 d'artefici cittadini, ne" contadini, che si 
vedesseno tutti quelli che senza colpa si sono partiti della citta 
e del contado, e quelli overo le loro cose istringere 6 che infra 
certo tempo dovessero tornare a Lucca e quine adoperare loro 
arti; e eziandio, se alcuno fusse che partire si volesse per cagione 
di sospetto, lui ritenere, confortandolo che a niuno serk ne" e 
fatto iniuria; e se alcuno volesse esser pertinace in non tornare 

i. pagaria: malleveria. 2. rimutare: spostarli. 3. Vignone: Avignone. 
4. avale: subito. 5. mettere in comune: confiscate. 6. e quelli . . . istrin- 
gere: costringerli, minacciandoli nella persona o negli averi. 



GIOVANNI SERCAMBI I2Q 

o in volersi partire, volerlo innanti povero di fuori che ricco, accio 
che con la sua ricchezza non possa lo stato e liberta di Lucca tur- 
bare. E penso che, facendo cosi, la citta ritornera in sul guadagno, 
e la liberta, per li prowedimenti buoni, si manterra senza so- 
spetto, faccendo le preditte parti con consiglio opportune. 

E perche* il consiglio generale 1 e capace di molti uomini e ha 
molta autorita, e bene, a schifare i pericoli, e per6 mi pare sera 
bene che si faccia uno consiglio di commissari, li quali siano xn 
in fine in xvm, 2 secondo che parra il meglio, li quali siano tutti di 
voi e di vostri voleri, in nel quale piu che uno fratello possa es- 
sere, 3 e siano vostri in avere e in persona, secondo che voi dicer- 
nere 4 vorrete; e questi abbiano quella autorita che a il consiglio 
generale, accio che quello che per consiglio generale vincere non 
si potesse, overo che a voi paresse non doversi a quel consiglio 
mettere, si possa per questo ottenere; sicche* sempre la vostra vo- 
lunta si faccia e non piu, e facendo questo, arete vostro desiderio 
e il consiglio generale potra esser riformato di molti. 5 

E simile il consiglio de* 36 6 a a dispuonere e creare I'anzianatico 
e li ofEci; e pero e bene che s'abbia Tocchio di farlo con quel con- 
siglio di commissari di balia insieme col collegio, 7 acci6 che quelli 
che meritano abbiano quello sia vostro volere; e di ci6 non si 
potre' esser ingannato e voi e i vostri amici e il comune are* suo 
debito senza sospetto, e cosi si vivere* seguro. 

Dato quest'ordine per bene e utilita di comune, e sera contenta- 
mento di tutta la cittadinanza e fi uno aumiliare li animi senza 
sospetto, 8 che in nel consiglio generale e in nel consiglio dell'am- 
bundanza e fondaco, 9 camarlinghi 10 e richiesto a consigli, 11 salvo che 
in cose segrete e sospette, si richieggano e mettansi generalmente 
tutti i cittadini, acci6 che non paia in tutto dalli onori di Lucca 
esclusi; sempre avendo I'occhio alTofficio delPanzianatico, con- 

i. il consiglio generale: era il Consiglio costituito di centottanta membri, 
sessanta per ciascun terzo della citta, ed era stato istituito a Lucca nel 
1370, dopo che Carlo IV imperatore aveva sancito nel 1369 1'indipen- 
denza di Lucca. 2. XII in fine in XVIII: da dodici a diciotto. 3. in nel 
quale . . . essere: nel qual Consiglio non ci possa essere piu di un fratello. 
4. dicernere: discernere. 5. potra . . . di molti: potra essere rifatto allon- 
tanando molti. 6. il consiglio de* 36: era un Consiglio minore, che, se- 
condo la Costituzione del 1370-72, eleggeva le cariche niinori. 7. collegio: 
Tinsieme dei Consigli. 8. e fi . . . sospetto: valga a placare gli animi. Fi 
equivale a fia. 9. fondaco: 1'annona. 10. camarlingki: controllori delle 
finanze. n. richiesto a consigli: chiamati nei consigli. 



130 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

duttieri, gonfalonier!, vicari di Pietrasanta, Montecarlo, Castil- 
lioni, Camaiore e a quelPofficii che fussero potere fare ne ordinare 
male; e penso che facendo questo, Lucca vivera in pace tra noi 
e nostri suditi. 1 

Anco mi pare che per U piati e question! che tra i cittadini sono 
occorsi e continuamente ocoreno, anno generate o generano odio 
e nirnista, e per6 e bene che quelli piati, li quali non bene chiari 
per Tuna parte e per 1'altra mostrare si puonno, che sopra tali 
piati e quistioni si eleggano alcuni, i quali quelli metta in concor- 
dia; non dico per6 che tali eletti abbiano piena balia di terminarli, 
ma siano omini quasi di mezzo a temperare le furie e le voluntk; 
e questo facendo, non nascera piu odio n scandali che nati siano. 

E perche si dice che ad aguistare uno amico si puone molti anni, 
e per6 e bene che li amici della vostra volunta si mantegnino, 3 con 
volerli in quelle cose che per loro fare si pu6 operarli, 3 per6 che 
Dio ci di6 essemplo che a quelli che funno del suo volere fece 
grande utile, ben dico che si riguardi a quello a che ramico & 
buono, 4 conservandolo per quel modo che i buoni amici conser- 
vare si denno. E questo basti perch6 sete intendenti; e perdio si 
guardi che coloro i quali sono vostri contrari non abbiano quella 
gloria che veggano dal vostro corpo partire alcuno dei vostri 
membri ; ma sempre uniti col corpo si preservino, e cosl piaccia a 
Dio. 

Moltissime volte 1'uomo crede avere denari in borsa, e quelli non 
si trova. E pertanto e bene che di nuovo si faccia il libro delle ban- 
diere 5 di tutto il corpo della cittk, dichiarando: Martino di Piero 
di tal luogo, testore; 6 cio& mettere il nome, e '1 sopranome e 
Parte e dunde tale e, acci6 che voi possiate quelli praticare e ve- 
dere con quanti al bisogno Tuomo si trova, e chi sono e di che 
luogo; e questo mi pare sia molto di necessity di farlo al presente 
prima che altro si facesse; e piu che tutti i consoli overo penno- 
nieri, 7 di fatto, come alcuno della contrada, overo pennone, si 
partisse, overo venisse in tal contrada o pennone ad abitare, noti- 
ficarlo, si che sempre si vedesse il vero ; e questo gittera buona ra- 

i. suditi: gli abitanti del contado non cittadini di Lucca. 2. e bene . . . 
si mantegnino: e bene che gli amici osservino la vostra volonta. 3. con 
volerli . . . operarli: con volerli adoperare in quelle cose che possono esser 
fatte per mezzo loro. 4. si riguardi . . . e buono: si badi a ci6 cui T amico 
serve. 5. il libro delle bandiere: il censimento dei rioni. 6. testore: 
tessitore. 7. pennonieri: i capi delle compagnie rionali. 



GIOVANNI SERCAMBI 13! 

gione. 1 E perche la moltitudine de' soldati ditti e delTaltre spese 
che continuamente occorreno, sera grandissima, e bene che voi 
con alcuni vostri amici stretti, se a voi pare averli, overo senza loro, 
ma voi pur soli, pratichiate, disponiate ogni sottile intelletto in 
menimare delPaltre spese, 2 non mancando soldati, overo trovare 
modo dell'entrate e altre cose, accio che non bisogni, iusto vostro 
potere, mettere mano alle borse; e se pur le spese fussero tali che 
Tentrate non giugnessero, sera meglio che tutta la comunita ne 
senta, che vivere con questi sospetti; pero che non tenendo gente 
per nostra difesa, si vive in pericolo e dassi materia alii omini do- 
vere trattare contro di voi. 

Sicche, concludendo, a me parre' che le preditte parti, prima 
che soldati, si faccino amici confidanti e savi, 3 e alii uffici si abbia 
Focchio e simile a' mercadanti che in Lucca sono, overo che par- 
titi si fussero, che vegnino a fare buona terra; e tutte le ditte parti 
si mettano ad effetto senza alcuno indugio o dilazione; pero che 
facendolo, lo vostro stato e liberta di Lucca non vivera in sospetto 
ne gelosia, e leverasi la materia a' nostri sudditi di non atentare 
alcuna cosa contraria; e se pure alcuno fusse tanto matto che aten- 
tare volesse, non li de' ne puo venir fatto oservando le parti di 
sopra ditte; e di tale atentazione non se n' abbia misericordia, ben 
che io penso che Dio ci prestera grazia che non bisognera. 

Ditte le ditte parti verro a uno pensieri, il quale segondo che a 
me pare, la spesa e molto grande e a volere trovare modo di non 
venire poverta in tutto, e bene che si provegga che quelli pochi di 
denari che ci sono, considerate il poco fare della seta, 4 la quale 
arte era quella che riempieva Lucca di denari, almeno quello che 
per noi far si puo, per altri non si faccia. E questo dico che sare' 
bene che alcuna quantita di vini forestieri non si mettessero in 
Lucca, ne in nel contado, se non con grossa e smisurata gabella, 
pero che chi vorra vedere sottilemente, i vini forestieri cavano 
delle borse di Lucca piu che fiorini dodici mila Tanno, e i nostri 
si gittano e non se ne spaccia a pregio niuno, e guastansi i poderi e 
diventano li omini poveri e tristi; e per6 sara utile a provedervi di 



i. gitterd . . . ragione: dara buoni frutti. 2. in menimare . . . spese: far 
minor! le altre spese. 3. a me parre* . . . savi: a me parrebbe che il siste- 
ma precedentemente esposto debba procurare, piuttosto che soldati, amici 
saggi e di fiducia. 4. il poco fare della seta: la poca prosperita dell'arte 
della seta. 



132 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

che vino e quanto mettere si pu6, e che si de j pagare di gabella 
de' ditti vini. Anco perche Parti sono triste e ogni di diventano 
piu, e ben si cognosce che se il contado di Lucca usasse per quello 
che bisogna loro alia citta, ogmmo si campeggerebbe 1 e di questo il 
comune arebbe molto piu utile, e areci 2 di quelli mercadanti che 
farebbeno fondachi, sperando dovere spacciare al contado come in 
nelPaltre terre si fa. E per6 e bene che si faccia che qualunque 
mercanzia si conduce in nel contado e non sia tratta di Lucca, 
tale mercanzia si intenda esser perduta; e questo non si stenda a 
mercanzia di legname, vena, 3 bestiame, cacio, overo pescio o 
carne salata, overo vini, li quali si possino condurre pagando 
entrata e uscita. Tutte quelle rnercanzie che di Lucca si cavassero, 
isi possino portare per tutto il contado senza pagare in nelle vicarie 
alcuna cosa, e di questo ara il comune du' gabelle, Tuna in nello 
'ntrare, 1'altra in neU'uscire e il guadagno rimarra in Lucca. 

Anco sera bene che tutti e terreni vacui, che sono in nella citta 
e m ne' borghi di Lucca, piazze e chiassi, casalini 4 e case spet- 
tanti al comune di Lucca, si scrivano ordinatamente con quelli 
confini che dintorno sono, e cosi tutte possession! del contado 
apartinenti al comune di Lucca, e quelli veduti, praticare quelli 
sono disutili e vituperosi e con pogo frutto e pogo sicuri, fame 
denari per quello modo che parra a chi la commetterete ; 5 e questo 
sera utile di comune, e denari verranno in comune di cose che 
sono piu tosto danno e vituperio a tenerle cosi che a venderle. Co- 
me chiaro si vede molti usufruttano il bene e utile del nostro co- 
mune e alle spese che ocorreno non metteno la mano, e anco a 
volere trovare modo che denari vegnino in comune che per li tem- 
pi si viva con or dine, e bene che s'aguagli la massa 6 con iunta 
di fiorini xx mila o piu; con questo che il sopra piu non si paghi, 
ma si pogna 7 dovere ricevere di speziale grazia, acci6 che, se awe- 
nisse, doversi sopra tal aguaglio alcuna cosa imponere, non s'impo- 
gna sopra Tavanzo che lui 8 avesse sopra piu; e facendo questo, 
penso che montera 9 circa fiorini xxx mila quello che il comune ara 
di contanti, de j quali il comune pu6 spendere overo comprare 

i. se il contado . . .si campeggerebbe: se il contado di Lucca si servisse, 
per i suoi bisogni, nella citta, ognuno ne avrebbe giovamento. 2. areci: 
avrebbeci: ossia, ci sarebbero. 3. vena: avena. 4. casalini: casali. 5. per 
quello . . . commetterete: secondo quelli ai quali li affiderete. 6. la massa: 
1'erario. 7. si pogna: si stabilisca. 8. lui: il comune. 9. monterd: am- 
montera a. 



GIOVANNI SERCAMBI 133 

per lo terzo xv mila die ne allegera 1 la massa fiorini XLV mila e a 
questo modo il comune avanzere' prima contanti fiorini xv mila 
e leveresi, della somma che ora il comune a debito, fiorini xv mila; 
siche verre' il comune ad avanzare fiorini xxx mila e sopra quello 
per li tempi avenire si potre' altri fondare. 

Delli altri modi sottili ci sono, li quali colla penna in mano tro- 
vare si puonno, e pertanto e bene a praticare le ditte parti e quelle 
che si trovano essere utili, mettere in efFetti, e quelle che fussero 
da levarle, tacerle; pregando voi, che se in alcuna delle ditte 
parti avesse ditto cosa che fusse contra vostra volunta, che a me 
perdoniate, considerate che tutto 6 fatto come vostro fidelissimo 
servitore. 

lo. Ser C. servitore vostro 



i. allegera: alleggerira. 



GIOVANNI CAVALCANTI 

Di GIOVANNI CAVALCANTI non si conosce ne la data della nascita 
ne quella della morte, ma dalle stesse sue opere si ricava die, 
rinchiuso nella prigione delle Stinche a Firenze per non aver po- 
tuto pagare le ingiuste ed esorbitanti imposte del Comune, si era 
proposto di raccontare la storia della cacciata e del ritorno di Co- 
simo dei Medici; in seguito, per meglio chiarire Porigine delle 
discordie cittadine, si rifece al 1420 e alia guerra dei Fiorentini 
contro Filippo Maria Visconti: nei primi quattordici libri giunse 
sino alle battaglie di Romagna di Niccolo Piccinino, e a quella d'An- 
ghiari del 1440, per altro appena accennata, e alia morte di Rinaldo 
degli Albizzi. Uscito dal carcere, nella cosiddetta Seconda storia, 
che abbraccia altri sette anni, si mostra ostilissimp a quei Medici 
die prima aveva esaltato. 

Niccolo Machiavelli nel quarto libro delle Istorie fiorentine si 
valse largamente del Cavalcanti, seguendolo talvolta alia lettera 
e ripetendone non soltanto concetti e giudizi, ma anche frasi 
e parole: unico tra gli storici del Quattrocento, il Cavalcanti gli 
poteva offrire un materiale gia elaborato da un interesse vivo e 
continuo: ammiratore di Giovanni e di Cosimo dei Medici, egli 
cerca in loro la salvaguardia del diritto e li crede difensori dei 
cittadini contro gli arbitrii dell'oligarchia; ma le vendette e gli 
abusi dei medicei, seguaci di Cosimo, prima lo sdegnano e poi 
lo fanno diventare antimediceo. La sua forza di storico e nella ca- 
pacita di coordinare il racconto degli awenimenti politici e mili- 
tari con 1'analisi della situazione finanziaria, con Fesame del nesso 
che lega la politica interna a quella estera. Alia fine del capitolo 
quarto, il Cavalcanti awerte come la borghesia fiorentina voglia 
terminar rapidamente la guerra contro il Visconti per paura del 
catasto, per evitare cioe di dover contribuire proporzionalmente 
alle spese belliche e, d'altra parte, nei tre milioni e mezzo di 
fiorini spesi in guerra trova la testimonianza della poverta che le 
classi dirigenti fiorentine avevano imposto al popolo. L'attenzione 
pronta e varia ai problem! politici connessi con la situazione so- 
ciale del Comune di Firenze si unisce in lui con il preciso senso 
del valore che ha per Firenze, per Milano e per Venezia, la poli- 
tica di espansione e il giuoco dei rapporti di potenza e di equili- 



136 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

brio. Lo stile del Cavalcanti, denso, concentrate e insieme mosso, 
non e quello di un arido cronista, ma di un vero storico, die sente, 
nella realta degli interessi umani e delle passioni, la concretezza 
degli awenimenti e dei problemi politici. Dalla lettura degli autori 
latini egli ha tratto il gusto della frase eloquente, che non sempre 
tuttavia riesce a distendere e ad equilibrare nel periodo; il senso 
vivo e immediato della parlata popolare e lo scorcio toscano 
rendono la sua pagina irregolare, ma vibrata e colorita. Dante e 
spesso citato, esaltato come eccellentissimo fiorentmo, e offre 
movenze, frasi e parole del suo linguaggio, che spesso si trova 
rifuso nella pagina di questo storico. La fortuna, le influenze degli 
astri, la malinconia della vita transitoria e momentanea degli uo- 
mini, coloriscono di una dolorosa pensosita tutta F opera. 

Come appendice alle Istorie, il Cavalcanti scrisse un trattato di 
politica edito solo in parte. 



Della car cere, delVingiusto esilio e del trionfal ritorno di Cosimo Padre 
della Patria, narrazione genuina tratta dairistoria fiorentina manoscritta 
di G. Cavalcanti, a cura di Domenico Moreni, Firenze 1821; Istorie 
fiorentine, scritte da G. Cavalcanti, a cura di F. Polidori, Firenze 1838, 
1839, i, n. Contiene i quattordici primi libri, frammenti della cosiddetta 
Seconda storia, cioe di quella parte scritta dopo 1'uscita dal carcere, e il 
Trattato di politica, non complete ; GIOVANNI CAVALCANTI, Istorie fioren- 
tine, a cura di Guido Di Pino, Milano 1944, testo che qui noi seguiamo. 
Brani delle Storie fiorentine di G. Cavalcanti, a cura di M. Mazzini e 
G. Gaston, Firenze 1868, che ripete 1'edizione del Moreni. 

DOMENICO MORENI, Bibliografia storico-ragionata della Toscana, Fi- 
renze 1803, I, pp. 235-6; GINO CAPPONI, Storia della RepubUica di 
Firenze, Firenze 1875, I, p. 481, p. 513, p. 520; n, p. 181; PASQUALE 
VILLARI, Niccold Machiavelli e i suoi tempi, Firenze 1882, in, pp. 252-64, 
pp. 270-1; GUIDO Di PINO, La storia fiorentina di G. Cavalcanti, in 
Annuario del R. Ginnasio Galileo , per gli anni scolastici 1936-37-38, 
Firenze 1938; GUIDO Di PINO, Le opere di G. Cavalcanti secondo i codici, 
in Annuali della R. Scuola Normale Superiore, serie n, vol. n, Pisa 
1941 ; EDUARDO FUETER, Storia della storiografia moderna, Napoli, Ric- 
ciardi, 1943, i, p. 67; GUIDO Di PINO, I manoscritti della Nuova Opera 
e della Politica di G. Cavalcanti , in Linguaggio della tragedia alfieriana 
e altri studi, Firenze, La Nuova Italia, 1925, pp. 61-79; GIOVANNI NEN- 
CIONI, Fra grammatica e retorica, in Atti de La Colombaria , xvm-xxx 
pp. 63-6, Firenze, Olschki, 1953. 



DALLE ISTORIE FIORENTINE 

[// ritorno di Cosimo.] 



CAPITOLO I 

Jc/gli e naturale cosa, che dove va la donna 1 vada la serva, e dove va 
il conestabile 2 vada la ciurma; cosi i corpi celestiali, siccome donne 
e conestabili sopra le cose umane, di sotto volgono senza fine. 3 
Cosi ci necessita 4 il secondarli; e pero, noi mortali non abbiamo 
alcuna fermezza nelle cose del secolo, 5 perocche noi siamo mossi 
dalle intelligenze di sopra; e questo cosi fatto movimento e non 
meno necessario che verisimile; cioe di non avere alcuna speranza 
di fermezza in queste cose, le quali ci prestano felicita, e quando 6 
ci attuffano nelle miserie. Cosi le divine intelligenze festinante- 
mente cercavano per lo redimento 7 del nostro cittadino; egli 
adoperavano le cittadinesche discordie, e apparecchiavano la pena 
quanto richiedeva la colpa. Accecati gPintelletti de' governatori 
della Republica, lasciarono le vecchie borse, 8 senz'avere riguardo 
che le rimanessero tramischiate 9 con le nuove: ordinarono che la 
Signoria si cavasse. 10 Cavatasi la Signoria piu volte, quasi mai ne j 
tratti alcuna differenza non avea da quelli di prima. 11 Quei me- 
desimi che v'erano innanzi al cacciamento, v'erano poi che fu lo 
ingiusto esilio. Alcune volte nelle tratte vi fu di que' Signori che 
tentarono per restituire Pinnocente uomo; ma poi niente nelPutile 
fatto facevano. Avendo compiuto Panno del suo esilio, 12 in quel 
medesimo mese che fu il suo cacciamento fu il suo soddisfaci- 
mento. 13 E' fu tratto in calendi 14 di settembre Gonfaloniere di Giu- 
stizia uno spicciolato 15 e non ricco, ma diritto uomo (e' ne' suoi pro- 
cessi 16 mostrava 17 molto severo e sincero cittadino): Niccolo di 

i. la donna: la padrona. 2. il conestabile: il comandante. 3. di sotto . . . 
fine: muovono senza fine le cose della terra. 4. ci necessita: e necessario. 
5. del secolo: del mondo. 6. quando: talvolta. 7. redimento: ritorno. 
8. le vecchie borse: nelle borse erano contenuti i nomi dei cittadini eleggibili; 
le vecchie borse, quindi, contenevano i nomi anche dei cittadini di parte 
medicea. 9. tramischiate: mescolate. 10. si cavasse: si estraesse a sorte. 
n. da quelli di prima : nei nomi tratti a sorte prima. 1 2. Vanno del suo esilio : 
dalPottobre del 1433 alPottobre del '34. 13. fu . . . soddisfacimento : fu 
riparata TorTesa che gli era stata fatta. 14. in calendi: il primo. 15, spic- 
ciolato: isolato, cioe non legato a nessuna consorteria o grande famiglia. 
1 6. ne* suoi processi: nel suo modo di fare. 17. mostrava: si mostrava. 



138 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

Cocco di Donato; 1 il quale per il volgo della plebe si diceva, che 
Donate era venuto da Norcia, bastagio; 2 ma io trovai alia nostra 
Gabella dei Contratti, che con messer Filippo Corsini era stato, 
come tintore, de' maestri. 3 De' Signori, per artefici 4 furono Piero di 
Dino, cartolaio, e Fabiano d' Antonio Martini; Simone di Fran- 
cesco Guiducci; Neri di Domenico Bartolini degli Scodellari; 
Baldassarre d' Antonio di Santi; Giovanni di Mico Capponi; 5 
Luca di Buonacorso Pitti; Tommaso d' Antonio di ser Tommaso 
Redditi. Tratti che furono questi Signori, fu speranza grandissima 
nel popolo, e paura massima ne' patrizi: io dico di quelli della 
parte rinaldesca. Molte cose si dissero per la citta; e per molti 
si prosumette grandissime novita nella Republica. In tra i citta- 
dini 6 le temenze erano di pari, cosi nelTuna parte come nelTaltra: 
1'uno avea paura di non perdere, e Paltro avea paura di non vin- 
cere. Egli interveniva loro come a colui che aspetta il cerusico che 
gli tagli un membro per paura del morire; che ha paura, per la 
pena, di morire. 7 

CAPITOLO II 

La notte che il di era stata la nuova tratta, 8 messer Rinaldo molto 
sbigotti di lui e delle sue cose: e per6 con gran sollecitudine ri- 
cerc6 tutti coloro i quali conosceva che del cacciamento di Cosimo 
erano stati contenti; a* quali a ciascuno par!6 molte cose, per le 
quali credesse di muovergli a ira verso i cacciati, e ad invidia 
verso la nuova tratta. In ultimo conchiudeva che nei tempi delle 
tenebre era necessario essere insieme, ad essaminare si fatto caso e 
rimediare a si pericoloso accidente; e, sopra tutte le cose, trovare 

i. Niccold di Cocco di Donato: i cronisti ricordano che, dopo la presa di 
Pisa, nell'anno 1406, era stato incaricato di ricevere in consegna le forze 
del contado. 2. bastagio: come facchino. 3. de' maestri: maestro nel- 
PArte dei Tiatori, registrato come tale nel registro delle tasse sui contratti, 
assieme con Filippo Corsini. 4. per artefici: come rappresentanti delle 
and nella Signoria. 5. Giovanni di Mico Capponi: quest'ultimo era di 
un ramo collaterale a quello di Neri di Gino Capponi, del quale si parla 
nel capitolo vi. Nacque nel 1372 1 fu ambasciatore e membro della magi- 
stratura dei Dieci di Liberta e di Pace, durante la guerra coi Visconti. 

6. In tra i cittadini: cioe tra quelli che non erano n< patrizi n6 plebei. 

7. Vuno avea . . . morire: una parte aveva paura di perdere, ciofe gli Albiz- 
zeschi; Taltra aveva paura di non vincere, cioe i Medicei; come colui 
che aspetta il chirurgo che gli tagli un membro, perch ha timore altrimentt 
di morire, e d'alrra parte teme di rnorire per il dolore deiramputazione. 

8. la nuova tratta: il sorteggio della nuova Signoria. 



GIOVANNI CAVALCANTI 139 

il modo di mozzare ogni ragionamento die movesse alcun pensiero 
ai cittadini di rimettere Cosimo nella citta. Gran numero di citta- 
dini andarono la notte, all'ora deputata, a casa messer Rinaldo: ai 
quali cittadini messer Rinaldo parlo poche parole; e conchiuse, 
che ciascuno consigliasse 1 sopra il rimedio e lo scampo dell'av- 
versa fortuna, la quale si dimostrava per la nimichevole tratta. 2 



CAPITOLO III . 

Sempre i trasordini 3 e le discordie furono la cagione delFannulla- 
mento delle cose ordinate, e sono il disfacimento delle grandissime 
forze. Cercate i fatti di Serse; che niente gli valse le inmimerabili 
genti contro a si piccolo numero (appo il suo) di diecimila Greci. 
Alquanti furono de' rinaldeschi queriti 4 che dissero (e a questo 
s'accordo messer Rinaldo) che si ordinasse con Donato Velluti, 5 che 
teneva il luogo del nuovo Gonfaloniere di Giustizia, che sonasse 
a parlamento; e con questo cosi fatto modo, con la voce del po- 
polo la nuova tratta s'annullasse, e con quella medesima autorita 
nuova tratta a piacimento de' patrizi s'eleggesse. Questo fatto, 
le borse vecchie, dove speravano fussero tutti i loro emuli, s'ar- 
dessero: e cosi, per tutte quelle vie che meglio potessero, assicu- 
rassero il loro stato, e la cacciata di Cosimo rafforzassero e degli 
altri usciti. 7 Tutti quasi a questo assentirono, eccetto uno de' que- 
riti, che Antonio di Ghezzo della Casa avea nome. Questi era un 
uomo di disonesta vita, presontuoso molto piu che al suo essere non 
apparteneva. Senz'alcun'arte contradisse al parere degli altri, piu 
per invidia che per sapienza: lo non dico che le vostre sentenze 
non meritino lode, e che il vostro consiglio non sia ottimo : ma io 
dico, perche 8 la tovaglia sia bianca e i bicchieri ben lavati, senza 
le dolci vivande 9 non tolgono la sete, ne saziano 1'appetito degli 
uomini. Cosi e Donato 10 in questo luogo, come la tovaglia bianca 
e i bicchieri ben lavati, ignudo d'ogni altra vivanda; perche egli 
abbia il modo e il gonfalone, ha il potere, ma non ha il sapere; 
adunque, egli e nulla e tutto una cosa. Dico che a volere far 

i. consigliasse: desse un parere. 2. il rimedio . . . tratta: una difesa contro 
la fortuna che si dimostrava awersa in questo sorteggio cosi ostile. 3. tra- 
sordini: disordini. 4. queriti: latinismo per richiesti , cioe chiamati a dare 
un parere. 5. Donato Velluti: era il gonfaloniere uscente. 6. con la voce del 
popolo : a voce di popolo. 7. usciti: fuorusciti. 8. perche: anche se. 9. sen- 
za... vivande: soggetto e la tovaglia e i "bicchieri. io. Donato: Velluti. 



140 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

quest'opera Donate e insufficient^ ; conciossia cosa die questa cosi 
grande opera richiede uomini di grandissimo animo e di fiorita 
loquenza, e d'uno astuto sentimento. Di questi cosi fatti doni 
la natura gli e stata avarissima; piuttosto dalPavarizia gli e stato 
conceduto di grazia, che dalla natura benefizio. 1 Tutta la sua at- 
titudine adopera in allogare e riscuotere i suoi danari. Tutti i 
queriti tacerono, siccome mutoli fatti dalla volonta di essere; 2 
awegna dio che le risposte v'erano molto piu efficaci pe j queriti, 
che non erano state le proposte per Antonio assegnate: 3 e pero 
dico di sopra, che parlo senza regola di ragione, e i queriti tace- 
rono come mutoli. 

CAPITOLO IV 

Venuta la mattina di calendi di settembre mille quattro cento trenta 
quattro, e la nuova Signoria deposta la vecchia, e il trionfante ves- 
sillo preso e ricondotto nel signorile palagio 4 per le mani di Nic- 
colo di Cocco di Donato: questo nuovo gonfaloniere, preso che 
ebbe Pufficio, si volse a' compagni e disse poche parole che me- 
narono grande effetto : Voi sapete quanto importa la dignita 
per la quale la sorta vi ha in questo luogo chiamati. Non ostante 
che, come uomini prudenti, ogni cosa sappiate, io parlero per ri- 
cordarvi (e non come a insipienti) che come il capitano e guardia 
delFoste, 5 ed il nocchiero del battello, cosi noi della Republica 
siamo guardia e salvamento. Questo Donato il quale ha deposto 
il gonf alone della Giustizia, e noto a tutto il popolo ch'egli ha fatto 
contratto delle pecunie 6 del Comune: awegna dio ch'egli ha certi 
piu crediti de' soldati comperati da loro, e fattosi creditore del 
Comune, dove il Comune era debitore de' soldati. 7 Dico che 
questo contratto e ingiusto e villano; e, se non si pone rimedio a 
questo cosi fatto caso, che una volta potrebbe essere cagione del 
disfacimento di tutta la Republica: conciossia cosa che i soldati 

i. piuttosto . . . benefizio: ha avuto in abbondanza il dono dell'avarizia, 
piuttosto che i benefici della nature. 2. mutoli . . . essere: fatti muti dalla 
volonta di non parlare. 3. awegna dio . . . assegnate: poiche le risposte 
che i cittadini avrebbero potuto dare sarebbero state molto piu efficaci 
che non le proposte di Antonio di Ghezzo. 4. signorile palagio : il palazzo 
della Signoria. 5. oste: esercito. 6. pecunie: entrate. 7. awegna dio . . . 
soldati: poiche egli ha comperato dei crediti dai soldati mercenari, e si 
e fatto cosi creditore del Comune, mentre il Comune era ancora debi- 
tore verso i soldati. 



GIOVANNI CAVALCANTI 14! 

che hanno servito al soldo, perche i termini sieno alcuna volta piu 
lunghi che i patti, e' sono infallibili. 1 Ma lasciamo de' soldi, e 
quello che puo muovere il pericolamento di tutta la Republica, 
movendogli a dire e a mal fare il mal pagare; 2 sicche ne consigliate 
quello che vi pare che si faccia di questo accidente. Tutti a una 
voce gridarono che il barattiere fusse punito: per la qual cosa 
mando per Donate ; e, saputo il caso, lo messero in mano delFese- 
cutore, e da lui fu condannato alia soddisfazione delle pecunie, e 
per tempo 3 in carcere delle obbrobriose Stinche. 



CAPITOLO v 

In questo intervallo di tempo che fu in mezzo de j due principi, 4 
cioe dal sommuovere la Republica al ritornamento di Cosimo, 
molti furono i cittadini che, per 5 una vera opinione, tutti si appa- 
recchiavano a grandissime novita nella Republica. Messer Rinal- 
do, 6 stimolato dal sospetto del pericolo in che si vedeva awilup- 
pato, che per le passate colpe non gPintervenisse prossime pene; 
adunque per ischifare le pericolose cose, tutto giorno piu volte 
nella sagrestia di San Pier Maggiore con messer Palla 7 e con 
Niccolo Barbadoro 8 ed altri si ristrinse. Non ostante che io non 
conti altri cittadini per nome, devi tu, lettore, immaginare, che 
molti furono quelli che in si fatta congiura intervenissero: ma io 
ho tolto i piu noti, acciocche il mio dire abbia piuttosto riprensione 
del poco parlare, che delle soperchie parole dire; 9 perche sempre, 
dov'e abbondanza di parole, vi si giudica carestia di verita. In- 
sieme praticavano 10 per trovare dove fusse la loro difesa; e del tem- 
po e del modo Fun 1'altro consigliava. Messer Rinaldo diceva: 
Io ho udito dire che chi assalta sempre si gode la vittoria. Per 
certo, se di questo io n'avessi a pigliare per me solo il partito, as- 
salirei coloro da cui noi aspettiamo essere assaliti e disfatti: noi li 

1. che i soldati . . . infallibili: ai soldati che hanno militate si deve il soldo, 
anche se i termini del pagamento siano piu lunghi di quelli pattuiti. 

2. movendogli . . .pagare: il pagar male i soldati li spinge a cattive parole 
e a cattive azioni. 3. per tempo: nel frattempo. 4. principi: estremi. 
5. per: secondo. 6. Rinaldo: degli Albizzi. 7. Palla: Strozzi. 8. Niccolo 
JBarbadoro: era stato proweditore a Pisa, e aveva partecipato alia vita 
pubblica. 9. il mio dire . . . dire: il mio racconto sia rimproverato piut- 
tosto per essere troppo conciso, che non perche abbondi di parole super- 
flue. io. praticavano: si consultavano. 



142 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

troveremo sproweduti; per lo quale sprowedimento niuna difesa 
potrebbono fare: e, se noi aspettiamo loro senza cauto e buono 
prowedimento, assaliranno noi. L'aiuto del popolazzo, e anco 
assai di quelli che noi ci tenghiamo amid, ci si faranno nimici; 1 
conciossia cosa che la fortuna e sopra queste cose infedeli e mu- 
tabili: cosi com'ella si muta, si mutano i suoi sottoposti: ella si 
parte co' suoi, e a te lascia i tuoi; e s'egli e niuno che creda aver 
copia d'amici, e ingannatore di se medesimo. Awegna dio che, 
in tutta la perpetualita del secolo, 2 non si trova se non quattro 
perfezioni d'amicizie: la prima, Ercole e Filottete; la seconda, 
Oreste e Pilade; la terza, Achille e Patroclo; la quarta ed ultima, 
Lelio e Scipione. Adunque, se in tanto secolo di perpetualita 
non se ne trova piu, non e dunque da pensare che noi n' abbiamo 
niuno: e per6 consiglio che a speranza, fuor di noi, non si stia. 3 
Credetemi, che al bisogno degli amici non ne troveremo, e di ni- 
mici avremo infinite numero. Messer Palla, dolce e gentile, il 
quale era piu atto alle delicatezze de' conviti e alle oziosita delle 
camere 4 che alle sollecitudini degli eserciti, o alle crudelta delle 
armi, o agli spaventi delle grida de* popoli, diceva: Tutte le 
cose che portano pericolo, vogliono essere piuttosto con tardita di 
consiglio che con sollecitudine di soperchia volonta 5 giudicate, e 
condotte. Noi abbiamo sempre, per uso de' nostri antichi, seguito, 
e per ancora non abbiamo cosi fatta consuetudine riprovata, ma 
sempre utile e favorevole alia nostra Repubblica e stata; la quale 
dobbiamo esser certi che ancora de* seguire Tantico consueto. 6 
Sempre, quando questa citta ha avuto guerra di fuori, dentro e 
seguito pace e concordia in tra i cittadini; e poi, a tempo delle 
concordie e delle paci di fuori, sono nati dentro gli scandali e le 
discordie tra i cittadini. Noi abbiamo a' nostri confini Niccol6 
Piccinino, 7 con tanta moltitudine di armati e vittorioso contro a 



i. IScduto . . . nimici: 1'aiuto del popolo ci verra a mancare, e molti di 
quelli che noi stimiamo amici ci diventeranno nemici. 2. in tutta . . . 
secolo: in tutto il volgersi del tempo passato. 3. a speranza . . . stia: non 
si abbia speranza se non in noi. 4. delle camere: della vita quieta e casa- 
linga. 5. con sollecitudine . . . volontd: con impeto precipitoso. 6. antico 
consueto : antica consuetudine. 7. Ntccold Piccinino : il famoso condottiero 
(1386-1444). Aveva sconfitto, il 28 agosto 1434, tra Imola e Caste! Bolo- 
gnese, i Veneziani, i Pontifici e i Fiorentini, comandati da Niccol6 da 
Tolentino. Con quella vittoria, Filippo Maria Visconti aveva strappato 
Bologna alia Chiesa, e minacciava Firenze. 



GIOVANNI CAVALCANTI 143 

noi e alia Chiesa; nella quale vittoria Niccolo nostro 1 capitano ne 
ha perduta la vita. Adunque, non e da temere che i Signori vo- 
gliano mettere nuovo uso, essendo prossimani a si pericoloso 
danno. Niccolo Barbadoro, non ostante che alia sua superbia 
aggiugnere non si potesse, lo stimolo dell'avarizia e della vilta il 
fece commendare Paspettare del Palagio 1'assalto. 2 E' diceva che 
il mangiare insegna bere, e che il ballare si vuol fare come mostra 

10 strumento, e non che lo strumento impari dal ballo. 3 Le quali 
conclusioni messer Rinaldo vedeva bene che erano morte e disfa- 
cimento di lui, e di loro; e mozzo ogni ragionamento ; e con- 
chiusero che ogni piccolo cenno che il Palagio facesse, a San 
Pulinari, con tutto il possibile sforzo di fanti e d'armi, comparisse 
ciascuno. 4 

CAPITOLO VI 

Gia quell' occhio del cielo che, quando ci si mostra, ci da luce, e 
quando ci si nega, ci concede tenebre, aveva compiuto il corso della 
sua rotondita, 5 e avea travalicato al conseguente segno da quello 
in che era al serramento del nostro cittadino nella superba rocca. 6 

11 nuovo gonfaloniere mai alcun tempo consume con ozio; ma 
sempre, con tutta sollecitudine, cercava per quale piu gli fosse in- 
dubitata 7 via, a rendere alia patria il non colpevole uomo : il quale, 
per la vilta del popolo e per Pavarizia 8 degli uomini, e con Pinvidia 
de' nobili e per la superbia dei potenti, era stato cacciato. Tro- 
vando non meno i compagni dolci e benigni di lui al giusto ritor- 
namento, tutti con ferventissimo animo intalentati di restituire 
il nostro cittadino, scrisse significando a Cosimo, come la Signo- 

i. Niccolo nostro: Niccolo da Tolentino, fatto prigioniero nella battaglia 
di Imola, fu proditoriamente ucciso per ordine del duca di Milano. Fi- 
renze gli rese solenni onori funebri, e il suo ritratto, dipinto da Andrea 
del Castagno, si trova in Santa Maria del Fiore. 2. non ostante . . . Vas- 
salto: sebbene non si potesse esser piu superbi di lui, dallo stimolo dell'a- 
varizia e dalla vilta fu spinto ad appro vare che si soprassedesse all'assalto 
del palazzo della Signoria. 3. " diceva . . . ballo: cioe che bisogna aspet- 
tare a deciders! secondo lo sviluppo dei fatti. 4. che ogni . . . ciascuno : al 
piu piccolo movimento della Signoria, ciascuno si sarebbe dovuto trovare 
a Sant'Apollinare con la maggiore quantita possibile di soldati e di armi. 
Sant'Apollinare corrisponde alPodierna piazza San Firenze. 5. rotondita: 
orbita. 6. avea . . . rocca: era passato un anno da quando Cosimo era 
stato chiuso nella torre del palazzo della Signoria, avanti la sua cacciata 
in esilio. 7. indubitata: sicura. 8. avarizia: avidita. 



144 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

ria era disposta; e die, per dio, awisasse i suoi accetti 1 che attenti 
stessero al favore del Palagio. 2 Questa cosi fatta lettera, intesi 
che Antonio di ser Tommaso Masi n'era stato il conducitore, e che 
a voce viva di molte cose Fawiso ; e Cosimo gPimpose, che sopra 
tutti gli altri cittadini, Neri di Gino contentassero. 3 Questo non 
iscrivo per vero, ma come udito da altri; perocche, nella ragimata 
de' fanti, si disse che se messer Palla di Noferi non fosse stato 
piu vinto dallo sbigottimento degli uomini, che dalla paura del suo 
disfacimento, che con lui insieme a San Pulinari sarebbe andato. 4 
E simile a' cittadini della citta diedero awiso che si apparecchias- 
sero alia difesa del giusto ritornamento. I quali, tutti quelli che 
erano stati malcontenti di cosi fatta cosa, con tutta sollecitudine 
i Signori confortavano : e essendone in Palagio assai di quelli, 
chi con consiglio, e chi con preghi, e con altri confortamenti, la 
Signoria favoreggiavano ; pure, che presto fusse il desiderato con- 
cilio delPottimo uomo, 5 tutti ad una voce gridavano. Veggendosi da 
tanti cittadini il gonfaloniere e gli altri Signori confortati di con- 
siglio e d'aiuto, fecero richiedere messer Rinaldo degli Albizzi 
e Ridolfo Peruzzi 6 e Niccolo Barbadoro, che comparissero di- 
nanzi alia Signoria. Messer Rinaldo, e gli altri richiesti, esamina- 
rono, e poi conchiusero, che la loro andata non fusse ottima, ma 
pericolosa e mortale: per la quale cosi fatta deliberazione, delibe- 
rarono al tutto di mostrare le loro forze; e, con grandissimo se- 
guito di villani e abbondanza di popolo, si armarono in pubblico. 



i. accetti: seguaci. z. stessero . . . Palagio: stessero attenti a secondare le 
mosse della Signoria. 3. Neri di Gino contentassero: si accattivassero Neri, 
figlio di quel Gino Capponi che aveva conquistato Pisa. Neri Capponi, 
che era nato nel 1388, e nel 1429 si era mostrato contrario alFimpresa di 
Lucca, non era legato ad alcuna fazione. 4. Palla . . . andato : Neri di 
Gino Capponi sarebbe andato a Sant'Apollinare insieme con Palla Stroz- 
zi, se questi non fosse stato vinto piu dalla paura degli uomini che dal 
timore della sua possibile rovina. 5 . il desiderato . . . uomo : il desiderato 
richiamo di Cosimo dei Medici. 6. Ridolfo Peruzzi: era stato Gonfalo- 
niere di Giustizia nel 1413 e nel 1432, ambasciatore a papa Martino V 
nel 1417, e a papa Eugenio IV nel 1432. 



GIOVANNI CAVALCANTI 145 



CAPITOLO VII 

Non istava meno attento il cavalier Rinaldo sopra Fingiusto esilio 
di Cosimo, che si stesse la Signoria per la sua salute. 1 Tutto giorno 
andava per la citta sommovendo i cittadini a novita; 2 e gPinfiam- 
mava contro la Signoria, acciocche per quella non si cercasse 
cosi fatto ritornamento. Egli usava, in suo dire, rnolte odievoli 
parole del gonfaloniere, e di Cosimo; per le quali e' credesse che 
piu infiammassero gli animi de* cittadini, e che piu li movesse ad 
ira contro a si fatta cosa; e diceva: Soffrirete voi che un Nor- 
cino 3 ci sia venuto a far legge, che 4 voi stiate suggetti a* vostri 
cittadini? Cio ch'ei fa, non fa egli per nessuno utile della Republica, 
ma per prezzo ch'ei crede ricevere da Cosimo. Vada a sottomet- 
tere la liberta di Norcia, e non la vostra Fiorenza. Gia nol fa tanto 
pel bene ch'ei voglia a Cosimo, quanto egli il fa per abbassa- 
mento e dispregio de } nobili e per dispetto e disfacimento di 
voi. Ancora aggiugneva parole non meno odievoli, le quali im- 
portavano 5 piu recenti danni alia nostra Republica, e diceva: Voi 
conoscete la pace esser sempre tranquillita del popolo, e accresci- 
mento delle vostre ricchezze; e le guerre essere adducitori di 
tutte le cose contradie. E' mi fu dato Cosimo, nella guerra pas- 
sata, per compagno a trattare, con la mezzanita 6 del cardinale di 
San Sisto, 7 la desiderata pace; la quale il di molte volte si con- 
chiuse, che la mattina era ischiusa e rotta. 8 Per me esaminandosi 
d'onde tanta discordia potesse intervenire, stimai che, come la not- 
te e contraria del giorno, e che i cattivi animali hanno maggiore 
audacia nelle tenebre che nella luce, cosi i mali uomini piu nuo- 
cono la notte che il giorno. Adunque, per certificarmi, con vili 
vestimenti mi camuffai, e misimi in aguato, e giunsilo che usciva 
da Sant' Antonio 9 (che ivi era la residenza del cardinale): chia- 

i. Non istava . . . salute: tanto si adoperava Rinaldo degli Albizzi per mante- 
nere Cosimo in esilio, quanto la Signoria si adoperava invece per il ritomo 
di lui a Firenze. 2. a novitd; alia rivolta. 3. un Norcino: il nuovo Gon- 
faloniere, Niccol6 di Cocco di Donato che, secondo la voce pubblica, 
era venuto da Norcia. 4. che: in modo che. 5. importavano: si riferiva- 
no ai. 6. mezzanitd: rnediazione. 7. cardinale di San Sisto: Giovanni 
Casanuova da Barcellona, autore di un trattato sulla potesta del Papa 
sopra il Concilio; mori a Firenze nel 1436. 8. la quale ... rotta: era 
conclusa durante il giorno e disfatta la mattina dopo. 9. da San? Anto- 
nio: dal monastero di Sant' Antonio. 



146 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

mailo, e ripresilo a fare contro alia pace. 1 Queste mi paiono piu 
avaccio 2 false calunnie che vere accuse; awegna dio die messer 
Rinaldo fu de* principal! alPimpresa, e Cosimo di nulla n'ebbe 
cagione, ma assai Averardo. 3 Adunque, non e da credere che si 
fatta calunnia sia altro che falsa; ma con cotali sermoni, coloriti di 
malizia e d'odio, andava sollevando i cittadini. Ma per detta cita- 
zione dalla Signoria fatta, pose fine alle sue cittadinesche calun- 
nie. Egli elesse, e vide che lo uscire a campo fusse necessario : e cosi, 
con grandissima fanteria di villani armati, e con non piccolo se- 
guito di popolo, in su la piazza di San Pulinare compari : e presti 
fanti mando per 4 Ridolfo Peruzzi e per Niccolo Barbadoro; i 
quali con fanti assai vennero a lui: e con piu voci messer Palla 
fece chiamare, il quale avea gran fanteria; e mai venire vi voile, 
se non quando fu stance dalle tante voci, solo e senz'armi, a ca- 
vallo, con un famiglio, a messer Rinaldo rispose quello ch'ei 
voleva. Veggendolo messer Rinaldo come brullo 5 d'arme e di fanti 
compariva, gli disse : Cotesto non sacramentasti 6 tu, quando in 
tanti luoghi mi confortasti ch'io stessi sicuro e non temessi le 
minacce, perocche sempre e lo schiamazzo maggiore che Tuovo ; e 
aggiugnesti che il tuo favor e con gran fanteria mi daresti. 
Messer Palla mormoro non so che dicendo, e partissi. Ancora 
mando per messer Giovanni Guicciardini : 7 a cui 8 fu risposto, che 
faceva piu utile lo stare che Fandare, perocche la sua stanza vietava 
la forza del fratello al Palagio. 9 Ancora molti altri, che erano ob- 
bligati a detto ordine per fede e per sacramento, niuno ne venne; 
e domandavano se messer Palla vi era comparito co' suoi fanti; i 
quali, sapendo che non si scopriva, non si scoprirono a crescere 
le forze di messer Rinaldo. Non ostante che molti ne mancassino 
delle sacramentate promesse, vi fu grandissimo numero di popo- 
lani che in favore del cavaliere vennono armati, e senza alcuna 
richiesta. Egli era piena tutta la via, dalla Camera 10 alia piazza di 

i. ripresilo . . .pace: lo ammoni anon agire contro la pace. z. piu avac- 
cio: piuttosto. 3. Averardo dei Medici, cugino di Cosimo, era stato, nel 
1426, nella magistratura dei Dieci di Balia, per la guerra contro Filippo 
Maria Visconti. 4. presti fanti ... peri veloci messaggeri a cercare. 
5. brullo: privo. 6. sacramentasti: giurasti. 7. Giovanni Guicciardini, che 
aveva ricoperto molte cariche pubbliche, era antimediceo, mentre il fratel- 
lo Pietro parteggiava per i Medici e, in quel momento, era nella Signoria. 
8. a cui: cioe al messo. 9. la sua . . . Palagio: la sua mancata partecipa- 
zione impediva Tazione del fratello in seno alia Signoria. 10. Camera: e 
il palazzo del tesoro pubblico. 



GIOVANNI CAVALCANTI 147 

San Pulinari, dietro al Podesta; e la Burella, 1 e tutta TAnguillara, 2 
ritornando alia detta piazza: ogni vacuo era calcato, ogni tuorlo 
era circondato di masnadieri e di popolo. 3 E J vi venne assai cone- 
stabili, 4 con gran numero di fanti che erano senza soldo. Egli sta- 
vano a speranza questa cosi fatta gente, che le cose de' cittadini 
della cosimesca parte fussino loro concedute per prezzo del loro 
favore. Questi gridavano : Andiamo alia piazza, e dateci in pre- 
da i nostri nemici, e lasciate la fatica a noi di si fatta battaglia. 

CAPITOLO VIII 

Credetemi, credetemi, o mortali, che queste nostre opere tanto in 
nostra potesta non sono, quanto noi le predichiamo. lo credo che il 
principio sia nostro in apparenza, ma compiute e finite sono dalle 
prowidenze di sopra, in essenza. 5 Questi principi ci e dati nella 
volonta di cominciare, e riserbansi in loro 6 la vittoria di finirle; 
ma per casi inopinati, dagl'ingrati e superbi son dette nostre. 7 
La Signoria, sentendo il gran numero di gente che per contraffare 8 
alle loro volonta erano armati, e i nimichevoli sermoni che per 
cosi fatta gente si diceva contro alia Signoria, tutti si compresero 
di pericolosa e di mortale paura. II gonfalonier e volentieri, non 
che digiuno del gonfalone, ma non nato vorrebbe essere stato; 
e non era niuno che sapesse dove senza pericolo si potesse stare: 
eglino stimavano piu la paura che la morte: e questo era assai ra- 
gionevole, perocche dalla paura precede la morte, ma dalla morte 
non procede la paura; conciossia cosa che la morte e fine di tutte 
le paure e di tutte le fatiche. Non vi maravigliate, perocche non 
e da maravigliarsi se tanta paura era awiluppata ne* seni della 
nostra Signoria; conciossia cosa che sempre il fumo nacque prima 
che la fiarnma: cosi interviene de* pericolosi 9 sermoni, che sono 

i. Burella: e la via omonitna, cosi detta forse dall'antico anfiteatro, che 
va da via Torta a via dell'Acqua. 2. Via delVAnguillara, che va da piazza 
Santa Croce a piazza San Firenze. 3. ogni . . .popolo: ogni spazio era 
pieno di gente, ogni luogo pieno (tuorlo), cioe ogni abitazione era cir- 
condata. 4. conestabili: capi di gente d'arme. 5. lo credo ... essenza: ci 
e concesso di cominciare apparentemente le cose secondo la nostra volonta, 
ma la conclusione, nella sua essenza, e opera degli enti che di sopra 
prowedono. 6. in loro : cioe nelle prowidenze celesti. 7. dagVingrati . . . 
nostre: coloro che sono superbi e ingrati verso il beneficio ricevuto, con- 
siderano opera umana quello che e invece compimento sovrannaturale. 
8. contraffare: opporsi. 9. pericolosi: arrischiati. 



148 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

prima die le crudeltk delle opere. Fu alcuni che dicevano che s'an- 
dasse con fuoco e con ferri alle prigioni; assegnando le ragioni, 
che per la nobilta delle tante schiatte che v'erano prigioni, sareb- 
bono atati a difendersi; 1 e cosi da tutta 1'abbominevole ciurma de' 
prigioni. Senza che, per cosi fatta dimostrazione di misericordia, 
molti del popolo plebeo verrebbono a loro, con forza e con armi, 
a correre la cittk. Altri v'erano, che dicevano: Dateci in preda 
i nostri nimici. Alcuni altri gridavano : Pigliamo il palagio 
del podesta, e a voce deponghiamo la Signoria; e poi piglieremo 
la piazza; e quello che avremo fatto di parole e di pintura d'in- 
chiostro, 2 finiremo con le punte e co' tagli delle nostre coltella. 
Matteo di Bernardo de' Bardi diceva: lo son Capitano de' 
guelfi: andiamo alia Parte; 3 e io piglierb il gonfalone, e grideremo: 
Vivano i guelfi ; alle quali voci tutti i guelfi ci daranno il loro 
aiuto. Simone di lacopo di Bindello de' Bardi diceva: Oime, 
ch'io conosco la nostra pigrizia essere la cagione del nostro disfa- 
cimento. O cavaliere, 4 dove hai tu celato o smarrito il tuo ardire? 
Tu ti mostravi essere franco e senza paura; ed ora in questo peri- 
colo mi assembri piuttosto pelo di lievre, che vello di leone. 5 Cor- 
riamo la citta, e riempiamola di vedove tutte bagnate di pianto, e 
le strade di sangue e di carogne tinte e coperte, 6 acciocche la loro 
vittoria si compensi col nostro disfacimento. 7 Altri dicevano (e 
massimamente uno spicciolato, che avea nome Giovanni di Piero 
d'Arrigo): Andiamo alle case de j Signori; e tutta la roba in pre- 
da, e le madri, e le spose e le figliuole, e i figliuoli e i fratelli, e cia- 
scuno loro prossimo, legati in su i targoni e in su i palvesi, 8 in- 
nanzi a' nostri corpi li portiamo in piazza; acciocche le saette e le 
altre cose da' Signori gittate feriscano prima le loro cose mede- 
sime che i nostri corpi. Ancora spesseggiavano molti cittadini 
dalla piazza a San Pulinari, e dicevano: Che fate? Non vedete 
voi, che per lo indugio si presta rimedio ai paurosi e ardimento 

i. che per . . . difendersi: sarebbero stati aiutati a difendersi da tutti i nobili 
che in quel momento si trovavano in prigione. 2. di parole . . . d'inchio- 
stro : con le parole e con la penna, ciofe giuridicamente, con un atto notarile. 
3. alia Parte: il palazzo di Parte Guelfa. La Parte Guelfa, dove predomi- 
navano i nobili e le famiglie magnatizie, era pifr propensa agli Albizzeschi 
che non ai Medicei. 4. O cavaliere: si rivolge a Rinaldo degli Albizzi. 
5. mi assembri . . . Hone: assomigli piuttosto alia lepre che al leone. 6. di 
sangue . . . coperte: tinte di sangue e coperte di carogne. 7. la loro . . . 
disfacimento: la loro vittoria venga compensata con la strage che noi fa- 
remo di loro. 8. palvesi: scudi quadrati e rotondi. 



GIOVANNI CAVALCANTI 149 

alle forze del nimico ? E cosi, dove noi li tenghiamo ora in paura, 
per lo indugio ci daranno danno e cattiva fortuna. Venite, che 
noi abbiamo presa la Condotta e la Grascia, 1 le quali vi manter- 
ranno la piazza. Colui che tiene la piazza, sempre e vincente della 
citta. Ora, tutte queste cose terribili erano non meno mani- 
feste a' Signori che a coloro a cui elle erano dette; per le quali cosi 
fatte cose i Signori andarono di sala in camera, 2 Puno in quella 
dell'altro, quasi piu non conoscendo la sua che quella del com- 
pagno, e parevano abbandonati. 3 Se non che, arrivando in Pa- 
lagio alcuno cittadino e veggendo al gonfaloniere la faccia di 
paura dipinta, come uomo franco il conforto dicendogli : O gon- 
faloniere, non sai tu che chi teme di morire desidera di non vi- 
vere? Oh! che e vita, se non Fonore di questo mondo? Perche vive 
tanto nel cospetto degli uomini Ercole, se non per le sue gloriose 
opere? Tu hai cominciato: segui la tua impresa, e non stimare 
questa tua brevita di vita piu che la stirnassino coloro a cui essemplo 
vivono gli uomini virtuosi e valenti. Catone prese la cicuta; Se- 
neca elesse il modo del morire: Socrate bewe con la coppa il 
veleno: e ciascuno sapeva che dal suo atto ne seguiva morte, la 
quale a loro ancora e vita. Manda per la citta, e fa torre a tutti i 
panattieri il pane; adducici il vino di piazza; e cosi di tutte vetto- 
vaglie fornisci il Palagio, con gli uomini; e seguita la incomin- 
ciata opera, la quale fia piu viva per lo future che non e al pre- 
sente. 4 A questi confortamenti tutto rinvigorito, fu obbe- 
diente: e rafforzo il Palagio; e le cose di lui e de' suoi compagni, 
con le famiglie e con Favere, occulto; e seguito la cominciata im- 
presa, e con vittoria quella fini. 

CAPITOLO IX 

Racquistati i trasviati spiriti, proceduti dal confortamento di quello 
cosi ottimo consigliatore; il quale io intesi (non ostante che colui 
che mel disse non fosse molto degno di fede) ch'egli era stato 
Domenico di Zanobi di Cecco Frasca, che si ottimo rimedio con- 
siglio. Io non lo scrivo piu per vero che per udita: 5 se non in tanto 

1. la Condotta e la Grascia: il comando delle genti d'arme, del soldati 
mercenari e la magistratura deH'annona, cioe il controllo dei viveri. 

2. di sala in camera: dalla sala comune alle singole camere. 3. abban- 
donati: smarriti. 4. fia . . . presente: sara piu viva perche piu gloriosa. 
5. Io non . . . udita: non lo do piu per vero che per sentito dire. 



150 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

ch'egli era uomo franco, e non istimava la paura piu ch'ella va- 
lesse; e ancora era amico di Cosimo; e ancora, perch6 il cognato di 
nonnulla o di poco avea, sotto Tawiamento di Cosimo, grandis- 
sima ricchezza acquistato. 1 Le scale, e tutta la via da San Pulinari 
al Palagio, erba non metteva per tanto andar di cittadini. Egli an- 
davano in luogo d'ambasciatori de' Signori 2 a messer Rinaldo 
degli Albizzi, ed a Ridolfo Peruzzi, e dicevano: I Signori si 
maravigliano di questa vostra dimostrazione d'aver preso le ar- 
mi per cosl leggier cosa, come e stato un vano ragionamento. 
Mai si 3 che i Signori ebbono tra loro certo ragionamento della 
restituzione di Cosimo: ma non sapete voi, che spesse volte & av- 
venuto tuoni e baleni, i quali sono segni di piova, e poi non e 
piovuto? Adunque, se gli ordini del cielo alcuna volta sono bugiar- 
di e vani, tanto maggiormente e folle cosa a credere che tutte le 
cose ragionate da' mortali sieno infallibili e vere. Adunque, lasciate 
le vostre dubbiose dimostrazioni; 4 per6 ch'egli hanno veduto si 
fatta dimostranza, che al tutto e' non voglion altro che quello che 
da voi medesimi si elegge. Dateci il vostro mandato in pubblico, 5 
e quello alia Signoria faremo col suggello confermare. Voi non vo- 
lete Cosimo sia restituito alia patria; e la Signoria non cerchera 
piu che voi vogliate: 5 ma egli hanno caro di parlarvi a viva voce. 
Venite arditamente; se voi vi verrete, e' v'intervenit come al pec- 
catore, che, quanto di maggiori peccati aggravate, tanto piu 
torna leggeri e contento dal sacerdote; e cosi ne torna allegro e 
senza peccato, quanto piu furono iniqui i suoi peccati. Ridolfo 
Peruzzi, inebriate dalle si vaghe ragioni, parl6, dicendo a messer 
Rinaldo e agli altri: Che volete voi, piu di quello che la Signoria 
ci proferisce? Egli e meglio il poco con la pace, che il tutto colla 
guerra e con pericoli; conciossia cosa che queste cose caduche e 
transitorie sono suggette alia poca stabilita della fortuna. Per 
certo, io voglio andare alia Signoria; e voi vi state colla vostra per- 
tinacia, e io seguir6 la benignita delTobbedienza. Finito questo 
ragionamento, and6 alia Signoria; e da quella a buona ciera ve- 
duto, e, commendatolo per la sua obbedienza, e' fu pregato che 

i. di ncmnidla . . . acquistato: partendo dal nulla o dal poco, si era fatto 
una grande ricchezza. a. Egli . . . Signori: alcuni andavano come am- 
basciatori della Signoria. 3. Mcd sli e vero che. 4. lasciate . . . dimo- 
straziani: non dimostrate piti d*aver dubbi. 5. Dateci. .. in pubblico : 
dateci in pubblico 1'incarico di esporre i vostri desideri. 6. non cerche- 
rd . . . vogliate: non cerchera se non quello che voi volete. 



GIOVANNI CAVALCANTI 151 

a' disobbedienti cittadini negasse il suo favore; e ch'egli rimarrebbe 
il maggiore die non era ancora stato. E cosi messer Rinaldo degli 
Albizzi con le sue masnade, e senza Ridolfo Peruzzi si rimase. 



CAPITOLO x 

Tutta la citta era piena di villani e di tutta gente affamata degli al- 
trui beni e assetata del sangue civile, 1 non avendo riguardo piu al 
giusto che al non giusto versamento : 2 purche roba venisse, le di 
coloro coscienze non avrebbono a ogni abbominevole peccato per- 
donato: 3 niun misfatto sarebbe stato si grande che a loro deside- 
rio non fusse stato piccolo. Da questa cosi fatta abbominevole 
ciurma nasceva nel seno degli artefici si forte spavento, che tutte 
le botteghe stavano serrate. Gli artefici stavano cheti e malcontenti, 
non altrimenti che sta Fasino alia gragnuola; 4 e cosi tutta la citta 
era in tenebre. Queste cosi fatte cose da papa Eugenio 5 furono 
sapute; alle quali penso, per la mezzanita di messer Giovanni Vi- 
telleschi, 6 porre riparo. Questo messer Giovanni fu patriarca, e 
a tempo di Martino 7 fu mandato da lui a riconciliare il nostro cher- 
cato, 8 per molte discordie che in tra loro avevano i cherici; le quali 
procedevano per lo cattivo pastore nostro arcivescovo 9 che era in 
quel tempo: il quale messer Giovanni molte amicizie impetro coi 
nostri cittadini: ed ancora che, nel tempo avemmo la guerra du- 
chesca 10 di Romagna, a Roma non si trov6 nessun cherico piu amico 
del nostro Comune, che questo messer Giovanni. Sempre messer 
Rinaldo, e ogni altro mandato 11 dal nostro Comune, di tutto era 
awisato di quello che per 12 Martino si ordinava. Questa fu la 
cagione che Eugenio lo elesse, e che messer Rinaldo gli presto 
fede, siccome a uomo che la sua amicizia non acquistava di nuovo. 13 

i. civile: dei cittadini. 2. non avendo . . . versamento: non badando a 
versare piuttosto il sangue del giusto che dell'ingiusto. 3. non avreb- 
bono . . . perdonato: non si sarebbero trattemiti dal ... 4. alia gragnuola: 
sotto la grandine delle busse. 5. papa Eugenio IV aveva dovuto lasciare 
Roma che, agitata da agenti viscontei, gli si era ribellata; era a Firenze 
dal 22 giugno del 1433. 6. Giovanni Vitelleschi, di Corneto, vescovo di 
Recanati, poi patriarca di Alessandria, fu in seguito arcivescovo di Firenze 
e, nel 1437, cardinale. 7. Martino V papa. 8. a riconciliare... cher- 
cato: a mettere pace tra i nostri ecclesiastici. 9. arcivescovo: Amerigo 
Corsini. 10. duchesca: col duca di Milano, Filippo Maria Visconti. 
ii. mandato: ambasciatore. 12. per: da parte di. 13. di nuovo: per la 
prima volta. 



152 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

Ed ancora dalla legge della gratitudine gli era data infallibile spe- 
ranza di salute, che da Eugenio gli fusse renduto il merito del 
suo affaticare; che niuno fu in tutta la citta che piu si adoperasse 
che Eugenio fusse accettato in Firenze, che messer Rinaldo. Que- 
sto cosi fatto eletto 1 da Eugenio ando a San Pulinari; e, veduto 
tanta arrabbiata gente far coda al franco cavaliere, egli alzo la 
mano, e con quella dimostro che le tante voci di quelle malnate 
genti tacessero; e con messer Rinaldo molto loquento, 2 e diceva: 
O cavaliere, che vuol dire questo tuo tanto tralignamento ? 
Non sei tu di quei medesimi Albizzi, che in una notte fecero le 
mura e i fossi dal fiume alia Croce: 3 la quale fu la difesa di questo 
popolo? Come ti soffera Tammo che tu voglia disfare quello che 
hanno i tuoi antichi difeso e cresciuto? Non sai tu che i tuoi 
guelfi furono sempre figliuoli della Chiesa e del suo pastore? E* 
ci e Eugenio : se niuna cosa ci manca, egli ha la potenza di poterla 
compiere. Vieni a lui, e gettati nel suo grembo; e addimandagli 
quelle cose che ti mancano, e lui te le fara fare per lo suo priego ; 4 
e se questo non valesse, si ha egli nel governo della citta tanta forza, 
che tu Pavrai ad onta di chi mal contento ne fusse. Se Cosimo tu 
non vuoi, non sia tua credenza 5 che Eugenio il voglia; pero chV 
sarebbe forse di maggior danno la perdita, che non sarebbe Futile 
di si pericolosa vincita. Credi tu che Eugenio non esamini ch'egli 
e stoltizia a mettere un medesimo pregio alle cose mcerte come 
alle certe ? Non e incerto colui che e fuori della tenuta della cosa ? 
e certo quegli che possiede la cosa? 6 Tu sei nella citta, e Cosimo 
n'e fuori: adunque tu sei certo, e Cosimo e incerto. Questo cosi 
fatto parlare piacque al cavaliere Rinaldo; e veggendosi da' mag- 
giori membri abbandonato, si mise in via con tutta la ciurma; 
e da Niccolo Barbadoro, e da molti altri cittadini accompagnato, 
verso Eugenio s'invio. 7 E' prese la via de' Fondamenti; 8 e quando 
il principio era alia via de' Servi, la coda era anco a San Pulinari. 



i. eletto: scelto: il Vitelleschi. 2. loquento: par!6. 3. Non . . . Croce: nel 
1325 Giano degli Albizzi fu incaricato di sovraintendere alle fortificazioni 
della citta, nel timore di un assedio da parte di Castruccio Castracani. 
4. priego : intercessione. 5. non sia tua credenza : non credere. 6. Non e . . . 
cosa?: e incerto colui che non possiede la cosa, in confronto a colui che la 
possiede. 7. verso Eugenio s'invio: il Papa abitava vicino a Santa Maria 
Novella. 8. la via de* Fondamenti: corrisponde, presso a poco, all'o- 
dierna piazza del Duomo. 



GIOVANNI CAVALCANTI 153 

CAPITOLO XI 

Nell'andata che messer Rinaldo faceva ad Eugenic, il corpo della 
brigata era per me' la bocca della via degli Spadai. 1 Certi bestiali 
e cattivi, che mai alcun bene fecero, ne avrebbono saputo fare, 
uomini facimali e disutili, insieme si ristrinsero e uscirono pe' 
fianchi di quella infinita ciurma; e, con grida e con armi, alia 
casa de' figliuoli di Niccolo d'Ugolino Martelli 3 s'awentarono 
gridando: Carne e fuoco. Da' quali, non mica come gio- 
vani ne come codardi, ma come uomini indurati nelPuso delle bat- 
taglie, non istimarono la paura piu che 1'onore, e con 1'armi in 
mano si difesero. 3 Le lance e i dardi dalPuna parte e dalPaltra 
si vedevano percuotere; le saette per Faria calcate volavano: ma 
ciascuna parte era si guarentita 4 d'arme, che poco di danno segui 
a nessuno delle due parti. Mentre che questa cosi mortale riotta 5 
era, e Tuna parte con 1'altra tramischiata, uno de' piu sommi cat- 
tivi della ciurma rinaldesca, con fuoco in mano, alle case de' gio- 
vani s'accostava, awegna dio perche quella con la terra a un me- 
desimo piano voleva ridurre; 6 ma Piero Cavalcanti, 7 uomo a cui le 
noie e le opere malvage piu che a niun altro erano a dispetto, il 
fuoco gli batte di mano, e lui come cattivo sgrido; per lo quale 
abbattimento non segui il gran fuoco. Dolendosi poi meco di tanta 
disawentura, che, per merito delle ammortite fiamme fu fatto 
de' Grandi 8 co* suoi discendenti; a queste cosi fatte lamentanze 
da me gli fu fatta presta risposta: O Piero, non sai tu che sem- 
pre la follia de' folli la comprano i savi? 9 



i. la bocca.. . Spadai: all'imboccatura di quella via degli Spadari, che fu 
detta poi de' Martelli. 2. Niccolo d'Ugolino Martelli ebbe dieci figli, tra 
i quali Roberto, ricchissimo, che nel 1435 prest6 alia Santa Sede dodi- 
cimila fiorini d'oro per il Concilio di Ferrara, dodicimila per il Concilio 
di Firenze e quattordicimila per il trasporto dei Greci. 3. Da y quali . . . 
si difesero: dai quali malvagi i Martelli si difesero. 4. guarentita: difesa, 
protetta. 5. riotta: zufTa. 6. perche quella. . . ridurre: giacche voleva 
spianare la casa. 7. Piero Cavalcanti: della stessa casata delPautore. 

8. Dolendosi . . . Grandi: in compenso di aver spento le fiamme, fu in- 
scritto nelPalbo dei Grandi, cioe escluso dalle cariche pubbliche, poiche 
i Grandi, cioe i nobili, non potevano partecipare alia vita del Comune. 

9. la follia . . . i savi?: i savi devono pagare per i folli. 



154 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 



CAPITOLO XII 

Rifidandosi messer Rinaldo nelle larghe profferte che da parte 
d'Eugenio messer Giovanni Vitelleschi gli aveva fatte, in Santa Ma- 
ria Novella al sommo pontefice si rappresento ; il quale da lui con 
sembiante di vederlo a buona ciera tutto si mostro, e con alcuna 
lagrima per tenerezza dimostro nella sua parlatura, dicendo: O 
valoroso cavaliere, io mi rallegro molto di quello che i mali uomini 
di questa citta si attristano; e questo e perche veggono che questa 
vostra venuta ha rotto e spezzato tutto il loro disegno: ma io ho 
piu caro che i mali uomini s'attristino, che i valenti non si ral- 
legrino. Per Io popolo era ragionamento di mettervi a morte, o ad 
amarissima vita farvi suggetto. Questa cosi fatta vita si trova esser 
peggio che la desiderata morte, solo per la longitudine 1 del tempo. 
Che stoltizia e stata la vostra, che voi vi abbiate assicurato sotto 
tanti pericoli, 2 i quali tutto giorno la sventura apparecchia sotto 
la compagnia di cosi abbominevole turba di masnadieri, quanto 
e quella che vi ha fatto coda? Non vedete voi la poca fede de' cit- 
tadini, quanto e breve e corrotta? Per certo, in tutta la vostra 
ciurma non e stato cittadino, che non abbia mostrato aver piu 
lungo il naso che la fede. Vedetelo in Ridolfo Peruzzi; che quasi 
tutta vostra speranza avevate posto in lui. E ancora e meno da 
averlo a maraviglia 3 il mancamento di questo cosi fatto uomo che 
non vi e congiunto, quanto e di colui che albergo in un medesimo 
ventre dove voi; 4 e non ch'ei vi presti favor e, ma in privato e in 
pubblico s'e mostrato nimico. Molte cose disse Eugenio al ca- 
valiere, per le quali messer Rinaldo il ringrazio, non s'awedendo 
che le infinte lagrime del papa con quelle del coccodrillo uscivano 
d'un medesimo fonte. E' gli pareva esser venuto ad ottimo porto 
di salute: egli stimava che tutte quelle dolci parole avessero quel 
fine che dal pontefice era mostrato. E J fu detto a Niccol6 Barba- 
doro e a tutti i compagni che il cavaliere non attendessero ; av- 
vegna dio che Eugenio n'avea necessita, per far 1'accordo tra il 
popolo e il cavaliere. Per questa cosi fatta grida ciascuno si parti : 



i. per la longitudine : per la lunghezza. 2,. vi abbiate . . . pericoli: vi siate 
considerate sicuro sotto tanti pericoli. 3. e meno . . . maraviglia: fa meno 
meraviglia. 4. il mancamento . . . voi: il fratello di Rinaldo, Luca degli 
Albizzi, si era accostato a Cosimo. 



GIOVANNI CAVALCANTI 155 

chi tiro ad uno, e chi ad un altro; 1 e per questa cosi fatta via spo- 
gliarono il cavaliere di tutte le forze, e al Palagio co' suoi emuli 
1'addoppiarono. Molti cittadini che stavano occulti per vedere 
chi otteneva 2 la pugna, si pubblicarono 3 in favore del Palagio. 
E cosi fu abbandonato il valoroso cavaliere, per la infedelta degli 
uomini e per gringanni de* due preti. 

CAPITOLO XIII 

Non abbandonarono i Signori, con tutto che tanto pericolo nella 
citta per la forza di messer Rinaldo avessero veduto, la magna im- 
presa: anzi, riavute quelle medesime forze che gia ne' giorni pas- 
sati aveano smarrito; e non che riavute, ma veduto messer Palla 
degli Strozzi non aver seguito Fordine della gran congiura, e Ri- 
dolfo rivolto, 4 e messer Rinaldo sostenuto, 5 e tutto il suo seguito 
essere rivolto in favore del Palagio; le forze loro raddoppiarono 
e Far dire. Tale cercava e confortava la tornata di Cosimo, che 
prima non mostrava aver pensiero di si fatto redimento : ma, come 
tutto giorno si vede che molti piccoli rivi fanno un grandissimo 
lago, cosi molti cittadini co' loro confortamenti indussero i Signori 
a seguire il giusto redimento. Tutta la gente delParme, con mol- 
titudine magna di crudeli e fieri villani, a un'ora armati giunsero 
in piazza. La milizia della gente da messer Bartolommeo Orlandini 
fu condotta; e, a guisa di buon conducitore, serro tutte le bocche 
della piazza: 6 e della ciurma villanesca 7 Papi de' Medici ne fu 
conducitore; le quali cosi fatte brigate n'era tutta la citta occupata. 
E la campana maggiore fecero stormeggiare; 8 per lo qual suono il 
popolo comprese che da' Signori era domandato: ogni ciascuno 
era coperto d'arme, e la citta di gente; e niun'altra cosa si vedeva. 
La Signoria venne gia alia ringhiera, 9 e fecero parlamento: e quel 
medesimo ser Filippo 10 che domando il popolo del cacciamento dei 
trentatre, fu rogato del grande tramischiamento 11 del trentaquattro ; 

i. chi tiro . . . altro: chi and6 da una parte, chi da un'altra. 2. otteneva: 
vinceva. 3. si pubblicarono: si manifestarono. 4. rivolto: aver cambiato 
parere. 5. sostenuto: trattenuto. 6. serro . . .piazza: sbarr6 le imboc- 
cature della piazza. 7. della ciurma villanesca: delle truppe di campagna. 
8. stormeggiare: suonare a stormo. 9. alia ringhiera: alia balaustra din- 
nanzi al palazzo della Signoria. 10. ser Filippo: il notaio del Comune. 
ii. fu rogato . . . tramischiamento: stese Tatto pubblico del grande rivolgi- 
mento. 



156 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

e fu rogato e dato balia 1 a prowedere ad ogni cosa che il ritorna- 
mento di Cosimo, con gli altri suoi usciti, ne seguisse; e ancora 
di prowedere per lo future alia quiete de' cittadini, e alia tran- 
quillita e pace del nuovo reggimento. Benche io dica nuovo reggi- 
mento, non si grid6 per6 disusate voci, 2 e non si trasformo n6 
qualita ne novero d'uomini; ma fecesi aggiunta di probata condi- 
zione 3 d'uomini, i quali nel primo reggimento non avevano avuto 
luogo. Ser Filippo elesse gl'infrascritti uomini, i quali a tutte le 
cose avessero balia poter fare e disfare quanto per loro si deter- 
minasse che fusse a riposo di tutto il popolo. Queste cosi fatte 
cose, senza niuno eccetto, 4 il popolo, con magno tumulto di voci, 
concede per piu tempo. Questa fu delle piu piene balie che mai 
dal popolo fusse conceduta nella nostra citta di Firenze. 



i.fu rogato . . . balia: fu deciso con atto pubblico e fu data plena autorita. 

2. non si gridd . . . voci: non furono proclamate nuove forme di governo. 

3. di probata condizione: che dessero affidamento. 4. niuno eccetto: nessu- 
na eccezione. 



MARIN SANUDO 

JM.ARIN SANUDO, di nobile famiglia patrizia, nacque a Venezia il 
22 giugno del 1466. Segui il cursus honorum, al quale lo indirizza- 
vano la sua condizione e il suo vivo e pronto ingegno : fu membro 
del Maggior Consiglio, Savio agli Ordini, cinque volte membro 
dei Pregadi e della Giunta e, nel 1502, Camerlengo a Verona. 

Sin da giovane ebbe un forte interesse per la cultura, e presto 
si cimento in opere storiche. Nel 1502 era gia celebre, tanto die 
Aldo Manuzio gli dedicava il primo volume delle Opere di Ovidio. 
Scrisse dei Commentari della guerra di Ferrara, die fu combattuta 
tra Venezia e Ercole I d'Este, e un trattato in latino, De origine, 
situ et magistratibus urbis Venetae. Ma la sua opera fondamentale 
sono i Diarii, die egli comincio a scrivere dal i gennaio 1496, 
e continuo sino al 1536, anno della sua morte: Le Vite dei Dogi, 
die vanno dalForigine di Venezia sino al 1494, e la storia della 
spedizione di Carlo VIII, sono state scritte come preparazione e 
inquadramento dei Diarii. Questi seguono giorno per giorno, 
con la cronaca minuta, con la trascrizione di documenti, con la 
copia di lettere pubbliche e private, con notizie non soltanto sto- 
riche, ma anche di costume, e con curiosita, la vita, oltre die 
veneziana, italiana ed europea. II vivace e duttile dialetto vene- 
ziano, die era poi nella mente del Sanudo e nel suo ambiente una 
lingua, non solo anima i fatti e i documenti, ma li illumina con 
un commento analitico sempre ricco, vario e precise. Gli interessi 
di Venezia e quella particolare linea politica die accompagnava 
e giustificava le azioni della Repubblica, sono il suo criterio di giu- 
dizio: tutta la politica italiana viene giudicata dal punto di vista 
veneziano, e lo storico trova proprio in questo suo riferimento 
a Venezia Punita della sua trattazione. Fra le altre opere, piu die 
le Vite dei Dogi, die naturalmente diventano tanto piu originali 
e inter essanti quanto piu si awicinano all'epoca delPautore, la 
piu organica e La spedizione di Carlo VIII, anch'essa un* opera 
di cronaca, ma volta all'analisi di un momento particolare con- 
siderato in se stesso e approfondito nei suoi rapporti: il Sanudo 
vuol vedere Carlo VIII, la sua spedizione e il suo ritorno in 
Francia, nel quadro della situazione politica dell' Italia e delPEu- 
ropa. 



158 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

II Muratori, nel xxiv volume del Rerum Italicarum Scriptores, 
pubblico, attribuendolo al Sanudo, un Commentario che invece 
era di Girolamo Priuli: P opera originale del Sanudo sulla spedi- 
zione di Carlo VIII fu dimenticata e, al suo posto, fu piu cono- 
sciuta la rozza traduzione dal dialetto in italiano che ne aveva 
fatto, plagiando, il Guazzo, nella sua Historie ove se contengono la 
venuta et partita a" Italia di Carlo VIII re di Francia, Venezia 
1547. II Daru, per primo, scoperse il testo delF opera originale 
nella Biblioteca Nazionale di Parigi, e se ne valse nella Histoire 
de Venise> Paris, Didot, 1821, seguito poi dallo Chenier nella 
Histoire de Charles VIII, i, Paris 1869. 



MARIN SANUDO, Commentarii delta Guerra di Ferrara tra li Viniziani e il 
Duca Ercole d'Este^Venezia, 1829 ( e u* 1 testo italianizzato e modificato) ; MA- 
RIN SANUDO, Le Vite del Dogi, a cura di Giovanni Monticoli, in R. I. S., 
nuova edizione, xxn (e uscito il primo volume, che giunge sino al dogato 
di Sebastiano Ziani, del 1178); MARINO SANUDO, La spedizione di Car- 
lo VIII in Italia, a cura di Rinaldo Fulin, Venezia 1883, testo che qui noi 
seguiamo; MARINO SANUDO, I Diarii, 1496-1533, per cura di R. Fulin, 
F. Stefani, N. Bonazzi ecc., Venezia 1879-1902, in cinquantotto volumi; 
MARINO SANUDO, L'itinerario, Padova 1847. 

RAWDON BROWN, Ragguagli sulla vita e sulle opere di Marin Sanudo, 
Venezia 1837-38; Rocco MURARI, Marin Sanudo e Laura Branzoni, 
in Giorn. stor. d. lett. it., 1898, Supplem. I, pp. 145-57; CESARE CANTtr, 
I Diarii di Marino Sanudo, in Archivio Storico Lonibardo, serie n, 
xvn, Milano 1888; G. MONTICOLI, Per V edizione delle Vite dei Dogi di 
Marin Sanudo, in Archivio muratoriano , I, 4, pp. 154-70. Prefazione 
di A. SEGRE a / diari di Girolamo Priuli, in R. I. S., nuova edizione, 
xxiv, p. in. Cfr. anche VINCENZO CRESCINI, Marin Sanudo precursore 
del Melzi, in Giorn. stor. d. lett. it. , 5, pp. 181-5. 



DALLA ccSPEDIZIONE DI CARLO VIII 
[La battaglia di Fornovo.] 

AUGUSTINO BARBADICO VENETORUM PRINCIPI INVICTISSIMO 

MARINUS SANUTUS LEONARDI FILIUS PATRICIUS TUUS VENETUS 

SE PLURIMUM COMMENDAT ET OPTAT REIPUBLICAE 

FELICITATEM I 

Avendo non con piccola fatica reduto in fine, 2 Serenissimo e Eo 
cellentissimo Principe, Popera gia divulgata degna e di fame esti- 
mazione 3 di la venuta di Carlo re di Franza in Italia e successo de 
tempi 4 fino 1'odierno giorno, e compita, deliberai dedecarla a Tua 
Serenita, si per esser capo di la Republica e benemerito, quam 5 per- 
che sia eterna memoria che sotto Tua Sublimita sia seguito in 
brevissimo tempo cose in tanto volume descritte. E non senza 
surnma laude di quella 6 vi si puol scrivere alcuna cosa, per li modi 
tenuti, per le cotidiane fatiche, sapientissimi consigli, frequenti 
consultazioni, non parcendo 7 alia eta settuagenaria, alia comples- 
sione nobilissima, alia degnita ducal, ne la qual cercar si doverebbe 
di conservarsi longamente, ma con ogni diligenza voluto esservi 
a tutti consegli del Senato, primo a intrare e ultimo a ussire, anti- 
vedendo a molte cose per le quale e seguito la grande gloria a 
questo illustrissimo Stato, e ben e nominata Tua Eccellenza da 8 
quel divo Augusto Cesare al quale se attribuisse fusse il primo 
uomo ne molti secoli. 9 Adunque la citta nostra veneta sempre di 
Augustino Barbadico sara memore; conciosia che e intervenuto 10 
piu ardue e importante materie sotto il Tuo ducato che sotto niu- 
no altro principe che sia stato, pero che ho voluto veder li annali 
e croniche, e etiam qual cosa col parvulo ingegno mio ho descritto, 
ch'e la vita di Doxi ab urbe condita 11 fino a Tua Sublimita, la qual 

i. A te, Agostino Barbarigo, doge sempre invitto di Venezia, Marin 
Sanudo, figlio di Leonardo e, come te, patrizio veneto, si raccomanda e 
augura felicita allo Stato. Agostino Barbarigo, nato nel 1419, salito al 
dogato nel 1486, succedendo al fratello Marco, mori nel 1501. Lui doge, 
nel 1489, Cipro fu annessa alia Repubblica di Venezia. 2. reduto in fine: 
portata a termine. 3. gid divulgata .... estimazione: gia conosciuta come 
degna di stima. 4. successo de tempi: e ci6 che accadde in seguito. 5. quan- 
to . 6. di quella: Tua Sublimita. 7. non indulgendo . 8. e ben e nomi- 
nata . . . da : e giustamente TEccellenza Tua prende nome da. 9. fusse . . . 
secoli: di essere stato il personaggio piu importante in tanti secoli. 10. e in- 
tervenuto : sono awenute. 1 1 . ab urbe condita : dalla fondazione di Venezia, 



l6o PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

con tempo Domino concedente, 1 si dara fuora. Perch6 in questo 
tempo non solamente vi si combatteva di 2 uno Stato, ma, ut ita 
dicam, tutta Italia vi andava in preda, e si sottoponeva a gente 
gallica, la qual, secundo le antiche istorie, mai hanno potato 
longamente dominar in quella, n6 mantenir alcuno Stato acqui- 
stato da loro, ma sempre sono sta scacciati vituperosamente. 
Perche avendo Peterno Iddio posto le Alpi per termene, che bar- 
bari e tal generazione 3 fusseno divise dalla italica gente, la qual 
parte de Italia 4 secondo cosmografi e scrittori 5 de siti, e la piu bella 
parte di la terra abitabile, e piu fruttifera, licet 6 poca vi sia, cussi 
mai non li ha lassato Iddio molto in questa parte prosperare: 
cominciando da Brenno, el qual, come scrive Giustino, 7 venuto in 
Italia fece molte cose, e Roma brus6, demunP de 9 Camillo romano 
fu scacciato de Italia; e cussi in varii tempi leggendo le istorie 
si trova Galli esser sta sempre scacciati, e simile altre generazione 
barbare venute piCi volte per quella subiugare, cioe Unni, Goti, 
Ostrogoti, Longobardi, Ungari e altre gente lontane, che per non 
tediare Tua Sublime Signoria, qui pretermettero dover narrarle. 
Quanto adunque questa Italia e tutti li potentati siano obligati, 
da poi quello dal qual precede il tutto, 10 a questa inclita Republica, 
per le cose successe, per mi verissime 11 qui descritte, si vedera, per 
aver scacciato quello ia che sotto specie di andar contra infideli vo- 
leva depredarla. Quanto re Ferando di Napoli deve adorare il tuo 
nome come rappresentante del Senato, per esser con le tue forze 
e sapientissimo governo ritornato nel regno, el qual di volunta avea 
lassiato, e parte di quello recuperato e va per giornata recuperan- 
do; 13 sed de his hactenus. 1 * Concludendo vi si puol dire di Venezia: 
Dummare delphinos, dum caeli dara tenebunt sydera; dum gratas tel- 
lus dabit humidafruges; dum genus humanum sua deget saecula terris, 



i. col permesso del Signore. 2. combatteva di: per la sorte di. 3. tal 
generazione: simili stirpi. 4. la qual parte de Italia: la quale Italia, 
5. scrittori: descrittori. 6. bench6. 7. Marco Giuniano Giustino, vis- 
suto tra il II e il III secolo dopo Cristo, fu epitomatore delle Filippiche 
di Pompeo Trogo. 8. e infine. 9. de: da. 10. da poi. . . il tutto: 
dopo Dio, dal quale tutto deriva. 1 1. nel modo piu veritiero . 12. quel- 
lo: Carlo VIII. 13. Quanto . . .recuperando: Fernando di Napoli, detto 
Ferrandino, succeduto al padre Alfonso I, nel febbraio del 1495 si era 
imbarcato a Napoli, lasciando il regno. Nel maggio del 1495 sbarcava 
in Calabria per iniziare la riconquista del suo Stato. 14. ma basta 
di ci6 . 



MARIN SANUDO l6l 

splendor erit toto Venetum celeberrimus aevo. 1 In questa opera 
adunque leggendo si vedera, invittissimo Principe, tutto il suc- 
cesso, 2 giorno per giorno, da poi la partita di Carlo re di Franza 
fino alia sua ritornata, e non solum quello Sua Maiesta seguiva, 3 
ma etiam quello in diversa parte de Italia uno et eodem tempore 4 
si faceva, cosa non senza grande fatica e continua sollicitudine 
investigata. E sopra tutto la verita, perche questo e potissimo 5 in 
istoria; come etiam feci de la ferrarese guerra, intitolata al Sere- 
nissimo loanne Mocenigo 6 antecessor Tuo, sotto dil qual ducato 
la fue, ne la qual etiam Tua Eccellenza e nominata, per quello 
che tune 1 in diverse legazioni si adopero. Or in questa ho tenuto 
un mo do assa 8 chiaro per non confondere li lettori di tempi. 9 E 
ancora, Principe Serenissimo, quando da le fatiche publiche arai 
alquanto di ozio, leggendola, son certo troverai cose degne di me- 
moria e varie, e fortasse 10 a molti incognite, che sara di surnmo 
contento a Tua Sublimita, e a questo mio gloriosissimo Senate, 
e molto gratissima a quelli leggeranno e hanno piacer de istorie, e 
sapere li fatti in Italia seguiti, opera di grande utilita, maxime 11 
a quelli che partengon 12 salire al governo publico. E benche ne sia 
molti che tal gallica istoria abbi descritto si in latino, come Marco 
Antonio Sabellico, 13 uomo litteratissimo e veterano in tal cose, e 
altri nel sermon materno; 14 e quest! o con piu alto stile o con nova 
forma haranno formato loro scritture: ma io non curando di altro 
che di la verita, ho fatto questa, vulgari sermone, accio tutti, dotti 
e indotti, la possino leggere e intendere, perche molto meglio e 



i. Finche il mare ospitera i delfini, finche i cieli chiuderanno in se le 
splendenti stelle, finche 1'umida terra produrra le gradite biade, finche la 
stirpe umana passera la sua vita sulla terra, sempre lo splendore di Venezia 
rifulgera. Sono i versi delPepigramma In laudem urbis Venetiarum, di 
frate Filippo da Bergamo. Cfr. A. MEDIN, La storia della Repubblica di 
Venezia nellapoesia, Milano, Hoepli, 1904, p. 489. z. il successo: lo svol- 
gersi degli awenimenti. 3. seguiva: faceva. 4. nel medesimo tempo . 
5. potissimo". la cosa piu importante. 6. Giovanni Mocenigo nacque nel 
1408, fu doge nel 1478 e mori nel 1485. Sotto il suo dogato si combatte 
la guerra tra Venezia e Ferrara, che si concluse con la Pace di Bagnolo 
del 1484. 7. allora. 8. assd: abbastanza. 9. per non . . . tempi: perche 
i lettori non facciano confusione di tempi, io. forse . 1 1. specialmen- 
te . 1 2. a quelli che partengon : ai quali spetta di. 13. Marco Antonio Coc- 
cio, detto il Sabellico, nacque a Vicovaro nel 1436, mori a Venezia nel 
1506, e scrisse Enneades, sive rapsodiae historiarum, una storia universale 
che giunge fino al 1504. 14. nel sermon materno: in volgare. 



l62 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

faticarsi per Tuniversita 1 che per rari e pochi. I quali ancora che 
buona fusse, son certissimo, si latina Favessi descritta, mi areb- 
bono biasimato; e ben che si avesse potuto respondere quello 
che alii detrattori di questa li dico per mia escusazione: mala sunt, 
sed tu non meliora facts, 2 secondo il ditto di Marziale poeta. Adun- 
que con jocunda faza 3 receverai il piccol dono dil 4 patricio Tuo, el 
qual, tal qual e, lo dono, dedico e mando a Tua Sublimita, alia 
qual quanto piu posso iterum atque iterum me commendo. Vale, 
valeatque Excelsitudo Tua, ut opto. 

Ex urbe veneta, in aedibus habitationis, anno Mcccclxxxxv ultimo 
Decembris. 5 

Digresso 6 di Vautore^ come stava Italia in quel tempo, 
e li potentati. 

Ben che fino questo zorno habbi narato tuto el seguito 7 di la venuta 
di Carlo re di Franza, al presente esso Re volendo ritornar in 
Aste, 8 sia per qual cagion si voglia, e Fesercito di la Serenissima 
Signoria con alquante zente de Milan, essendoli opposto contra, 
unde 9 necessario e di far fatto d'arme; voglio qui descriver come 
in questo tempo Italia si ritrovava, e la condizione de li potentati 
succincte, 10 a cio se veda e intenda in quanto pericolo era di esser 
subietta e dominata da zente gallica. Alessandro 11 romano pontifice 
con alcuni cardinali era in Roma tornato, dove confusione grandis- 
sime de Colonnesi e Orsini, principal parte 12 romane, vi era, e tra 
loro se molestavano. Cinque cardinali seguiva el re: Vincula, Ze- 
noa e Samallo, 13 e do altri. Erano pur da la so parte, ma non si 
partino da li soi castelli, Savello e Colonna. 14 El reame de Napoli di- 
lacerato da Franzesi. Napoli con molte terre, si teniva per esso re, 

i. per Vuniversita: per tutti. 2. ccqueste cose son poco buone, ma tu non 
ne faresti di migliori : Marziale, n, 8. 3 . faza : faccia. 4. dil : del. 5 . mi 
raccomando caldissimamente ; stia bene, come desidero, FEccellenza Tua. 
Venezia, da casa, il 31 dicembre del 1495 . 6. Digresso: digressione. 6 la 
fine del in libro. 7. el seguito: ci6 che awenne. 8. Aste: Asti. 9. per 
la qual cosa. 10. brevemente. n. Alessandro VI Borgia. 12. parte: 
fazioni. 13. Vincula, Zenoa, e Samallo: sono i cardinali Giulio della Ro- 
vere, del titolo di San Pietro in Vincoli (che diverra papa Giulio II); 
Paolo di Campofregoso, arcivescovo di Genova; e Guglielmo Brissonet, 
consigliere di Carlo VIII, arcivescovo di Saint-Malo. 14. Savello e Co- 
lonna: sono i cardinali Giovan Battista Savelli e Giovanni Colonna, delle 
due grandi famiglie romane. 



MARIN SANUDO 163 

e Ferandino danizava 1 in la Calavria, e Tarmata veneta in la 
Puglia. La Signoria di Venezia era su grandissima spesa; licet 
fusse ligata con papa, re di Romani, re di Spagna e duca di Milano, 2 
lei sola spendeva assa quantita de danari. Avia esercito instrut- 
tissimo, 3 e za molti anni non visto tale in Italia; armata di galie 
zerca 40,* e Antonio Grimani 5 procurator loro capitano maritimo. 
E questa Venezia sola, ut ita dicam, fu quella varento 6 Italia. El 
duca de Milan, molto odiato dal populo, senza danari, e con eser- 
cito a 7 recuperar Novara, e etiam in Parmesana 8 e a difender Ze- 
noa, dubitando dil re non li tolesse el Stado, e molto in benivolenza 
con Veneziani, dicendo: Quis separabit nos? 9 Fiorentini, perso 
el dominio de Pisa, dato al re Pietrasanta, Serzana, Serzanello e 
Livorno, e ancora non li erano sta restituiti. E Monte Pulzano 
ribellatosi a Senesi, e quello comandava el re faceva ; 10 quasi avendo 
perso la loro liberta e teniva col re. Senesi in confusion, e grandis- 
sima parte sottoposti a voleri gallici. Zenoa in magno periculo- 11 
pur Augustin Adorno 12 teniva con il loro signer duca de Milan; 
e in Riviera, per la parte de Franzesi, seguiva assa novitade. 13 Lu- 
chesi quello ordinava el re seguiva; 14 e do . . . 1S li presento le chia- 
ve, ma el re non li fece alcun danno, e era de soi. Bologna e il 
magnifico loanne, 16 conoscendo el ben suo e de Italia, era con Ve- 
neziani e duca de Milano federati. Perosa, su le arme, per le parte 
de Oddi e Bajoni. 17 Cesena ancora in comozione per Tiberti e 
Martinelli, 18 intervenendo Guido Guerra, 19 che pur teniva dal re 

i. Ferandino danizava: Fernando d'Aragona faceva guerra e guasto in 
Calabria. 2. re di Romani . . . duca di Milano : Massimiliano d'Asburgo 
imperatore, Ferdinando il Cattolico di Spagna, e Ludovico il Moro. 
3. instruttissimo: ben preparato. 4. di galie zerca 40: di circa quaranta 
galere. 5. Antonio Grimani, della nobile famiglia veneziana, nacque nel 
1436, mori nel 1523. Fu nominate Capitano Generale da Mar nel 1494, 
e fu eletto doge nel 1521. 6. varentd: garanti; quindi: salvo. 7. esercito 
a: impegnato a. 8. in Parmesana: nel Parmense. 9. Chi ci separera? 
Adattamento di un versetto di san Paolo, Ad Rom., vin, 36. 10. e quello . . . 
faceva: seguiva ogni volonta del re. xx. ixi grande pericolo. 12. Ago- 
stino Adorno, della famiglia patrizia genovese, governava Geneva per conto 
di Ludovico il Moro. 13. novitade: rivolgimenti. 14. Luchesi ... se- 
guiva: i Lucchesi eseguivano quello che il Re aveva ordinato. 15. La- 
cuna non colmata. 16. il magnifico loanne: Giovanni II Bentivoglio, nato 
nel 1443, signore di Bologna dal 1463 al 1506, mori a Milano nel 1508. 
17. Perosa . . . Bajoni: Perugia era divisa dalle anni delle fazioni degli 
Oddi e dei Baglioni. 18. Tiberti e Martinelli: famiglie nemiche, di Ce- 
sena. 19. Guido Guerra, dei conti Guidi di Romagna, del ramo dei conti 
di Bagno e marchesi di Montebello, sosteneva i Tiberti e parteggiava 
per la Francia. 



164 PROSATORI VOLGAJU DEL QUATTROCENTO 

de Franza. El duca de Ferrara 1 se dimostrava neutral, ma per 
esser cupido di nove cosse tramava col re occulte* e avia mal animo 
a Veneziani. Duca Guido 3 de Urbino, soldato de Fiorentini, 
marchese di Mantoa 4 nostro governador zeneral nel esercito, e il 
suo stado tutto marchesco. 5 Signor lulio di Camarin non era 
operate, 7 stava a le so terre. Signor Pandolfo Malatesta di Rimano, 8 
con Veniziani soldato. Signor Zuane 9 Sforza de Pesaro, soldato di 
la liga. Madama di Forli 10 in amicizia con Franza, e con Milano, 
e nel principio si oper6, ma el presente si stava a li soi Stati, 
e governava so fiul Ottaviano. Signor di Piombino 11 era casso dil 
soldo avia con Senesi. 12 Vitelli, 13 e prefato signer di Senegaia, 14 
soldati dil re. Mirandola, Corezo 15 e Carpi con la Signoria e Mi- 
lano. Conte di Petigliano 16 e signor Virginio Orsini 17 erano contra 
so voja menati 18 col re de Franza. El signor Prospero e Fabricio 
Colonna, 19 rimasti a soi castelli, teniva dal re. La marchesana 
de Monfera 20 e duchessa de Savoia* 1 mostravano esser neutral tra 
il re e Milano, tamen davano assa aiuti e lozamenti 22 a esso re. 
Si che a questo modo era partita 23 la povera Italia; la qual, si ben 

i. El duca de Ferrara'. Ercole I d'Este, nato nel 1431, duca di Ferrara dal 
1471, morl nel 1505. Nella battaglia di Fornovo i suoi due figli militavano, 
Alfonso, primogenito, nel campo milanese, e Ferrante, secondogenito, in 
quello francese. 2. di nascosto . 3. Guido da Montefeltro, duca di Ur- 
bino, era condottiero al soldo dei Fiorentini. 4. marchese di Mantoa: Gian 
Francesco Gonzaga, marchese di Mantova, comandante supremo dell'e- 
sercito veneziano a soli ventotto anni. 5. marchesco: devoto al marchese. 
6. lulio di Camarin: Giulio Cesare Varano, signore di Camerino, condot- 
tiero, che fu fatto strangolare da Cesare Borgia nel 1502. 7. operato: ado- 
perato. 8. Malatesta di Rimano: signore di Rimini, nato nel 1475 e morto 
nel 1584. 9. Zuane: Giovanni Sforza, di Pesaro, del ramo cadetto, nato 
nel 1476 e morto nel 15 10. 10. Madama di Forli : Caterina Sforza, vedova 
di Girolamo Riario, signora di Imola e di Forli dal 1488 al 1500. n. Si- 
gnor di Piombino: lacopo IV, della famiglia degli Appiani 12. era casso . .'. 
Senesi: era scaduto dalla condotta dei Senesi. 13. Vitelli Camillo, di 
Citta di Castello, condottiero al soldo della Francia, mori nel 1496. 14. si- 
gnor di Senegaia: Giovanni della Rovere, signore di Senigaglia dal 1476 
al 1510. 15. Corezo: Correggio. 16. Conte di Petigliano: Niccol6 III 
Orsini, nato nel 1442 e morto nel 1510. 17. Virginio Orsini t signore di 
Bracciano, come il conte di Pitigliano era stato fatto prigioniero dai Fran- 
cesi, e con lui fuggi durante la battaglia di Fornovo. Mori nell'anno 1497. 
18. erano . . . menati: militavano contro voglia. 19. Prospero Colonna e 
suo cugino Fabrizio, famosi condottieri : Fabrizio appare come interlocu- 
tore nell'Arte della guerra del Machiavelli. 20. La marchesana de Monfera : 
Maria di Serbia, vedova di Bonifacio III, duchessa del Monferrato, come 
tutrice del figlio Guglielmo. 21. duchessa de Savoia: Bianca Maria di 
Monferrato, vedova di Carlo I, reggente del ducato di Savoia per il figlio 
Carlo Giovanni Amedeo. 22. lozamenti : alloggiamenti. 23 . partita : divisa. 



MARIN SANUDO 165 

avesseno tutti considerato il danno arebbe a seguir, si Franzesi 
vi ponesse la mano su qualche altro Stato oltra el Reame acquistato, 
sine dubio 1 la ragione voleva tutti avesseno seguitato el savio con- 
siglio de Veneziani; i quali, visto el re non si contentava di aver 
avuto el Reame, che voleva altro in Italia, e non piu se parlava 
de andar contra infedeli, li puoseno le man davanti, e libero Italia 
de tanto pericolo. Sed de his hactenus. 



Marini Sanuti Leonardi filii de reditu Caroli Francorum regis 

ex Neapoli in Gallia et de fuga et clade accepta ab exerdtu ve- 

netorum apud Fornovum Parmesani districtus 

incipit liber quartus feliciter. 2 

Essendo lo esercito franzese disceso per la via di Pontremolo pro- 
pinquo a Fornovo, ultra el 3 Taro, fiume torentuale, 4 fu scontrato 
ultra flumen 5 da P esercito instruttissimo di la Illustrissima Signoria 
di Venezia, propinqui a miglia 4, che erano alozati a Gerola, 6 
li qual feceno diversi movimenti e scaramuze, 7 sachizato 8 il loco 
di Fornovo per 9 nostri, e Franzesi espulsi, si come nel libro pre- 
cedente e scritto. II perche poi si redusseno Franzesi in capo di la 
valle, e ivi in una collina eminente, a la ripa dil Taro, distante da 
Parma mia 10 5, e stabiliti e fissi; deliberono 11 nostri, movendose, 
omnino apizare e far fatto d'arme. 12 E inteso questo la maesta dil 
re de Franza, venne la domenega e tutta la notte seguente nel suo 
campo, per non dimorar piu su quelle montagne; e avia esercito 
de omeni e cavalli da fatti zerca 8000, e cavalli lezieri 13 2000, el 
resto zente inutile; e altri attendevano a li cariazi per ritornar in 
Franza, e questo non era poco numero di zente di tal sorte inu- 
tile. Avea zerca colpi 60 de artigliarie su carete, zoe spingardi, 
passavolanti, 14 e altre generazione 15 o vero sorta de artiglierie, va- 

i . senza dubbio . 2. Comincia felicemente il quarto libro di Marin 
Sanudo, figlio di Leonardo, sul ritorno di Carlo re di Francia da Napoli in 
Francia, e sulla fuga e la sconfitta da lui subita per opera dell'esercito ve- 
neziano a Fornovo di Parma. 3. ultra el: di la dal. 4. torentuale: tor- 
rentizio. 5. di la dal fiume . 6. alozati a Gerola: alloggiati a Gerola, 
localita a nove chilometri da Fornovo. 7. scaramuze: scaramucce. 8. sa- 
chizato: saccheggiato. 9. per: da parte di. 10. mia: miglia. n. delibe- 
rono: deliberarono. 12. omnino . . . d'arme: attaccare a ogni modo e far 
battaglia. 13. cavalli. . . lezieri: cavalli da fatica e cavalli da sella. 14. pas- 
savolanti: tipi di cannoni leggeri. 15. altre generazione: altre specie. 



l66 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

riamente per loro chiamate, e butavano ballotte de ferro de assa 
grandezza, arebbe bastato 1 a una bombarda non picola: in tutto, 
concludendo, erano da xv in xvi milia persone. 

El nostro veramente esercito era bellissimo, e forsi za molti anni 
tale in Italia visto, 2 si come molti veterani omeni d'arme publice 3 
dicevano, zente disposta 4 si da pie* come da cavallo numero grande: 
di cavalli 12 milia, nei qual era omeni d'arme 2800, li primi de 
Italia, condutieri strenui e esperimentati ; cavalli lezieri, compu- 
tando ballestrieri a cavallo, numero zerca 1500, e stratioti 5 750; 
fanterie da zerca x mila; e el 6 duca de Milan; sotto al conte de 
Caiazo 7 era persone zerca 2000 tra cavalli e pedoni, per6 che esso 
duca il cargo di qua 8 avia lassato a la Signoria, e lui pur avea el 
campo a Novara. Mancava zonzer, 9 in ditto esercito venuto, Cozan- 
derle tedesco, capo di 1000 teutonici tra schiopetieri e lanzerioli, 10 el 
qual a di 20 Zugno avia fatto la mostra 11 soa a Treviso, e andava in 
campo, e tra poco era lontano. Ancora Paris da Lodron 12 co li soi 
provisional, 13 li qual di ora in ora dovea zonzer, e eran in camino 
cernide de Veronese e Vicentina; 14 e li 2000 fanti fatti a Bologna 
mancavano; de li qual parte el zorno driedo 15 el fatto d'arme zon- 
seno in campo. Oltra di queste fantarie, mancava di zente d'arme el 
signor Pandolfo Malatesta di Rimano con 400 cavalli, Zuan Paolo 
di Manfron, 16 vicentino, condutto nuovamente 17 con 200 cavalli, 
i quali tutti erano inviati per venir in campo. Ancora la conduta dil 
signor Zuane Sforza di Pesaro, era a soldo dil Pontefice e nostro, 
con 800 omeni d'arme e 60 balestrieri a cavallo, e cussi la zente 



i. arebbe bastato : che erano quasi adatte. 2. za molti anni . . . visto: non 
piu visto forse da molti anni in Italia uno simile. 3. pubblicamente . 
4. disposta: atta. 5. stratioti: stradiotti, soldati mercenari della repub- 
blica di Venezia, di cavalleria leggera, per la maggior parte Albanesi. 
6. el: del. 7. conte de Caiazo: e il principe condottiero napoletano 
Giovan Francesco di Sansevermo, figlio di Roberto di Sanseverino. Era 
stato sino allora al soldo dei Francesi, e in quel momento militava come 
condottiero del duca di Milano. 8. il cargo di qua: il compito di difen- 
dere la parte di qua. 9. Mancava zonzer: non era ancor giunto. 10. lan- 
zerioli: lancieri. n. mostra: rassegna. 12. Paris da Lodron: Paride da 
Lodrone, condottiero, della famiglia dei conti di Lodrone, feudatari della 
Val Lagarina, devoti alia Repubblica di Venezia. 13. provisional: truppe 
locali. 14. cernide ... Vicentina: squadre di truppa locale scelta, da] 
Veronese e dal Vicentino. 15. el zorno driedo: il giorno precedente. 

1 6. Zuan Paolo di Manfron: Giovanni Paolo Manfroni, condottiero vene- 
ziano nato a Schio. Nel 1496 guidera le truppe pisane contro i Fiorentini. 

17. condutto nuovamente: arruolato per la prima volta. 



MARIN SANUDO 167 

dil duca de Gandia, 1 le qual veneno poi quando el campo fo 2 a 
Novara, si come diro di sotto. Adonca mancava assa zente de 
venir, per argumento 3 di Fesercito nostro. 

Or venendo el Luni, 4 a di 6 Luio, el qual zorno era ordinato 
per le disposizion fatal se dovesse far fatto d'arme con Franza, 
e in questa matina venne uno trombeta in campo nostro, zoe da 
parte di Zuan Jacomo di Traulzi, 5 era uno de' capitanei dil re, el 
qual ne li zorni superiori ritrovandose su quelle montagne, le so 
zente italiane con Franzesi veneno a parole per cagion di aloza- 
menti e vittuarie, adeo esse Zuan lacomo Tave' molto a mal, 6 e 
piu volte volse venir da la banda nostra, ut didtur, 7 cossa die molto 
nostri desiderava, e za ne era qualche pratica; e cussi mando uno 
suo trombeta, come ho ditto, fenzando 8 de mandar a dimandar al 
marchese de Mantoa, alcuni danari che Favea speso a Napoli in 
uno cavallo per Soa Signoria. Tamen e da considerar mandasse o 
lettere o vero qualche aviso; conclusive 9 fo divulgato voleva la 
notte passar di qua; e li provedadori di campo, 10 subito a ore 13 
spazo uno corier in questa terra, 11 a di 7 ore 22; e per che non 
era redutto 12 el Collegio ne alcun altro Consejo, e el prencipe no- 
stro pur amalato, unde subito zonte 13 tal lettere, mandono 14 per li 
Savi di Collegio, 15 e per li cai dil Consejo di X, 16 tra li qual vidi 
Paolo Trivisan cavalier era cao quel mese, andar in gran pressa 
in palazo, e lesseno le lettere, e cussi nostri stavano in questa 
espettazione che ditto Traulzi dovesse venir di qua e anche quello 
avesse a seguir di campo, essendo propinqui tre mia de' 17 inimici, 
e non restavano de far far orazione. Et unum non praetermittanf* 



i. duca de Gandia: Giovanni Borgia, duca di Gandia (feudo vicino a 
Valenza, concesso ai Borgia nel 1485 da Ferdinando il Cattolico), era figlio 
di papa Alessandro VI e di Vannozza Cattaneo. Fu ucciso nel 1497. 2. fo: 
fu posto. 3. argumento: sostegno. 4. Luni: lunedl. 5. Zuan Jacomo di 
Traulzi: Gian Giacomo Trivulzio, condottiero e uomo politico, nemico 
di Ludovico il Moro, milit6 al servizio di Carlo VIII e poi di Luigi XII. 
Nacque nel 1441 a Milano e mori a Chartres nel 1518. 6. adeo . . . a 
mal: tanto che Gian Giacomo era in cattiva disposizione contro i Fran- 
cesi. 7. come si dice. 8. fenzando: fingendo. 9. in conclusione . 
10. li provedadori di campo: i rappresentanti della Signoria di Venezia in 
campo. ii. spazd . . . terra: mandarono un corriere a Venezia. 12. redut- 
to: riunito. 13. zonte: giunte. 14. mandono: mandarono. 15. Savi di 
Collegio : uno dei tre ordini di Savi. Si distinguevano i Savi del Collegio, 
di Terraferma e agli Ordini, ed erano eletti in seno ai Rogati. 16. li 
cai . . . di X: i tre capi scelti nel Consiglio dei Dieci. 17. de y : da. 18. E 
una cosa non tralascier6. 



l68 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

di scrivere che uno, qual fusse non so, and6 a trovar alcuni di 
Collegio, notificandoli che al tutto Franzesi con nostri in questo 
zorno di 6 Luio doveano esser a le man; la qual cossa non potea 
saper nisi 1 per astrologia o altra indivinazione e virtu avesse. E 
queste parole per piaza di S. Marco se diceva, dove continuamente 
patricii e altri se reducevano per intender quello seguiva. 

Ma ritorniamo al re de Franza. El qual, venuto zoso 2 de monti, 
e reduto 3 con 1'esercito su quelle giare 4 dil Taro dove si ferm6, e 
mando uno suo trombetta da li provedadori nostri a richiederli 
el passo, dicendo che con la Signoria non avea guerra alcuna, ma 
sempre la real casa de Franza esser stata e esser arnica di essa Si- 
gnoria, e con Soa Maesta avia bona lianza, 5 e che monsignor di 
Arzenton 6 verrebbe la matina in campo a parlarli, volendo un 
salvo conduto. 7 Questo stratagema Franzesi us6, dicendo : Arzen- 
ton andera e li tenira in parole e in tempo, adecP el campo non stara 
su le arme; e io in questo mezo montar6 su la strada romea, 9 e 
ander6 al mio viazo ; ma li and6 fallito el pensiero. Imo 10 questo 
zorno di Luni 6 Luio, e zorno di esser in memoria da Franzesi 
celebrato per esser sta zorno inf ortunatissimo ; per6 che da 4 parte 
have' grandissime disgrazie e danni e rotte; primo qui, a Zenoa, 
a Novara, e a Napoli Ferdinando intro, 11 si come tutto sara scritto 
di sotto. 

Or, non avendo auto el suo trombeta risposta bona, perch6 
tutti li nostri erano volonterosi de apizarse, el re con li soi primi 
capetanii ordin6 el suo esercito per redurlo tutto insieme, man- 
dando H cariazi verso el campo nostro ordinate, le artiglierie nel 
mezo e in la coda, verso el campo nostro, volendosi aviar al suo 
viazo verso la via romea. La qual cossa prevista da 1'esercito ve- 
neto, tutto a Tarme disposto, el Governador zeneral avendo dato 

i. se non. 2. zoso: giu. 3. reduto: ridottosi. 4. giare: ghiare, greti. 
5. ma sempre . . .lianza: e la Repubblica di Venezia aveva avuto buona 
alleanza con Sua Maesta il re di Francia. 6. monsignor di Arzenton: 
Filippo di Commynes, signore di Argenton, nato a Renescure nel 1447. 
Uomo politico fiammingo, prima cortigiano di Carlo di Borgogna, poi di 
Luigi XI, consigliere di Carlo VIII, specialmente nei suoi rapporti con 
Venezia. Mori ad Argenton nel 1511. Lasci6 nei Memoires la storia dei suoi 
tempi e delle sue esperienze politiche. 7. salvo conduto: salvacondotto. 
8. fino a che . 9. la strada romea: la strada che va a Roma: qui vale per 
la strada principale. io. Anzi. n. primo qui . . . intrd: a Geneva era 
fallito il tentato sbarco dei Francesi e dei fuorusciti genovesi; a Novara 
1'Orleans, assediato dalle truppe veneziane e di Ludovico il Moro, aveva 
la peggio; a Napoli sbarcava Ferdinando d'Aragona. 



MARIN SANUDO 169 

la cura a so barba 1 signer Redolfo di Gonzaga 2 per la longa pra- 
tica avea de governar el fatto d'arme, fatti li colonelli, 3 si come 
ho scritto ne Faltro libro, 4 e ordinato al conte di Caiazo con el 
suo squadron fusse el primo investisse, e esso Marchese governa- 
dor secondo, et sic de singulis; 5 mando la compagnia cojonesca 6 
con Tadio de la Motella e Alessandro Cojon condutieri fra il 
monte e la giara dil Taro, fino a la coda dil campo nemico, a cio 
fusse da quel canto serrato, e preocupate 7 le artiglierie loro ; e per 
mezo el traverso 8 fo mandato li fanti pedestri, balestrieri, cavalli 
lezieri e stratioti, li quali tutti passarono il Taro a guazo. 9 E la 
matina poi, inteso per le scolte a ore zerca 14, come Franzesi se ne 
venia per la giara a costa del monte, e le loro artigliarie salutavano 
nostri, e trazevano 10 con tanta furia die tutti sarebbeno spaventati, 
si non fusse stato la grandissima volunta de nostri de provarse 
con Franzesi per liberazion de Italia, e per aver fama con la Si- 
gnoria nostra, altri per romperli e farse richi con loro cariazi; 
e cussi in quella matina, licet li provedadori nostri non erano di 
opinione che '1 campo dovesse andar a trovar Franzesi, conside- 
rando el grande pericolo era, ma parse pur al Governador di non 
voler indusiar, vedendo era il tempo, e che se non avesse investito, 
Franzesi se ne andava a loro viazo. E fatto con lui un grosso squa- 
dron del fior de li condutieri e omeni d'arme, e tutto el campo ar- 
mato a li so lochi, che, come da quelli vi si trovo, 11 fu di belle 
cosse a veder che mai si potesse veder, e si avio verso li nemici 
nostri, i quali erano mia 3 lontano. Li squadroni veramente era 
cussi ordinati: Caiazo primo; Governador, zoe marchese di Man- 
toa, suo barba, signor Rodolfo e volse con lui signor Ranuzo dil 
Farnese; 12 terzo, signor Antonio 13 di Urbino, el qual era el primo 
squadron fusse, si di piu numero, quam de valenti omeni, 14 e 



i. barba: zio. 2. Rodolfo Gonzaga, nato nel 1451, era fratello di Fede- 
rico, padre di Giovan Francesco; fu 1'iniziatore della linea cadetta di 
Castiglione e Solferino. 3. fatti li colonelli: ordinate le colonne. 4. libro: 
capitolo. 5. e cosi ad uno ad uno. 6. la compagnia cojonesca: la 
compagnia agli ordini di Alessandro Colleoni. 7. preocupate: impedite. 
8. per . . . traverso: trasversalmente. 9. a guazo: a guado. 10. trazevano: 
tiravano. n. come . . . trovd: come riferiscono coloro che vi parteciparo- 
no. 12. Farnese Ranuccio, condottiero, figlio del cardinale Alessandro 
Farnese, che divenne poi papa Paolo III. 13. Antonio da Montefeltro, 
figlio naturale di Federico, duca d'Urbino. 14. el qual . . . omeni: che, 
com'era il piu numeroso, cosi era anche il primo per valore di uomini. 



iyO PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

questo non si mosse, che, si avesse mosso, sine dubio tutti li ne- 
mici erano presi e morti. L'altro fo quello dil conte Bernardin 
Fortebrazo. 1 Quello di Tadio da la Motella e cojoneschi, nominate 
di sopra, era sta manda al monte, come ho ditto. E ultimo quello 
dil conte Carlo di Pian di Meleto, 2 che era redeguardo. 3 Stava a 
custodia di lozamenti e stendardi Luca Pisani e Marchi6 Trivi- 
san, provedadori, e Daniel Vendramin pagador in campo. 4 Et e da 
saper che *1 signer Rodolfo, avendo fatto li suoi disegni, ordin6 a 
li capi de li squadroni, sotto pena di la vita, niun si dovesse muover 
de li suoi lochi, se lui, che andava col squadron dil marchese a 
combatter, non ritornasse a farli venir a far fatto d'arme, non 
credendo di morir, come fu. Li fanti veramente, secondo li soi 
ordeni, andava corando drio li 5 squadroni; e convenne passar tra 
acque dil Taro, che erano spesse a modo fango, per modo tal che 
andavano fin a mezo el 1 petto, e li cavalli fin a mezo la panza. E 
cussi col nome de Cristo partito el Governador, li altri squadroni 
streti e in ordine li venia driedo, seguitandolo per esser tuti a le 
man con Franzesi, e tutti passono 6 le ditte acque nominate di 
sopra. 

Ma ritorniamo a quello fece Franzesi. In questo mezo nostri si 
preparava, etiam loro ordinono 7 le zente, e fece uno squadron a 
Fimpeto de nostri di 3000 e piu combattenti, e voltaron le spalle 
al monte, e in mezo ne fece uno altro, dove era la majesta dil re, 
armato, circondato da molte artiglierie; poi da la destra mano, ver- 
so li cojoneschi e la valle, disteseno una ala de cavalieri e pedoni; e 
alia sinistra feceno el simele, verso lo ascender di la collina va 8 
a la via romea; in mezo di la qua! ala messe un altro terzo squa- 
drone de cavalieri, 600 in 800. Et e da saper che sempre Franzesi 
in loro battaglie suoi far tre soli squadroni di tutto lo esercito; 
el primo se chiama antiguardia, el secondo la bataia, el terzo retro- 
guardia; e saepius 9 el re, o vero el capitanio, sta in lo squadrone si 
chiama la battaia. Adonca, 10 in questo zorno sesto di Luio, zerca 
a ore 16, sopra la giara dil Taro, in agro parmensi* 1 tra do ville chia- 

i. Fortebrazo: Bernardino Fortebraccio, figlio del conte Carlo Fortebrac- 
cio, condottiero fedele ai Veneziani. 2. II conte Carlo di Pian di Meleto 
era stato assoldato dai Veneziani sin dal principle della guerra. 3. rede- 
guardo : alia, retroguardia. 4. pagador in campo : ufficiale pagatore. 5. co- 
rando drio li: correndo dietro aglL 6. passono: passarono. 7. ordinono: 
ordinarono. 8. di la collina va: dalla parte che va. 9. piu spesso. 
10. Adonca: dunque. u. nel territorio di Parma . 



MARIN SANUDO 171 

mate Opian e Medesan 1 el fatto d'arme cussi passo. Essendo as- 
saltati li nostri con scaramuza, a Fora preditta, lo strenuissimo 
squadron nostro dil marchese di Mantoa animosamente sula ditta 
giara secca assaltorono li nemici con desterita impetuosa; zoe lo 
squadron che era in fra le ale, fatto aP incontro de nostri, e primo 
a investir, ut dicitur, fo esso marchese, el qual passo con una lanza 
uno omo d'arme franzese da una banda a Faltra, e combatte 
con gran vigoria; e fu tale la virtu de nostri, che in breve spazio 
di tempo questo squadron nemico ruppe e fracasso e messe in 
fuga, ita et taliter? che li nostri, con amplissima vittoria, trascor- 
seno fino a 1'ala immobile de li cavalieri deputati a la guardia di la 
majesta dil re, e tanto probatissimamente feceno quanto fusseno 
stati . . . 3 Etiam el squadron dil conte Bernardino, mentre el 
Governador combatteva, intro ne li nemici; e il primo feritore, 
si come ho scritto, fo esso marchese di Mantoa, con tanta strenuita 
che nihil supra, 4 e phi ne amazo di soa man, e prese el bastardo 
di Borbon 5 lui medesmo, el qual si rese e, didtur, si questo non 
fusse stato che se interpose in mezo, arebbe preso el re, perche 
piu volte li ebbe le man adosso. El secondo feritore fu el signer 
Redolfo; terzo el signor Ranuzo dil Farnese; quarto el conte 
Bernardin Fortebrazo, dil qual piu sotto parleremo; poi Ruberto 
di Strozi, Alessandro Beraldo, Vicenzo Corso, Alvise Valaresso 
patricio veneto e condutier nostro, li conti Brandolini, 6 e cussi suc- 
cessive tutti li capi di squadra nei cavalieri di quei strenuissimi 
squadroni rupeno la lanza loro. Tutti cridava: Marco! Marco! 
Italia Italia! rotti! rotti! E f o atroce pugna. Non si sparagnava 7 
la vita Puno Paltro; ma tutti per el fil di la spada erano andati 
si da nostri quam da Franzesi. Non si faceva presoni, come in le 
guerre de Italia; ma Franzesi cridavano: A la gorgia! A la 
gorgia! 8 Nostri: A la morte! A la morte! Si che era crude- 
lissima battaja, e assa sangue coreva su la terra. E cussi nel prin- 

1 . Opian e Medesan : Oppiano e Medesano, due borghi a sinistra del Taro. 

2. in modo tale . 3. Lacuna non colmata. 4. che niente poteva supe- 
rarla. 5. el bastardo di Borbon: Matteo di Borbone, soprannominato 
II gran Bastardo, figlio di Giovanni II duca di Borbone. Fatto prigioniero 
alia battaglia di Fornovo, fu poi liberato dallo stesso marchese di Mantova. 
Mori nel 1505. 6. Ruberto . . . Brandolini: Roberto Strozzi, nato a Ferra- 
ra nel 1465, della famiglia fiorentina degli Strozzi, che era stata esiliata 
dopo il ritorno di Cosimo dei Medici. Gli altri erano, come lui, con- 
dottieri al servizio della Signoria di Venezia. 7. sparagnava: risparmiava. 
8. A la gorgia! A la gorgia!: mirate alia gola! 



1JZ PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

cipio, avendo nostri vigorosamente el primo suo squadron rotto 
e fracassato, li pedoni e cavalli lezieri e li stratioti, li qual doveano 
attendere a compir di fugar li nimici, ma, come cupidissimi di 
preda, assaltorono li cariazi franzesi e comenzorono chi in qua 
chi in Ik a strazar forcieri, valise, padiglioni e trabache vilupate, 1 
con tanta avidita e rapacita che fra loro intr6 discordia, zoe tra 
pedoni e stratioti. II che veduto per li nimici, col consejo di Zuan 
Jacomo de Traulzi se distac6 e riserro del circulo di la majesta dil 
re da 1'ala sinistra quelli cavalieri strenuissimi, con cerchi d'oro e 
sopra veste di panno d'oro e d'arzento e di veluti a diversi colori, 
con pedoni nel mezo e ne la coda, con tanta destreza e perizia mi- 
litare, che non solum rebat nostri che contra de loro prosperavano, 
ma quasi li rupeno e li pedoni sui de la prefata sinistra trascorseno 
a li nostri, depredatori de li loro cariazi, con tanto impeto, che ne 
amazorono mold e molti pedoni. Li stratioti erano, con quello 
avieno potuto tuor,* partiti e andati via di la battaja, che dovreb- 
beno esser stati in aiuto de } nostri. E poi da Pala destra i nemici 
assaltorono le quadre cojonesche, che avea preso le artiglierie, e 
queste veneno da nostri veniva reculati da Franzesi, 3 e questi, 
nominati di sopra, nostri, essendo strachi dil combatter e aver 
rotto el primo squadron, fo necessario etiam ripararse da questo 
secondo impeto, el qual era el fior di le zente nemiche. E si el 
squadron del conte Antonio d'Urbino tune si avesse mosso, e fusse 
venuto a combatter, per esser etiam questi valentissimi cavalieri 
e grosso squadron, sine dubio Franzesi tutti erano rotti. Ma esso 
conte mai si volse muover, dicendo avia in comissione dil signer 
Redolfo di non muoversi; e non comprendeva che J l poteva esser 
sta mazato in la battaja. E Marchi6 Trevisan provedador, che era 
armato in campagna, li mando a dimandar la causa che '1 non se 
moveva col suo squadron, andar a socorer nostri erano malmenati 
da Franzesi. Disse quello avia in comission, 4 e pur ditto 1'andasse, 
rispose : Se vui provedadori mi Tordinate sopra di voi, s andar6. 
E loro non volseno asumersi tal cargo, 6 licet era cosa da fare. 



i. a strazar . . . vilupate: a scassinare forzieri, valige, a mettere sottosopra 
padiglioni e tende. z. tuor: togliere, prendere. 3. queste . . . Franzesi: 
queste squadre venivano dalla parte dei nostri, i quali erano respinti dai 
Francesi. 4. avia in comission: che aveva queU'ordine (di non muoversi). 
5. sopra di voi: sotto la vostra responsabilita. 6. cargo: carico, respon- 
sabilita. 



MARIN SANUDO 173 

E cussi non ando. El signer marchese tuttavia combatteva, 1 e fo 
mudato in quella battaja di tre corsieri, 2 e non poteva partirse per- 
che, partido lui, li altri lo arebbono sequitato, e cussi i nostri 
saria sta rotti ; e el signer Redolfo era sta amazato ; si die le cosse 
a questo modo passava. E questi do squadron! dil conte Bernardin, 
e il suo dil marchese, e etiam quello dil conte de Caiazzo, die in- 
vestite 3 etiam lui, e assa de soi fonno amazati, conveneno loro soli 
combatter 4 con Franzesi. E questo fatto d'arme fo el phi orribele 
e crudel, come ho ditto, fusse sta fatto in Italia za molti anni. E 
Franzesi con nostri combatteva virilmente: Fabito loro, oltra le 
arme, era stivali sopra le schiniere, e sopra le curaze quelle sue 
veste con maneghe longhe, chi di veludo e chi de seda de altre 
sorte, e di panno ; e sopra le celate capellazi grandi, e parte di loro 
avia elmi. Tutti li cavalH senza barde, tristi da armizar, 5 ma 
ottimi a cavalcar, con le selle pariano coperte, e tutti quelli com- 
bateteno 6 erano omeni disposti a far fatti d'arme, e molti se ne ha 
trovato che piii presto hanno voluto morir che mai renderse ad 
alcuno presone, e amazaveno perfino li ragazeti picoli. 7 E ununfi 
non voglio lassar de scriver: che vedendo alcuni di quelli dil 
squadron di ditto conte Antonio di Urbin, che esso non si voleva 
e non potea moverse, se partino 9 con loro cavalli il ditto squadron, 
e ando a combater con li nimici; tra li qual el strenuo Zuan de la 
Riva, cavalier Veronese, e etiam D. Antonio di Pigi. 10 

E in questa battaja fonno morti di una parte e Faltra di le per- 
sone piu di 3000; de nostri zerca 1000, e el resto de Franzesi. I 
quali prima che aterasseno niuno de nostri, ereno do o tre di loro 
amazati, e assa di primi soi baroni, come di sotto piu difrusamente 
sara notado. Ma de* nostri omeni de condizion 11 fonno morti 
questi: el signor Redolfo di Gonzaga, barba dil marchese di Mantoa 
preditto, e quello avia el governo dil campo per suo nepote Go- 
vernador, che tune avia anni 28, e numquam piu 12 esperimentado 
in combatter ni 13 in niuno altro esercito, tamen cussi strenuamente 

i. combatteva: continuava a combattere. 2. e fo mudato ... corsieri: 
dovette cambiare tre cavalli. 3. che investite: fu investito. 4. convene- 
no ... combatteri dovettero combattere da soli. 5. tristi da armizar : 
non bravi da armeggiare. 6. combateteno: che combatterono. 7. e ama- 
zaveno . . . picoli: e ammazzavano perfino i loro garzonL 8. una cosa 
in particolare . 9. se partino: partirono. 10. Zuan de la Riva . . . D. 
Antonio di Pigi: capisquadra veneziani. u. de condizion: important!. 
12. giammai altra volta. 13. nil ne. 



174 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

si port6. Etiam fo amazato el conte Ranuzo dil Farnese condutier 
di 600 cavalli valentissimo, Vincenzo Corso, Ruberto di Strozi, 
Alessandro Beraldo e altri capi di squadra, si come per una poliza 1 
di quelli fonno morti qui sotto notada il tutto si vedera, zoe de li 
omeni da fame qualche estimazione. Questi sono li morti nostri 
nel fatto d'arme da Franzesi. 

Ma de' Franzesi sono sta amazati zerca 80 baroni, tra i qual 16 
capi di gran reputazione; e ben la verita non se pote* intender, dil 
numero di loro fonno morti, ma pur certo passonno 2000; e di 
nostri, fatta la descrizione, manco 960. Adonca fo crudelissima 
battaja, la qual duro per spazio de do ore e non piu. E prima nostri, 
come ho ditto, li aveano rotti e fracassati, zoe da una parte com- 
batteva el marchese de Mantoa e conte Bernardin Fortebrazo, da 
Paltra el conte Ranuzo, da Paltra cojoneschi e da Paltra el conte 
de Caiazo e dom. Annibal Bentivoi. 2 E se '1 non fusse stato la cu- 
pidita di la preda de molti italici omeni d'arme, oltra li stratioti 
e fanti, tutti Franzesi erano da nostri malmenati; per6 che, fracas- 
sato el primo squadron nimico, nostri elesseno a 3 far presoni per 
aver taja, altri a robar li cariazi e menarli via, perche* quasi tutti 
fonno acquistati e tolti da nostri, come dir& di sotto. E mentre 
queste cosse fevano, assalto quel squadron, el qual trov6 li omeni 
d'arme cussi separati, e allora fo la crudelissima battaja, e quelli 
avevano presoni fu forza lassarli, volendo varentarsi la vita; e 
cussi veneno in qua per mezo mio 4 combattendo una parte e 
Paltra virilmente. Era grandissima pioza, 5 la qual fo causa Fran- 
zesi non potevano operar le loro artiglierie, come fece nel prin- 
cipio, che pur qualche danno dette a nostri, amazando cavalli. 
Ma Iddio provete 6 a mandar pioza grandissima, e el colonello 
bracesco dil conte Bernardino 7 fo quello che sempre combatete; 
adeo di 360 omeni d'arme che era, ne fo morti zerca 80, senza li 
famegli e ragazi; e il fidelissimo conte Bernardino fo ferito mortal- 
mente, e have* assa ferite, come dir6 piu avanti. E si non fusse stato 
uno suo ragazzo che lo tiro nel fosso, e li stette come morto, sa- 
rebbe stato compito di amazar da Franzesi. 8 Jeronimo Zenoa 9 

i. poliza: lista. 2. Annibal Bentivoi: Armibale Bentivoglio, condottiero, 
figlio di Giovanni signore di Bologna. 3. elesseno a: scelsero di. 4. mio: 
miglio. 5. pioza: pioggia. 6. provete: prowide. 7. el colonello . . . Ber- 
nardino: la colonna del conte Bernardino Fortebraccio. 8. sarebbe sta- 
to ... Franzesi: sarebbe stato finito dai Francesi. 9. Jeronimo Zenoa: 
condottiero veneziano. 



MARIN SANUDO 175 

capitano di 300 fanti, etiam virilissimamente combattendo fo fe- 
rito di 12 ferite acerbamente, e de li soi do terzi fonno morti, e 
have' 4 botte di spada su el volto; tamen varite 1 poi; el qual fo 
portato in questa terra per Po, e zonse a di 12 ditto. E e da saper 
che, mentre nostri combattevano, el conte Nicola Ursini di Peti- 
gliano, era presone col re, vedendo questo era el tempo de esser 
liberato, fuzite 2 con 3 cavalli nel nostro campo, e, smontato, 
comenzo a confortar nostri, dicendo Franzesi erano quasi rotti, e 
che, non obstante di nostri ne fusse sta morti alcuni, che dimane 
prometteva vittoria indubitata, pero che erano sta amazati li piu 
valenti omeni avia la majesta dil re; e che non avendo se non tre 
squadroni fatto fatti de nostri, 3 e che quel strenuissimo dil conte 
Antonio d'Urbino non era sta operato, che era una magnificenza 
a vederlo in ordine armato in campagna, iterum* concludeva Fran- 
zesi erano spazati. 5 Per le parole dil qual tutto lo esercito nostro 
prese conforto, che pur si dolevano di la morte de tanti capi, maxime 
dil signor Rodolfo loro governador, e dil signor Ranuzo. E ancora 
per el prefato conte di Petigliano fo referito che la majesta dil re, 
vedendo la vittoria e prosperar de soi cavalieri, voleva con la ala 
destra proseguirla, che sarebbe stato assa danno a nostri, non si 
movendo li altri squadroni; che, si fusseno mossi, Franzesi rotti 
erano come in piu lochi ho scritto; ma che esso conte gli disse: 
Sacra Majesta, non fate; perche Italiani son grossissimi e gran 
numero, che si tutti fusseno a la battaia venuti, arebbe fatto gran 
danno a le zente di Vostra Majesta : ita che, per tal soe parole, 
resto. Or vedendo Franzesi non potevano acquistar alcuna vittoria, 
ma ben star in pericolo che non si movesse li altri squadroni e 
darli adosso, feceno recolta, e si redusse a lo ascender di la collina 
che va verso la via romea. Quello feceno poi sara scritto de sotto. 
Ma nostri etiam, fatto recolta, avendo dato gran rotta a Franzesi, 
preso li soi cariazi de valuta piu de ducati 100 milia, ritornono 
etiam loro a Gierola a li alozamenti, stracchi e lassi; e non solum 
quelli avevano combattuto, ma etiam li altri erano stati con le arme 
tutto quel zorno indosso. E el signor marchese non tanto dolendose 
di la morte dil barba e de soi, e maxime dil so Joan Maria, 6 el 



i. varite: guari. 2. fuzite: fuggi. 3. e che . , . de nostri: e benche solo 
tre squadroni nostri avessero combattuto. 4. di nuovo. 5. spazati: 
spacciati. 6. Joan Maria: Gonzaga. 



176 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

quai fo quello li scapolfc 1 la vita quando fu le cosse 2 di missier Fran- 
cesco Secco 3 suo barba, che, ut dicitur, lo voleva atossicar, e questo 
li manifest6 ogni cossa, d'indi fo so favorito, e li dete piu de 20 
milia ducati; si che non tanto si doleva di la morte di questi, 
quanto de non aver potuto dar compita vittoria a la Signoria no- 
stra de Franzesi, ma stava con bon animo, el zorno sequente de 
esser a le mano, e per6 puosero altro ordine ne li squadroni, di 
quello era. E cussi per quella notte non seguite altro, ma steteno 
con bone guardie; e el simel fece Franzesi. E e da saper che poi che 
'1 conte Bernardin fo ferito e butato nel fosso el so cavallo, el qual 
si non Tavesse auto, sine dubio sarebbe stato amazato; ma oltra 
questo cavallo e gaiardo e bellissimo, etiam lui nel combatter con 
denti, calzi 4 e altro aiuta el so patrone, si che esso conte molto 
amava ditto cavallo; e ritornato in campo al so alozamento fo ru- 
bato, e, ut dicitur y da quei dil conte di Caiazo, bench6 sempre di- 
negasse e al duca e a la Signoria nostra, tamen ditto cavallo piu non 
si trov6, e cussi privo fu. Non voglio restar de scriver questo altro 
disordine: che mentre stratioti dovevano attender a danizar Fran- 
zesi, poich si ebbeno fatto ricchi de li cariazi, zerca 200 di loro 
con ditte somme andono su uno monte, e ivi steteno a veder come 
andavano le cosse. Adonca Franzesi perse in uno zorno (come per 
uno epigrama ch'e ex tempore 5 da uno andava per Venezia fazendo 
elogio e epigrama fece, e sara scritto de sotto) quello che nel regno 
di Napoli e in altre citta de Italia avia vadagnato 6 e volea portar 
in Franza; si che stratioti e omeni d'arme feceno bene li fatti soi. 
E a ci6, oltra le cadene, vestimenti di ogni qualita e sorte, se in- 
tendi quelle cosse digne di memoria che furon prese, e inteso dapoi 
questa rota 7 che nostri aveano : primo, stendardi do dil re, uno de 
li qual have* el duca de Milan, Paltro fo donato a Marchi6 Tri- 
visan provedador; era una croce bianca in campo rosso; pavioni 
dil re de assa sorte; lo elmeto e la spada dil re, la qual la Signoria 
ebbe da stratioti, e la pago; 1'ufficio 9 dil re, sopra dil qual era 
un'orazione in franzese, la qual Carlo Magno imperator la di- 



i. scapold: salv6. 2. quando fu le cosse: quando awenne il fatto. 3. Gio- 
van Francesco Secco, milanese, marito di Caterina Gonzaga, sorella di Fe- 
derico, era quindi 210 di Giovan Francesco: fu per lungo tempo 1'arbitro 
de31a corte di Mantova. 4. calzi: calci. 5. improwisato . 6. vada- 
gnato: guadagnato. 7. dapoi questa rota: dopo questa rotta. 8. pavioni: 
padiglioni. 9. Vufficio: il libro di devozioni. 



MARIN SANUDO 



177 



ceva, e fo translatata in latino, e sara qui posta ; 1'anconeta 1 con re- 
liquie assa, di la qual de sotto trateremo; li sigilli d'arzento dil re; 
una zangola 2 d'arzento, la qual have' el conte Avogaro; 3 e molte 
altre cosse, dile qual scrivendo sarebbe tedioso. El bastardo de 
Borbon, chiamato bastardo Matio, che fo presone dil marchese, 
ut dicitur, avea ducati 4000 in la sella scosi 4 dil cavallo, e si volse 
dar de taia lui medemo ducati x milia ; 5 ma el marchese lo mando 
in custodia a Mantoa; quello di lui seguite, ne la fine di Popra 
intenderete. E a questo modo passo el fatto d'arme quel zorno a 
di 6 Luio: e si tutte le zente nostre avesseno voluto far el dover, 
era grandissima vittoria. Ma non voglio restar de scrivere ancora 
questo, che mentre si facea la battaia, alcuni de quelli di don 
Alfonso de Ferrara, vedendo nostri avea pur da far, per 1'impeto 
gallico soprazonse, 6 corseno via; e li provedadori, vedendo questo, 
se li fece incontra dicendo: Ah, fiuli 7 de San Marco, dove an- 
date ? Tornate a la battaia. Alcuni tornava, altri corseno fino 
in Parma, cridando: El campo di la Signoria e rotto , licet 
fusse superiori de li nimici; per le qual parole tutta Parma se do- 
leva, serando le bottege, e el signor Galeotto di la Mirandola, 8 
era li gubernadore per il duca de Milan, fece far custodia a le 
porte. Tamen poco da poi soprazonse altri soldati de nostri, con 
presoni e cariazi, e notifico el prosperar de nostri, e rota de Fran- 
zesi: unde tutta Parma se console alquanto. 

Questa nova de esser sta a le man con Franzesi nostri, 9 venne 
a Venezia in ore 32, zoe zonse le lettere de provedadori, scritte a 
ore 3 quel zorno, a di 8 ditto, a ore zerca 13, e mi ritrovai in sala 
di Paudienzia, andato per inquerir 10 si era venuto nova alcuna, e 
venne una voce fuora di Collegio: Li campi e stati a le man. 11 
Subitamente tutto el palazo e la corte se empite de zente, per in- 
tender el successo ; e fo manifestato a tutti quello era stato, e lege- 
vase lettere de campo de varie persone in diversi lochi li in pa- 
lazo, publice; tra le qual una molto copiosa di Anzolo di Maflei, 



i. anconeta: tavoletta d'altare. 2. zangola: bacile. 3. II conte Luigi 
Avogaro, gentiluomo e patrizio bresciano. 4. scosi: nascosti. 5. e si 
volse milia: egli stesso si assegnd una taglia di diecimila ducati. 6. so- 
prazonse: che sopraggiunse. j. fiuli: figli. 8. Galeotto: il conte Galeotto 
Pico, signore della Mirandola. 9. de esser . . . nostri: che i nostri erano 
venuti alle mani con i Francesi. 10. inquerir: informarsi. 1 1 . Li campi . . . 
a le man: i due campi si sono scontrati. 



178 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

drizata al mio carissimo Carlo di Priuli 1 di Costantino fiul, e altre. 
E per non aver la Signoria, per le lettere di provedadori inteso 
ad plenum 2 la vittoria era stata, ma ben la morte de li strenui 
condutieri nostri e zerca 500 dei nostri, dicendo che non potevano 
avisar el tutto per quella sera, pero non feceno sonar campanon 
ni far fuogi, 3 si come, si allora avesse inteso quello poi inteseno 
arebbe fatto. E tutti correva di Rialto a San Marco quella matina, 
come desiderosi de intender el ben publico; e tutto el popolo de 
questa terra molto si alegro, cridando: Marco! Marco! E 
alcuni puti per Rialto cridava: A Ferrara! A Ferrara! Adeo 
tutta la terra era in motu* E alcuni savogini 5 mercanti erano in 
questa terra, per essere vestiti a modo franzesi, fonno da puti 
assa molestadi; e ritrovandose in questa furia a Rialto, corseno 
in chiesa. Poi andono a la Signoria lamentandose ; nude fo pro- 
clamato su le scale in Rialto, niun li dagi fastidio 6 ni de parole ni 
de fatti, in pena de lire 50; e s'il fusse puto avesse 50 scuriae; 7 
e si fusse omo grande, fusse frustado da San Marco a Rialto, e 
dovesse star uno anno in preson. Questo feceno nostri per non 
aver guerra con Savoia, e per conservar la franchisia 8 de questa 
terra. E per la morte de questi do signori Redolfo e Ranuzo, e per 
el ferir dil conte Bernardino, nostri non sentite 9 molta alegreza 
de la vittoria avuta de i nimici. E da Milan in questa mattina de 
8 Luio, si have lettere di 7 e non sapevano ancora dil fatto d'arme 
fatto con franzesi a Fornovo, e notificava come, per lettere di 
Bernardo Contarini date in la villa di Perna, che in quel zorno di 
7 Luio a ore 19 mand6 12 stratioti a imboscarse per metter di mezo 
certi franchi arcieri, li quali venivano fuori de borgi di Novara; 
e le scolte de i nimici scoperse stratioti, e con quele scolte ditti 
stratioti fonno a le man, e di queli ne amazono 9 e preseno 6 ca- 
valli. Unde, per esser fatto la scaramuza in li borghi, Franzesi 
si messe in or dene, e veneno fuora; rna li stratioti corseno in cam- 
po, cridando: Arme! Arme! E subito esso provedador con 
250 stratioti monto a cavallo, pero che li altri erano andati per 
scorta de vittuarie per el campo. Or ditti stratioti 250 fonno a le 

i. Carlo di Priuli: della nobile famiglia cui appartenne Girolamo, sto- 
rico e memorialista contemporaneo. 2. completamente . 3. fuogi: fuo- 
chi. 4. in movimento . 5. savogini: savoiardi. 6. niun .. .fastidio: 
che nessuno desse loro fastidio. 7. scuriae: frustate. 8. franchisia: 
franchigia, cioe i privilegi e i diritti veneziani nel ducato di Savoia. 
9. sentite: sentirono. 



MARIN SANUDO 179 

man con uno squadron di cavalli 200, e assa pedoni i quali da ditti 
stratioti fonno rotti e reculati fino ne li borghi de la terra, feriti 
assa, morti xv, e cavalli 32, e' fatto presoni 4 orneni d'arme in 
numero di 17 Franzesi, tra li qual monsignor Alvise di Sansonagia, 
fiul che fo de monsignor Jacomo cavalier dil Dolfina, 1 omo era 
de condizion; e questo fu menato in campo in lo alozamento de 
ditto provedador. E de stratioti fo in questa scaramuza feriti 7, 
morto uno cavallo, benche ne prendesseno tre cavalli de li nimici; 
e de li xv che amazono, che era tra omeni d'arme e arcieri, fo se- 
peliti per H nimici numero 7. Ancora notified, come el zorno 
driedo se voleva ditto campo levar dove era, e andar ad alozar mia 
do de la de Novara, a uno loco ditto Minone, dove essendo, non 
pora venir al duca de Orliens 2 alcuna nova de Aste; e come per 
spia in quel zorno inteseno, in Novara era poca vittuaria, e pero li 
volevano assediar, acio prendesseno partito, si che cussi come 
Franzesi avea messo quello territorio de qua da Tesino fino a 
Vegevane tutto in fuga, a ora per la venuta di stratioti tutto e reac- 
quistato, e li nimici stanno assediati in Novara, che prima duche- 
schi 3 stavano in Vegevene, come per una lettera dil duca de Milan 
se intese, scritta al so ambassador era in questa terra. 



i. dil Dolfina: del Delfinato. 2. duca de Orliens: Luigi d'Orleans, ni- 
pote di Valentina Visconti, erede presuntivo del trono di Francia, sul 
quale salira col nome di Luigi XII. 3. ducheschi: i seguaci del duca di 
Milano. 



EXEMPLUM LITERARUM DUCIS MEDIOLANT 

Ludovicus Maria Sforcia Anglus, 2 Dm Mediolani etc. 

Sono molte le cause, quale ne obligano infinitamente a quella 
Ill.ma Signoria; intra le qual essendo non mediocre Taiuto de li 
stratioti soi, mandati in Novarese, el beneficio so omni hora si 
fa maiore, per la qualita dil magnifico missier Bernardo Contarini 
provedador al governo d'essi stratioti; pero che la singulare soa 
prudenza e vigilanza non solum fa che Timpresa non poria esser 
piu aiutata quanto e per la venuta de stratioti, ma che quasi posti 
Pinimici in disperazione, non lassandoli mai riposare. E in questa 
vivacita de tenere assiduamente infestati li inimici, li ha conjuncto 
una mesura de molestia incredibile, ad tenere in ossequio e officio 3 
essi stratioti. Le qual parte essendo rare, ne strenzano, ultra I'o- 
bligo quale abiamo a la Magnificenza Sua, ringraziarne anche 
omni hora quella IlLma Signoria, e farli testimonio che dal magni- 
fico Provedador non possiamo restar meglio aiutati. Mediolani 
7 Julii 1495. 

A tergo; Domino Thadeo Vicomerchato equiti consUiario et ora- 
tori apud Illustrissimum Dominium Venetiarum. 4 

In questa notte medema, 5 domente 6 nostri stavano in expeta- 
zione venisse lettere de campo, zonse lettere de Zuan Francesco 
Pasqualigo Vicedomino 7 nostro a Ferrara, notificava questo esser 
sta a le man di campi, e che '1 duca, di Rezo, 8 avia scritto al signor 
Sigismondo so fradello, rimasto al governo de Ferrara come el 
campo di la liga era stae a le man con Franzesi, e che nostri erano 
sta rotti, e notific6 la morte de quelli conduttieri, comettendoli 
dovesse mostrar ditta lettera al Vicedomino. E nota che volse 

i. Copia di una lettera del duca di Milano. 2. Anglus: i genealogist! 
immaginarono che Anglo, mitico nipote di Enea, avesse fondato Angera, 
in provincia di Varese; da questo eroe sarebbe derivata una serie dina- 
stica sino ai Visconti, che si chiamarono Angli e conti di Angera, come 
poi gli Sforza. 3. ad tenere.. . officio: a tenere nei limiti dell'obbedienza e 
del dovere. 4. Al signor Taddeo Vicomercati, cavaliere, consigliere e am- 
basciatore presso la Illustrissima Signoria di Venezia. Si tratta di Taddeo 
Vimercati, di nobile famiglia milanese: il 25 aprile 1493 aveva stipulate 
la lega contro Carlo VIII, tra Venezia, il Papa e il duca di Milano. 5. me- 
dema: medesima. 6. domente: mentre. 7. Zuan Francesco Pasqualigo 
Vicedominoi rappresentante della Signoria di Venezia. 8. Rexo: Reggio. 



MARIN SANUDO l8l 

dir campo di la liga, licet tutte le zente quasi era 1 a soldo di la 
Signoria, eccetto el conte de Caiazo, che era per Milan, come e 
chiarito de sopra; unde per tutta Ferrara se dimostrava grande 
consolazione de questa rotta. Concludendo, Ferraresi era di cat- 
tivo animo contra Veneziani, e che a Ferrara si buttava passavo- 
lanti, si metteva ferri in cao a le lanze, 2 fortificava li passi loro dil 
Ferrarese. Ancora che esso Vicedomino, da poi queste lettere 
la Signoria fo certificata, volendo mandar uno suo con lettere a 
Bologna, in strata, 3 poco fuora de Ferrara, fo assaltado e batudo, 
adeo convenne ritornar in driedo. E che Ferraresi usavano assa 
stranie parolaze e bestial, per el grande odio ne avea. Ergo non 
immerito li puti cridava, e ognuno diceva: A Ferrara! A Fer- 
rara} li p u ti in questa terra cantavano una canzone: 

Marchese di Ferrara, di la casa di Maganza* 
tu perderd 7 stado, al dispetto dil re di Franza! 

E il populo era molto volonteroso de andar a tuor Ferrara; e li arte- 
sani e bottegeri 5 quando andavano a li x Savi 6 a esser tassati, tutti 
offrivano di pagar el dopio, volendo andar a Ferrara: tamen la 
Signoria non volse in questo tempo far niuna dimostrazione con- 
tra esso duca, el qual era in Rezana, 7 e avia mandato molte vit- 
tuarie in campo dil re di Franza, e barili di polvere per le artiliarie 
(che, si questo non fusse stato, non arebbe potato el re operarle), 
e non considerava Fubligazione avia a questa Signoria, per averlo 
una volta messo in stato, e a so zenero 8 duca de Milan che vi 
andava il so stato a pericolo, e a la vita di Faltro marchese de 
Mantoa nostro governador etiam so zenero. 9 E e da judicar con 
questo re avesse tramato molte trame, tutto per reaver el Polesine 
de Ruigo, 10 acquistato per nostri con justissima guerra Panno 1482, 
dove per la Signoria e sommesso e si teneva a custodia in questo 
tempo zerca cavalli 600 e alcuni provisional, ne mai li volseno 
mover. E so fiul Don Ferante 11 era pur a soldo dil re, e quasi tutta 

i. licet . . . era: sebbene quasi tutte le genti fossero. 2. si metteva. . . 
le lanze: si armavano; cao, capo. 3. strata: strada. 4. la casa di Ma- 
ganza: la celebre casa di traditori nei racconti del ciclo carolingio. 
5. artesani e bottegeri: artigiani e bottegai. 6. li X Savi: magistratura 
minore preposta alle tasse. 7. in Rezana: nel Reggiano. 8. a so zenero: 
perche ne aveva sposato la figlia Beatrice. 9. etiam so zenero: il mar- 
chese di Mantova aveva sposato 1'altra figlia Isabella. 10. Ruigo: Rovigo. 
ii. Don Fen-ante, figlio di Alfonso I. 



182 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

Ferrara vestiva a la franzese, cridando : Franza! Franza! E 
come fo divulgato, die el zorno avanti el re venisse zo di monti 
a Fornovo, esso duca de Ferrara fo in campo a parlar a soa majesta 
stravestito, e li disse come Fopinione di Veneziani era, nostri non 
se apizasse ne facesse fatti d'araie con soa majesta. E cinque zorni 
avanti seguisse el fatto d'arme, nel nostro campo acadete, 1 che 
alcuni Ferraresi volendo insieme combatter, uno de loro ando dal 
marchese governador, pregando soa signoria volesse venir a veder 
e cussi vi and6. E zonto dove era ordinato, trovo 4 Ferraresi aveano 
le balestre carghe, 2 e li comando discargasseno ; 3 tre de loro dissero 
el vereton in Paiere; 4 el quarto non volse; unde da quelli dil mar- 
chese preditto li fo buta la testa via da le spalle, e poi fo preso quel- 

10 venne a chiamarlo, e esaminato lo fece apicar subho; e mando 
uno editto: niun Ferrarese ne le soe terre piii non potesse abitar, 
e quelli erano, li s dette termine tre ore a sgombrar el so paese: 
qual fusse la cagion lasso considerar a li savi lezerano. 

Ma el duca de Ferrara, da poi inteso la verita del seguito 7 in 
campo e come nostri aveano avuto vittoria e toltoli li cariazi, e 
assa franzesi morti, scrisse ad Aldobrandino di Guidoni dottor da 
Modena so ambassador in questa terra, dovesse andar in Collegio 
a alegrarsi con la Signoria di la vittoria avea avuto el campo di la 
liga. El qual orator, andato a di 13 Luio, non pote aver audienzia. 
Ma inteso el serenissimo prencipe come F ambassador de Ferrara 
avia voluto audienza, delibero a di 14 la matina venir in Collegio; 
e venuto ditto orator, volendo alegrarsi, disse quanto li era co- 
messo: El campo di la liga. E el Prencipe rispose: Qual 
campo di la liga? Dicemo esser nostro e nui Paver pagato, e non 
la liga. Poi disse come per la terra se divulgava, che '1 so* signor 
in queste novita non avia fatto il dover so', escusandolo molto, 
disendo voleva star al paragon. 8 Al qual el prencipe sapientissi- 
mamente rispose, e li fece lezer due lettere del Vicedomino, de li 
portamenti di Ferraresi contra de esso Vicedomino e de nostri, 

11 comemor6 quello Fanno passato comport6 el duca a queloro fece 
quelle poltronarie in loza del Vicedomino a Ferrara, dagandoli 



i. acadete: accadde. 2. carghe: cariche. 3. discargasseno: scaricassero. 
4. disserd. . .in Vaiere: scaricarono in aria il verrettone. 5. e quelli era-no, 
li: a coloro che vi erano. 6. lasso . . . lezerano: lascio considerate ai savi 
che leggeranno. 7. del seguito: di ci6 che era accaduto. 8. voleva star 
al paragon : che non si voleva sottrarre alia prova. 



MARIN SANUDO 183 

taia solum lire 25 de pizoli. 1 Conclusive li disse: Quest! non erano 
boni modi, ne cosse dovesse esser 2 accette a niuno de questa terra, 
e che '1 non avea cagione. 3 E cussi dette licenza a esso orator. 

Come el re de Franza col so esercito se parti ^con gran fuga 
di le giare dil Taro. 

Compita la battaia Franzesi si redusse a lo ascender di la collina 
che va verso la via romea, e li stete, si come ho ditto; e la mattina 
seguente a di 7 ascese, e de li se allontanono in uno loco atto e 
comodo a do mia, ficando trabache e paviglioni a Fincontro di la 
banda di Fesercito nostro, facendo strepiti e movimenti di battaia, 
traendo qualche botta di artilaria, dove el nostro campo tutto sem- 
pre stette in arme, aspettando di assaltare o vero di esser assaltato. 
E cussi stando, a ore 16, vene uno trombeta dil re da li provedadori 
a dimandar tregua per 4 ore e parlamento, pero che la majesta dil 
re voleva mandar quattro de soi a parlar al Capetanio e pro- 
vedadori, zoe mons. cardinal de Samallo, el marescalco de Giae, 4 
monsignor de Pienes 5 e monsignor d' Arzenton; e cussi li fo con- 
cesso, per veder quello richiedevano, i quali si poteva reputar 
rotti e in fuga. E cussi a tal parlamento ando el Governador mar- 
chese, li provedadori e conte di Caiazzo con alcuni altri nostri 
condutieri, sora una certa aqua pur dil Taro. Da Faltro canto 
di la ripa dil Taro preditto venne monsignor di Arzenton con al- 
cuni altri Franzesi, ma non quelli tre doveano vegnir. E dapoi le 
salutazione, fo da esso monsignor di Arzenton collaudato molto 
li nostri Italian! usque ad summum, 6 dicendo che aveano soste- 
nuto la pugna e combattuto con li primi baroni e cavalieri dil 
rnondo, quali sempre erano stati vittoriosi in battaie orribile e 
grandissime guerre. Da poi dete parole sub spe concordii sive autem 7 
che erano aparechiati a la battaia, e che quelli altri baroni e mon- 

i. li comemord . . . pizoli: gli ricord6 tutto quello che il duca aveva tollerato 
a proposito di coloro che avevano fatto delle offese nella loggia del Vicedo- 
mino veneziano a Ferrara, condannandoli a una taglia di sole venticinque 
lire di spiccioli. 2. dovesse esser: da dover essere. 3. e che '1. . .cagio- 
ne: che non v'era luogo a rimostranze ; non v'era motivo di accogliere le 
sue rimostranze. 4. el marescalco de Giae: Pietro di Rohan, maresciallo 
di Ge, grande feudatario in Brettagna. Nacque nel 1450 e mori nel 1513. 
5. monsignor de Pienes: il signor di Piennes, nato in Fiandra, era ciam- 
bellano del re. 6. fino al massimo . 7. con le speranze di un accor- 
do, o, altrimenti . 



184 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

signori cardinal, che la majesta dil re li avia deputati a venir con 
lui, non se fidando, e non conoscendo, come fo io, 1 Veneziani, e 
per6 voriano uno salvo conduto in scrittura, e io, per essere stato 
a Venezia e saper vostra parola carta fatta, z son venuto. Adonca 
V. S. fara el salvo conduto; e domatina piacendovi de redurvi in 
questo loco, noi tutti veniremo a parlarvi, e son certo concluderemo 
cosse per beneficio de tuti nui. E cussi fo concertato 1'ordine; e fo 
manda uno trombeta dil signor marchese con esso monsignor di 
Arzenton, acio potesse la mattina ritornar da nostri a notificar la 
loro venuta. El qua! trombeta non ritorn6 piu, e non se intese 
quello di lui fusse fatto. Or, interloquenduw? Arzenton molto si 
dolse de li morti in battaia, li quali ancora erano su la campagna 
meschiati li corpi con li cavalli, e fu spanto grandissimo sangue 
licet per pre' Zaneto di Santo Apostolo e per pre' Piero Magatello, 
capelani di provedadori nostri, e per altri capelani e preti di campo 
ditti corpi nostri tutti trovati nudi, perche erano stati spoliati, altri 
fonno sepulti con gran lacrime li a Gierola in la chiesia, altri nel 
cimiterio; e li omeni de qualche conto fonno messi in casse e 
mandati in loro terre a sepelir: come fo el signor Redolfo. Guido 
de Gonzaga e Zuan Maria, 4 favorito dil marchese, fonno in casse 
mandati a sepelir a Mantoa; il conte Ranuzo in Bressana, 5 dove 
era li soi lozamenti; Ruberto di Strozi e Alessandro Beraldo, cussi 
come in vita erano compagni carissimi, cussi fonno trovati li corpi 
uno a presso Taltro, e fonno sepeliti in chiesia a Gierola insieme, 
benche poi fusseno in casse mandati a Padoa, e il Strozi fo sepolto 
a Santa Maria di Betelem, dove era la madre. Questo era il forausci- 
to di Fiorenza etc. e altri valentomeni e de qualche condizione 
fonno messi in depositi, poi portati a sepelir. E fo numerati li 
corpi de Franzesi, fonno trovati piu de 2000; e era, come ho scritto, 
una terribilita a veder dove fo fatto la battaja, per tanti corpi, 
mescolate le budelle de cavalli con quelle deli omeni; qua era 
una testa e la un brazo; uno omo sbudelato e uno cavallo morto; 
adeo diro cussi, fo crudelissima battaia, come da 200 anni in qua 
in Italia . . . 6 quasi dicat, 7 combattevano per el ben de Italia, 



i. come fo io: passa irnprowisamente al discorso diretto: come invece 
io conosco. 2. saper . . .fatta: che la vostra parola vale come un impe- 
gno scritto. 3. interloquendo . 4. Guido e Gian Maria Gonzaga: pa- 
renti di Gian Francesco. 5. in Bressana: in quel di Brescia. 6. Lacuna 
non colmata. 7. come dire. 



MARIN SANUDO 185 

come era con effetto. Or ditto Arzenton dimandava a li prove- 
dadori [se] avea fatto niun preson. Risposeno non sapeva ancora; 
solum el bastardo de Borbon. E lui disse: Manca monsignor 
tal etc. nominando assa gran maestri, dicendo : Saranno sta 
morti ; e cussi fece uno trombeta dil re, che venne poi, partito 
Arzenton, in campo con una poliza, dimandando se sapevano 
nulla, dagandoli li segnali. 1 E come intese non era fatto preson 
alcuno, venne palido nel volto, dimostrando, per quello diceva, 
mancava assa baroni franzesi; come etiam per le armi e altri trovati, 
chiaro si puol concluder e suspettar siano stati de degni omeni 
e valentissimi, per che tutti de tal sorte si opero, come fece de no- 
stri, che li vili e pusilanimi ateseno a robar, 2 e strenui combatte- 
vano. 

Ma Franzesi, consultato tra loro quello dovesseno far, vedendo 
esser in manifesto pericolo de esser compitamente rotti e fugati, 
e forsi niuno sarebbe tornato in Franza a portar la nova di la 
grande sconfita; e passato el zorno, zoe el marti, a di 8 de notte 
venendo el mercore, artificiosamente mostro de distender tra- 
bache e paviglioni in longo, e feceno fochi grandissimi, ne li qual 
brusono li corpi morti de soi nobili. Ancora, come li villani rife- 
riteno, bruso assa numero de soi feriti ; e stavano male, e non Pera 
speranza per non poter menarseli driedo, e lassarli non voleva, 
acio per nostri non fusse inteso la gran rotta aveano abuto : e questo 
fo gran cossa, brusarli vivi e de soi medemi! E etiam brusono pa- 
viglioni, e trabache; forzieri e barde dorate tagliono in pezi, per 
non portar tanto peso drio e volseno rimaner a la liziera; tamen 
non lasso le artilarie, menate su carete tirate da cavalli 14 in 1 6 
Tuna, 3 acio fusse securta loro nel camino, E in quella notte el re 
con piu de 500 zentilomeni franzesi fece cantar una solenne messa, 
e tutti se comunico, zurando de mantener la fede, e, a modo dispe- 
rati, con grandissima fuga, a ore zerca 4 de notte, mentre li fochi 
grandi ardevano, si levo el re con el so campo dove era, senza son 
de tromba ne tamburo come se suol far quando lieva uno esercito 5 
ma a scavezacollo con gran pressa, riservato alcune tende verso el 
campo nostro, a ci6 non se acorgesse de questa soa levata; e mon- 
tono su la via romea andando verso el borgo san Donin ; e li disnato 
a le 20 ore; poi zonse ad alozar a Firenzuola. E nostri in questo 

i. dagandoli li segnali: dando loro indicazioni. 2. ateseno a robar: attesero a 
rubare. 3. da cavalli . . . Puna: da quattordici a sedici cavalli per ognuna. 



l86 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

mezo credendo la matina esser a parlamento, secondo For dine 
vedendo li gran fuoghi fatti per inimici, do ore avanti zorno 
mandono le spie fuora, ad esplorar quello facevano i nimici. 
E tornati al far del di riferiteno franzesi erano fuziti, e che poteva 
esser mia 8 lontano; e fo grandissima cossa, che tanta superbia 
quanta e quella de franzesi fugisse la notte e al modo fugiteno; 
e ne Tandar non fevano dispiacer a niuno, e de qui fino in Aste era 
mia 80, qual li feceno in zorni . . . * come diro di sotto. E per la 
strada fo trovato qualche franzese morto, fo judicato esser de li 
feriti che, per non esser brusati, volseno seguitar el campo. Ma 
inteso questo per el marchese de Mantoa, provedadori e Condutieri 
fatto consejo quid fiendum* e tutto el campo se messe in arme e a 
cavallo, volendoli proseguire le pedate dei inimici ; e per el crescer 
dil Taro fo impedito, si che fo forza e necessita a ritardar quel 
zorno. E el conte de Caiazo con li balestrieri a cavallo li ando drieto 
per dar nele coaze; 3 e scrisse a Milan al duca, dovesse mandar zente 
a ostarli non passasse in Tortonese. E esso conte da poi disnar 
a di 8, mando a li nostri Provedadori li dovesseno mandar li stra- 
tioti, perche intendeva Partilaria era rimasta da drio con poche zente 
e mal condizionate, e che sperava de zonzerli in le coaze . . . 4 Unde 
li provedadori subito mando corando a dir a Piero Duodo, pro- 
vedador de stratioti, era alozato un poco discosto dil campo, e li 
comesse 5 montasse a cavallo con tutti li 700 stratioti avea, e an- 
dasse a trovar el conte de Caiazo perseguitava Franzesi. E rispose 
anderia statimf tamen, non fu a ora. E consultato, come ho ditto, 
el Governador e provedador, deliberono de andar con tutto lo 
esercito driedo; ma per quel zorno non poteno, come ho ditto. 
E spazo lettere volando per tutto a Milano al duca, dovesse far 
provisione de mandar zente a Tincontro, a ci6 Franzesi avesseno 
contrasto, tanto che nostri zonzesse; e per tutto el conte de Caiazo 
in Piasentina, mando a notificar a li contadini, el re era rotto, e 
che fuziva, e che li ostassero 7 facendo danni; tamen el campo fran- 
zese fo piu presto nel cavalcar, ca questi in far provision. 8 E 
quella matina el marchese de Mantoa zur6 de far la vendetta de li 
valentuomini li erano stati morti, mcudme dil so Zuan Maria so 

i. Lacuna non colmata. z. che cosa si dovesse fare. 3. coaze: retro- 
guardie. 4. Lacuna non colmata. 5. li comesse: gli diedero Tincarico. 
6. subito . 7. li ostassero: lo ostacolassero. 8. ca questi in far provision: 
che questi a mettere insieme truppe. 



MARIN SANUDO 187 

barba, signer Rodolfo e altri. E a di 9 la matina, el campo nostro 
se levo di Gierola, e ando per quella via seguitando li nimici, 
li quali erano assa lontani, ma speravano si dovesse astallar 1 in 
qualche luogo, e etiam aver contrasto de Milan, che nulla ebbe, 
o vero di le zente paesane; ita che non si presto zonzessero in loco 
sicuro, come fo. 3 E tuttavia el conte de Caiazo li seguitava, e vil- 
lani dava in le coaze e becava qualche cariazo e qualche cavallo; 
e loro dubitando non disordinasse, non fece difesa alcuna; ma 
andavano al so' camino, avendo pero gran custodia a le artilarie, 
in le qual avevano grande speranza. Li feriti veramente nostri, 
zoe el conte Bernardin Fortebrazo fo mandate in Parma e ivi me- 
degato; e cussi li altri; li presoni a Mantoa, e li butini 3 molti fonno 
mandati a Bressa in custodia e in Parma. Ma stratioti, che aveano 
fatto un bel e ricco butino, e come per lettere de Domenego Be- 
nedetto podesta, e capetanio de Crema se intese ivi esser zonto 
100 stratioti, con 80 some de butini fatti, e che ivi ditti stratioti 
stavano a custodirli, i quali doveano atender a seguitar nimici; 
si che, concludendo, in questa battaia stratioti non si porto bene. 
La causa fo, ateseno a robar. E anche scrivero questo: che qual- 
che cariazo fanti aveva vadagnato, che stratioti sopravenendo li 
amazono, e tolse li cariazi, si che di loro assa di nostri fanti fo 
morti, e stratioti comenzd a perder la fama apud Venetos 4 e 
laudando somrnamente la zente d'arme. E questo seguito dil fuzer 
dil re 5 zonse la nova in questa terra a di 10 Luio de matina, zoe 
lettere di 8 di sera de provedadori a ore 24; e cussi poi altre let- 
tere venne de quello succedeva. E chiamato el Consejo dei Pregadi, 
vedendo questo successo, molti sospettava la majesta di re in la 
battaia non fusse sta amazato; e ne era assa ragione da creder si 
per Parme trovate, che dimostra esser quelle dil re, quam per la fuga 
e comunicarse e brusar li soi feriti, perche el bastardo de Borbon di- 
ceva el re era armato in quel squadron, e che el marchese li era 
vicino. Ancora, per lettere di Bologna zonte in questo zorno, che 
notificava di la consolazion avuta el magnifico loanne Bentivoj 
e Bolognesi, e le feste e soni de campane con fuoghl aveano fatto, 
e scrisse la vittoria e assa piu numero de morti de quello se judi- 
cava fusse de Franzesi, e che per quelli venuti de campo regio di- 

i. astallar: fermare. 2. come fo: come invece awenne. 3. 'butini'. bottini. 
4. tra i Veneziani. 5. E questo . . . dil re: questo fatto della fuga, del 
fuggire del re. 



l88 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

cevano che in quella notte che Franzesi fusiteno, 1 se diceva per el 
campo el re era morto, e che non se trovava. E etiam uno di quelli 
de Zuan Jacomo de Traulzi, venuto in questa terra, ando in Col- 
legio del principe, 2 e disse come in campo de Franzesi si mormo- 
rava di la persona dil re, che non fusse sta morto in la battaia. Et e 
da saper che fo messo in Eialto molte scomesse a di il ditto, zoe 
Jeronimo Tiepolo da Londra . . . 3 per conto 4 che el re fin quel 
zorno era sta amazato e non era vivo; e 4 patricii toco ducati 120 
a darli ducati 400 ; 5 e cussi se stava su queste pratiche; tamen el 
re era vivo. Ancora in questi zorni fo messo scomessa e fatto ase- 
gurazion, che le galie de Fiandra, nominate per avanti, non erano 
rotte; e fo dato 6 ducati 50 per 100; e come esso Jeronimo Tiepolo 
diceva, la nova doveva zonzer a di 12 ditto ad ogni modo; tamen non 
vene alcuna nova e piu de galie se intese. Or nel Conseio de 
Pregadi, a di 10 ditto, fo decreto, per ringraziar Dio de tanta vit- 
toria, quanta avia donate a le zente nostre, de far la domenega 
prossima, a di 13 e questo, una solenne procession a torno la piaza 
de San Marco, portando le reliquie de questa terra a torno, con 
tutta la chieresia, 7 frati, scuole 8 etc. per render infinite grazie al 
nostro Signor Iddio; e cussi etiam scrisse per tutte le nostre 
terre de mar e luogi dovesseno far. E de questa parte fo messa, 
have' tutte le balote numero 2o6, 9 niuna de no e niuna non sin- 
cera, e come diro de sotto. Adonca la fo fatta, fo ordinato messe 
per tutte le chiesie de conto Ducal, e una procession de ossequio 
per le anema de quelli erano sta morti in battaia, e precipue il 
ser Redolfo e ser Ranuzo, la cui morte molto dolse. E intendendo 
come si aveano porta stratioti, mand6 la Signoria per el Consejo di 
X a suspender el butino, e scrisseno a Crema dovesse tenir li 
cariazi e mandar li stratioti in campo, perche poi parterebeno 10 el 
tutto; e che la croce, il calice, patena e altri adornamenti di la ca- 
pella dil re, presi per stratioti, dovesseno mandar in questa terra, li 
volevano tenir per memoria, volendo a tutti satisfar quello vale- 
vano. E Piero Duo do dovesse far inquisizione chi avea Feline e la 

i. fusiteno: fuggirono. 2. Collegia del principe: Consiglio dogale. 3. La- 
cuna non colmata. 4. per conto: sul fatto. 5. era sta amazato . . . 400: 
scommettendo che il re fosse morto, puntarono quattrocento ducati con- 
tro centoventi e li perdettero. 6. fo dato: fu scommesso. 7. la chieresia: 
il clero. 8. frati, scuole: corporazioni e confraternite. 9. E de questa . . . 
206: quando questa decisione fu messa ai voti, li ebbe tutti, in numero di 
duecentosei. 10. parterebeno: dividerebbero. 



MARIN SANUDO 189 

spada dil re, che la Signoria voleva ditte cosse. El qual elmeto poi 
fo portato in questa terra a di 22 ditto; era coverto da le bande 
di cape 1 d'oro con smalti suso, de sopra coperto di schiame 2 d'oro 
e de smalti, e una corona d'oro firmata sopra con alcune zoie. 3 
Etiam, la spada era bellissima. E oltra de questo, alcuni zorni da 
poi, per lettere di Andrea Zancani podesta e capetanio de Ravena, 
se intese come era zonto certi fanti a Ravena, erano partiti di cam- 
po e quelli portono li sigilli fo dil re e altro, come scrivero de sotto 
al loco suo, e al tempo fonno portati a Venezia. Ma lasciamo queste 
cosse de campo, e de altro scriviamo. 



i. cape: cappe, termine veneziano che vuol dir conchiglie. 2. schiame: 
squame. 3. zoie: gioie. 



VESPASIANO DA BISTICCI 

VESPASIANO DA BISTICCI nacque nel 1421, e ben presto si distin- 
se e si affermo nella Firenze umanistica come il piu apprezzato e 
intelligente trascrittore di testi antichi e moderni, sacri e profani: 
prova della sua bravura e la rapida solerzia con la quale, in appena 
ventidue mesi, avendo ai suoi ordini quarantacinque amanuensi, 
appresto duecento volumi per la libreria di Cosimo dei Medici. 
Ma, scoperta Farte della stampa, la bottega di lui venne a poco a 
poco perdendo d'importanza, tanto che Vespasiano, nel 1490, si 
ritiro in una sua villa della campagna fiorentina, nella solitudine 
delFAntella, dove mori nel 1498. Nel ritiro delFAntella scrisse 
le vite degli uomini illustri a lui contemporanei, mosso da due mo- 
tivi essenziali, conservare la fama degli uomini singolari da lui co- 
nosciuti, e offrire il materiale per coloro che meglio di lui e in 
lingua latina volessero piu degnamente scriverne. 

Le sue biografie sono fatte di ricordi e di osservazioni, e affidate 
a uno stile popolare e talvolta discontinuo: le illumina un ideale 
di armonia, che si direbbe facile ed eclettico, se non fosse sorretto 
e accompagnato da un costante richiamo al mondo classico. Pur 
essendo cliente mediceo e vissuto alTombra di Cosimo e di Lo- 
renzo, professa una calda arnrnirazione per Palla Strozzi e per la 
sua famiglia, perseguitata dai Medici: il suo senso di umanita 
respinge la durezza di quelle persecuzioni, e il suo culto delle 
persone eccellenti non puo restringersi soltanto ai Medici, ne 
egli puo far a meno di rammaricarsi che Firenze si privi di illustri 
cittadini. 

Con la vita di Niccolo V, Fumanista Tommaso Parentucelli da 
Sarzana, che era stato maestro degli Albizzi e degli Strozzi, presa 
quasi come paradigma di umana perfezione, si apre la serie delle 
biografie, che comprende pontefici, re, cardinali, vescovi e prin- 
cipi, uomini di stato e letterati. 

Vespasiano da Bisticci lascio anche un Libro delle lodi e commen- 
dazioni delle donne, un Lamento d'ltalia per la presa d'Otranto, 
fatta dai Turchi nel 1480, e molte lettere; ma le sue biografie sono 
piu importanti, come documento, e come testimonianza di un 
amore ingenuo e popolare per la civilta delle lettere. 



IQ2 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

Per primo Angelo Maj, nel suo Spicilegium romanum (Roma 1839, i), 
pubblic6 le Vite di Vespasiano da Bisticci : Vitae CIII virorum illustrium 
qui saeculo XV extiterunt, auctore coevo Vespasiano florentino. Prima ne 
erano apparse qua e la soltanto alcune: il Muratori aveva pubblicato nel 
suo xxv volume del Rerum Italicarum Scriptores quelle di Eugenio IV 
e di Niccolo V. L'Ughelli aveva tradotto in latino e inserito nella sua 
Italia Sacra quelle di Antonio degli Agli, di Giulio Cesarini e di Nic- 
co!6 V. Estratti di numerose Vite furono pubblicati dal Mehus nella pre- 
fazione alia Vita di Ambrogio Traversari. L'edizione del Maj fu ripro- 
dotta, con aggiunte, dal Bartoli: VESPASIANO DA BISTICCI, Vite di uomini 
illustri del secolo XV, Firenze 1859, e dal Fanfani, Torino 1862. Nel- 
rArchivio storico italiano, S. L, vol. IV, pp. 303-463, apparvero a 
cura di Francesco del Furia le Vite di Lorenzo Ridolfi, Bernardo Giugni, 
Agnolo Acciaiuoli, Pietro de' Pazzi, Bartolomeo Fotini, Alfonso d'Ara- 
gona, con un proemio a Lorenzo Carducci e con i frammenti di un trat- 
tato storico-morale, notizie di alcune illustri donne del secolo XV, e il 
Lamento d* Italia per la presa d'Otranto. Nel 1910 Luigi Sorrento pubblico 
a Milano il Libro delle lodi delle donne. L'ultima edizione delle Vite, 
sino ad ora non modificata, e quella curata da Ludovico Frati, VESPASIANO 
DA BISTICCI, Vite di uomini illustri del secolo XV, Bologna, Romagnoli- 
Dall'Acqua, I, II, in. Vi si contengono, oltre alle biografie e ai proemi, 
il Libro delle lodi e commendazioni delle donne, il Lamento gia detto e le let- 
tere di Vespasiano o a lui dirette. L'edizione del Frati e stata riprodotta 
in quella pubblicata da Giovanni Papini nel 1900, presso la Casa Carabba 
di Lanciano, e in quella curata da P. D'Ancona ed Erhard Aeschlimann 
presso Hoepli nel 1945. Noi riproduciamo questo testo, riveduto pero 
da RafTaele Spongano sul manoscritto bolognese (Bibl. Un. 1452), che 
e il piu corretto, trascritto per lui dal dottor Giorgio Pullini, il quale pre- 
para una nuova edizione delle Vite. E le differenze in meglio dal testo del 
Frati sono veramente molte. 

Pio RAJNA, Vespasiano da Bisticci, in Rivista Bolognese , 11, 1878, 
p. 58; LUDOVICO FRATI, Per una nuova edizione delle Vite di Vespasiano 
da Bisticci, in Archivio muratoriano , 19-20, e recensioni di VITTORIO 
Rossi all'edizione del Frati, in Giorn. stor. d. lett. it , 20, p. 263 e 24 p. 267 ; 
V. FANELLI, / libri di messer Palla di Nofri Strozzi, in Convivium, N. S. 
1949, i, pp. 57-63; GIULIO CAPRIN, Vespasiano da Bisticci, in II Quattro- 
cento, Firenze, Sansoni, 1954, pp. i39~SS. 



DALLE VITE 
Proemio alle Vite di messer Palla, Matteo e Mar cello 

.La romana republica crebbe in grandissimo istato; e acquistorono 

10 'rnperio del mondo mentre lo governorono que' primi fondatori, 
i quali per propria virtu la ressono, volendo che quella ottenesse 

11 primo luogo, avendo per loro primo fondamento la giustizia; 2 
e come il corpo non puo vivere sanza Fanima, cosi la republica 
non si puo conservare sanza la giustizia. Vollono, questi primi di 
questa republica, essere ricchi d'onore e di gloria e poveri di roba, 
mettendo quella innanzi a ogni cosa; e questo lo mostra il primo 
e secundo Bruto liberatori di Roma, Scevola, Marco Furio Camillo, 
e Curii, e Fabii, e Pauli, e Marcelli, e Torquati e gli Scipioni, 
che feciono opere sublime e gloriose per la patria. Mentre che i 
Romani istettono in questa osservanza della giustizia, sempre creb- 
be lo 'mperio: venne di poi la guerra tra i Romani e' Cartaginesi; 
e seguitonne la pace. Sendo i Cartaginesi potentissimi, [per] il ti- 
more ebbono i Romani che la pace non durasse, e che i Cartaginesi 
non la rompessino, si conservorono in grande integrita. II dubbio 
della awersa fortuna gli tenne che non si mutorono; perche piii 
si teme quella che ti minaccia, che quella ti lusinga. E pero fu 
savio il consiglio di Scipione Africano, che consigliava che, avendo 
i Romani auto Cartagine, non si disfacesse, accio che la prosperita 
della fortuna no gli mutasse, avendo questo stimulo del continovo 
innanzi agli occhi. E fu degnissimo il suo consiglio ; e beata quella 
republica, se Favesse preso. I Romani, presa ebbono 3 Cartagine, 
e disfattala per consiglio di Catone e 4 altri che non conobbono bene 
il fine conobbe Scipione, per quello si vidde quello ne seguito. 5 
Cominciorono subito, dopo questo, le guerre civili, e vennono al 
sangue e ammazzorono i Gracchi co' loro seguaci. Venuta questa 
discordia civile, ne nacque Favarizia e Fambizione e gli altri vizii 

i. Dedicate a un figlio di Matteo Strozzi e di Alessandra Macinghi; 
probabilmente Marco, Vicario generale di Volterra nel 1487 e canonico a 
Firenze nel 1489, morto il 1536. 2. Sed ubi labore atque iustitia respu- 
blica crevit. Ma quando la repubblica crebbe sul fondamento del la- 
voro e della giustizia. Vespasiano segue, in certi punti anche alia lettera, 
il proemio della Catilinaria di Sallustio, dal cap. vi al xin, 3. presa eb- 
bono: poiche ebbero presa. 4. e: e di. 5. per quello . . . ne seguitd: stando 
a quello che ne segui. 



194 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

nascono dalla prosperita; e per questo, di bellissima e nobilissima 
citta, divento scelestissima. Venuto questo, i consuli, ch'erono i 
primi del governo, diventorono scelleratissimi, e corsono a' vizii 
come un torrente. Corrotti i consoli e' magistral!, come capi della 
republica, gli seguitorono i membri, che furono i cittadini; dopo 
i primi e piu antichi, per lo cattivo essempro, gli seguito la gio- 
ventu, e corruppesi tutta quella citta. Vedesi che tutti questi mali 
a quella republica vennono per la troppa prosperita. Per che, ve- 
nuta fu qui 1 la republica romana, ne nacque un altro male piu 
pessimo di tutti, e questo fu che la giustizia in tutto cadde per 
terra, e cominciossi a venire alia ingiustizia, donde nacque Mario 
e Silla, e seguitollo Julio Cesare, disprezzando le leggi e la giu- 
stizia colFarme bagnate di sangue di loro cittadini; e con questo 
mezzo sottomessono la citta di Roma. Cosi fece Atene, capo della 
Grecia, che per la loro 2 ingiustizia venne in mano di trenta tiranni ; 
e di qui ebbe origine la sua finale distruzione. E pero, dice santo 
Agostino nel libro Delia citta di Dio, 3 che come 4 i regni, gli im- 
peri e le republiche vengono alle discordie, conviene venga la 
fine loro ; che, non potendo istare per loro medesimi, e necessario 
che quegli che hanno a governare sieno uniti al bene universale, e 
non si discordino di nulla; facendo la similitudine agli organi e 
agli altri istrumenti, che, com'egli si discordano, gli orecchi no gli 
possono sopportare d'udire, perche si guasta quello che i musici 
chiamano armonia, ch'e quella unione del concento delle voci. 
Questo medesimo interviene nel governo delle citta, quando i 
cittadini non sono uniti al bene universale. E per questo si cono- 
sce, che ogni volta mancano i singulari uomini o ne' regni o negli 
'mperi o nelle republiche, che insieme con loro manchino. 5 E non 
solo si vede le cose grande mancate per questo respetto, ma le 
cose minime: e di qui nasce che singulari uomini meritoro essere 
istimati e annotati, 6 conoscendo tanto bene proceder da loro, per- 
che si conosce che, mancati i singulari uomini e a Roma e in 
Grecia, manco e la romana republica e quella de* Greci. E per 
questo si vede quanto la citta di Firenze abbia ampliato il suo im- 
perio per i singulari uomini avuti in ogni ispecie di virtu come si 

i. Per che, venuta fu qui: poiche" giunse a questo punto. 2. la loro: degli 
Ateniesi. 3. Agostino, De civ. Dei, n, 21. 4. come: non appena. 5.2/2- 
sieme . . . manchino \ insieme con loro, anche gli Stati vengono a cadere. 
6. annotati'. ricordati con scritti. 



VESPASIANO DA BISTICCI 195 

vede; e massime nel governo de si degna citta, che si conosce die 
d'uno piccolo Fhanno fatto grande e molto istimato e riputato: e 
di questo n'hanno fatto pruova, perche si vede che in uno mede- 
simo tempo ebbono a fare con uno potentissimo prencipe 1 e colla 
signoria di Vinegia; e delPuno e delPaltro 2 ebbono grandissimo 
onore, e di tutte Paltre cose hanno auto fare "in fino al presente di. 
E se i singulari uomini ha auti la citta di Firenze fussino istati 
mandati alia memoria delle lettere, come non sono, sarebbono 
1'opere loro assai simili a quelle degli antichi Romani. Di questi 
uomini singulari ho trovato la casa vostra degli Strozzi non essere 
inferiore a ignuna delFaltre, per i singulari uomini ha avuti, e 
massime nel governo della republica; i quali per le loro virtu 
Fhanno, e col senno e colla propria persona, difesa, e sono suti 
cagione della sua conservazione. E per questo m'e paruto man- 
dare questi della casa vostra a memoria delle lettere, perche la 
fama di si singulari uomini non perisca, com'hanno fatto infiniti 
degli altri. Messer Palla di Noferi degli Strozzi sara uno de j primi 
della casa vostra, il quale fu si degno cittadino in ogni ispecie di 
virtu, come nella sua vita si dira, che, non solo sarebbe ornamento 
alia casa vostra, ma a ogni degnissima citta; ne sarebbe inferiore 3 
ebbe la romana republica. Aggiugnesi alia vita sua quella di messer 
Marcello degli Strozzi, prestantissimo cittadino e nella citta e fuori 
della citta : aggiugnesi a questi dua la vita di Matteo vostro padre, 
nel quale furono molte singulari virtu ; e il simile di Benedetto de- 
gli Strozzi, 4 il quale merita d' essere messo nel numero di questi 
altri singulari uomini ha avuti la casa vostra. Le quali vite, aven- 
dole finite in questa solitudine, m'e paruto mandarle a voi, cono- 
scendo voi essere de' primi della casa vostra per le vostre virtu, 
sendovi col senno e colla prudenza governato, come avete fatto in 
fino al presente di, e colPonore e colla roba 5 avete rinnovato quello 
hanno fatto i vostri passati. 6 Pigliate adunche 7 queste mia fati- 
che con lieto animo da Vespasiano, che in altro non puo mo- 
strare la fe sua in verso di voi che in questo : e sT conoscero che 
queste vite vi soddisfaccino, vi mandero dell'altre, conoscendo 

i. potentissimo prencipe: il duca di Milano. 2. e deWuno e delV altro: del- 
Favere avuto a che fare con 1'uno e con Faltra. 3. inferiore: inferiore a 
quanti. 4. Aggiugnesi . . . Strozzi: Vespasiano scrisse la Vita di Marcello, 
di Matteo e di Benedetto Strozzi. Quest'ultima biografia and6 smarrita. 
5. colla roba: con la ricchezza che. 6. quello . . . passati: che i vostri mag- 
giori hanno fatto. 7. adunche: dunque. 



196 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

che in questa vita non si puo fare cosa ignuna phi grata, che 
fare gli uomini immortali colla memoria delle letter e. 

Palla di Noferi Strozzi. 

I. Messer Palla di Noferi degli Strozzi, famiglia nobilissima per 
molti singulari uomini ha avuti, e per messer Palla che la nobilito 
per le sua singulari virtu, fu dottissimo in greco e in latino, alle 
iscienze si dette con grande assiduita. Fu molto affezionato alle 
lettere, e molto Fonoro, e messele innanzi, quanto uomo che avessi 
mai la citta di Firenze. 

Essendo in Firenze bonissima notizia delle lettere latine, ma 
non delle greche, ditermino che Tavessi ancora delle greche; e 
per questo fece ogni cosa che pote, che 1 Manuello Grisolora, 2 
greco, passassi in Italia, pagando buona parte della ispesa. Ve- 
nuto Manuello in Italia, nel modo detto, col favore di messer Palla, 
mancavano i libri ; che sanza i libri non si poteva fare nulla. Messer 
Palla mando in Grecia per infiniti volumi, di libri, tutti alle sua 
ispese: la Cosmografia colla pittura 3 fece venire infmo da Costan- 
tinopoli; le Vite del Plutarco, 1'opere di Platone, e infiniti libri degli 
altri. La Politico. d'Aristotile non era in Italia, se messer Palla no 
Pavessi fatta venire lui di Gostantinopoli ; e quando messer Lio- 
nardo 4 tradusse la Politica, ebbe la copia di messer Palla. Fu ca- 
gione messer Palla, per avere fatto venire Manuello in Italia, 
che messer Lionardo imparassi le lettere greche da Manuello; 
Guerino Veronese, frate Ambrogio degli Agnoli, Antonio Corbi- 
negli, Roberto de* Rossi, messer Lionardo Giustini, messer Fran- 
cesco Barbero, Piero Pagolo Vergerio e ser Filippo di ser Ugolino, 5 

i. che: affinche. 2. Manuello Grisolora: nato a Costantinopoli nel 1350, 
fu, dal 1396, lettore di greco nello Studio di Firenze. Fu divulgatore della 
letteratura e della lingua greca, di cui compi!6 una grarnmatica. Mori a 
Costanza nel 1415, durante il Concilio. 3. la Cosmografia colla pittura: 
e la grande opera geografica di Tolomeo, nell'edizione accompagnata dalle 
carte. 4. messer Lionardo: Leonardo Bruni di Arezzo, detto anche Leo- 
nardo Aretino, nato nel 1374, segretario della Curia romana dal 1405 al 
1415, e cancelliere, dal 1417, della Repubblica di Firenze. Mori nel 1444. 
Umanista, tradusse dal greco in latino Platone e Aristotele, scrisse epi- 
stole e trattati, e una Historia florentina. 5. Guerino . . . Ugolino. Gua- 
rino Guarini, nato a Verona nel 1374, umanista, grecista, maestro di 
greco a Lionello d'Este a Ferrara, dove mori nel 1460. Ambrogio Tra- 
versari, camaldolese, del convento di Santa Maria degli Angeli, nato a 
Portico di Romagna nel 1386, morto a Firenze nel 1439. Pio umanista, 
tradusse dal greco opere di devozione dei Padri della Chiesa. Antonio 



VESPASIANO DA BISTICCI 197 

che fu dotto non solo nella lingua latina, ma anche greca fu dot- 
tissimo, e fu discepolo di Manuello; e fu in quello tempo riputato 
il piu dotto uomo avessino i Latini, per essere suto diligentissimo 
in ogni cosa. Nicolao Nicoli 1 fu suo discepolo e massime nello 
istudio delle lettere greche. Fu tanto il frutto che seguito della 
venuta di Manuello, che infino al presente di si colgono de' sua 
frutti; della quale venuta fu cagione messer Palla; il quale merito 
grandissime lode e commendazioni di tutte Fopere sua, per la ge- 
nerosita dell'animo suo. 

n. Diceva messer Lionardo d'Arezzo, in loda di messer Palla, che 
il piu felice uomo che avessi la sua eta era messer Palla, di tutte 
le parti che si richieggono alPumana felicita, cosi delle dote dell'a- 
nimo come quelle del corpo; dottissimo in tutta dua le lingue, la- 
tina e greca, e di maraviglioso ingegno; bellissimo del corpo di 
tutte le parte, che chi no 1'avessi conosciuto altrimenti, solo nel- 
Faspetto arebbe giudicato che fussi messer Palla. Aveva la piu 
bella e la piu degna famiglia che fussi in Firenze, cosi i maschi co- 
me le femine: i maschi litteratissimi e di degnissimi costumi: le fe- 
mine, allevate sotto la disciplina di madonna Marietta, 2 donna 
singularissima de' sua tempi, maritolle a' primi della citta, che 
furono: Neri di messer Donate Acciaiuoli n'ebbe una; Fran- 
cesco Soderini Faltra; Giovanni di Pagolo Rucellai Faltra; To- 
maso Sacchetti un'altra. 3 Tutti quattro erano di degnissima istirpe, 

Corbinelli, fiorentino, nato nel 1425, raccolse codici classici e am6 le 
lettere. Roberto de 3 Rossi, discepolo del Crisolora, tradusse dal greco in 
latino Aristotele e Platone; appare come interlocutore nei dialoghi Ad 
Petrum Histrum, di Leonardo Bruni. Leonardo Giustini, cioe Giustiniani, 
patrizio veneziano, fu allievo del Guarini e traduttore dal greco. La sua 
fama e affidata soprattutto alia composizione di canzonette e strambotti per 
musica. Nato nel 1388, mori nel 1446. Francesco Barbaro, patrizio vene- 
ziano, uomo politico e umanista, autore di un De re uxoria, nato nel 1395, 
mori nel 1454. Pietro Paolo Vergerio, nacque a Capodistria nel 1370, e 
mori a Budapest nel 1444: umanista, scrisse un trattato pedagogico: De 
ingenuis moribus et liber alibus studiis. Filippo di ser Ugolino Pieruzzi, fu 
notaio della Riformagione. Amante della cultura, conobbe il greco e le 
lettere sacre. Vespasiano da Bisticci gli dedic6 una Vita. i. Nicolao Ni- 
coli: Niccol6 Niccoli, raccoglitore di libri, apostolo della cultura, frequento 
le conversazioni di Luigi Marsili. Nato il 1364 a Firenze, vi mori il 1437. 
Vespasiano ne scrisse la Vita. 2. madonna Marietta: sua moglie. 3. Ne- 
ri... un'altra. Neri . . . Acciaiuoli } figlio di quel Donato, uomo politico e 
amante delle lettere, cui Vespasiano dedic6 una Vita, aveva sposato Lena. 
Francesco Soderini, che nel 1433 era stato a Mantova ambasciatore insie- 
me con Lorenzo Strozzi, Margherita. Giovanni di Paolo Rucellai, lacopa, 
e Tomaso Sacchetti, Tancia. 



198 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

e de' primi della citta e ricchi. Quegli 1 che restorono furono orna- 
mento della citta, e sono. Dei beni esterni, egli n'ebbe bonissima 
copia, conveniente allo stato suo. Fu accettissimo alia patria, e 
da quella ebbe tutte le degnita che si danno a uno cittadino, e 
nella citta e fuori della citta. Per ambasciadore and6 in tutte le 
degne legazioni si possono andare; 2 e di 3 tutte arrec6 grandissimo 
onore alia sua patria, Aggiunse a tutte queste singulari dote Tone- 
sta; 4 che, venendo primo ajla persona sua, egli fu il piu costumato 
e il piu onesto cittadino che avessi la citta; e il simile voile che 
fussino tutti i sua figliuoli; e a fine che a* figliuoli non mancassi 
parte ignuna degna, tenne loro uno precettore, che si chiam6 
messer Giovanni da Imola, 5 uomo dottissimo, con bonissimo 
salario. Quando questi sua figliuoli andavano per la citta, non bi- 
sognava dire 6 di chi eglino fussino figliuoli; ch'era tanto il loro 
degno aspetto, che da ognuno erano conosciuti. Avendosi a rifor- 
mare lo Studio a Firenze, e conoscendo quanto messer Palla fussi 
affezionato alle lettere, fu fatto degli ufficiali dello Istudio. 7 Or- 
din6 messer Palla de* piu degni Istudi fussino istati, gia i lunghissi- 
mo tempo, a Firenze, in ogni faculta; e per la fama di tanti singu- 
lari uomini venne in Firenze grandissimo numero di scolari, 
d'ogni parte del mondo. Era la citta di Firenze in quello tempo, 
del ventidua al trentatre*, in felicissimo istato, copiosissima d'uo- 
mini singulari in ogni faculta; e era piena de singularissimi citta- 
dini; che ognuno s'ingegnava nelle virtu avanzare 1'uno 1'altro, 
e per tutto il mondo era la sua fama del suo degno governo, e non 
era persona che no ne tremassi della potenza loro, per i loro lauda- 
bili governi. 

in. Aveva messer Palla sempre tenuto in casa sua, come innanzi 
& detto, per insegnare i figliuoli, i piu dotti uomini d'ltalia e i piu 
stimati; e non solo istimava le lettere, di farle imparare a* figliuoli, 
ma i costumi innanzi a ogni cosa. Oltre a messer Giovanni da Imo- 
la, del quale abbiamo fatto menzione inanzi, egli tenne maestro 



i. Quegli: degli Strozzi. z. si possono andare: dove sipuo andare. 3. di: 
da. 4. I'onestd: Tonorevolezza, il decoro, la dignita. 5. Giovanni da 
Imola: Giovanni Lamola, umanista, nato nel 1407, morto nel 1449, tra- 
scorse la sua breve vita viaggiando nell* Italia centrale e settentrionale : 
insegno a Bologna. 6. non bisognava dire: non c'era bisogno di dire. 
7. ufficiali dello Istudio: incaricati di prowedere allo Studio, ciofc airUni- 
versita di Firenze. 



VESPASIANO DA BISTICCI 199 

Tommaso da Serezana 1 che fu di poi papa Nicola, che fu il primo 
tenessi in casa con grandissimo salario; perche, sendo a studiare a 
Bologna, come nella sua vita e detto, e non avendo danari da potere 
seguitare negli sui istudi, sendo morto il padre, venne a Firenze, 
ch'era madre degli istudi, e istette in casa dua 2 cittadini in Fi- 
renze dua anni, con bonissimo salario; che Funo fu messer Ri- 
naldo degli Albizi, Faltro messer Palla di Noferi degli Strozzi. E 
in dua anni ch'egli stette, Funo co j messer Rinaldo e Faltro cum 
messer Palla, guadagno tanto, che si ritorno a Bologna a' sua istudi; 
e di poi nel suo ponteficato non fu ingrato ne inverso messer 
Palla, ne messer Rinaldo. Non potendo dimostrarlo a loro, lo di- 
mostro a' figliuoli. Maso di messer Rinaldo, sendo ribello della 
sua citta, non per i sua mancamenti, papa Nicola gli dette uno 
bonissimo ufficio, dove poteva onorevolemente passare la vita sua. 
E messer Carlo, figliuolo di messer Palla, andato a Roma lo fece 
suo cubiculario 3 segreto; e era in tanta grazia della sua Santita 
e di tutta la corte di Roma, che non passava Fanno che Farebbe 
fatto cardinale, per le sua virtu. Cosi era publica fama, in quello 
tempo, in tutta la corte di Roma. Fu di qualita questo giovane, che 
fu, non solo ornamento alia casa sua ma a tutta la nazione fioren- 
tina; perche aveva fatto uno abito di virtu, quale debbono fare 
quegli che vengono a quella degnita; che pochi sono che venghino 
al grado 4 venne lui. 

iv. Ritornando a messer Palla, egli fu modestissimo cittadino, e 
nel suo conversare nella citta, e in quello ebbe a fare nel reggi- 
mento ; e attese fuggire la invidia quanto egli pote sapiendo quanto 
ella era perniziosa in una citta, e massime quanto seguitava gli 
uomini della qualita era messer Palla. Fuggiva assai Fandare in 
publico; in Piazza non andava mai, se non era mandato per lui, 5 
ne in Marcato Nuovo. NelFandare in Piazza, per fuggire la in- 
vidia, se ne veniva da Santa Trinita, e volgeva dal Borgo Santo 
Apostolo, e veniva in Piazza; e giunto, non vi si fermava, ma su- 
bito entrava in Palagio. II tempo lo stimava assai; e non andava 
vagando su per le piazze, ma, subito giunto a casa, attendeva a 

i . Tommaso da Serezana : Tommaso Parentucelli da Sarzana, dotto e dili- 
gente cultore e protettore degli studi, vissuto a Firenze come familiare del 
cardinale bolognese Niccol6 Albergati, divent6 papa col nome di Nicco- 
16 V: arricchi della nuova cultura umanistica la Biblioteca Vaticana. 2. in 
casa dua: in casa di due. 3. cubiculario: cameriere. 4. al grado: al grado 
al quale. 5 . se non . . . per lui : se non era mandato a cercare. 



200 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

studiare o in greco o in latino, e mai non perdeva tempo. Fu 
messer Palla adoperato in tutte le degnita della citta, come e detto, 
e fuori della citta e nella citta. Sendo affezionatissimo alle lettere, 
sempre tenne iscrittori 1 in casa e fuori di casa, de' piu begli che 
fussino in Firenze, cosi in latino, come in greco; e quanti libri 
poteva avere, tutti gli comperava in ogni faculta con intenzione 
di fare una degnissima libreria 2 in Santa Trinita, e murarvi 3 uno 
bellissimo sito; e voleva che ella fussi publica, che ognuno ne po- 
tessi avere comodita, e facevala in Santa Trinita, perche e nel mezzo 
di Firenze, luogo molto accomodato a ognuno ; e in questa libreria 
sarebbono istati libri d'ogni faculta, cosi sacri come gentili, 4 e non 
solo in latino, ma in greco. Vennono i casi sua, e non pote segui- 
tare quello aveva disegnato. 

v. Istando messer Palla in Firenze con laudabili condizioni, e 
avendo, come e detto, una degnissima famiglia, fra' quali ve 
n'era uno 5 che si chiamava Bartolomeo, il piu gentile giovane che 
avessi la citta, e il piu amato universalmente da tutta la citta; 
e il padre Tamava sopra tutti i figliuoli che aveva, per infinite 
laudabili condizioni ch'erano in lui, bellissimo del corpo sopra 
tutti quegli di quella eta, avendo tenuti messer Palla precettori a 
questi sua figliuoli, Bartolomeo era dottissimo e volto alle lettere 
e ornatissimo di costumi; intervenne che, sendo molto giovane, 
ammalo di febre. Fecesi ogni cosa per messer Palla, sendo amma- 
lato, per salvargli la vita; e non si pote. Piacque a Dio di chiamarlo 
a se: la quale morte dolse universalmente a tutta la citta, per la 
singulare affezione che gli era portata. Ora pensi ognuno quanto 
fussi grande il dolore di messer Palla, si per essergli figliuolo, e 
per amarlo tanto quanto Pamava, di natura che non era ignuno 
in Firenze che istimassi, che, per uno caso awerso, messer Palla 
n'avessi mai ignuno lo stimassi tanto, quanto la morte di questo 
suo figliuolo. 6 Ora messer Palla, come savio veduto questo acerbo 
caso, bisognava fare forza alia natura, e dimonstrare d'essere 
quello in fatto ch'era stato; e era 1'openione di tutti che in caso 
ignuno lo poteva piu dimonstrare che nella morte del figliuolo; 
ch'era una delle grandi passioni, che Iddio potessi dare agli uo- 

i. iscrittori: amanuensi. 2. libreria: biblioteca. 3. murarvi: edificarvi. 
4. gentili: pagani. 5. uno: un figlio. 6. che non . . .figliuolo: a Firenze 
tutti stimavano che messer Palla non avrebbe stimato nessun caso tanto 
awerso quanto la morte di quel suo figliuolo. 



VESPASIANO DA BISTICCI 2OI 

mini in questa presente vita; e massime sendo della eta e della 
discrezione e della bonta ch'era Bartolomeo. Ora, avendosi messer 
Palla assai rivolto per 1'animo questo doiore, e, come uomo, sen- 
dogli doluto assai, fece fermo pensiero per porre 1'animo in pace, 
veduto che non v'era rimedio, e che cosi era piaciuto a Dio, a 
qualche buono fine. Fece fermo proposito di non se ne dolere 
piu, e dire a tutti quegli che lo veniano a consolare, come egli ave- 
va gia preso partito 1 di Bartolomeo, e che fussino contenti di non 
ne ragionare; e venuta tutta la citta in questo si acerbo caso a visi- 
tarlo, e massime i principali, si per Pamore che gli era portato da 
tutta la citta, il simile per quello era portato al giovane, e per lo 
grande parentado aveva in Firenze; ora, a tutti quegli che lo veni- 
vano a visitare, come eglino giugnevano, per dolersi co lui della 
morte di Bartolomeo, e egli diceva : Di Bartolomeo non bi- 
sogna ragionare, avendo io gia preso partito; bisogna quello ch'e 
piaciuto alFonnipotente Iddio, piaccia ancora a me. E non fa- 
ceva segno ignuno di dolersene; e dimonstro in questo caso la 
grandezza delPanimo suo, cosi come aveva fatto negli altri casi 
awersi. 

vi. Aveva messer Palla una insopportabile gravezza; 2 la quale era 
tanto grande che non gli bastavano le sue entrate, che bisognava 
ch'egli pigliassi danari in prestanza da piu cittadini. Ebbe sette- 
cento fiorini di gravezza; e pagavasene tre il mese, e non bastavano. 
Fece come fanno i buoni cittadini, i quali amano le loro citta; 
ch'egli aiuto la sua citta col senno; andando fuori per ambasciadore 
piu volte per potere sopperire alle sua gravezze. Egli aveva tenuta 
grande amicizia con Giovanni de' Medici; e massime quando 
ando imbasciadore co lui a Vinegia; e questa medesima amicizia 
aveva tenuta con Cosimo, suo figliuolo. Avendosi a fuggire la mor- 
talita 3 a Lucca, nel venti, messer Palla e Cosimo la fuggirono in- 
sieme; e molto domesticamente conversava co lui. Ora Cosimo gli 
aveva piu volte detto, che ogni volta che gli bisognassino danari, 
che aveva ordinato al banco gli fussi pagata quella sornma che vo- 
leva. Messer Palla aveva ordinato al banco 4 che, bisognando loro 
danari, gli facessino pagare a* Medici, e ch' eglino gli pagarebboro 
infino a quella somma volessino. Ora, avendo questi sua presi da' 

i . aveva . . . partito : aveva preso una ferma decisione, cioe quella di rasse- 
gnarsi. 2. gravezza : tassa. 3. mortalitd : pestilenza. 4. al banco : agli ad- 
detti al proprio banco, ai quali si riferisce mentalmente il seguente loro. 



202 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

Medici fiorini venti mila, e avendone presi da altri, si vedeva che 
egli si consumava tra in su quello pagava, e in su gli interessi; e 
per questa cagione ditermin6 di pagare ognuno, e levarsi degli 
interessi. 1 Era in Firenze uno amico di messer Palla e di Cosimo, 
che aveva nome Piero Bonciani, il quale, avendogli conferito mes- 
ser Palla questo sua pensiero, di non volere acattare piu danari da 
persona, e pagare chi aveva avere da lui, dubit6 Piero Bonciani 
che non vi fussi da pagare ognuno: in luogo gli pareva che fussi 

10 stato suoP Messer Palla disse a Piero, che dicessi a Cosimo, che 

11 seguente di fussi allo spedale di Lemmo, 3 dove sarebbe messer 
Palla co' libri dello istato suo, 4 per soddisfare a chi aveva avere 
da lui. And6 Piero Bonciani una sera, e disselo a Cosimo, credendo 
dire il vero, ch'egli perderebbe buona parte di quello gli aveva 
prestato. Cosimo, che sapeva lo stato di messer Palla, cominci6 a 
ridere, e dissegli: lo non aro meno uno soldo ch'io m'abbia ave- 
re. II seguente fu dov'egli gli disse; e veduto lo stato di messer 
Palla, fatto il dovere a ognuno, restava in buona condizione. 
Veduto che 1'ebbe, gli disse messer Palla a Cosimo: lo ti sono 
debitore di venti mila fiorini; io voglio che tu dica a' tua, che a* 
mia non paghino piu nulla; e di venti mila fiorini che tu hai avere 
da me, io ti voglio pagare; e' ci sono le possessioni da Empoli e da 
Prato ; pigliane tanto che tu sia pagato. E cosi fece ; prese delle 
sua possessioni da Prato e da Empoli e altre cose, tanto che si pag6, 
tra quelle e altro, di tutto quello aveva avere. E cosi fece a tutti 
quegli che egli aveva a dare. Aveva avere Agnolo di Filippo Pan- 
dolfini 5 certi danari, che gli aveva prestati come buono parente; 
il simile gliene dette certe possessioni a Empoli, che ancora oggi so- 
no de' figliuoli di messer Carlo. 6 Fatto questo, messer Palla, di 
pagare chi aveva avere da lui, attese a non fare piu debito con 
persona, e valersi del suo. Era una cosa infinita i danari che pagava 
in Comune, per la insopportabile gravezza ch'egli ebbe sempre. 
vii. Istando messer Palla a questo modo, e attendendo agli studi 

i. levarsi degli interessi'. liberarsi dal pagare gli interessi. 2. in luogo . . . 
lo stato suo!: tali gli parevano le sue condizioni finanziarie. 3. allo spe- 
dale di Lemmo: a Firenze, nell'Ospedale di Lemmo, intitolato a san Giro- 
lamo. 4. co 3 libri... suo: coi registri del suo bilancio. 5. Agnolo di 
Filippo Pandolfini: uomo politico e ricco mercante fiorentino: gli fu a torto 
attribuita la paternM del Libro della famiglia, di Leon Battista Alberti. 
Nato nel 1360, mori nel 1446. Vespasiano gli dedicd una Vita. 6. Carlo: 
figlio di Agnolo Pandolfini. 



VESPASIANO DA BISTICCI 203 

sua, e a consigliare la sua republica, quando era richiesto, e andare 
ambasciadore, e essere de' Died della Balia quando iscadeva che 
la citta n'avessi bisogno; sendo istata la citta di Firenze lungo 
tempo in pace, e sendo ricca e piena d'ozio, non potevano istare 
a' termini loro; 1 vollono fare la 'mpresa di Lucca; donde ne nacque 
grandissima discordia nella citta; che i piu savi e megliori non 
volevano la 'mpresa di Lucca si facessi: che fu messer Palla e 
Cosimo de' Medici e Agnolo di Filippo e molti altri cittadini, che 
istimavano il buono istato della citta. Quegli che la volevano fare, 
n'era capo messer Rinaldo degli Albizi, e tutti quegli della parte 
sua; dal quale volere e non volere che si facessi questa impresa, 2 
ne nacque che la terra se ne divjse; e, come dice messer Lionardo 
d'Arezzo nella Istoria, la guerra di Lucca fu il prindpio di tutte 
le discordie civile, e donde e nato tutto il male il quale ha avuto 
la citta di Firenze; e fu vera la sentenza di Nicolo da Uzano, 3 che 
diceva, che il primo che facessi parlamento, 4 farebbe la fossa in 
che egli si sotterrerebbe ; e per questo, sendo potente nella citta, 
mentre che fu vivo, mai non voile che si facessi mutazione, cono- 
scendo il male che ne seguitava. 

vin. Dopo questo disordine, morto Nicolo, si fece il parlamento 
del trentatre; e messer Palla fece tutto quello bene che pote, che il 
parlamento non si facessi, conoscendo il male che ne seguitava; 
ma non fu bastante a retenere tanto impeto, quanto era in molti 
furiosi cittadini e inconsiderati; che non si sendo mai piu fatto 
parlamento a Firenze, eglino furono i primi autori; e non si pote 
ostare alle loro disordinate voglie. Veduto messer Palla alia via 
ch'egli andavano, e il seguito ch'egli avevano a fare male, non 
potendo fare bene, non si voile trovare a fare male: lascio correre 
la furia degli autori di tanto male non si conoscendo essere bastato 
a potere owiare a tanto male; che Farebbe fatto, sendo alieno da 
ogni discordia civile, com' era, sendo potenti come erano, non 

i. istare a' termini loro: star tranquilli. 2. questa impresa: P impresa di 
Lucca ; la decisione di combattere contro la signoria di Paolo Guinigi, reo 
di aver parteggiato per il duca di Milano, fu presa il 15 dicembre del 
1429, e la guerra dur6 sino al 1433. 3. Nicolo da Uzano: uomo politico, 
uno tra i piu rispettati capi delle grandi famiglie della oligarchia borghese 
antimedicea, fu Gonfaloniere e Priore. Nato nel 1359, mori nel 1431: 
Donatello lo ritrasse in un busto. 4. parlamento : era la riunione di tutto 
il popolo, al suono delle campane, sotto la loggia dei Signori: assemblea 
fatta piu per far accettare e convalidare deliberation! straordinarie, che 
non per far ascoltare la volonta del popolo. 



204 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

sendo chi gli bastasse la vista a dire loro nulla. E per questo fe~ 
ciono il parlamento del trentatre, e confinorono Cosimo de' Medici, 
prestantissimo cittadino; e arebbono fatto peggio, se non fussino 
che si missono di mezzo a fine che tanto male non seguitasse. 
Non arebbe mai messer Palla acconsentito 1'essilio di Cosimo, 
s'egli 1'avessi saputo, e s'egli avessi avuta tanta autorita appresso 
quegli cittadini, che ne furono autori, quant' egli non aveva, sendo 
in tutto contrari alia natura sua. Aggiugnevasi a tutte queste cose 
ramicizia ch'egli aveva tenuta co Giovanni de' Medici e con Co- 
simo suo figliuolo; ch'egli aveva sempre tenuto per singulare amico, 
e da lui era servito ne j sua bisogni, come innanzi e detto. Sendo 
suto cacciato Cosimo e altri cittadini in questa mutazione, la citta 
rimase per questa mutazione quasi ismarrita; in modo che, avendo 
quegli del trentatre serrate le borse, e levata la Balia, 1 gli amici 
di Cosimo istavano del continovo a vedere che fussi fatto qualche 
priorato a loro modo, per rivocare Cosimo dallo essilio. 
ix. Questi del trentatr6 s'erano assai aonestati nello squittino, di 
non torre lo stato 3 a chi lo meritava. Venuto nel trentaquattro, 
che pareva agli amici di Cosimo fussi il tempo di rivocarlo, ordino- 
rono 3 co 9 Signori, de' quali parve loro potersi fidare, di fare la mu- 
tazione dello Istato in fine delPanno, per fare parlamento. In- 
tesolo i capi principali del trentatre, subito presono 1'arme, e fe- 
cionla pigliare a' loro amici ; e vennonsene in piazza con uno gran- 
dissimo numero di cittadini ; e avevano presa 1'arrne. Messer Palla, 
veduti questi cittadini avere presa 1'arme, si stette in casa, come 
uomo di pace e di mezzo; 4 e dubitando che la citta non facessi 
qualche novita, o di saccomanno o d'altro, fece venire in casa sua, 
per sua sicurta, parecchi centinaia di fanti che gli guardassino 
la casa sua. Istando a questo modo, e avendo preso, come e 
detto, messer Rinaldo e la parte sua, 1'arme, mandorono a richie- 
dere messer Palla che uscissi fuori, colla gente che aveva; perch6 
conoscevano che, uscendo fuori messer Palla, era loro grandissimo 
favore, e pareva loro avere il partito vinto per ogni rispetto ; e per 
lo consiglio, ch'era uomo di grandissima autorita, e per 1' autorita 

i . in modo che . . . la Balia : abolita la magistratura straordinaria, chiuse 
le borse donde si traevano i nomi dei candidati, in modo che erano rimasti 
dentro le borse anche i nomi di eventual! candidati di parte medicea. 
z. Questi . . . stato : nella scelta degli eleggibili, si erano fatti un merito di 
non togliere a nessuno la possibilita della camera politica. 3. ordinoronoi 
concertarono. 4. di pace e di mezzo : moderate. 



VESPASIANO DA BISTICCI 205 

grande ch'egli aveva nella citta, mandoronvi piu cittadini della 
parte loro, a confortarlo ch'egli uscissi fuora. Sempre lo dinego 
loro, dicendo ch'egli non si voleva trovare a guastare quello ch'egli 
non aveva fatto; 1 e questo era la citta; che conosceva ch'eglino la 
conducerebbono nel luogo, che ne seguiterebbe la sua rovina; e 
che dovevano molto bene conoscere quello ch'era intervenuto loro 
della mutazione avevano fatta, donde avevano origine tutti questi 
mali; e che doveva essere noto a ogmmo di loro, quanto questi 
modi passati della mutazione gli fussino dispiaciuti, e quanto egli 
fussi sempre istato alieno da ogni novita. 

x. Furonvi di quegli, perche egli non voile venire, che gli uso- 
rono di strane 2 parole, dicendogli ch'egli era uomo di poco ammo, 
e quello egli faceva lo faceva per vilta; che se egli non veniva fuori, 
che non farebbe per lui, 3 e sarebbe col tempo cagione della sua 
rovina. Messer Palla sempre istette fermo e constante a no ne 
volere fare nulla; e ebbe de' parenti, uomini di condizione, 4 che 
lo confortarono a starsi, e non andare drieto alle furie de pareccid 
arrabbiati. Durorono poca fatica quegli che lo confortorono a non 
vi andare, rispetto alia sua disposizione, e d'avere fermo Panimo 
a nollo volere fare. A quegli che lo confortavano all' andare fuori, 
che gli dicevano ne seguiterebbe la sua rovina non andando, 
semper rispuose, che non credeva per fare bene che gliene segui- 
tassi male; e avendo sempre levati via gli scandali, 5 quanto aveva 
potuto, come era noto a ognuno di loro, quanto egli gli aveva 
sempre dannati; istando a questo modo, e per nulla non volendo 
uscire fuori, tolse alia parte di messer Rinaldo grandissima ripu- 
tazione, e potessi dire 6 che ne seguitassi la loro rovina. Perche, 
veduto questo gli awersari, ne presono grandissimo animo; e 1'op- 
posito fece messer Rinaldo e i sua seguaci. Non solo tolse loro ri- 
putazione, per non vi andare lui, quanto che, sendo questa mu- 
tazione cosa nuova, e ognuno istava in suspetto, e di quegli che vi 
sarebbono andati, se messer Palla v'andava lui; che non vi andan- 
do, non vi andorono gli altri, perche in lui stava a dark loro vinta, 
a darla perduta; e tutto istava 7 da andarvi egli a non vi andare. 
Ma egli fu male meritato di quello bene ch'egli fece; perche, come 

i. non si voleva . . .fatto: non voleva disfare la citta che egli non aveva 
fatto. 2. strane: offensive. 3. non farebbe per lui: non gli sarebbe stato 
utile. 4. di condizione: di alta condizione. 5. scandali: division! politiche, 
6. potessi dire: si pote dire. 7. istava: dipendeva da. 



206 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

e detto, ella era comune sentenza di tutti i cittadini che, se rimedio 
igmino v'era che non riuscissi loro a quegli che facevano la mu- 
tazione, era che messer Palla non vi andassi. Veduto questo, si 
presono suso grandissimo animo; e avendo i mezzi ch'egli eb- 
bono, riusci loro ogni cosa; e massime sendosi messo papa Euge- 
nio di mezzo per mettergli d'accordo, e avendo mandato per tutti 
i capi principal!, che avevano Tarme in mano; e sendovi andati 
liberamente e poste giu 1'arme. E in questo mezzo si praticava, 
eglino mutorono lo Stato, e feciono il Parlamento, e rivocorono 
Cosimo e tutti quegli che furono confinati per lo Parlamento 
passato; e fu cagione il primo Parlamento di questo secondo, donde 
nacque la rovina della citta. 

xi. Ritornato Cosimo, credette ognuno che la cosa fussi posata 1 
non conoscendo la volonta de' loro awersarii e massime di quanto 
male fu cagione. Veduto il primo inconveniente del primo parla- 
mento, ne seguitorono infiniti mali. Dopo la tornata di Cosimo, 
avendo fatto messer Palla quello aveva, i piu de j cittadini del go- 
verno, che non gli avevano invidia, si lodavano assai di messer 
Palla, rispetto a quello aveva fatto: e fecionlo, come uomo affezio- 
nato allo Stato loro, della Balia. Aveva posato Tanimo suo, e ista- 
vasi sanza sospetto ignuno. Pure la invidia poteva assai in lui, 2 per 
le sua laudabili condizioni. Ripreso lo Stato, subito tennono le 
borse a mano, 3 e dettono la Balia agli Otto e al Capitano; 4 e fecionsi 
venire messer Giovanni da Fermo, uomo crudelissimo, al quale 
dettono la Balia. Subito fatto questo, dove si credeva che la citta 
posassi, e eglino cominciorono a confinare e ammunire 5 i cittadini 
e quali furono piu caldi alPessilio. Di piu cittadini furono col tempo 
confinati e ribelli della citta per promessione di Dio. 6 Istavano 
tutti i cittadini in grandissimo sospetto, veduto a che via eglino 
andavano, di torre lo Stato, come e detto, per via d'ammunirgli; 7 
e non bastando questo, avendo ordinato lo isquittino, 8 per la via 
dello isquittino tolsono lo Stato a infiniti cittadini; ch.6 tutte queste 

i. posata: accomodata, calmata. 2. in lui: contro di lui. 3. subito . . . a 
mano : fecero le elezioni con nomina diretta. 4. dettono . . . Capitano : det- 
tero pieni poteri straordinari agli Otto e al Capitano di Giustizia. 5. am- 
munire: ammonire, cioe escludere da ogni carica pubblica. 6. per pro- 
messione di Dio: secondo il castigo promesso da Dio. 7. a che via... 
d'ammunirgli: a che punto giungevano i medicei nel togliere i diritti civili 
col sistema delle ammonizioni. 8. ordinato lo isquittino: rifatto 1'elenco 
dei cittadini eleggibili. 



VESPASIANO DA BISTICCI 2Oy 

cose arrecono co loro le novita delle citta e le discordie civili; 
perche tutti quegli si sono adoperati in queste mutazioni, cercano 
le vie da sicurarsi, none 1 avendo rispetto al bene o salute della 
citta, ma alia loro propria; e pero conviene sieno cose tutte piene 
di violenza, perche cosi danno le mutazioni degli stati nelle citta. 
Veduto questo, messer Palla e piu cittadini si stavano nella pace 
loro, parve loro questo prencipio in tutto alieno di quello aspet- 
tavano. Istando la citta in tante revoluzioni, e avendone confmati 
uno grandissimo numero, perche si dava questo essiglio sanza 
ignuna 2 discrezione a chi pareva loro, e a quegli i quali eglino 
giudicavano non essere loro amici; istando le cose in queste revo- 
luzioni, tutti i buoni cittadini ne stavano di malissima voglia e 3 
dettono lo Stato a gente nuova per potere conseguitare le voglie 
loro. Sendo un di Agnolo di Filippo e Bartolomeo Carducci in- 
sieme, ch'erano e parenti e amici di messer Palla, fu detto loro 
come era ragionamento di confinare messer Palla degli Strozzi; e 
Funo e 1'altro se ne maravigliarono assai, sapiendo quello aveva 
fatto, e come egli era istato cagione che quella parte del trentatre, 
che aveva preso Tarme, per non volere consentire loro, e non vi 
andare, avessino perduto; che s'egli ottenevano, 4 restava messer 
Palla in cattiva condizione co loro, per quello aveva fatto. Inteso 
questo, Agnolo e Bartolomeo Carducci, n'ebbono dispiacere assai, 
e parloronne con alcuni del reggirnento, per intendere s'egli era 
vero. Rispuosono di no, e ingannorongli; ma che bene gli consi- 
gliavano che loro consigliassino messer Palla, per la grande invidia 
ch'egli aveva addosso, ch'egli era bene che se n'andassi in villa per 
qualche mese. Credettono Bartolomeo e Agnolo che fussi detto 
loro il vero, e dissonlo a messer Palla. 

xn. Ora istando non molti di dopo questo, per la sua bonta e 
per essere uomo di bonissimo essemplo, fu alcuno di quegli dello 
Stato, che usorono dire, che non volevano giudice d'appellagione 5 
in Firenze; ch'egli era bene confinarlo per levarsi dinanzi uno 
uorno di tanto buono essemplo. Aveva messer Palla aiutata la 
sua citta e col senno e co' danari; perche non era istato ignuno 



i. none: non. 2. ignuna: niuna, nessuna. 3. e: e i seguaci di Cosimo. 
4. s'egli ottenevano : se essi, i seguaci di messer Rinaldo degli Albizzi, vin- 
cevano. 5. fu alcuno . . . d'appellagione: presero a dire che non volevano 
un giudice d'appello, cioe una persona cosi autorevole e stimata che giu- 
dicasse le loro azioni. 



208 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

nella citta che avessi avuta la maggiore gravezza di lui, come in- 
nanzi & detto, e sempre 1' aveva pagate; non gli valse n i sua buoni 
portamenti, ne gli valse avere sempre aiutata la sua patria e col 
senno e co' danari, com'e detto; pot< tanto la invidia in lui, che 
molti di quegli del governo, per non se lo vedere innanzi, accon- 
sentirono che fussi confinato, parendo loro, cacciato lui, non vi 
fussi ignuno che dessi loro noia, n6 per bont ne per autorita ch'egli 
avessi, confinato messer Palla e Noferi suo figliuolo innocentissimi. 
Era Noferi il secondo figliuolo di messer Palla, quello amava assai 
per le sua inaudite virtu, litteratissimo, modesto, temperate in 
ogni cosa, bellissimo del corpo, e erano in lui tutte le degne con- 
dizioni possono essere in un uomo, e per queste sua laudabili con- 
dizioni era amato da tutta la citta. Vedendosi messer Palla essere 
confinato, per invidia e non per errore ch'egli avessi fatto, ricor- 
dandosi di quello aveva fatto poco tempo innanzi, e a che fine, 
ch'era per levare via ogni iscandalo, non gli pareva che questo do- 
vessi essere la rimunerazione delle sua buone opere. Intendendo 
come egli era confinato per anni died, egli e Noferi suo figliuolo, 
che Pessilio del figliuolo gli era doppio il dolore, conoscendo, 
s'egli era innocente, il figliuolo essere innocentissimo, come uomo, 
gli dolse assai. Vedutosi confinato in eta d'anni sessantadua o piu, 
ch'e quella eta che gli uomini desiderano piu lo starsi nella patria 
tra' parenti e gli amici, e riposarsi, nientedimeno, veduto la for- 
tuna percuoterlo in questo modo, si volse alia migliore parte, ispe- 
rando in Dio e ne j sua buoni portamenti; che, se Iddio gli dessi 
grazia di venire a' dieci anni, d'avere grazia da' sua cittadini di 
potere ripatriare, credendo placare Panimo di chi 1* aveva offeso; 
ma 6 regola che non riesce, perche chi ofFende non perdona mai. 
Dettongli i confini 1 a Padova, nelle terre dei Viniziani, la quale 
diterrninc- farla sua patria; e in questo suo essilio dimostr6 la sua 
bonta, e fece quello debbe fare ogni buon cittadino e amatore della 
sua patria. Subito giunto, si volt6 alle lettere e latine e greche, come 
sempre aveva fatto, non altrimenti che s'avessino fatto uno di que- 
gli filosofi antichi, facendo vita tutta piena di buono essemplo. 
Sempre della sua patria par!6 onorevolmente, e non sopportb 
mai che persona ne dicessi male; e mai si dolse del suo essilio, 
ne di cosa che gli fussi istata fatta. 

i. i confini: il confine. 



VESPASIANO DA BISTICCI 209 

xiii. Partitosi da Firenze, e statosi in Padova, e portatosi del con- 
tinovo nel mo do detto, era restate qui in Firenze Lorenzo suo 
figliuolo maggiore a quelle sustanze che gli erano restate; istato 
qui quattro anni, a fine che 1 messer Palla avessi questo secondo 
colpo della fortuna, in capo d'anni quattro lo confinorono; e per 
questo non muto messer Palla la sua natura, ma stettesi nel mo do 
detto, co' medesimi essercizi e colla solita sua pazienza. Qui si po- 
trebbono dire molte cose che gli furono fatte, a fine ch'egli levassi 
Pamore dalla patria: nientedimeno sempre istette coiranimo co- 
stante. Alcuni sono suti di quegli autori del suo essilio, come in- 
nanzi e detto, che Fhanno di poi provato per promessione di Dio ; 
che non credevano mai venirvi. 

Tutte queste cose arrecano seco le mutazioni delle citta e le 
guerre civili; e pero era ella sentenza di savissimi uomini, che di- 
cevano, che uno Parlamento guastava una terra per cinquanta anni, 
per infiniti inconvenienti che ne seguitavano. Venuto messer Palla 
a' confini a Padova, come gli era stato ordinato, subito, come in- 
nanzi e detto, si volto alle lettere, come in uno tranquillo porto 
di tutti i sua naufragi; e tolse in casa con bonissimo salario messer 
Giovanni Argiropolo, 2 a fine che gli leggessi piu libri greci, di che 
lui aveva desiderio d'udire, e insieme con lui tolse uno altro greco 
dottissimo, il simile a salario, a fine d'udire piu lezioni. Messer 
Giovanni gli leggeva opere d'Aristotile in filosofia naturale, 3 della 
quale egli aveva bonissima notizia; da quello altro greco udiva 
certe lezioni straordinarie, secondo che gli veniva voglia; benche 
messer Palla fussi dottissimo in quella lingua, per avervi dato 
lungo tempo opera; e lette le lezioni, non perdeva mai tempo, ma 
attendeva a tradurre opera di santo Giovanni Grisostomo, 4 di greco 
in latino, o a udire le dette lezioni. Andava Noferi con messer 
Palla a udire quelle lezioni, nelle quali consumava tempo assai; 
tra udirle e rivederle gli avanzava poco tempo, perche tutto lo 
consumava in questi degni essercizi. Andava di rado fuori, e non 
passava mai di luogo ignuno, che da tutti non fussi molto onorato ; 
e non era ignuno ne grande ne piccolo, che non se gli cavassi di 

i. a fine che: amnche\ 2. Giovanni Argiropolo: dotto umanista greco, che 
insegnd a Firenze e a Roma; tradusse dal greco Aristotele e Platone. 
Nato a Costantinopoli verso il 1415, mori a Roma il 1487. 3. in filosofia 
naturale: le opere scientifiche. 4. Giovanni Grisostomo: uno dei Padri 
della Chiesa; nacque ad Antiochia nel 344 e mori nel 407, lasciando trat- 
tati, omelie e un epistolario. 

14 



210 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

capo, 1 in modo die si guardava d'andare fuori; per questa cagione 
istavavi con grandissima riputazione; e sempre quando andava fuo- 
ri era ben accompagnato, e dallo Argiropolo e da quello altro gre- 
co; e famigli die sempre se ne menava parecchi drieto. Quando 
andavano a casa sua confinati o ribelli della citta, gli faceva licen- 
ziare, e non voleva parlare loro; e della sua citta non voleva die se 
ne parlassi in casa sua se non onoratamente ; mai fu persona, a 
fine che per tempo ignuno lo potessi calunniare, che avessi parlato 
della sua citta, se none, come e detto, onoratamente. Grande fu 
la sua osservanza in onore della sua patria: non andava ambascia- 
dore ignuno fiorentino a Vinegia, che quando andava a Padova, 
messer Palla, subito che sapeva che fussi giunto, 1'andava a vici- 
tare all'albergo, e del continovo gli faceva compagnia. Ricordami 
avere udito da messer Giannozzo Manetti, 2 che non si poteva sa- 
ziare di lodarlo della sua grande costumatezza; e che, sendo am- 
basciadore a Vinegia, e andando a Padova, messer Palla mai 1'ave- 
va abbandonato, mentre ch'era istato; 3 e la sera e la mattina e 
ogni ora era all'albergo a trovarlo; maravigliavasi assai della sua 
constanza, di vederlo istare di bonissima voglia, e mai dolersi dello 
essilio ne di cose awerse ch'egli avessi; ma pareva ch'egli non 
fussi quello essule della sua patria. 

xiv. Istando messer Palla a Padova colle dette condizioni, es- 
sendo venuti i dieci anni, e portandosi nella forma faceva, ispe- 
rava che le sue buone opere placassino la mente de' sua cittadini, 
di rivocarlo nella sua patria; non gli basto questo, per la mala di- 
sposizione de' sua cittadini, parendo loro che fussi uomo da trop- 
po; feciono pensiero, avendolo cominciato a ofTendere, di segui- 
tare nella offesa; e per questo, aspettando la rivocazione, e' venne 
T essilio per altri dieci anni. Sentendolo, se la reco in pazienza, 
sendo gia d'eta d'anni settantadua; che pure gli doveva esser mo- 
lesto, desiderando di tornare nella sua patria, e isperando che sua 
buoni portamenti 1'avessino a fare ritornare; e non giovo: cosi 
vanno i casi awersi della fortuna. E niente di meno non fu per- 
sona lo vedessi rammaricare; ma sempre in ogni cosa usava la so- 



i. che non . . . capo: che non si sberrettasse dinnanzi a lui. 2. Giannozzo 
Manetti: umanista e patrizio fiorentino, discepolo di Ambrogio Traversa- 
ri, Iasci6 il De dignitate et excellentia hominis. Nacque nel 1396 e mori nel 
1459. Vespasiano gli dedic6 una Vita. 3. mentre ch'era istato: finche 
v'era rimasto. 



VESPASIANO DA BISTICCI 211 

lita sua prudenza, congiunta con una inaudita pazienza. Venuto 
F essilio d'anni dieci, tutti que' dottori di Padova e gentili uomini 
se ne dolevano co lui. Fe J loro una degna risposta con uno viso 
tutto allegro e disse loro: No ve ne dolete poi ch'io no me ne 
dolgo, perche Fhanno fatto perche io sia vostro cittadino e voi lo 
dovete avere caro. Fu questa risposta degna di lui. Istava del 
continovo nel suo istudio, come sempre aveva fatto; e questo era 
quello che li faceva passare il tempo con grandissima facilita, 
sanza pensare a ignuno suo caso awerso. Venne, dopo i venti 
anni era stato in essilio; isperava pure che in tanta longhezza di 
tempo i sua emuli, che Favevano perseguitato, si fussino mutati 
d'animo; fu riconfinato per altri dieci. Quando gli fu significato, 
non disse nulla, se non che: Io non saro a tempo. Attese 
a porre Fanimo suo in pace, veggendo che i sua buoni portamenti 
non gli erano giovatL Aveva messer Palla, in questo tempo ch'egli 
era istato a Padova, tenuto in casa, come innanzi e detto, piu 
iscrittori e latini e greci; che ancora con questo mezzo passava 
tempo. Oltre allo awerso caso dello essilio proprio, tutte le specie 
delle awersita che si possono provare in questa vita, e massime 
della morte de' figliuoli: fu tagliato a pezzi Lorenzo suo figliuolo 
maggiore a Gubbio da uno iscellerato fiorentino, per volere fare 
bene. 1 Fu doppia la passione di messer Palla nella morte di Lo- 
renzo: prima Fessere lui morto di morte violente; di poi, vedutosi 
private di si degno figliuolo. Seguito poi la morte di Noferi, 
ch'era ogni sua speranza e ogni suo refugio, col quale conversava 
del continovo per dare opera alle lettere, come messer Palla. In 
questo medesimo tempo succedette la morte della donna, 2 la 
quale e quella della quale il marito, in quelFeta che Fera lui, n'ha 
grandissima nicista. Essendo allevata con lui, per tanto lungo 
tempo, e sapiendo i modi sua e i sua bisogni, non bisognava ch'egli 
avessi pensiero ignuno della cura della sua persona. Morta lei, 
ognuno pensi se questo gli fu acerbo dolore. 
xv. Onnipotente Iddio! La fortuna non voile fare fine quivi; 
che, avendo messer Palla, come innanzi e detto, uno figliuolo che 
si chiamo messer Carlo, in el quale era restata tutta la sua isperan- 
za, e avevalo volto alia via della religione, di farlo prete; vedendosi 

i. fu tagliato . . . bene: Lorenzo, confinato a Gubbio nel 1438, fu pugnalato 
nel 1452 da un giovine signore del quale era precettore. 2. della donna: 
la moglie Marietta. 



212 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

private In tutto della sua patria, e lui e' figliuoli, e per le proibi- 
zioni avevano, non gli restava piu isperanza di potervi 1 avere mai 
condizione ignuna de* sua figliuoli ; e per questo istimo che col mez- 
zo della religione, questo suo figliuolo, che aveva nome messer 
Carlo, fusse atto a rilevare la casa sua; e massime conoscendo tante 
laudabili condizioni quanto erano in questo giovane litterato, 
d'ornatissimi costumi, di nobilissima casa, e figliuolo d'uno padre 
che era ornamento de' sua secoli ; succedeva che, sendo nel ponte- 
ficato papa Nicola, 2 amatore di tutti gli uomini che avevano qual- 
che virtu, e quello ancora in che isperava messer Palla si era che, 
sendo istato papa Nicola con lui in casa quando era giovane, e 
amandolo come faceva, isperava questo suo figliuolo dovere venire 
a qualche degnita. Sendo venuto in corte di Roma, ogni cosa suc- 
cedeva a messer Palla secondo ch'egli aveva istimato: perche 
gionto in corte di Roma, venne per le sua inaudite virtu in tanta 
grazia del pontefice, che, subito giunto, lo fece cubiculario se- 
greto; e acquisto non solo la grazia del pontefice, ma di tutto il 
collegio de' cardinali, e universalmente di tutta corte di Roma; 
di natura che, veduta la buona disposizione del pontefice e del 
collegio de* cardinali, era publica fama che il papa Parebbe fatto 
cardinale, de' primi che avessi fatti. Istando a questo modo, 
come piacque all'onnipotente Iddio, egli lo chiamo a se. Or pensi 
ognuno quanto fussi il dolore di messer Palla, vedutosi, oltre agii 
altri sua awersi casi, vedersi private di si degno figliuolo, nel quale 
era posta ogni sua isperanza, isperando che questo fussi quello 
che avessi a rilevare la casa sua. Privato di questa isperanza, non 
gli restava altro se non morire lui. Onnipotente Iddio! se non 
fussi la grazia della tua divina clemenza, non e persona che potessi 
tollerare uno si acerbo dolore come questo! Credo che Ponnipo- 
tente Iddio voile provare messer Palla nelle tribulazioni e nelli 
awersi casi della fortuna, come si fa Poro al fuoco, e con questo 
mezzo apparecchiargli la rimunerazione nella altra vita. Veduto 
messer Palla morto messer Carlo, unica sua isperanza nel nau- 
fragio di questo tempestoso mare di questa misera e infelice vita, 
conobbe in tutto gli bisognava levarne ogni isperanza; e massime 
di quello desiderio naturale, che e in tutti gli uomini natural- 
mente, di lasciare degni eredi di se, che abbino a conservare la 

i. non gli restava ... potervi: non sperava piu che qualcuno dei suoi 
figliuoli vi si potesse stabilire di nuovo. 2. papa Nicola: Niccolo V. 



VESPASIANO DA BISTICCI 213 

sua casa. Private di questo, fu private d'ogni isperarrza; e, non 
ostante che per uno caso awerso egli non lo potessi avere maiore, 1 
e che, come uomo, egli se ne dolessi, niente di meno, sendo istato 
piu anni agitato dalla varieta della fortuna, aveva fatto uno abito 
d'una grandissima pazienza; e questo caso lo mise nel numero 
degli altri sua awersi casi, che egli aveva avuti. 
xvi. Morto messer Carlo, bene che molto tempo innanzi si fussi 
volto alle divine lettere, 2 come si vede per piu sua traduzioni di 
cose sacre, ora vi si dette in tutto, attendendo a non pensare piu 
alia patria terrena; che in tutto n' aveva posto 1'animo in pace. 
Sendo finiti i venti anni del suo essilio, e sendo gia nelPeta d'anni 
ottantadua, lo riconfinorono per altri anni dieci. Grande pro certo 3 
e la crudelta degli uomini hanno fatto Fabito nel male: che messer 
Palla non potesse mai mitigare ranimo de' sua cittadini in tanto 
tempo, ma sempre lo perseguitorono. Sendosi portato con tanta 
onesta, con tanta inaudita pazienza com' era in tutto, era perduta 
la fede di simili uomini: ma mostra Iddio di grandi miracoli di 
questi lo perseguitorono e basti. Avendo avuto tante volte F essilio 
e tante morte de' figliuoli, della donna, gia non pensava piu ne 4 
alia patria; che, venuto alia seconda volta del suo essilio, subito 
conobbe in Firenze non avere mai piu a tornare; e volsesi, com'e 
detto, a pensare alia salute dell'anima sua. Veduta e conosciuta 
la miseria di questa vita, e conosciuto che 1'ultimo rimedio era vol- 
tarsi a Dio, seguito a pensare assiduamente alia patria celeste, e 
fare tutte quelle cose le quali debbe fare ogni fidel cristiano, per 
potere venire alia sua fine, a quella essendo vivuto, per giustizia 
di Dio, una bellissima eta; e pervenuto alia eta d'anni novantaduo, 
sanissimo del corpo e della mente, rende Fanima al suo Redentore, 
come fedelissimo cristiano. Se messer Palla fussi istato nella ro- 
mana republica, nel tempo ch'ella fioriva d'uomini singulari, e 
egli s'avessi avuto a scrivere la vita sua da [uno] di quegli prestan- 
tissimi uomini, non sarebbe inferiore a infiniti di quegli ch'ebbono 
e Romani. Non ne sendo ne iscritto ne fatta memoria ignuna, m'e 
paruto, colla bassezza del mio debole ingegno, fame questo brieve 
ricordo, a cio che la memoria di si degno uomo non perisca. 



i. non ostante . . . maiore: nonostante che non potesse sofFrire peggiori 
awersita. 2. alle divine lettere: allo studio della letteratura religiosa. 
3. certamente . ^..piiine: neppure. 



ALESSANDRA MACINGHI STROZZI 

ALESSANDRA, nata dei Macinghi, ando sposa nel 1422 a Matteo 
Strozzi, parente di Palla, dell'illustre casato che diede a Firenze 
uomini politic! e letterati. La sua riposata vita familiare fu inter- 
rotta e turbata dalla condanna all'esilio, che nel 1434 colpi il ma- 
rito, sospetto alia nuova Signoria che restituiva Cosimo del Medici 
a Firenze. Nel 1435, morto a Pesaro Matteo, Alessandra, che ne 
aveva avuto sette figli, 1' ultimo dei quali postumo, si trovo da sola 
a sostenere il peso di una situazione aspra e malagevole, ma seppe, 
nonostante le circostanze difficili, accasare le figlie e awiare i 
maschi a prosperi traffici. 

Cesare Guasti, nel 1877, pubblico un gruppo di settantadue 
lettere della Macinghi Strozzi, che vanno dal 1447 al 1465, e sono 
indirizzate ai figli: in maggior numero al primogenito, Filippo, 
mercante in Napoli. Vi si riflette la vicenda di una famiglia, sentita 
come un sistema di vita, di interessi e di sentimenti. La sollecitu- 
dine del guadagno e del risparmio, il far masserizia, il difendere il 
nome, il prestigio e la potenza del casato, la vigile temperanza 
dell'affetto, mettono quest* accorta massaia fiorentina al centre 
del suo nucleo familiare, disperso da Napoli a Bruges, ma in lei 
riassunto e da lei diretto. 

Mentre i Medici toglievano il bando contro gli Strozzi, e le cose 
volgevano ormai prospere e sicure, dopo tante preoccupazioni, af- 
fanni e domestiche consolazioni, Alessandra mori 1'n marzo del 
1470, e venne sepolta in Santa Maria Novella. 

Matteo Strozzi ebbe gusto e cultura di letterato: il cartegglo 
della sua vedova non rivela una mente colta, ma rispecchia al vivo 
la sua forza d'animo, oltre ad avere la freschezza e la spontaneita di 
una testimonianza del costume e della lingua quotidiana della 
Firenze quattrocentesca. 

* 

ALESSANDRA. MACINGHI negli STROZZI, Lettere di una gentildonna fiorentina 
del secolo XV ai figliuoli esuli, % cura di Cesare Guasti, Firenze, Sansoni, 
1877, testo che noi qui seguiamo. Questa edizione fu riprodotta a cura di 
Giovanni Papini, presso la casa Carabba di Lanciano, nel 1914. Una 
lettera di Alessandra Macinghi negli Strozzi, pubblicata da Isidoro del 
Lungo, per nozze Stwzzi-Corsini) Firenze 1890. ALESSANDRA MACINGHI 
negli STROZZI, Brief e, herausg. und eingel. von Alfred Doren, Jena 1927. 



2l6 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

Proemio di Cesare Guasti all'edizione citata delle Letter e\ ALESSANDRO 
D'ANCONA, Varietd storiche e letterarie, Milano 1885, n, pp. 222-38; 
PHILIPPE MONNIER, Alexandra Macinghi Strozzi, in Revue Suisse, 
1893 ; G. FRANCESCHINI, Le letter e di Alexandra Macinghi Strozzi, Fi- 
renze 1895; NINO TAMASSIA, La famiglia italiana nei secoli XIV e XV, 
Milano, Sandron, 1910, pp. 270-305; e MARIA D'ANDREA, Una gentil- 
donna fiorentina del 1400, Napoli 1907. 



DALLE LETTERS 
i 

A FILIPPO 1 DEGLI STROZZI, IN NAPOLI 

Al nome di Dio. A di 24 d'agosto 1447. 

Carissimo figliuolo. A' di passati ebbi una tua de' 16 di luglio, 
alia quale faro per questa risposta. 

E 'n prima t'awiso come, per grazia di Dio, abbiano allogata 
la nostra Caterina 2 al figliuolo di Parente di Pier Parenti, ch'e gio- 
vane da bene e vertudioso, 3 ed e solo, e ricco, e d'eta d'anni ven- 
ticinque, e fa bottega d'arte di seta; e hanno un poco di stato, 4 
ch'e poco tempo che '1 padre fu di Collegio. 5 E si gli do di dota 
fiorini mille; cioe fiorini cinquecento ch'ell'ha avere di maggio nel 
1448 dal Monte; 6 e gli altri cinquecento gli ho a dare, tra danari e 
donora, 7 quando ne va a marito; che credo sara di novembre, se 
a Dio piacera. E questi danari sono parte de* vostri e parte de* 
mia. Che s'io non avessi preso questo partito, non si maritava 
quest' anno; pero che, chi to' donna vuol danari; e non trovavo chi 
volesse aspettare d' avere la dota nel 1448, e parte nel 1450: sic- 
che, dandogl'io questi cinquecento tra danari e donora, tocche- 
ranno a me, s'ella vivera, quegli del 1450. E questo partito abbian 
preso pello meglio; ch'era d'eta d'anni sedici, e non era da 'ndu- 

i. Terzogenito, nato a Firenze nel 1428. In seguito al bando che colpiva 
tutti i maschi della famiglia, fu mandate dalla madre a esercitare la merca- 
tura nelP Italia meridionale, prima a Palermo e poi a Napoli, presso Nic- 
co!6 di Leonardo Strozzi, cugino di Matteo, che, scapolo e senza figli, 
aiuto affettuosamente gli orfani. Piu tardi, per intercessione di Ferdinando 
d'Aragona, pote ritornare a Firenze e godervi il favore dei Medici. Mori 
nel 1491, dopo aver fatto iniziare la costruzione del palazzo di famiglia. 
Resta di lui una Vita, scritta dal figlio Lorenzo (Vita di Pilippo Strozzi il 
vecchio, scritta da Lorenzo $uo figlio, Firenze 1851). 2. Caterina: nata nel 
1432, andd sposa a Marco Parenti, di agiata e onorevole famiglia, che eser- 
citava Farte della seta. 3. vertudioso: virtuoso. 4. hanno . . . stato: hanno 
partecipato agli uffici e agli onori del Comune. 5. fu di Collegio: parte- 
cipo a quelPufficio che si chiam6 dei Venerabili Collegi, costituito dai do- 
dici Buonuomini e dai sedici Gonfalonieri di Compagnia. 6. Monte: si 
tratta del Monte delle Doti, dove i genitori depositavano una somma da 
riscuotere quando le figlie andavano a marito, aumentata degli interessi. 
Se la fanciulla fosse premorta, la famiglia ritirava meta della dote: la Cate- 
rina doveva riscuoter la sua dote nel 1448 e nel '50. Anticipando la somma, 
Alessandra correva un rischio, nel caso della morte della figlia. 7. donora: 
doni, cioe il corredo che la sposa portava con se. 



2l8 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

giar piii a maritarla. Essi 1 trovato da metterla in maggiore stato 
e piii gentilezza, 2 ma con mille quattrocento o cinquecento fiorini; 
ch'era il disfacimento mio e vostro: e non so come la fanciulla si 
fussi contentata; che, dallo stato in fuori, non v'4 grascia, che ci e 
de' soprossi assai. 3 E io, considerate tutto, diliberai acconciar 
bene la fanciulla, e non guardare a tante cose: e parmi esser certa 
la stara bene come fanciulla di Firenze; 4 che ha la suocera e '1 suo- 
cero che ne sono si contend, che non pensan se non di contentalla. 
O! non ti dico di Marco, cio& il marito, che sempre gli dice: Chie- 
di ci6 che tu vuogli. E come si marit6 s gli tagli6 una cotta di 
zetani 6 vellutato chermisi; e cosi la roba 7 di quello medesimo: ed 
e '1 piu bel drappo che sia in Firenze: che se lo fece 'n bottega. 
E fassi una grillanda di penne con perle, 8 che viene fiorini ottanta; 
e Pacconciatura di sotto, e* sono duo trecce di perle, che viene 
fiorini sessanta o piu: che quando andra fuori, ara in dosso piu che 
fiorini quattrocento. E ordina di fare un velluto chermisi, per 
farlo colle maniche grandi, foderato di martore, quando n'andra a 
marito; e fa una cioppa 9 rosata, ricamata di perle. E non pud sa- 
ziarsi di fare delle cose; che e bella, e vorrebbe paressi vie piu: 
che in verita non ce n'e un'altra a Firenze fatta come lei, ed ha 
tutte le parti, 10 al parere di molti: che Iddio gli presti santa e 
grazia lungo tempo, com'io disidero. 

Del mandare Matteo 11 di fuori, non vorrei per ora; per6 che, 
perche" sie piccolo, pure ne sono piu accompagnata, e posso mal 
fare sanz'esso; almanco tanto 12 la Caterina ne vadi a marito: poi 
mi parrebbe rimanere troppo sola. Per ora non ho il capo a man- 
darlo: che se vorra esser buono, lo terr6 qua; che non pu6 esser 
preso per le gravezze 13 insino a sedici anni, e egli ebbe undici di 
marzo. Hollo levato dalPabbaco, e appara a scrivere; e porrollo 



i. Essi: si e. 2. in maggiore . . . gentilezza: in una famiglia piu. nobile 
e politicamente piu. autorevole. 3. dallo stato . . . assai: a parte la con- 
dizione, non c'e da scialare, perche ci sono tanti piii aggravi. 4. come 
fanciulla di Firenze: quanto le fanciulle di Firenze di piu onorevole con- 
dizione. 5. si maritd: si fidanzb. 6. una cotta di zetani: una sopraweste 
di seta pesante. 7. la roba: veste. 8. una grillanda . . . perle: una ghir- 
landa di penne e perle intrecciate. Vedi il busto muliebre di Andrea della 
Robbia al Museo del Bargello a Firenze. 9. cioppa: sottana. io. tutte 
le parti: tutti i requisiti per esser considerata bella. n. Matteo: nato po- 
stumo il i marzo 1436. 12. almanco tanto: finch6. 13. preso per le gra- 
vezze: assoggettato a imposte. 



ALESSANDRA MACINGHI STROZZI 2IQ 

al banco, 1 che vi stara questo verno: dipoi vedreno quello che 
vorra fare; che Iddio gli dia quella virtu che gli fa bisogno. 

De* fatti del Comune, t'awiso che ho debito fiorini dugento 
quaranta, e sono istata molestata da no' meno di quattro Ufici, 
che hanno a riscuotere pel Comune: da se' mesi in qua non ho 
mai avuto a fare altro, che andare ora a questo Uficio, e ora a 
quest' altro. Ora, per grazia di Dio, mi sono accordata co' loro per 
ensino a febbraio; che pago, tra tutti, il mese fiorini nove o circa. 
Aspettasi che la gravezza nuova esca fuori per tutto ottobre; che 
se mi fanno il dovere, come dicono, di non porre albitro 2 a vedove 
e pupilli, non aro duo fiorini; che forse non faro tanto debito. 3 
E poi che '1 Duca 4 e morto, istimasi non se ne paghera tanti, se 
gia il re di Ragona 5 non ci dessi noia; che ha gia cominciato presso 
a Monte Varchi, a un castello che si chiama Cennina. 6 Dicevasi, 
quando 1'ebbono, che si riarebbe 7 F altro di, che non vi potevano 
istare. Sonvi gia stati tre settimane, e ancora sono atti a stand; che 
v'era drento tal contadino, che solo del grano e della roba vi lascio 
si dice ne viverebbono un anno. Dicesi che innanzi si riabbia, 
si spendera piu che quaranta migliaia fiorini. Iddio provegga a' 
nostri bisogni. 

Dice la Caterina, che tu faccia ch'elPabbia un poco di quel sa- 
pone; e se v'e niuna buon'acqua o altra cosa da far bella, che ti 
prega gliele mandi presto; e per persona fidata, che se ne fa catti- 
vita. 8 

Non ti maravigliare s'io non ti scrivo ispesso, che sono infac- 
cendata ne* fatti della Caterina. Ristorerotti quando Matteo ara 
apparato a scrivere: ma non guardare a me. Fa che per ogni fante 9 
mi scriva, se no' dovessi dir altro che tu sta' bene, e Niccolo. 10 
Non so come tu ti porti nelle faccende che tu hai a fare, come se' 
sollecito: che Iddio il sa, il dispiacere ebbi quando intesi non po- 
tevi venire quando fusti a Livorno; perche tal cosa si dice a bocca, 
che non si dice per lettera. Che a Dio piaccia vi rivegga sard enanzi 

i . al banco : in bottega. 2. albitro : arbitrio, cioe una specie di tassa posta 
ad arbitrio o per congettura, sul possibile guadagno. 3. non faro . . . debi- 
to: non avr6 da pagare che due fiorini, e forse non arriver6 neanche a 
tanto. 4. 3 I Duca: Filippo Maria Visconti, morto il 13 agosto 1447. 5. il 
re di Ragona: Alfonso d'Aragona, re di NapolL 6. Cennina, nel Valdarno 
di Sopra, era stata occupata da un centinaio di soldati aragonesi. 7. che 
si riarebbe: che i Fiorentini Pavrebbero ripresa. 8. che se nefa cattwitd: 
e facile che qualcuno se ne impadronisca. 9. fante: corriere. 10* Nic- 
colo: il cugino di Matteo. 



220 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

ch'io muoia. Fa sopra tutto, figliuol mio, che tu ti porti bene en 
modo, che dove 1'anno passato mi desti tanto dolore de' tua tristi 
modi, 1 tu mi dia consolazione : e considera allo stato tuo, e quello 
che Niccol6 ha fatto inverso di te, che se' degno di 2 baciare la terra 
dove e' pone e piedi. E dico quello medesimo per tuo amore, ch6 
se' piii obrigato a lui che a tuo padre o tuo' 3 madre, quando penso 
quello che ha fatto di te, che niun altro Farebbe fatto; sicche 
fa ne sia conoscente, e non essere ingrato del benificio hai ricevuto 
tu e' tua, e ricevi tu continovamente. Non mi voglio distendere in 
piu dire; che mi debbi oggimai intendere, che non se' un fan- 
ciullo; che di luglio n'avesti diciannove, e bastiti. Fa sopra tutto 
masserizia; 4 che ti bisogna, che sta peggio non ti credi. Ne altro 
per questa m'accade dirti. E Dio di male ti guardi. None 5 scrivo 
a Niccolo della Caterina, che n'e stato awisato da Giovanni e 
Antonio. 6 Raccomandaci a lui. E se se' cassiere, portati en modo 
abbia onore; e tieni le mani strette, ch'io n'abbia 7 avere piu dolore 
ch'io abbia avuto. 

ii 

A FILIPPO DEGLI STROZZI, IN NAPOLI 

Al nome di Dio. A di 6 di settembre 1459. 

Figliuol mio dolce. Ensino a di 1 1 del passato ebbi una tua de' 
29 di luglio, come el mio figliuolo caro e diletto Matteo s'era posto 
gia ammalato: e non avendo da te che male si fussi, senti' per 
quella una gran doglia, dubitando forte di lui. Chiama' Francesco, 
e mandai per Matteo di Giorgio; 8 e intesi d'amendue come el mal 
suo era terzana: che assai mi confortai, per6 che delle terzane, non 
s'arogendo 9 altra malattia, non se ne perisce. Dipoi, al continovo 
da te son suta awisata come la malattia sua andava assottigliando; 10 
che pur I'animo, ben che avessi sospetto, mi s'allegierava un poco. 
Dipoi ho 11 come addi 23 piacque a Chi me lo die di chiamallo a se, 
con buon conoscimento e con buona grazia e con tutti e sagra- 
menti che si richiede al buono e fedele cristiano. Per la qual cosa 



i. tristi modi: azioni riprovevoli. 2. se' degno di: dovresti. 3. tuo 3 : tua. 
4. masserizia: risparmio. 5. None: non. 6. Antonio: figlio di Bernardo 
del Medici, stava con Filippo a Napoli. 7. n'abbia: non ne abbia. 
8. Matteo di Giorgio: e uno degli Strozzi. 9. non s'arogendo: se non si 
aggiunge. 10. assottigliando: diminuendo, u. ho: vengo a sapere. 



ALESSANDRA MACINGHI STROZZI 221 

ho auto un'amaritudine grandissima delTesser privata di tale fi- 
gliuolo; e gran danno mi pare ricevere, oltre alPamore filiale, della 
morte sua; e simile voi altri due mia, che a piccolo mimero sete 
ridotti. Lodo e ringrazio Nostro Signore, di tutto quello ch'e sua 
volonta; che son certa Iddio ha veduto che ora era la salute del- 
1'anima sua: e la sperienza ne veggo per quanto tu mi scrivi, che 
cosi bene s'accordassi 1 a questa aspra e dura morte: e cosi ho 
'nteso per lettere, che ci sono in altri, 2 di costa. E bene ch'io abbia 
sentito tal doglia nel cuore mio, che mai la senti* tale, ho preso 
conforto di tal pena di due cose. La prima, che egli era presso a 
di te; che son certa che medici e medicine e tutto quello e stato 
possibile di fare per la salute sua, con quegli rimedi si sono potuti 
fare, si sono fatti, e che nulla s'e lasciato indrieto per mantenergli 
la vita; e nulla gli e giovato; che era volonta di Dip che cosi fussi. 
L'altra, di che ho preso quieta, 3 si e della grazia e dell'arme 4 che 
Nostro Signore gli die a quel punto della morte, di rendersi in 
colpa, di chiedere la confessione e comunione e la strema unzione: 
e tutto intendo che fece con divozione; che sono segni tutti da 
sperare che Iddio gli abbia apparecchiato buon luogo. E pertanto, 
sapendo che tutti abbiano a fare questo passo, e non sappiano 
come, e non siano certi di farlo in quel modo che ha fatto el mio 
grazioso figliuolo Matteo (che chi muore di morte subita, chi e 
tagliato a pezzi; e cosi di molte morte si fanno, che si perde Fanima 
e '1 corpo), mi do pace; considerando che Iddio mi puo far peg- 
gio; e se per sua grazia e misericordia mi conserva amendua voi 
mia figliuoli, non mi dorro d'alcun'altra afrizione. 5 Tutto el mio 
pensiero e di sentire che questo caso tu lo pigli per verso suo: 
che sanza dubbio so che t'e doluto; ma fa che non sia en modo che 
t' abbia a nuocere, e che non gittiano el manico dirieto alia scure: 6 
che non ci e ripitio niuno nel suo governo : 7 anzi e suto di volonta 
di Dio ch'egli esca delle sollecitudmi di questo mondo pieno d'af- 
fanni. E perche veggo, per la tua de' 26 detto, avere di questo caso 
tanta afrizione nelPanimo tuo e nella persona; che m'e suto, ed e, 
e sara insino ch'io non ho tue lettere che tu pigli conforto, tal pena, 



i. s'accordassi: si rassegnasse. 2. che ci sono in altri'. lettere scritte da 
altri. 3. L'altra . . . quieta: 1'altra notizia che mi ha dato motive di ras- 
segnazione. 4. arme: soccorsL 5. afrizione: afflizione. 6. che non . . . 
scure: che non buttiamo via ci6 che ci resta, 7. che . . . governo: ram- 
marico di aver trascurato qualcosa nel modo com'e andato. 



222 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

die m'ha a nuocere assai. E non piaccia a Dio che i' viva tanto 
ch'i* abbia aver piu di queste! 1 Considero che avendo auto el di- 
sagio delle male notti, e la maninconia della morte e dell'altre 
cose, che la persona tua non de' stare troppo bene: e tanto mi 
s'awiluppa questo pensiero el di e la notte pel capo, che non sento 
riposo. E vorrei non avere chiesto consiglio a persona; anzi, aver 
fatto quello che mi pareva, e volevo fare : che sarei giunta a tempo 
ch'io arei veduto e tocco el mio dolce figliuolo vivo, e are' preso 
confbrto, e datone a lui e a te. Voglio riputare tutto pello meglio. 
Vo'ti pregare (s'e mia preghi possono in te, com'io credo) che tu 
ti conforti avere pazienza per amore di me; e attendi a tutta la 
salute della tua persona, e poni un poco da parte le faccende della 
compagnia. 2 E sare' buono a purgarti un poco, pure con cose leg- 
geri, e massimo con qualche argomento; 3 e poi pigliare un po' 
d'aria, se per niun modo potessi: ricordandoti, che abbi piu caro 
la tua persona che la roba; che, vedi, tutto si lascia! E io, madre 
piena d'affanni, che ho a fare sanza voi? Ch'e a me 4 sentire fac- 
ciate della roba assai, e per essa vi maceriate la persona vostra con 
tanti disagi e sollecitudine ? Duolmi, figliuol mio, ch'i' non sono 
presso a te, che ti possa levare la fatica di molte cose, che aresti 
di bisogno: che dovevi, el primo di che Matteo ma!6, dirmi en 
modo chT fussi salita a cavallo, che 'n pochi di sarei suta costi. 
Ma i' so che per paura ch'io non ammalassi e non avessi disagio, 
nollo facesti: e i' n'ho piu neiranimo, ch'io no n'arei auto nella 
persbna. Ora di tutto sia Iddio lodato, che per lo meglio ripiglio 
tutto. 5 

Dello onore che ha* fatto nel seppellire el mio figliuolo, ho 'nteso 
che ha' fatto onore a te e a lui: e tanto ha' fatto bene a onorallo 
costi, che di qua non si costuma, di quegli che sono nel grado 
vostro, 6 fame alcuna cosa. E cosi ne sono contenta che abbi fatto. 
Io di qua, con queste due esconsolate figliuole, della morte del lor 
fratello ci siano vestite: 7 perch' io non avevo ancora levato el panno 
per farmi el mantello, 1'ho fatto levare ora; e questo pagher6 io. 
E braccia tredici di panno do per una di loro; che costa, a danari 
contanti, fiorini quattro e un quarto la canna; che sono in tutto 

i. di queste i di simili notizie. 2. della compagnia'. del banco in cui era 
impiegato. 3. argomento : clistere. 4. Ch'e a me: che m'importa. 5. per 
lo meglio . . . tutto : prendo tutto per il meglio. 6. di quegli . . . vostro : 
esuli. 7. della morte . . . vestite: ci siamo vestite a lutto. 



ALESSANDRA MACINGHI STROZZI 223 

canne sei e mezzo. Questo faro pagare a Matteo di Giorgio, e da 
lui ne sara' awisato. 

La copia della sua volonta 1 ho veduta; e cosi si vuole mettere in 
asseguzione, 2 piu presto che si puo, quello che e per soddisfaci- 
mento dell'anima sua. Le altre parti piu a bell' agio si possono 
fare; e di cosi ti priego che faccia, e me awisa se nulla posso far 
qua; che ci e una sorella del tuo ragazzo 3 che avesti di qua, che e 
maritata, e none puo andare a marito, che e una gran poverta la sua. 
Per altre 4 te 1'ho raccomandata, e mai n'ebbi risposta. Ora es- 
sendo questo caso, si vuole aiutarla : che sono in tutto fiorini quin- 
dici: e non voler mancare. E in caso che del suo non vi fussi tanto, 
che si potessi fare quello che lascia e questo, vo' lo fare di mio, o 
vo' fare del tuo: che tanto e una medesima cosa. Sieti awiso, e 
awisa come sta, 5 e quello si puo fare. 

Veggo Niccolo era malato di terzana; che oltre alia pena mia, ho 
auto dispiacere per piu rispetto. A Dio piaccia per sua misericordia 
liberarlo. 

Da messer Giannozzo 6 ho per sua benignita una lettera, che 
n'ho preso assa* conforto, veduto 1'affezione e amore ti porta, e 
con quanta carita e con quanti assempri m'induce aver pazienza. 
Che Iddio gliene renda merito. E perch'io non mi sento di tale 
virtu, ch'io sapessi e potessi fare risposta a un tanto uomo quanto 
e lui, me ne staro ; ma tu per mia parte gli fa' quel ringraziamento 
che t'e possibile. E me awisa, e spesso, come ti senti: che Iddio 
me ne mandi quello disidero; che, perch'io sia usa avere delle av- 
versita pe' tempi passati, queste mi fanno piu sentire. Ancora rin- 
grazia per lettera Bernardo de' Medici; che ti potre' dire con 
quanto amore mi venne a vicitare 7 e confortare, e quanto si duole 
del caso e della passione nostra. Non diro piu per questa, per non 
ti dar tedio a leggere; se no ch'io aspetto tue lettere che ti conforti, 
e di sentire che tu sia sano: che Gesu benedetto ce ne conceda 
la grazia, come disidero. Per la tua poverella Madre, in Firenze. 



i. La copia . . . volonta: testamento. 2. asseguzione: esecuzione. 3. ra- 
gazzo: servo. 4. altre: altre lettere. 5. come sta: come e la situazione fi- 
nanziaria. 6. Giannozzo: Manetti. 7. vicitare: visitare. 



224 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

III 
A FILIPPO DEGLI STROZZI, IN NAPOLI 

Al nome di Dio. A di 26 di luglio 1465. 

A di 20 fu Fultima mia. Ho dipoi la tua de' 12 detto. Risposta. 

De none iscrivermi ispesso, non credo punto sia per non ti ri- 
cordare di me; die e naturale che '1 figliuolo si ricordi della madre, 
massimo quando non e suto abbandonato da lei ne' sua bisogni: 
ma quando non ho vostre lettere e spesso, estimo bene che le 
occupazioni di cose che importano vi danno tanto da fare, che il 
tempo vi manca a scrivere a me. E benche mi paia ispiacevole il 
non avere vostre per ogni fante, quest' altra parte delPavere voi as- 
sai che fare mi fa istare paziente. E di certo, che volentieri veggo 
le vostre lettere, che aspetto el mercoledi o il giovedi, che de' 
giugnere il fante, co piacere, credendo avere duo versi 1 di vostra 
mano: e quando i' no n'ho, e 1'animo mi si distende aspettare per 
1'altro fante; 2 e non n'avendo, mando a sapere dal banco; 3 se truo- 
vo abbino vostre, piglio conforto che voi sete sani e state bene. E 
cosi vengo passando tempo. E ringrazio Iddio che di voi sento buo- 
ne novelle, e che avete assai faccende e d'utile e d'onore; che assai 
mi piace. Ed e vero quello che tu di' che tu hai, e noi teco insieme, 
phi grazia non meritiano: 4 ed ho isperanza in Lui, che, conoscendo 
noi e benifici e la grazia che v'ha data per ensino a qui, che e' 
vi prosperra 5 di bene in meglio. Cosi lo priego per sua misericordia, 
e al continovo fo pregare per voi; e da un pezzo in qua s'e fatto 
tante orazioni per la faccenda vostra, 6 che per certo non piace a 
Dio ancora che noi abbiano questo contento. Riputo tutto per lo 
meglio. Avevone isperanza innanzi la presura del conte; 7 ma di 
poi sento le cose sono intraversate en modo, che non e per ora da 
parlarne. E chi dice non essere ora tempo, credo sia vero, per 
quello sento: e non so pensare quando s'abbia a essere il tempo; 
pero che si vede ogni di traverse 8 tra loro. E questa morte del conte 



i, versi: righe. 2. aspettare . . . fante: nelP aspettare 1'altro corriere. 
3. dal banco: in bottega degli Strozzi. 4. piu grazia non meritidno: di 
quello che non meritiamo. 5. vi prosperra: vi fara prosperare. 6. per 
la faccenda vostra: per il vostro ritorno a Firenze. 7. innanzi . . . conte: 
lacopo Piccinino fu fatto arrestare dal re Ferdinando. 8. traverse: osta- 
coli. 



ALESSANDRA MACINGHI STROZZI 225 

ha molto dato che dire di 47 e di 48;* en modo die vogliendo e 
maggiori mandare imbasciadori, Puno costa al re e 1'altro al duca, 
non si vince. Daremi poca noia queste cose, se non fussi el fatto 
nostro: si che vedi a che termine ne siano. E quanto a me, non e 
da fame ora isperienza; che penso, se la si cimenta, ella non 
riesca: me ne parrebbe perdere assai di riputazione, e spezial- 
mente nel fatto de* 33 per 45. 2 Ora tutto si vuole rimettere in Dio, 
che lasci seguire il meglio di tutto. 

Per altra ti dissi delle melarance mandate a Piero, 3 e la risposta 
che fece a Giovanni : 4 doverratti avere iscritto, che cosi disse di fare. 

Piacemi molto che le cose del re sieno assodate, e nette de* dubbi 
che si potevano avere. A Dio piaccia mantenerlo lungo tempo in 
pace e in buona prosperita, con salute delPanima e del corpo. 
Madonna Ippolita 3 si dice ne verra pure in costa, e don Federigo 
co lei: accompagnigli Iddio. 

Siano a di 27; e Marco Parenti e venuto a me, e hammi detto 
come piu tempo fa ragionano di darti donna, e faciemo pensiero 
che delle cose che ci erano, e dove noi credavamo potere andare, e 
quello ci pareva meglio di parentado, se Paltre cose avesse, ch'ella 
fussi di buono sentimento e bella, e non avesse del zotico, si era 
la figliuola di Francesco di messer Guglielmino Tanagli; e che 
perensino a oggi non ci e venuto innanzi cosa che ci paia del fatto 
tuo piu che questa. 7 E in vero non se n'e ragionato troppo, per la 
cagione ti sai: pure segretamente noi abbian cerco, e non si truova 
se none gente, per di fuori, che hanno mancamento o di danari 
o d'altro. Ora el minore difetto che sia di questo, si e e danari; 
e quando vi sono Taltre parti compitenti, non si de' guatare a' 
danari, come piu volte m*ha j detto. Si che il di di Sa' lacopo, es- 
sendo Francesco grande amico di Marco, e avendo una gran fede 
in lui, si mosse con bel modo e savie parole, avendo di gia parecchi 
mesi sentito che noi volentieri areno veduto la figliuola, a doman- 
dare Marco di questo, e che stimava che se ne domandassi per te, 
e che quando noi avessimo il capo a cio, che ci veniva volentieri; 

i . di 47 e di 48 : del re di Napoli e del duca di Milano, secondo il cifrario 
usato tra Alessandra e i suoi figli. 2. de 3 33 per 45: il matrimonio (33) di 
Lorenzo il Magnifico (45). 3. Piero: fratello di Filippo. 4. Giovanni 
Bonsi, marito di Alessandra, figlia della Macinghi. 5. Ippolita Sforza, fi- 
glia del duca di Milano e moglie di Fernando duca di Calabria. 6. don 
Federigo: il cognato, figlio di re Ferdinando. 7. del fatto tuo . . . questa: 
piu adatta di questa per te. 

is 



226 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

perch.6 tu se' uomo da bene: che avendo fatto sempre be* paren- 
tadi, e avendo poco che dargli, piu tosto la vuole mandate di fuori 
a persone da bene, che dark qui a di quegli che si truovano, chi 
ha pochi danari: e no si vorrebbe abbassare. E voile che Marco 
andassi co lui a casa sua, e chiamo giu la fanciulla en gamurra: 1 
la vide e profersegli che ogni volta che io la volevo vedere, e cosl 
la Caterina, che ce la mosterrebbe. Dice Marco ch'ell'ha bella 
persona, e parvegli che fussi ricipiente 2 fanciulla: e noi abbiano 
informazione ch'ell'e di buono sentimento e atta, che ha a governo 
brigata assai, ch6 sono dodici figliuoli, sei maschi e sei feminine; e, 
secondo sento, ella governa tutto, ch6 la madre sta sempre grossa, 
e non e da molto. 3 Ecci porto 4 da chi usa in casa, che la governa la 
casa lei; che cosi 1'ha awezza el padre, ch'e tenuto d'assai, ed 
e stato de' puliti 5 giovani da Firenze. Si che pensando che si ha 
'ndare per la lunga, non mi pare che sia tempo d'aspettare a fare 
questo passo: e pertanto awisa di quello s'ha a fare; e sarebbe 
buono, a mio parere, che tu ne domandassi Pandolfo : ch6 sendo 
el piu presso avemo a questo fanciulla, ne de' assapere el tutto; 
e cosi della condizione del padre. Non gli direi che noi n'avessimo 
nulla ragionamento; ma, avendo el pensiero, se te ne consigliassi : 
e se te ne dicesse bene, come e stato detto a noi, sare' da credere; 
e fermarsi qui, e diliberare d'uscire di questo pensiero : che preso 
il partito, passato Paffanno. Credo da Marco sarai di questo fatto 
awisato piu particularmente che non ho fatto io, perche la pratic6, 
e intende meglio di me. Metti in ordine le gioie, e belle, ch la 
moglie e trovata. Essendo bella, e di Filippo Strozzi, e di bisogno 
di belle gioie; che come tu hai 1'onore nelTaltre cose, en questo non 
vuole mancare. 

Lorenzo non mi scrive; che" no n'ho da lui da' 27 di giugno en 
qua; che mi fa pensare che non sia di buona voglia: 6 awisa che 
n'e, e s'egli ha avuto reda, 7 ch6 mi disse Tommaso che 1'aspettava. 
Credo starete tanto sanza donna, che ne trovereno qualche ser- 
qua. 8 Iddio vi presti pur vita, come disidero. Ne" altro per questa 
m'accade dirvi, se no che attendiate a star sani; che Iddio di male 
vi guardi. Per la vostra Alessandra Strozzi, in Firenze. 

i. gamurra: veste lunga. a. ricipiente: adatta. 3. sta sempre . . . molto: 
e sempre incinta e vale poco. 4. Ecd porto: ci & stato riferito. 5. pu- 
liti: bene allevati. 6. non sia . . . voglia: non stia bene. 7. reda: erede. 
8. Credo . . . serqua: credo che starete tanto tempo senza moglie, da avere 
qualche serqua di figli illegittimi, come quello che Lorenzo aspettava. 



MATTEO FRANCO 

MATTEO DI FRANCO della Badessa, prete e cortigiano di casa Me- 
dici, nacque nel 1447 a Firenze: le sue opere, i suoi gesti e i suoi 
affetti, sono un riflesso della sua condizione di uomo di corte; 
la vita familiare di Lorenzo, 1'interesse per i figli di lui, gli susci- 
tarono una bonaria e tenue vena d'afFetto : seguiva Clarice Orsini, 
moglie di Lorenzo, nelle sue peregrinazioni, e nel 1488 accom- 
pagno a Roma, come cappellano e quasi protettore, la Maddalena, 
figlia di Lorenzo e di Clarice, che andava moglie a Franceschetto 
Cybo. Dalla sua posizione di cliente dei Medici derivarono anche 
le beghe, le rivalita e le stizze che lo spinsero a una tenzone aspra e 
burlesca con Luigi Pulci, tra il 1474 e il 1475. Dell'uno e dell'altro 
atteggiamento rimane traccia nella prosa fresca e scherzosa della 
descrizione di Un viaggio di Clarice Orsini^ e nei versi plebei 
del Libro dei sonetti> che fu citato fra i testi di lingua dal Vocdbo- 
lario della Crusca. 

Passo tranquillo gli ultimi anni della sua vita, canonico e spe- 
dalingo a Pisa; fu amico del Poliziano e di Bernardo Dovizi da 
Bibbiena, cancelliere dei Medici. Mori a Pisa nel 1494. 



Sonetti di Matteo Franco e di Luigi Pulci, a cura del marchese Filippo 
de* Rossi, Lucca 1759; Sonetti inediti di Matteo Franco, a cura di 
Guglielmo Volpi, in Studi letter ari e linguistici dedicati a Pio Rajna, 
Firenze 1911, p. 79; LUIGI PULCI e MATTEO FRANCO, // libro dei sonetti, 
a cura di G. Dolci, Firenze 1933; MATTEO FRANCO, Un viaggio di Clarice 
Orsini nel 1485, a cura di Isidore Del Lungo, Bologna, Romagnoli, 1868: 
testo da noi riprodotto. 

GUGLIELMO VOLPI, Un cortigiano di Lorenzo il Magnifico (Matteo Fran- 
co} e alcune sue lettere, in Giorn. stor. d. lett. it. , 17, p. 229 sgg. Cfr. 
anche CARLO PELLEGRINI, Luigi Pulci y Vuomo e I'artista, Pisa 1912, e G. 
B. PICOTTI, La giovinezza di Leone X, Milano 1927. 



[UN VIAGGIO DI CLARICE ORSINI] 

Salve, o alter ego. 1 

Ser Piero adio, adio Franchi, adio Lorenzi, adio Butti, adio 
Franceschi, adio adio. z Loco apresso al Bagno, 3 e capitulo in su 
la dipartenza. 4 Spiccato Firenze da Pisa, 5 se ne venne in canti festa 
e allegreza insino di qua da Monte Castelli al Mulino; 6 dove tro- 
vamo, imo per di sulPalto vedemo, 7 circa a venticinque fanti in 
rotelle e chiaverine. 8 Cominciamo in fra noi a dire: Che gente e 
quella laggiu ? E gridando noi tutti: Palle Pallet , loro rispo- 
sono: Palle Palle e Orso Orso ; 9 e a loro appressandoci, 
e loro a noi, raddoppiando le Palle e 1'Orso, conoscemo esser gente 
mandata da que* di Monte Castelli per acompagnarci. Vollonci 
menare drento; e non ci trovando a cio disposti, vennon con noi 
infino laggiu nel piano: dove erano uno sciame di femmine con 
visi che parevan castagnacci, ma tutte liete e fiorite, con mense 
aparechiate di vino e berlingozi. 10 Bewesi a cavallo a cavallo. 11 
E licenziati qui tutti e prefati fanti, con uno di loro solo per guida, 
ripresi e nostri canti e festa, ce ne partimo. E passamo per Monte 
Guidi 12 diserto, dove a meza costa riscontramo un prete alzato alia 
ritonda, 13 trafelato che parea tornasse d'Ascesi: 14 il quale dicendo 
esser amico di Donnino, 15 ci fece gran calca allo scavalcare drento, 1 
dove ha sua chiesa e casa; di che prese tanto afanno e tanto ne 

i. Ser Piero, alter ego, e ser Piero Dovizi da Bibbiena, fratello di Bernardo 
cancelliere di Lorenzo il Magnifico: Puno e 1'altro erano arnici e corrispon- 
denti di Matteo Franco. 2. Ser Piero . . . adio: e la cornpagnia di cancel- 
lieri, cappellani, famigli, che nel viaggio di Lorenzo de' Medici e di Cla- 
rice Orsini sua moglie, di ritorno dai bagni di Morbia in quel di Volterra, 
si erano staccati per seguire il primo che andava a Pisa, mentre Taltra 
tornava a Firenze. 3. Loco apresso al Bagno: il luogo dopo i bagni di 
Morbia, dove awenne la separazione. 4. capitulo . . . dipartenza: reso- 
conto di quel che awenne dopo la partenza. 5. Spiccato Firenze da Pisa: 
separatisi coloro che eran diretti a Firenze, da quelli che proseguivano 
per Pisa. 6. Monte Castelli al Mulino : in Val di Cecina. 7. imo . . . 
vedemo: anzi dalPalto vedemmo. 8. rotelle e chiaverine: piccoli scudi ro- 
tondi e lance sottili. 9. Palle Palle . . . Orso Orso: il grido di guerra dei 
Medici e degli Orsini, desunto dagli stemmi delle due famiglie. 10. ber- 
lingozi: frittelle rotonde di uova e farina, n.a cavallo a cavallo: in fretta. 
12. Monte Guidi: castello in Val di Cecina. 13. alzato alia ritonda: in vesti 
succinte e rialzate. 14. parea . . . d'Ascesi: gioco di parole: pareva tornasse 
da un'ascensione. 15. Donnino: staffiere di casa Medici. 16. cifece . . . 
drento: fece pressione perche ci fermassimo. 



230 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

corse in giii e in su, che se non si fia fatto un poco di frobotomia, 1 
dubito non sia a quest'otta 2 spacciato. Idio 1'aiuti! Partimoci, anzi 
non punto ci fermamo; e venimone sotto Casoli 3 circa a quattro 
miglia, ci raggiunse Martino Ghezo e Martino Moro, 4 che per 
non potere con qualcuno altro venir si forte, che" pur cavalcamo 
forte, s'era restato adrieto. 5 E disseci come in Casoli, overo poco 
piti di la da Casoli, avea riscontro la tanto desiderata Nannina, 6 
in ceste, 7 e che le fece motto e che domand6 di Lorenzo e di ma- 
donna Clarice, e, inteso da lui madonna Clarice esser inanzi e 
Lorenzo verso Pisa, disse che ella se ne disperava, e mostrb grave 
dispiacere non avendo potuto veder Lorenzo, o almanco parlare 
a madonna Clarice. II che quando intese Madonna, per piu ri- 
prese per la via si dolse ancora lei non avere avuto tanta ventura 
che Tavessi almanco riscontrata. 

E cosi infino apresso a Colle 8 accirca due miglia, ce n'andamo 
cantando e sempre motteggiando e parlando. E qui alquanto ri- 
stagnamo, per che le parole quasi tutte si fuggirono in uno fra- 
tello di Antonio del Pela 9 che incontro ci venne; e cosl infino a 
Colle nel borgo pericolato e rovinato ci conducemo. E giunti a casa, 
el prefato Antonio del Pela ci si fece innanzi lui con uno risciaqua- 
toio di parole, nel quale afog6 e il fratello e tutti noi con chiunche 
v'era; ch6 si vede che gli e lui pure el fratello maggiore. E giunti 
in sala, vi trovamo forse trentacinque sua parentini, tra fanciulle 
donne e bimbi: e non si tosto giunti, che il mio pesellone 10 co- 
mincib a dire: Madonna Clarice, quest' e mia figliuola; fatti in 
qua, toccale la mano. E quest'altra, e quest'altra. E questa e mia 
nipote; fatti in qua, toccale el forame. 11 E questa, e questa. E 
questi. fanciullini son tutti mia nipoti; state ritti, state cortesi: 
questo vo' far prete, questa monaca, questa batez6 madonna Lu- 

x. che se non . . .frobotomia: flebotomia; se non si sara fatto cavar san- 
gue. 2. otta: ora. 3. Casoli: paese tra la Val d'Elsa e la Val di Cecina. 
4. Martino . . . Moro : Martino, detto scherzosamente da Matteo Franco, 
Ghezo, ciofe Nero; il Moro e uno staffiere dei Medici. 5. per non . . . 
adrieto : non potendo venire con qualcun altro che Paccompagnasse, per- 
che noi cavalcavamo molto forte, era rirnasto indietro. 6. Nannina: so- 
rella di Lorenzo e moglie di Bernardo Rucellai. 7. in ceste: in vettura. 
8. Colle: Colle Val d'Elsa. 9. E gui . . . Antonio del Pela: fummo co- 
stretti a smettere di parlare e motteggiare, perch6 tutte le parole furono 
assorbite da un fratello di Antonio del Pela, fittavolo dei Medici. 10. pe- 
sellone: semplicione. n. toccale el forame: il Franco interviene scherzo- 
samente e sboccatamente, parodiando lo zelo ossequioso e sgradito del- 
Tingenuo contadino. 



MATTED FRANCO 231 

crezia, 1 e questa ho maritata ora; questa fa f range veniziane, e 
questa nastri. E questa, cacasangue 2 che gli vengal che se io non 
Favessi levato di qui, ci arebbe tutti stregati. Pur con allegare 
la stracheza di madonna Clarice e di tutti, gli abasso un poco il 
vampo. 3 Giugnemovi a ore ventidue e mezza o ventitre; e ripo- 
sati alquanto, ser Giovanni Antonio 4 e io andamo a veder far fo- 
gli; 5 e poi tornati, vi menamo madonna Clarice, che gli parve bella 
cosa, e ebbene piacere assai e delPartificio e di quelPacqua e delParia. 
Tornati, cenamo a Tuna ora incirca: uno morselletto 6 cialdolcini, 
berlingozi e trebbiano, insalata e solcio, 7 polli lessi e capretti: e 
poi arrosto pippioni 8 e anco non so che polio, marzapane, e sea- 
tole. 9 

Ma innanzi cena la comunita di Colle fece uno presente a Ma- 
donna, di biada, cera, marzapani, vino, scatole, con molti begli 
oratori, che dissono tre 10 in su detti presenti: la sustanza, che 
aspettando Lorenzo e non sendo venuto lui, che a lei le presenta- 
vano come a uno altro lui; scusando la piccoleza del dono colla 
impossibilita loro, e che ella gli volessi raccomandare a Lorenzo 
e loro e quella terra. Rispose, perdio, Madonna molto bene e 
brieve, risolvendosi 11 che non erano amici come dicevono ; che se 
fussino stati amici, che gli arebbono auto fede d'esser serviti e da 
Lorenzo e da lei, senza presenti; e che quegli piutosto eron cose 
da strani 12 e da forestieri, che da buoni amici: Da un canto voi 
vi dolete, e dite che io racomandi a Lorenzo la poverta e' bisogni 
e vostri e della terra; e voi poi spendete in queste cose. Io Pho 
tutte per accettate, e ridonole tutte a voi; perche se le mi rimanes- 
sino, io le farei dare per Pamor di Dio qui per la terra, si che a 
voi piu bisognosi di me le dono. Fu un gran balugazo; 13 perche 
a verun modo le vollono riportare, allegando molte trame. 14 Ser 
Giovanni Antonio e io per altri garzoni loro drieto le rimandamo, 
riserbandoci quartro fiaschi di vino e uno marzapane, per non 
par ere adirati. E cosi passo el presente. 15 

Dormimo benissimo. Insomma, se '1 Pela non ci avessi pelato 

i. Lucrezia Tornabuoni, madre di Lorenzo. 2. cacasangue: la dissenteria. 
3. il vampo: la smania. 4. ser Giovanni Antonio: cancelliere di Lorenzo. 
5. a veder far fogli: a veder la cartiera. 6. uno morselletto: un bocconcino. 
7. solcio: carne sminuzzata in aceto. 8. pippioni: piccioni. 9. scatole: 
confetture. io. dissono tre: recitarono in tre. n. risolvendosi: conclu- 
dendo. 12. strani: estranei, stranieri. 13. balugazo: sconquasso. 14. tra- 
me: argomenti. 15. el presente: il dono. 



232 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

con tanti scipiti cicalamenti, ci ricevette con grande allegreza e 
amore: perche in vero Panimo e da misurare innanzi a ogni altra 
cosa. 

La sera, dopo cena, vi compari uno ambasciatore sanese, uno 
messer Ricco: e con madonna Clarice e con ser Giovanni Antonio 
stette in camera una mezza ora, a ragionare de* bollimenti 1 di 
Siena: e mostrava esser venuto quivi con credendo 3 trovarvi Lo- 
renzo; perche dice che Lorenzo scrisse a Siena una lettera, che 
partiva con lei ma non diceva per dove : e perch6 so che circa al- 
1* ambasciatore ha satisfato ser Giovanni Antonio, non dir6 altro. 

La mattina ci partimo: ma prima ser Giovanni Antonio e io 
andamo a vicitare el potesta. E con una guida ne venimo insino 
alle Tavernelle, e dipoi a Passignano, 3 dove era ito Donnino in- 
nanzi, e giugnemovi circa a ore quindici o sedici. Riposati al- 
quanto, desinamo : curatelle e capretto lesso, e baccegli, 4 e ricotte, 
e buon vini. Dipoi vedemo tutta la casa e chiesa, e le reliquie. 
Non vi poterei dire quanto a Madonna piacque e la casa e la stanza: 
e cosi vi ci stemo tutto el di, in disaminare e vedere tutto. La sera 
cenamo: insalata, uno erbolato 5 ottimo, e ricotte rifritte, e bac- 
cegli, e cacio. 

La mattina, cio& ier mattina, ne partimo, udito messa, subito : e 
per la via di San Casciano 6 venendone, trovamo uno sotto Fa- 
brica, 7 che a spron battuto giunse e disse: Piero 8 vostro mi 
mandava a intendere che via voi tenevi, perche" infino iarsera vi 
venne incontro parechi miglia, e ora e ito verso Santa Maria 
Inpruneta con messer Giovanni e con tutti. Rispose che noi 
n'andavamo da San Casciano. Subito si parti volando, a farlo 
loro sapere. E finalmente di qua da San Casciano, al passare del 
fiume, 9 riscontramo lacopo Salviati 10 e quello suo compagno de' 
Corbinelli, Tonassino, che ci venivano in contro: e fatto le fre- 
gagioni 11 con grande allegreza, ne venne con noi. Dipoi intorno a 
Certosa 12 riscontramo il paradiso pieno d'agnoli di festa e di letizia, 



i. bollimenti: sommovimenti. z. con credendo i con il credere di. 3. Ta- 
vernelle in Val d'Elsa e Passignano in Val di Pesa. 4. baccegli: fave verdi. 
5. erbolato : torta di verdure. 6. San Casciano in Val di Pesa. 7. Fa- 
brica in Val di Pesa. 8. Piero : uno del tre figli di Lorenzo : gli altri due, 
nominati appresso, erano Giovanni e Giuliano. 9. fiumei la Greve. 
io. lacopo Salviati: genero di Lorenzo il Magnifico, marito di Lucrezia. 
u. fregagioni: saluti e abbracci. 12. Certosa: a due miglia da Firenze. 



MATTEO FRANCO 233 

cioe messer Giovanni, Piero, Giuliano e Giulio 1 in groppa, con 
loro circumferenze. 2 E subito come viddero la mamma si gitto- 
rono a terra del cavallo, chi da se e chi per la man d'altri; e tutti 
corsono e furono messi in collo a madonna Clarice, con tanta alle- 
greza e baci e gloria die non ve lo poterei dire con cento lettere. 
Ancora io non mi potetti tenere, che io non scavalcassi; e prima 
che ricavalcassino loro, tutti gli abracciai e due volte per uno gli 
baciai: una per me e una per Lorenzo. Disse el gentile Giulianino, 
con uno O lungo : O, o, o, o, dove e Lorenzo ? Dicemo : 
Egli e ito al Poggio 3 a trovarti. Disse: Eh mai non. E 
quasi piagnendo. Non vedesti mai la piu tenera cosa. Egli e 
Piero, che e fatto el piu bello garzone, la piu graziosa cosa che, per 
dio, voi vedessi mai: alquanto cresciuto; con certo profilo di viso, 
che pare un agnolo; con certi capegli un poco lunghi e alquanto 
piu distesi che prima, che pare una grazia. E Giuliano, viuolino 4 
e freschellino com'una rosa; gentile pulito e nettolino come uno 
specchio; lieto e tutto contemplative 5 con quegli occhi. Messer 
Giovanni ancora ha un buon viso, non di molto colore ma sanozo 
e naturale; e lulio, una cera brunaza e sana. Tutti, per concludere, 
sono la letizia al naturale. E cosi con gran contento e festa, tutti di 
bella brigata, ce n'andamo per via Maggio, Ponte a Santa Trinita, 
san Michele Berteldi, santa Maria Maggiore, Canto alia Paglia, 
via de j Martegli; e ce n'entramo in casa, per infinita assecula asse- 
culorum esselibera nos a malo amen. 6 Partimmi a cavallo a cavallo, 
e andamene a casa mia. Dipoi non sono arrivato la 7 altramenti, 
per occupazioni e rassettamenti. 8 None piu. 9 

Luigi 10 stamani si parti di Firenze, e ando col Calcione o Bal- 
cione o Tralcione; tanto e, 11 al luogo suo: e la moglie e in Firenze. 
Dite a Francesco di maestro Antonio 12 mio caro e bello, che colui 



i . Giulio : e il figlio naturale del fratello di Lorenzo, Giuliano dei Medici, 
ucciso nella congiura dei Pazzi. 2. con loro circumference: il loro seguito. 
3. Poggio a Caiano. 4. viuolino : color della viola (della viola rossa), roseo. 
5. contemplative: che guarda intensamente. 6. per infinita . . . amen: in- 
dica la fine di tutte le peripezie, pronunciando alia maniera popolaresca 
il latino della messa. 7. Id: in casa dei Medici. 8. per occupazioni e 
rassettamenti: a causa delle mie occupazioni e per sistemar le cose mie. 
9. None piu: non piu. Basti di questo argomento. io. Luigi: d'Agnolo 
della Stufa, signore del castello di Calcione presso Bucignano, in Val 
di Chiana. n. tanto e: cornunque sia. 12. Antonio: degli Squarcialupi, 
detti degli Organi dalla loro professione. 



234 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

ebbe la sua lettera, per quanto abbia racolto, 1 e che assai gli fu 
grata; e disse che gli risponderebbe a bocca, 2 perche dice che, 
in su la sua, era come di corto e ci sarebbe, 3 e pero non rispose: 
che abbi pazienza, perche personalmente 4 fara meglio assai. Va- 
letote. 

Al mio Andrea de' Medici 5 quanto piu potete mi racomandate, e 
dite che si ricordi delle mie chiocciole marine. E tornate tosto, che 
questo popolo non puo piu ritenere la c ... iuola. In furia, addi 
12 di maggio 1485. 

Franco 



i. per quanto abbia racolto: per quanto io ne sappia. 2. a bocca: a voce. 
3. in su . . . ci sarebbe: quanto ai fatti suoi, andavano e sarebbero andati 
come prima. 4. personalmente: per conto suo. 5. Andrea di Bernardo 
de* Medici, di un ramo cadetto, era molto amico di Lorenzo il Magnifico. 
Nel 1497 fu implicate nella congiura di Bernardo del Nero. 6. E tor- 
nate . . . c . . . iuola: non ne pu6 piu per la vostra assenza. 



BUONACCORSO PITTI 

BUONACCORSO PITTI nacque a Firenze il 25 aprile del 1354. Tro- 
vandosi in giovane eta orfano di padre, voile andare per il mondo 
a cercar fortuna, e, lasciata la sua citta nel 1374, comincio la sua 
vita errabonda: parti con un suo compagno, Matteo Tinghi, mer- 
cante e grande giocatore; e grande giocatore e banchiere divenne 
anche lui. Fu a Geneva, a Pavia, a Nizza, ad Avignone, a Zagabria, 
a Buda, a Parigi, a Bruxelles, in Inghilterra e in Olanda, e vi con- 
dusse vita elegante e cortese. Torno spesso in patria e, nel 1396, 
vi si reco per incarico d' Isabella, regina di Francia, moglie di 
Carlo VI, per stringere alleanza tra il comune fiorentino e la Fran- 
cia, contro Galeazzo Visconti. Nel 1398 fu dei Dodici del Col- 
legio; nel 1399 fu Priore, poi Capitano di Pistoia, e, nel 1400, am- 
basciatore presso il duca Roberto di Baviera, Conte Palatine, da 
poco eletto imperatore. Segui tutto il cursus honorum, dando prova 
di un carattere risentito e impetuoso, e trovandosi spesso a contra- 
stare con le direttive della Signoria. Da Francesca, figlia di Luca 
degli Albizzi, ebbe tredici figli, tra i quali Luca, celebre uomo 
politico. Mori a Firenze nel 1430. Ci lascio una Cronaca, una prosa 
spirituale, Relazione del cingolo di Maria Vergine, delle lettere e 
una canzone. 

Nel 1412 inizio la sua Cronaca e la condusse sino al 1429: dopo 
una prima parte dedicata alia genealogia della sua famiglia, Tau- 
tore ricorda gli awenimenti ai quali ha preso parte, mirando so- 
prattutto a mettere in rilievo la propria figura di uomo estroso e 
risoluto, di ricco e geniale borghese fiorentino, che si muove con 
baldanza tra i signori e le gentildonne d'Oltralpe, o tra le contese 
e le risse della citta e del dominio. II Pitti non ha interessi di sto- 
rico, ne vuole averne; ma la sua osservazione e varia e improwisa, 
e coglie momenti e aspetti della poUtica e della vita contemporanea, 
dalla ribellione dei borghesi di Parigi del 1381, alle paure e alia 
miseria del vistoso e vuoto impero di Roberto di Baviera. II suo 
stile e semplice e rapido: nelle pagine migliori e mosso e vivace, 
non sorretto, rna neppure rallentato da ambizioni letterarie. 



Nelle note agli Elogi storici di Jacopo Gaddi, appaiono per la prima volta 
passi della Cronaca di Buonaccorso Pitti: JACOBUS GADDIUS, Elogia hi- 



236 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

storica, Firenze 1637 (nel xxxi elogio); JACOPO GADDI, Elogi slorici vol- 
garizzati dagli Accademici Svogliati, Firenze 1639. Nelle note di questa 
edizione si trovano altri passi della cronaca, che venne stampata per intero, 
con Taggiunta della Relazione del cingolo di Maria Vergine da Giuseppe 
Manni, a Firenze, nel 1720. Questa edizione fu riprodotta, senza la Rela- 
zione del cingolo, da Alberto Bacchi Della Lega, a Bologna, nel 1905, 
presso Romagnoli-DairAcqua, nella Collezione di opere inedite o rare 
dei primi tre secoli della lingua , ed e il testo che noi qui seguiamo. 
Otto letter e e una canzone di B. Pitti furono stampate nella Rassegna 
Lucchese, 1906, 9. 

L. BONFIGLI, Bonaccorso Pitti per la via d'Alemagna, in Archivio per 
1'Alto Adige, n, i, 2; E. RODOCANACHI, Un aventurier florentin, Bonac- 
corso de Pitti, in ((Bulletin Italien, n (1902), pp. 257-79 ; C. GUZZONI 
DEGLI ANCARANI, La cronaca domestica toscana dei secoli XIV e XV, 
Lucca 1920, che qui citiamo una volta per tutte, pp. 54-71; L. MIROT, 
Bonaccorso Pitti, aventurier, joueur, diplomate et memorialiste, Paris 1932 
(cfr. E. LAZZARESCHI, Bollettino storico lucchese, 1932, iv, pp. 83-4); 
MARIA STICCO, Arte e sinceritd, Milano, Vita e pensiero, 1940, La leg- 
genda delVAssunta nella relazione del Pitti, pp. 67-80. 



DALLA CRONACA 

[Ambasciata alia corte di Roberto di Baviera.] 

E nel detto anno 1 io fui eletto per ambasciadore, e mandate in Ala- 
magna al nuovo eletto imperadore; cio fu il duca Ruberto di Ba- 
viera Contse Palatine; 2 e la comessione, 3 ch'io ebbi fu in eiFetto, 
cio e: in prima, ralegrarci della sua lezione; 4 siconda, pregarlo 
die venisse a prendere a Roma la corona; terza, a ricoverare le 
ragioni 5 dello 'mperio e per ispeziale 6 quelle che tenea il duca di 
Melano come tiranno; quarta, che se cio volesse fare in quello 
anno, cio fu nel 1401, che il nostro Comune gli donerebbe fiorini 
cento milia d'oro; quinta, che riconfermasse in vicariato 7 quello che 
per privilegi 8 da rimperio tenavamo, e piu che ci concedesse in 
simile modo Arezzo, Montepulciano e tutte Pantre 9 terre d'im- 
perio che alora tenavamo. Partimi di Firenze, e menai con meco 
ser Pero di ser Pero da Samminiato, rogato del mio sindacato a 
potere fare 10 ec. e partimi adi quindici di marzo. 11 Faciemo il ca- 
mino da Padova, e significai al Signore di Padova 12 la mia andata, 
perche cosi ebbi in comessione. Mando con esso noi uno per suo 
ambasciadore che avea nome Dorde. Andamone per lo Frioli e 
poi in Alamagna per la via di Salzsperc 13 e poi a Monaco e a 
Englestat 14 e poi a Ambergh, 15 dove trovamo il detto eletto; e fatto 
a lui le debite reverenze e raccomandazioni del nostro Comune, 
dissi che quando piacesse a la sua Maiesta, io gli sporrei in segreto 
e in palese, come a lui piacesse, la mia ambasciata. Videci volen- 
tieri, dicendo che ci farebbe assapere quando ci volesse udire. 
Fececi mettere in bellissima casa, nella quale ci fece le spese 16 e ono- 

i. nel detto anno: nel 1400. a. Ruberto di Baviera, figlio di Roberto 
Elettore Palatine e di Beatrice di Sicilia, eletto nel 1400 imperatore. Ini- 
zi6 nel 1401 la discesa in Italia, cercando di accordarsi con Firenze, Vene- 
zia e Francesco da Carrara signore di Padova, contro il duca di Milano. 
Nato nel 1352, mori nel 1410. 3. comessione: incarico. 4. lezione: ele- 
zione. 5. ricoverare le ragioni: ricuperare i diritti. 6. per ispeziale: 
specialmente. 7. in vicariato: imperiale. 8. per privilegi: per concessio- 
ne. 9. antre: altre. io. ser Pero . . .fare: notaio della Repubblica, chia- 
mato a rogare gli atti del mandato che mi davano facolta di poter fare e 
disfare. n. quindici di marzo: del 1401. 12. Signore di Padova: France- 
sco da Carrara il giovane, signore di Padova dal 1391 al 1404, fatto stran- 
golare da Venezia nel 1406. 13. Salzperc: Salisburgo. 14. Englestat: 
Ingolstadt. 15. Ambergh: Amberga, nel Palatinato Superiore. 16. a fece 
le spese: ci prowide di ogni cosa. 



238 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

ratamente servire da sue genti. II sicondo di mando per noi, e 
nella presenza di circa a otto di suo consiglio voile ch'io sponessi 
la mia ambasciata. Sposila, ma non dissi la quantita de' danai, ma 
dissi che quello fosse possibile si farebbe. Rispose che ci darebbe 
praticatori, 1 e cosi fece; e praticando i detti con noi, ci domandarono 
quale era la quantita che '1 nostro Comune volea donare. Rispuosi 
che domandassono quello che parea a loro convenevole/Risposono 
che gl'era di nicista, 2 a volere ch'egli passasse quello anno, che il 
nostro Comune 1'aiutasse di fiorini cinquecento migliaia. Dissi 
che a quella parte io volea rispondere a la sua presenza. Fumo di- 
nanzi da lui, e dissi: Sagra corona i vostri comessari m'anno do- 
mandato tale quantita della quale noi abbiamo maraviglia; e parci 
che questo sia uno onesto negare la vostra passata; 3 pero che voi 
dovete bene stimare, che tanta quantita sarebbe impossibile al 
nostro Comune. Disse ch'io dicea vero, che per quello anno 
non volea passare, perche non avea danaio; per che circa a tre- 
cento milia di fiorini ch'egli avea innanzi ch'egli fosse eletto, 
tutti gli avea spesi in due volte ch'egli avea tenuto campo dipoi 
la sua lezione; ma che se noi lo lasciassimo stare quello anno, che 
un altro anno arebbe danaio e darebeci meno gravezza; ma che 
se pure volavamo che quello anno passasse, che a noi convenia 
portare 4 il forte della spesa; e in fine dopo molte parole per indu- 
cerlo al passare, gli dissi quello che io avea in comessione. Rispo- 
semi, che s'io non avea di piii in comessione, ch'io scrivessi a Fi~ 
renze tutto quello ch'egli m'avea detto, e che I'efTetto 5 era ch'egli 
non avea danaio; e cosi scrissi per lettere duplicate e per messi 
propi. 6 Ebbi risposta, e commisonmi 7 che io lo strignessi 8 al pas- 
sare quell' anno, assegnando delle ragioni, che le cose erano ben 
disposte per lui e che se s'indugiasse si potrebbono cambiare e 
che per suo aiuto io gli proferessi per insino a fiorini duecento 
milia d'oro; e anche dandogli speranza, che quando fosse di qua, 
noi ci sforzeremo in ogni cosa possibile d'aiutarlo. Andamo alia 
sua Maiesta, e dopo molti dire e per lui e per noi, 9 e in piu volte 
in piu di, innanzi che conchiudessimo, salendo a parte a parte la 

i. praticatori: incaricati di trattare. 2. di nicista: necessario. 3. uno 
onesto . . .passata: un modo onorevole per negare il vostro passaggio. 
4. portare: sopportare. 5. Veffetto: il fatto. 6. per lettere ... propi: 
con lettere in doppia copia e con corrieri particolari. 7. commisonmi: mi 
diedero Tincarico. 8. strignessi: costringessi. 9. e per lui e per noi: da 
parte sua e da parte nostra. 



BUONACCORSO PITTI 239 

proferta della quantita, in fine gli dissi la siconda comessione. Ri- 
spose die mandarebbe per gFelettori e per altri gran baroni, che 
venissono a lui a Norinbergh, presso di quivi a due giornate, e 
che con loro piglierebe partito e poi ci risponderebbe. Occorse 
nello aspettare che noi facemo la risposta da Firenze, avendo noi 
cenato con lui a uno suo giardino, e avendo veduto ch'egli non fa- 
cea alcuna guardia di 1 veleno, gli dissi : Sacra Corona, e' non 
pare che voi siate avisato della malvagita del duca di Melano; 
pero che se voi ne foste avisato, voi faresti altra guardia della vo- 
stra persona che voi non fate; che siate certo, che quand'egli sen- 
tira che voi siate diliberato di passare di la, egli s'ingegnera di 
farvi morire di veleno o di coltello. Rispuose tutto cambiato e 
segnandosi, dicendo: Sarebbe egli tanto malvagio ch'egli cer- 
casse la mia morte, non avendolo io sfidato, ne egli me? 2 Forte mi 
pare a credere; ma non di manco io m'atero 3 al tuo consiglio di 
fare buona guardia. E cosi ordino e facea; e fra 1'altre cose, per 
Io sospetto ch'io gli avea messo, quand'egli vedea alcuno ch'egli 
non conoscesse, subito volea sapere quello che quello tale andava 
facendo. Occorse, che sendo egli, e noi continovo 4 con lui, andato a 
uno suo bello castello presso da Ambergh a una piccola giornata 5 
per cacciare, e uscendo una mattina d'un suo palazzo per andare 
a udire messa, vide uno a guisa di corriere: fecelo venire a se e 
domandollo. Rispose che andava a Vinegia, e che era venuto quivi 
solo per vedere la sua persona, per saperne dire novelle a Vinegia. 
Disse a uno suo cavaliere che Io menasse a la sua camera, e guar- 
dasselo tanto ch'egli fosse tornato dalla messa. E quando fu tor- 
nato, il corriere gli confesso che venia da Pavia e che portava uno 
brieve 6 al suo medico da parte del maestro Piero da Tosignano, 7 
medico del duca di Melano, e che altre volte glie n'avea portati. 
Vide il brieve, e fece pigliare il suo medico che avea nome maestro 
Ermanno, il quale era stato scolaro di maestro Piero da Tosignano. 
E brieve, egli confesso come Io dovea avelenare in uno cristeo, 8 
e che ne dovea avere ducati quindici milia, i cinque milia a Ma- 
ganzia 9 e died milia a Vinegia. Partimoci e tornarno a Amberg, e il 

i. non faceva . . . di: non si guardava dal. 2. non avendolo . . . me?: non 
essendo fra noi dichiarazione di guerra. 3. atero: atterr6. 4. conti- 
novo: di continuo. 5. a una piccola giornata: a nieno di una giornata di 
cammino. 6. uno brieve: una lettera. 7. Piero da Tosignano: celebre per 
i suoi consult! contro la peste. 8. cristeo: clistere. 9. Magansda: Ma- 
gonza. 



240 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

medico e 1 corriere ben guardato, e cavalcando egli mi chiam6 e 
disse: Voi m'avete campato la vita per lo sospetto che mi me- 
testi ; e dissemi quello che avea trovato. Andamo dipoi a No- 
rinbergo, e la venne Parcivescovo di Cologna e quello di Maganza, 
che sono degli elettori, e altri baroni assai, a 5 quali di prima giunta 
disse loro la ventura ch'egli avea trovata, e mando per gli signori 
che regeano quella citt&, e disse loro quello che avea trovato, e che 
egli non ne volea esser giudice, perch'egli era parte, e che piacesse 
tone il medico e essaminarlo e giudicarlo, sicondo che paresse a 
la loro giustizia. Mandarono il medico a loro palagio, e dopo al- 
quanti di avendolo essaminato e veduto la verita essere che awe- 
lenare dovea lo 'mperadore, lo giudicarono che fosse strascinato 
sanza asse 1 insino al luogo della giustizia, e la gli fossono rotte le 
gambe e le braccia e le reni, e poi tessuto* in su una ruota di carro 
e posto in su uno stelo, 3 e tanto stesse a quel modo ch'egli si 
morisse; e cosi fu fatto. E dipoi lo 'mperadore tenne piu di con- 
siglio; e in fine, perche ivi non era tutti quelli che doveano essere a 
la diliberazione del passare suo a pigliare la corona a Roma, dili- 
berarono d'andare a Maganza e la trovarsi con tutti coloro a cui 
s'appartenea la detta diliberazione; e cosi fece. E la, dopo molti 
consigli e pratiche tenute, rimanemo con lui d'acordo in questo 
effetto, ci6 e, che s'egli con le sue forze fosse in Lombardia per 
tutto il mese di settembre prossimo, che a suo comessario sare- 
bono dati in Vinegia ducati cinquantamilia e poi centocinquanta- 
milia in tre paghe di tempo in tempo. Partimoci con lui di quello 
luogo e venimone a Adilbergh, 4 piu qua died milia tedesche, dove 
fece venire certi gran mercatanti, i quali gli aveano promesso di 
prestargli a Usperc, 5 dove facea sua gente venire, ducati cinquanta 
milia, ma che noi promettessimo a loro che quand'egli fosse en- 
trato in Lombardia, che noi pagheremo 6 a loro in Vinegia la detta 
somma. E venuti i detti mercanti, dissono che nogli poteano ate- 
nere 7 k promessa fatta, per6 che gli altri mercatanti, da cui spera- 
ravano d'avere i contanti essere da loro creduti, 8 del tutto nega- 
vano loro il danaio, dipoi che aveano sentito quello perch6 gli 
voleano. E in fine, dopo molte preghiere mischiate con minacci, 

i. sansa asse: col corpo a terra, z. tessuto: strettamente legato. 3. stelo: 
palo. 4. Adilbergh : Heidelberg. 5. Usperc: Augusta. 6. pagheremo : pa- 
gheremmo. 7. atenere: mantenere. 8. da cui . . . creduti: presso i quali 
speravano di trovar credito per avere i contanti. 



BUONACCORSO PITTI 241 

non potendo avere da detti mercatanti quello gli aveano promesso, 
mando per noi e disseci tutto; e quasi con lagrime ci disse: lo 
sono per essere vituperate per difetto di questi mercatanti, pero 
che per la promessa che a Maganza m' aveano fatta di servirmi, 
io 6 fatto mio mandamento 1 a 3 signori e baroni e gente d'arme, 
che siano per tutto agosto a Usperco, a farmi compagnia a pas- 
sare in Lombardia; e ora udite come me ne mancano. II perche 
vi priego, che tu Bonacorso vada prestamente a quelli miei divoti 
figliuoli Signori Fiorentini a narrare loro il caso, a pregarli che 
supliscano al mio onore e loro bisogno, se vogliono ch'io sia in 
Lombardia al termine dato; e che a partirmi da Usperc, per lo 
rneno mi bisogna che mi mandino ducati venticinque milia d'oro, 
sbattendo della 2 soma ec. Feci assai risistenza di non venire, 
alegando essere piii sicuro e phi presto fare con duplicate lettere; 
e in effetto egli non si voile consentire a ragione ch'io n'asse- 
gnassi 3 del non venire io; il perche diliberai venire, dubitando, 
che s'io non venissi, la sua passata per quello anno non mancasse. 
Partimi da Adilbergh a di diciotto di luglio, e giunsi a Padova in 
dodici di, che sono piu di miglia cinquecento ; e grande amirazione 
ne ebbe il Signore, che cosi presto io fossi potuto venire; e nollo 
arebbe creduto, se non fosse per una lettera gli portai de lo 'mpe- 
radore. Partimi da Padova colla febre, che ben quattro di innanzi 
m'era cominciata, e arrivando a Ruico 4 vi stetti uno di nel letto 
con si gran febre, ch'io non pote' cavalcare. II sicondo di entrai 
in una barca, e per certi canali arrival in Po e poi a Francolino, 5 
e ivi rimontai a cavallo e venine a dormire al Poggio 6 di messer 
Egano, e di la venni qui in due di e mezzo, tuttavia colla febre ; e 
referito ch'io ebbi a* nostri Signori e a* loro Collegi e a uno con- 
siglio di richesti, mi tornai a casa e in pochi di fu' libero da la fe- 
bre; e ritornato sano e fresco, diliberarono i Signori e Dieci della 
Balia, che Andrea di Neri Vettori, 7 che poi fu cavaliere, e io, 
andassimo a Usperc e dicessimo a lo 'mperadore, che fatto ch'egli 
ci avesse carta publica de' capitoli e patti che noi facerno con lui, 
che mandasse a Vinegia per ducati cinquanta milia, che la erano 

i. d fatto mio mandamento: ho comandato. 2. sbattendo della: defalcando 
gli interessi dalla. 3. a ragione ch'io n'assegnassi: per quante ragioni io 
assegnassi. 4. Ruico: Rovigo. 5. Francolino: borgo sul Po a pochi chi- 
lometri da Ferrara. 6. Poggio: Poggiorenatico. 7. Andrea di Neri Vet- 
tori: fu poi govematore di Piombino, dove mori nel 1409. 

16 



242 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

nelle mani di Giovanni di Bicci de' Medici 1 loro commessario. 
Partimo di Firenze a di quindici d'Agosto e venne con noi il detto 
Giovanni de' Medici insino a Vinegia e la lo lasciamo; e andamo 
al nostro viaggio e a gran giornate arivamo a Usperc, dov'era il 
nuovo eletto con circa quindici milia cavalli di bella gente. Sponemo 
la nostra ambasciata, alia quale prestamente rispose con grande 
dolore, veggendo che non portamo alcuno danaio, dicendo : A 
me conviene lasciare il fiore della nostra brigata, che sono circa 
cavalli cinque milia di gente usa in arme, e non anno da loro da- 
naio. 3 Tenne tutto di consiglio, praticando, 3 se era da venire 
piu innanzi o tornarsi a dietro. E in fine dilibero lasciare i detti 
cinquemilia cavalli per lo mancamento del danaio, e cogli altri 
tirarsi inanzi a piccole giornate, atendendo poi a Trento ch'io fossi 
tornato co' fiorini o vero ducati cinquanta milia. Diedemi le carte 
e capitoli con suoi sugelli e voile ch'io tornassi a Vinegia con uno 
suo cavaliere e con suo tesoriere; e cosi feci; e arrivati a Vinegia, 
subito gli feci dare i detti cinquanta milia ducati, e andamone 
con essi a Trento, dove lo trovamo forte sbigottito per tempo che 
avea perduto in aspettarci, il quale tempo perduto fu circa di ven- 
tidue di, che piu tosto sarebe entrato in Lombardia, se a Usperc 
gli fossono stati mandati venticinque milia ducati come ci richiese, 
e menata tutta la sua gente; che gliene adivenne dipoi quello 
ch'egli dubitava, cio e, che nel penare a entrare, il duca di Melano 
avesse piu agio a provedersi e farsi forte a la 'ncontra di lui ; e cosi 
fece; il perche gran danno e vergogna ne segui a la sua Maiesta 
e al nostro Comune, come inanzi faro menzione. E rapresentati 4 
i detti ducati cinquanta migliaia, egli subito gli distrebui e me 
prego e strinse ch'io tornassi e Vinegia a fare presta la siconda 
paga, la quale voleva verso Verona. Feci risistenza di non partire 
da lui, dicendo non essere di bisogno la mia andata, e che ne Fan- 
dare portavo gran pericolo di morte o di prigionia e che io sarei piu 
contento morire in arme al suo servigio, che morire come mandate 
per danari pero che molto migliore fama ne rimarebbe di me e 
onore a quelli di casa mia, E in fine esso mi strinse a quella andata 
dicendo : Tu mi farai piu servigio a Tandare, che tu non faresti 
servendomi con cento lance, dicendo: Domanda a me quello 

i. Giovanni di Bicci de y Medici: banchiere a Venezia; e il padre di Cosimo 
il vecchio. 2. non anno da loro danaio: non hanno danari propri. 3. pra- 
ticando: trattando. 4. rapresentati: presentatigli. 



BUONACCORSO PITTI 243 

che vuogli, ch'io possa, e sara fatto. Risposi dicendo : Sagra 
corona, dipoi che cosi vi piace, sono contento d'andare; ma se io 
ne sono morto o preso, che segno rimara a' miei, che possano 
mostrare ch'io sia morto al vostro servigio ? Allora disse: 
Voglioti donate segno di mia arme, il quale sia lo Hone d'oro in 
su le tue antiche armi; e anobilisco te e tuoi fratelli e vostri di- 
scendenti. E cosi comando al suo cancelliere che in lo suo li- 
gistro 1 ne facesse ricordo, dicendo : Va lietamente, Bonacorso, 
pero che Iddio t'acompagnera per Fopere e effetti che di me deb- 
bono uscire: e se Iddio ne concede ch'io castighi il gran tiranno 
di Melano, questo segno che io ti do sia Farra di grandissimo onore 
e profitto che per a tempo 3 da me riceverai. E in efetto io lo 
vidi partire di Trento inanzi ch'io mi volessi partire, e accompa- 
gnanlo 3 alquanto fuori della citta, e lasciai con lui Andrea Vettori 
e ser Pero da Samminiato, a' quali acomandai due de' miei cavalli 
e il piu di mie armadure, ecetto che le panziere, che con meco 
continovo le volevo. 



i. ligistro: registro. 2. per a tempo: a tempo opportune. 3. accompa- 
gnanloi lo accompagnamino. 



GORO DATI 

GREGORIO DATI, detto Goro, nacque a Firenze il 15 aprile 1362, 
e fu ascritto alFArte della Seta, seguendo la tradizione familiare, il 
31 ottobre 1385. Si reco per tre volte in Ispagna, in Catalogna, 
dove aveva impiantato un'agenzia commerciale : nel suo secondo 
viaggio, una galera del corsaro Briganzone assali e predo, davanti 
a Genova, la nave die lo portava: awenimento che il Dati annoto 
nel suo diario con indifferenza. Coinvolto in liti, agitato da dissesti 
finanziari, ebbe, nel 1403, una crisi spirituale che lo spinse a or- 
ganizzare la sua vita secondo un piano di regole devote e di reli- 
giosa prudenza. Ricoperse molte cariche pubbliche: fu, nel 1412, 
Gonfaloniere di Compagnia; nel 1413 dei Dieci di Liberta e di 
Pace; nel 1417 Proweditore alle Gabelle di Pisa; nel 1422 fu uno 
dei cinque Conservatori del Contado e Distretto; Podesta di Mon- 
tale nel 1424, Priore nel '25, divenne, nel 1428, Gonfaloniere di 
Giustizia. Dopo una vita intensa e operosa nelle cose private e 
pubbliche, mori a Firenze il 12 settembre 1435. 

Ci rimangono, di Goro Dati, una Istoria di Firenze, un diario 
sotto il titolo di Libro segreto, mentre viene discussa la paternita 
del poemetto La sfera, di argomento astrologico nel primo canto 
e geografico negli altri quattro, che viene attribuita piuttosto da 
taiuni al fratello Leonardo Dati, generale dell'Ordine domenicano. 
Nella Istoria di Firenze dal 1380 al 1405, Fautore, con un vivo 
ma generico sentimento patriottico, esalta la politica fiorentina 
nelle lotte contro Gian Galeazzo Visconti e nello sforzo di assicu- 
rarsi Pegemonia in Toscana. Per poter meglio accompagnare, con 
considerazioni e commenti, il racconto dei fatti, il Dati ricorre 
alia forma dialogica; ma, ne questo espediente letterario, ne 1'in- 
tervento continue dell'autore valgono a dare alle sue pagine vi- 
vezza di rappresentazione o profondita di interesse storico. Piii 
coerente ed efEcace nello stile e invece il Libro segreto, dove il Dati 
chiosa con attenzione e cautela interiore, senza slanci ma con chia- 
rezza, con mente arida e convenzionale, fatti della vita esterna e 
propositi di vita spirituale. 



G. DATI, Istoria di Firenze dal 1380 al 1405, a cura di Giuseppe Bianchini, 
Firenze 1735; G. DATI, Istoria di Firenze dal 1380 al 1405, a cura di L. 



246 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

Pratesi, Norcia 1904; // libro segreto di GOTO Dati, pubblicato da G. Gar- 
giolli, Bologna 1869, in Scelta di opere inedite o rare, 102, testo die qui 
noi seguiamo; G. DATI, Novelle intorno a M. Bernabo Visconti, a cura di 
G. Pa'panti, Bologna 1877, 

BARTOLOMEO GAMBA, Serie del testi di lingua italiana . . , Venezia 1828, 
n, 957; GINO CAPPONI, Storia della Repubblica di Firenze, 1876, n, pp. 
232-3; VITTORIO Rossi, // Quattrocento, Milano, Vallardi, 1949, pp. 
185-6. Su La sfera, cfr. FRANCESCO FLAMINI, Leonardo di Piero Dati y 
poeta latino del secolo XV y in Giorn. stor. d. lett. it. , xvi, 2, e VITTORIO 
Rossi, Scritti di critica letteraria, 1930, n, p. 351 nota. 



DAL LIBRO SEGRETO 

[Propositi e regole di vita.] 

C/onciosiacosa che per li nostri peccati siano in questa misera vita 
suggetti a molte tribulazioni d'animo e a molte corporali passioni; 
e se non fosse 1'aiuto della grazia di Dio, il quale condiscende alia 
nostra debilita per la sua misericordia con mostrarci a il nostro 
intelletto quello che dobiamo fare e col sostenerci, ogni di pe- 
riremmo; veggendomi avere gia passati disutilemente dal mio 
nascimento quarant'anni 1 con poca ubidienza de } comandamenti 
di Dio, e non fidandomi di me medesimo potere riducere di fatto 
al termine che si debe, 2 ma per cominciare di grado in grado, que- 
sto di propongo e dilibero una cosa da qui inanzi osservare, cioe 
che in perpetuo mai in alcuno di di festa solenne e comandata 
dalla santa Chiesa io non debo stare a bottega, ne andarmi a fare 
alcuno essercizio, 3 ne consentire o comandare che altri per me il 
faccia d'opera di guadagno o utile temporale, con questo salvo 4 
che, se alcuno caso molto necessario fosse, per ogni volta io sono 
tenuto il di seguente dare a* poveri di Dio per limosina fiorini uno 
d'oro. E questa scrittura 6 fatta per tenere meglio a mente, e per 
rnia confusione, se contro a cio facessi. Ancora per memoria della 
Passione del nostro Signore lesu Cristo, per li cui meriti siano 
liberati e salvati, accio che in perpetuo ci mantenga liberi e salvi 
da ogni rea passione per la sua misericordia e grazia, questo di me- 
desimo propongo nelFanimo mio perpetualmente osservare castita 
nel di del venerdi (che s'intende il venerdi con la sua notte se- 
guente), e guardarmi da ogni atto di carnale diletto. E nostro 
Signore me ne dia la grazia: e se caso intervenisse che io vi cadessi, 
per non avedermene, o per non ricordarmene, subito il di seguente 
io sia tenuto e deba dare a* poveri di Dio soldi venti per ogni 
volta, e dire venti volte il Paternostro e Avemaria. 

Ancora mi propongo questo di fare la terza cosa, mentre che 5 
io sto sano e possa, per considerazione che ciascuno di abiamo 



i. veggendomi . . . quarant'anni: non tiene conto dei primi died ami di 
vita; quando scrive queste memorie, ha cinquant'anni. 2. non fidando- 
mi ... debe: non fidandomi di poter ridurre effettivamente me stesso al 
grado di perfezione che si deve raggiungere. 3. essercizio: di merca- 
tanzia. 4. con questo salvo: con questa eccezione. 5, mentre che: finch. 



248 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

bisogno che Domenedio provegga per noi: cosi ciascuno di osser- 
vare d'avere fatto a onor di Dio alcuna limosina o vero orazione 
o altra piatosa operazione; e quando per inavertenza fossi man- 
cato, come io me ne aveggo, il di o il di seguente deba dare a s 
poveri di Dio per limosina per lo meno soldi cinque. 

Questi non sono pero voti: ma fo per ingegnarmi d'osservare 
questo bene, quando mi sia possibile. 

A di 3 di maggio anno Domini 1412, essendo suto tratto 1 a 
di 28 d'aprile gonfaloniere di compagnia; 2 e per insino al detto di 
non era certo d' essere nelle borse di collegio, 3 e pure lo disiderava 
per onore di me e di chi avesse a rimanere dopo me; 4 ricor- 
dandomi che Stagio nostro padre ebe molti ufici in sua vita, 
e de' consoli di 5 porta Santa Maria fu molte volte, e de' cinque di 
mercatanzia, e de' maestri delle gabelle e camarlingati, 6 ma di col- 
legio non fu tratto in sua vita e in poco tempo dopo la vita sua 
fu tratto de' priori di collegio ; ricordandomi che gia fa otto anni 6 
avuto molte aversita per cagione di Catalogna, 7 e che Fanno 
prossimo passato ebi bisogno di guardarmi per non essere preso 
per debito e per lo Comune, 8 e che il di medesimo ch'io fu' tratto 
a questo uficio un quarto d'ora inanzi avea compiuto di pagare il 
Comune con grazia avuta per riformagione, 9 che fu spirazione di 
Dio, il quale sempre sia laudato e benedetto ; e ora ch'io posso si- 
curare altri, 10 mi pare avere ricevuta grandissima grazia, e sarei 
stato contento di patto fatto 11 essere sicuro d'essere una volta di 
collegio, e non disiderare piu avanti: onde per non essere ingrato, 
ne volendo usare lo insaziabile appetito, che quanto piu a piu 
disidera, mi sono proposto e diliberato che da ora inanzi per ufici 



i . tratto : estratto a sorte (dalle borse donde venivano tratti i nomi dei cit- 
tadini chiamati alle cariche pubbliche). 2. gonfaloniere di compagnia: 
il popolo di Firenze era diviso secondo i rioni in compagnie, a capo di 
ognuna delle quali era un gonfaloniere. 3. collegio indica qui I'insieme 
delle cariche pubbliche del Comune. 4. avesse . . . dopo me : i miei discen- 
denti. 5. di: del quartiere di. 6. I cinque di mercatanzia erano delegati 
a vigilare il buon andamento dei traffici. I maestri di gabella erano ad- 
detti ai dazi, e i camarlinghi erano i tesorieri. 7. molte aversita . . . Cata- 
logna: per il fallimento della sua agenzia di Barcellona. 8. e per lo Co- 
mune : e per inadempienza verso il Comune. 9. con grazia . . . riforma- 
gione: con prowedimento straordinario registrato dal notaio di una ma- 
gistratura detta delle Riformagioni. io. altri: i discendenti, ai quali la 
nomina di lui dava possibilita di essere a loro volta eletti. n. di patto 
fatto: come per un patto stabilito e accettato. 



GORO DATI 249 

di Comune die s'abiano a fare o a squittinare, 1 mai non debo 
pregare alcuno, ma lasciare fare a chi fia sopraccio, e seguiti quello 
che a Dio place di me sia, faccendo ragione 2 che quando a uficio 
di Comune o d'Arte 3 saro tratto, d'ubidire e non ricusare la fa- 
tica, e fare quel buono ch'io sapro e potro ; e cosi schifero il vizio 
della ambizione e del presumere di me, e vivero libero e non servo 
per prieghi. 4 E quando avenisse che contra a cio io facessi, e per 
ogni volta mi deba condannare io medesimo in fiorini due d'oro 
e darli per limosina infra uno mese: e questo dilibero, vegendomi 
nel quinquagesimo anno ch'io nacqui. 

Ancora detto di dilibero per bene e sicurta della mia conscienza, 
sentendomi debole a risistere a' peccati, di non volere mai, se io 
fossi tratto, accettare alcuno uficio di rettore, che abbia balia 5 di 
giudicare sangue; e se contro a cio facessi, mi condanno a dare a* 
poveri per Dio per ogni volta, s'io accettassi tale uficio, in fra tre 
mesi, fiorini venticinque d'oro. E a questi si fatti ufici non voglio 
parlare a chi sopra cio per li tempi saranno, 6 ne che mi metta ne che 
non, in sulle portate 7 delli squittini; ma lasciare fare quel che a lor 
pare far bene: e ogni volta che in cio entrassi, mi condanno in 
fiorini uno d'oro. 

[ Traversie commerciali a Barcellona e a Firenze.] 

Le ragioni 8 della bottega e della compagnia 9 ultima sono scritti 
adietro a capo vm. E per le cose traverse da Barzalona, e il piato 10 
ne seguito qui, e' sospetti nati per le imprese di Sirnone 11 e la 
invidia e le male lingue di molti, mancandoci il credito, fu nicista 
raccogliersi e ritrarsi per pagare ognuno, e accattare danari da 
amici e operare con ogni ingegno con danni e interessi e spesa, per 
non fallire e per non avere vergogna. E posto che '1 mio com- 
pagno arebbe voluto, 12 per schifare danni e interessi, io deliberai 
piu tosto volere rimanere disfatto dell' avere che delPonore, e con 

i. a fare o a squittinare: per nomina o per elezione. 2. faccendo ragione: 
stabilendo. 3. di Comune, cioe le caliche pubbliche; d'Arte, doe le ca- 
riche della corporazione. 4. per prieghi: per aver dovuto supplicare, per 
ambizione. 5. balia: potere. 6. a chi.. . saranno: a quelli che vi saranno 
preposti in quel tempo. 7. portate: proposte. 8. Le ragioni: la situa- 
zione finanziaria. 9. compagnia: societa commerciale. io. il piato: la 
lite che. n. Simone: uno dei sedici fratelli di Goro, lasciato da lui in 
Ispagna a rappresentarlo nella bottega. 12. arebbe voluto: sottintendi 
fallire. 



250 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

gran fatica sostenni tanto che pagammo ogni gente, e solamente 
rimasi ad avere a fare co' miei compagni. 1 Laudato e benedetto 
ne sia messer Dominedio. E credo veramente che, se io avessi po- 
tuto mandare a Simone le robe di seta e oro che dovea dare al 
Re, 2 ch'egli sarebbe riuscito a buon porto de' fatti suoi; ma perche* 
io non potei, anzi mi convenne ristare di lavorare insino Panno 
1405, che le quistioni e piati cominciaro, e le robe che avea ebi 
a vendere qui per pagare altrui, e non li potei mandare quello che 
avea promesso egli al Re e aspettava da me, le sue faccende si 
cominciaro a scompigHare e entrare in gran viluppi per modo che 
mai non vi fu poi buon rimedio, e son ite di male in peggio. 

E seguitando i fatti di Simone in Spagna male, il perch6 non ci 
pot6 rispondere e rimettere, e il mio compagno 3 male paciente 4 
a fare gran doglienze e a tenere modi contrarii alia salute de' 
fatti nostri, ebe a essere preso a pitigione 5 d' Antonio di ser Barto- 
lomeo per uno mercato fe' meco, col quale participava due altre 
compagnie potenti del detto mercato, 6 fu lite e quistione. Es- 
sendo io andato in Spagna, egli la difese male, 7 e non alleg6 le 
ragioni, ma solo difendendosi di non essere obligate, ebe sentenza 
contro e convenne che pagasse; e di fiorini cinquecento avemmo, 
de 5 quali in Spagna ne rendei a' lor fattori 8 fiorini trecento, resta 
che abbian da loro fiorini duecento: essi ne riebbono fiorini du- 
mila d'argento. Mai non credo s'udisse piu tal cosa; e spero fare 
loro il mal pro; 9 ma pur noi ci abiamo il danno, e per colpa del 
mio compagno e de' suoi modi traversi. 

Andai in Spagna per rivedere se rimedio ci potessi essere di 
non perdere tutto di la: e da Firenze mi parti' in compagnia di 
Pagolo Mei a di xii di novembre 1408, il quale Pagolo gia inanzi 
avea diliberato 1'andare; e quando mel disse, diliberai andare an- 
che io. E per terra con gran fatica e aspro verno giugnemmo a Mur- 
zia 10 a di 30 di dicembre e trovammo Simone, per modo che a tutti 
parve da avere buona speranza ne' fatti suoi, la quale poi non ci 
riuscl per le falsita di Spagna, non per certo per suo defetto, ma 
per non esserli fatta ragione. 11 Tornai a Firenze, e fui qui a di 

i. compagni: soci. 2. al Re: d'Aragona. 3. il mio compagno: uno dei 
soci fiorentini. 4. male paciente: impaziente. 5. a pitigione: a petizione, 
cioe a richiesta. 6. participava . . . mercato : metteva a parte di quel mer- 
cato due altre potenti societa. 7. la difese male: sottinteso la lite. 8. fat- 
tori: agenti commercial!. 9. e spero . . . mal prd: che questi fiorini vadan 
loro in mal pro. io. Murzia: Murgia, in Ispagna. 1 1. ragione : giustizia. 



GORO DATI 251 

15 di marzo 1410 sano e salvo, e sanza avere potuto acquistarvi 
nulla altro che molte fatiche e dolore. 

Seguito che *1 mio compagno Lana 1 mi perseguit6 in. tutto 
quanto pote fare il peggio, e con accusarmi alia Mercatanzia per 
cessante, 2 e farmi dar bando con la trombetta; ma non ebe forza 
d'averne sentenza ne farmi pronunziare, 3 per6 che sarebbe stata 
cosa iniqua, pero ch'io non era cessato, anzi era da lunge tomato 
qui per fare ragione 4 con lui, e fare quello che mi fosse possibile. 
E durante la quistione egli si mori di luglio, che ci fu pestilenza, 
1'anno 1411. 

Da poi feci certo accordo con Papi suo fratello in suo nome e de j 
figliuoli di Piero; di che apparisce scrittura di ricordanze fatte 
per me a 5 libro lungo B a capo 15. 



i. II mercante e socio fiorentino Pietro Lana. 2. con accusarmi . .. ces- 
sante: accusandomi al Tribunale dei Mercanti come fallito. 3. farmi pro- 
nunziare: far deciders la mia condanna. 4. fare ragione: rendere i conti. 



GIOVANNI MORELLI 

GIOVANNI MORELLI nacque a Firenze nel 1371 da agiata famiglia 
di mercanti delTArte della Lana. A tre anni rlmase orfano e tanto 
sofferse della sua condizione di pupillo, da scriverne poi a lungo 
nella sua Cronaca. Entrato nel commercio e nella vita pubblica, 
vi trovo ricchezze e onori: nel 1426 fu Priore e nel 1441 Gonfalo- 
niere di Giustizia, avendo secondato la politica medicea. 

II suo libro di Ricordi iniziato nel 1393, giunge sino al 1411, con 
una breve notizia del 1421. E diviso in due parti: la prima contiene 
una affettuosa e calda mernoria della sua famiglia, la storia dei 
Morelli e una nostalgica e colorita pittura del Mugello, dal quale 
provengono; indi un lungo e amaro ammonimento ai padri, per- 
che pensino a evitare danni ai figli che eventualmente lasciassero 
orfani in balia dei tutori, prepara, con i suoi richiami politici e 
sociali, la seconda parte, che e una vera e propria cronaca degli 
awenimenti fiorentini e italiani, dalla peste del 1348 al 1411. II 
racconto e annalistico e discontinue: i casi tristi o lieti della fa- 
miglia, matrimoni, nascite o morti di figli, sono giustapposti al 
ricordo delle vicende storiche. Chiuso nel cerchio delle gioie e 
dei dolori della famiglia, preoccupato e diffidente dei movimenti 
politici, ancora turbato dal ricordo del tumulto dei Ciompi, il 
Morelli vagheggia un ideale equilibrio, che garantisca ai buoni 
cittadini e ai buoni Guelfi una tranquilla amministrazione delle 
sostanze e degli affari. La pagina diventa ricca e talvolta perfetta, 
quando 1'autore, quasi per contrasto, si rifugia in un mondo di- 
verso da quello quotidiano, come nelle sue descrizioni della dolce 
campagna del Mugello, o quando un affetto tutto suo, il ricordo 
della sorella Bartolomea, la morte di un figlio amato, la preoccu- 
pazione per un pupillo della sua famiglia, insidiato nel duro mondo 
della vita economica fiorentina, lo scalda e lo affina. In questo caso, 
persino le formule stilistiche dedotte dal Boccaccio e dai classici 
latini, non sempre bene assimilati, si risolvono artisticamente. No- 
tevole Tidea che il Morelli ha della cultura, che, a suo giudizio, 
dev'essere occupazione quotidiana, e pu6 divenire consolazione 
e rifugio: Virgilio, Boezio, Dante, Seneca, Cicerone e Aristotele, 
egli dice, potranno togliere la malinconia e i pensieri dal capo, 
e dare piacere e sapienza. 



254 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

Istoria fiorentina di Ricordano Malespini, coWaggiunta di Giachetto Male- 
spini e La Cronica di Giovanni Morelli, Firenze 1718, per G. Tartini e 
S. Franchi. Questa edizione, scorretta e mal punteggiata, fu curata dal 
fiorentino Tomaso Buonaventuri, direttore e revisore, dal 1713 al 1723, 
della stamperia granducale. Nel 1889 Salomone Morpurgo faceva stam- 
pare a Prato una edizione condotta sull'autografo magliabechiano, ri- 
prodotto fedelmente, dove ristabiliva il titolo esatto di Ricordi di Giovanni 
di Paolo Morelli; ma il libro non fu mai pubblicato, e ne restano solo 
poche copie. Vittore Branca sta per dare alle stampe una sua nuova edi- 
zione; del suo testo, cortesemente e liberalmente anticipato e da noi 
riscontrato sul manoscritto e sul volume del Morpurgo, qui ci siamo valsi. 
PAOLO GIORGI, Sulla cronaca di Giovanni di Paolo Morelli, nella Cro- 
naca del Liceo di Teramo, 1 880-81, Firenze, Barbera, 1882, recensito in 
Giorn. stor. d. letter, it. , I, p. 35$; MARIA STICCO, Arte e sinceritd, 
Milano, Vita e Pensiero, 1940, pp. 81-92; CLAUDIO VARESE, Premesse 
allo studio della Cronica del Morelli, in La Rassegna della Letteratura 
Italiana, 1954, n. 2, pp. 53-9- 



DA I RICORDI 

// bel paese del Mugello. 

Anticamente i riostri, gia e cinquecento anni o piu, ebbono loro 
ceppo e prencipio, nominato per vigore d'alcun valsente o su- 
stanza, 1 nel bel paese di Mugello, cio e nel pioviere di San Cresci, 
nel populo 2 di Santo Martino a Valcava. E perche ingrata cosa 
sarebbe se delle molte nobilta 3 delle quai e dotato il detto paese 
per noi non se ne facesse d'alcuna menzione, con cio sie cosa die 
a noi, in quanto al mondo 4 e suto principio 5 di darci onorevole e 
gentile essere, faccendoci dono di parte di se medesimo mediante 
la vertu di nostri antichi, dove nel prencipio per loro fu eletta e di- 
posta la nostra sedia 6 dalla quale origine pervenuti, e aumentati 
siamo, come detto e di sopra; dico che al detto paese di Mugello 
si puo narrare di esso molte nobile- e perfette bonta. Ma per non 
distendere il mio picciolo intelletto in quelle cose che pienamente 
non saprei esprimere, e eziandio per fuggire la lunghezza dello 
iscrivere, solamente ne distingueremo tre. La prima si e bellezza, 
la seconda si fia bonta, la terza sara grandezza; e per meglio darci 
a 'ntendere a noi medesimi e per none aviluppare, 7 faremo brieve 
distinzione sopra ciascuna delle tre parti, seguendole apresso in 
tre piccioli capitoli. 

Dico in prima che 1 Mugello e il piu bello paese, che abbia il 
nostro contado; e di questo ha comunemente fama da tutti o dalla 
maggiore parte de s nostri cittadini. E come che questa testimo- 
nianza in gran parte soddisfaccia, non di meno per piu gloria del 
detto paese, non vogliamo rimanere contenti a questo, ma per piu 
certezza andremo in tralle parti disaminando. E a mio parere, 
volendo pienamente vedere e provare quello ch'e detto, ci con- 
viene andare per tre membri 8 principali, ne* quai tutto s'inchiude; 
e per essi tutte tre le parti si debbono pienamente chiarire. La 
via e questa. Prima dobbiamo vedere e disaminare gli uomini e 
persone che posseggono e governono: secondo, quello ch'e pos- 
seduto, e questo dovideremo in due, cio e prima narreremo le 

i. valsente o sustanza: denaro. 2,. pioviere: pieve; populo , parrocchia. 
3. nobilta: nobili bellezze, qualita. 4. m quanto al mondo: per quanto 
riguarda le cose temporal!. 5, e suto principio: il soggetto sottinteso e: 
il Mugello. 6. sedia: sede. 7. aviluppare: aggrovigliare Fesposmone. 
8. membri: distinzioni, suddivisioni. 



256 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

propieta del terreno, e apresso degli abituri, 1 perche ciascuno ha 
distinte parti. Ora abbiamo trovato e veduto come dobbiamo se- 
guitare ne' tre capitoli, che seguitano con questo. Dico, che la 
bellezza si vede chiara e manifesta nelle persone, cio e nel Mu- 
gello ha gran quantita d'uomini, e, secondo contadini 2 sono orre- 
voli 3 persone, assettati e puliti nel loro mestiero; simili le lor fe- 
mine sono belle foresi, liete e piacevoli, tutte innamorate, sempre 
cantando e ballando faccendo continovo 4 buona e lieta festa; e 
simile, & copioso di nobili cittadini d'ogni tempo, uomini e donne, 
i quai con cacce, con uccelli e con festa e con gran cortesie fanno 
risonare e fiorire il paese e di bellezza e d'allegrezza tutto 1'anno. 
Apresso, vedrai il paese, in quanto al terreno, tanto vago e piace- 
vole con tutti i diletti che saprai domandare. 5 E prima, egli e si- 
tuato nel mezzo d'un bellissimo piano dimestico 6 e adorno di 
frutti belli e dilettevoli, tutto lavorato e adornato di tutti i beni 
come un giardino; apresso, vedi pel mezzo un corrente fiumicello 7 
tutto, dilettevole, e piu altri vivai 8 e rivi, i quai con diletto di- 
scendono da' vaghi monti, da' quai il detto piano e accompagnato. 
D'intorno, come una bella ghirlanda, sono situati di piagette e 
colli atti 9 al montare; e simile v'ha di grandi e alti e non di meno 
dilettevoli. E tengono parte di salvatico e parte dimestico, e certi 
ne salvatichi n6 dimestichi, ma tra 1'uno e 1'altro, con molta bel- 
lezza. I terreni presso all'abitazioni vedi dimestichi, ben lavorati, 
adorni di frutti e di bellissime vigne, e molto copioso di pozzi e 
fonti di acqua viva. Piu fra' poggi vedi il salvatico, gran boschi e 
selve di molti castagni, i quai rendono grande abondanza di ca- 
stagne e di marroni grossi e buone; e per essi boschi usa gran 
quantita di salvaggina, come porci salvatichi, cavriuoli, orsi e 
altre fiere. Piu di presso all'abitazioni v'e gran quantita di boschetti 
di be' querciuoli, e molti ve n'ha acconci per diletto, netti di 
sotto, ci6 6 in terreno a modo di prato, da andarvi iscalzo sanza 
temere di niente che offendesse il pi&. A presso, vedrai grandi 
iscopettini e ginestreti, 10 dove usano lepri in gran quantita, fagiani 
e altre salvaggine. Piu di presso, seguente i sopra detti vedi grandi 



i. abituri: abitazioni. 2. secondo contadini: per la loro condizione di 
contadini. 3. orrevoli: onorevoli. 4. continovo: di continuo. 5. che sa- 
prai domandare : che si possono richiedere. 6. dimestico : coltivato. 7. un 
corrente fiumicello : la Sieve. 8. vivai: forse sta per vivagrxi, sponde, rive. 
9. atti: agevoli. 10. iscopettini e ginestreti: boschi di scope e di ginestri. 



GIOVANNI MORELLI 257 

iscoperti, adorni d'olorifiche 1 erbe; serpillo e sermollino tigniamica 
e ginepri; con vaghe fontane le quai si spandono per tutto. E 
questo e ben copioso di starne, di coturnici 3 e di fagiani, quaglie 
e molte lepri; dilettevole e vago da cacciare e da uccellare, da 
sornmo diletto e piacere. Nel terzo e ultimo grado ti si dimostrano 
gli edifici grandi, forti, ben posti, nobili di muraglia, grandi e spa- 
ziosi, di ricchi e nobili abituri, adorni co' ricchi e vaghi diporti 3 da 
prendere con diletto intorno essi. E perche questo utimo 4 grado, 
non men bello che gli altri, abbia pienamente suo dovere se- 
guendolo con ordine, come s'e fatto negli altri, dico, che nel suo 
principio, cio e nel mezzo, dove abita il cuore, capo e principio di 
tutti i membri, si dimostrano principalmente sei notabili fortezze 
poste pello comune di Firenze a guardia e fortezza di tutto il paese. 
Le dette castella prima sono poste in begli e vaghi siti, nobile- 
mente ordinate pello mezzo del piano, di lungo 1'uno daiPaltro 
circa di tre miglia. Vedile 5 prima intorniate da un bello, largo e 
cupo fosso, pieno di buon'acqua; apresso, le vedi cinte d'alte mura 
e grossi e forti, dove sopra siede fortissime torri, alte in becatelli, 6 
molto vaghe, e dentro le vedi nobilissimamente bene abitate, piene 
di case, ordinate con vaghi borghi abondanti d'artefici d'ogni 
ragione, 7 saputi e pratichi, e che bene sanno ricevere e onorare i 
forestieri. Intorno a queste castella, pelle piagge colli e poggetti, 
da torno presso a due o tre miglia, ha molti abituri di cittadini; 
posti in vaghi e dilettevoli siti, bene risedenti, 8 con vaga veduta, 
sopra istanti a* vaghi colti, adorni di giardini e pratelli, con belli 
abituri e grandi di sale e camere orrevoli a gran signori, copiosi 
di pozzi di finissime gelate acque. Apresso a questi, piii fra' mag- 
giori poggi, di lungo dalle castella sei o otto miglia, ha molte 
fortezze grandi e nobile, possedute da nobili e gentili uomini, i 
quai allettano per degnita i paesani, onorandogli 9 accio ch'egli 
usino e istieno volentieri alle loro fortezze in compagnia e in pia- 
cere di loro; e con queste ha, ne' luoghi piu foresti e dove e il bi- 
sogno, assai fortezze, tenute e guardate pel nostro comune, le 
quali sono maravigliosamente forti e belle e atte agli opportuni 

i. olorifiche: odorose. z. coturnici: pernici. 3. diporti: luoghi per an- 
dare a diporto. 4. utimo: ultimo. 5. Vedile: le vedi. 6. becatelli: men- 
sole a sostegno del muro. 7. ragione: specie. 8. bene risedenti: in buona 
posizione. 9. allettano . . . onorandogli'. si attirano il favore degli abitanti 
con cariche e onori. 



258 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

bisogni de' paesani. Non si iscriverrebbe in sei carte pienamente 
tutte le bellezze di questo paese, e per6 faremo fine, rimanendo 
content! d'avere tocco solamente le cortecce d'alcuna. 

Nella seconda parte, dove abbiamo promesso di narrare le 
bonta del Mugello, dico che ragionevolmente, sendo perfetto, ci 
debbono essere manifestate, pelle medesime vie dove di sopra 
abbiamo vedute le sue bellezze. E volendo da esse medesime chia- 
rirci, 1 seguita che negE uomini e persone di questo paese princi- 
palmente apparisca bonta; e che questo sia, molto manifestamente 
si vede. E prima, e' sono persone divote e caritativa, secondo loro 
essere, 2 verso Idio; e questo vedi perche da loro luoghi di gran 
divozione sono nel detto paese edificati, e non sanza grande aiuto 
e limosine fatte pe' paesani, e cosl di continuo sono da loro man- 
tenuti. E fra gli altri e' v'e i romiti di Monte Asinaio, che sono 
molto divoti, e simile in luogo. A presso vi sono di frati del Bosco, 
luogo di gran divozione. A presso, gli hai trovati molto fedeli al 
comune di Firenze e guelfi; e questo hanno dimostrato in molti 
luoghi e in piu loro buone operazioni. E fra 1'altro, eglino, col- 
Faiuto e volonta del nostro comune e colla loro buona sollecitu- 
dine, si trovarono a cacciare i tiranichi Ubaldini, 3 ghibellini, ne- 
mici e rubelli de' guelfi e del comune di Firenze; e questi fatti 
si ritrovarono piu volte a molte zuffe de' nostri consorti, 4 i quai 
abitavano nel Mugello, e ricevettono molti danni e nelle persone 
e nel loro avere. E cosi i detti paesani sono istati ford e fedeli alia 
divozione del comune, e mai voluto assentire alle molte promesse 
e gran doni volute fare loro per contaminarli 5 da* detti Ubaldini: 
sempre suti 6 loro contro; e per difesa delle terre e fortezze mai 
non e bisognato darle in guardia se non propio a' paesani: sempre 
seguito con amore e con zelo la trionfale insegna del nostro co- 
mune, e simile la cattolica insegna de' venerabili guelfi. A presso, e' 
sono fedeli a ciascun cittadino 7 in ispezialta: sono nel loro mestiero 
leali e diritti, solleciti nel lavorio, costumati, piacevoli, riverenti 

1. E volendo . . . chiarirci: volendo spiegare, col rifarci alle medesime vie. 

2. secondo loro essere: giusta la loro condizione, secondo le loro possibilita. 

3. Ubaldini: potente famiglia feudale che dominava nel Mugello e nell'Ap- 
pennino tosco-emiliano. Tra il 1358 e il 1373 i Fiorentini smantellarono 
a uno a uno i loro castelli. 4. e guesti . . . consorti: si trovarono presenti 
a queste lotte alcuni della nostra casata. 5. contaminarli: corromperli. 
6. sempre suti: essendo (i nostri) sempre stati. 7. a ciascun cittadino: 
verso i Fiorentini. 



GIOVANNI MORELLI 259 

e pieni di cortesia; saputi in tutte cose, e spezialmente in quelle 
che dilettano i gentili uomini, come di cacciare, d'uccellare, di 
pescare; sempre apparecchiati e colle persone e colle cose oppor- 
tune a quello che gli richiedi. Le loro femine simili agli uomini, 
costumate, piacevoli, oneste sapute e faccenti, 1 con tutte quelle 
virtu che a contadini si richiede. Ancora si vede pe' loro terreni 
la bonta grande dell'abondanze delle ricolte vi si fanno. E prima, 
vedi nel piano del Mugello e migliori e' piu fruttiferi terreni che 
sieno nel nostro contado; dove vedrai fare due o tre ricolte per 
anno, e ciascuna abundante di roba e di tutte le cose che sai ado- 
rnandare ivi si fanno perfette. E a presso, ne' poggi, hai perfetti 
terreni e favisi su grande abondanza di grano e biada e di frutti 
e d'olio; e simile vi si ricoglie assai vino, gran quantita di legname 
e di castagni, e tanto bestiame, che si crede che fornisca Firenze 
pe* la terza parte. A presso esce del Mugello gran quantita di 
formaggio, e molto panno agnellino, 2 e molti polli e altre uccel- 
lagione dimestiche e simile, selvaggiume in grande abondanza; e 
tutte le dette cose sono sommamente buone sopra tutte 1'altre 
del nostro contado. 

Nella terza parte ti resta solo a vedere la bonta e utilita degli 
edifici. E questa si vede prima in cinque castella, come e detto, che 
sono nel piano. Queste sono fortissime e di fossi e mura e torri, da 
non temere per via di forza da tutto il mondo; e dentro sono bene 
agiate da potere ricevere ne' tempi de' bisogni e uomini e persone 
e la ricolta tutta col bestiame; e tutto ista salvo e sanza disagio 
d'acqua o d'alcuna cosa opportuna. A presso, vi vedrai a tutte 
queste castella fare mercato ogni quindici di, partitamente alTuno 
o alFaltro 3 come tocca, e a questi mercati vedi tutto il Mugello; 
ciascuno e per vendere o per coinperare sua mercanzie. Quivi viene 
in grande abondanza di cio che tu sai adomandare. E per levare 
via molti inconvenienti, i quai potrebbono nascere per molte ca- 
gioni, a tutte queste castella ista un podesta cittadino da Firenze, il 
quale tiene somma ragione 4 a tutti e tiene in pace i suoi sottoposti; 
e sono tenute queste 5 le migliori e di piu piacere e di maggiore 
corte che niuna altra del nostro contado, intendi di quella ra- 
gione. Tutto Taltro paese, cio e ne' poggi e per tutto, ha com'e 

i. sapute e faccenti: sagaci e attive. 2. agnellino: di lana. 3. partitamen- 
te . . . airdltro : a turno. 4. tiene . . . ragione : amministra alta e bassa 
giustizia. 5. queste: sottinteso castella. 



260 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

detto, molti abituri, che, oltre alia bellezza sono buoni e di abituro 
e di buono sito e di buona aria, con molte colombaie e pozzi e tutte 
cose utili e buone. E simile, assai fortezze, sofficienti a tenersi da 1 
tutto il mondo e in tanta quantita, che a' bisogni sono, a sufficiente 
a raccettare* tutto il paese con tutto loro avere: e quest' e somma 
grazia a tutti i cittadini di e' quai esse sono. 

Per aempiere tutto quello che dinanzi fu promesso, come che 
di soperchio sia, che quasi si puo dire essere nelle due parti di- 
nanzi narrate, diremo sopra ci6 alcune cose brievi. E per seguitare 
1'ordine, dico che nel Mugello ha gran quantita di persone; e vera- 
mente credo che comunemente, gia fa cinquanta anni, del Mugello 
si sarebbe tratto diecimila uomini d'arme. Ma io credo sieno di- 
minuiti come negli altri paesi tutti, e si pelle mortalita e si pelle 
guerre e gravezze, pelle quali 6 suto forza a una gran gente il par- 
tirsi per non avere a stentare in pregione. Credo che oggi ne trar- 
resti da' sei agli ottomila uomini; e questi comunemente sono 
grand! nell'avere. 3 A presso vidi la grandezza del paese; e questo 
e tenuto grande per lunghezza, cio e da San Godenzo in sino a' 
gonfini di Vernio, di sotto a Barberino, circa di venticinque miglia; 
e pella sua larghezza, ci6 e dairUccellatoio in sino al giogo del- 
1'Alpe degli Ubaldini, come che assai 4 dicono si distinde molto 
piu oltre, ma pure pigliando il meno, sono circa di diciotto mi- 
glia. Pochi paesi vedrai nel nostro contado che vantaggino 5 questo 
di grandezza e eziandio d'alcun'altra cosa. Se e grande di castella, 
o di fortezze o d'altri edifici, di casamenti, tu Thai gia veduto; cio 
che nel detto Mugello ha sei grosse castella. E bene che mi po- 
tesse essere detto Decomano e Barberino non sono castella , 
rispondo ch'egli & vero, perch6 non sono colle mura ordinate 6 
come si richiede a castello, ma elle sono di grandezza e d'abita- 
zioni grandi come grosse castella. Le mura non vi sono, perch6 
non vi bisognano, ch6 sono forti di terreno assai, ci6 & sono i luoghi 
istretti e forti. Oltre a queste v'6 molte fortezze pure del comune, 
credo piu di dodici: awi gran quantita di fortezze di cittadine e 
d'abituri, com'e detto, perch6 il paese ne viene a essere forte e 
grande; e in questo non ha dubio. 

i. sofficienti . . . da: facili a difendersi contro. 2. che a* bisogni . . , rac~ 
cettare: in caso di pericolo sono capaci di accogliere. 3. grandi nelVaverei 
ricchi. 4. assai: molti. 5. vantaggino'. sopravanzino. 6. non sono... 
crdinatei non sono circondate di mura. 



GIOVANNI MORELLI 261 

La Mea di Paolo Morelli. 1 

II prime frutto che Paolo Morelli acquisto della sua donna fu una 
fanciulla femina, la cui nativita d'essa fu a di 23 di giugno, in lu- 
nedi a ore sette e mezzo, negli anni Domini 1365. Battezzossi in 
Santo Giovanni il sabato mattina veniente, cio e a di 28 del detto 
mese. Ebbe nome Giovanna, e Bartolomea; tennela al battesimo 
Bartolomeo di Lione Lioni e Tommaso di Bese Busini, e Fran- 
cesco Brunellini albergatore; fu chiamata sempre Mea. Questa 
fu di grandezza comune, di bellissimo pelo, bianca e bionda, molto 
bene fatta nella persona, e tanto gentile, che cascava di vezzi. E 
fra Faltre adornezze de ? suoi membri, ell'avea le mani come di vi- 
vorio, 2 tanto bene fatte, che pareano dipinte pelle mani di Giotto ; 
elPerano distese, morbide di carne; le dita lunghe, e tonde come 
candele, Punghie d'esse tanto lunghe e ben colme, verrniglie e 
chiare. E con quelle bellezze rispondeano le virtu, che di sua mano 
ella sapea fare cio ch'ella voleva, che a donna si richiedesse; e 'n 
tutte sue operazioni virtuosissima: nel parlare dilicata, piacevole, 
con atto onesto e temperato, con tutte effettuose 3 parole: baldan- 
zosa franca donna, e d'animo verile e grande e copiosa di tutte 
virtu. Leggeva e scriveva tanto bene quanto alcuno uomo: sapea 
perfettamente cantare e danzare, e avrebbe servito a una mensa di 
uomini o di donne cosi pulitamente come giovane uso e pratico 
a nozze o a sirnili cose. Era saputa nella masserizia della casa, e 
non con punto d'avarizia o di miseria; ma traeva il sottile del sot- 
tile, ammunendo e drizzando la sua famiglia con tutti buoni asse- 
gnamenti e buoni costumi, vivendo lieta e allegra. E cosi s'inge- 
gnava con savi modi, secondo le condizioni delle persone della 
casa, contentare riparando e co' fatti e co' detti a ogni iscandolo, 
ira o maninconia, ch'avesse veduta in alcuno: a tutto saviamente 
e con benivolenza di tutti riparava, che, come vedrete iscritto, a 
presso, ebbe a conversare, vivendo col suo marito, in gran fami- 
glia e sconcia. 

Maritossi pe' suoi e nostri manovaldi ad Antonio d'Agnolo 
Barucci, e ebbe di dota fiorini mille cinquecento. II detto Antonio 

i. Giosue Carducci nel 1886, per le nozze Ferrari - Gini, pubblic6 con una 
sua epigrafe col titolo La Mea di Paolo Morelli questo brano, insieme con 
un altro precedente, che qui non riportiamo. Cfr. G. CARDUCCI, Opere, 
ed. naz. xxvm, p. 345. 2. vivorio: avorio. 3. effettuose: efficacL 



262 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

era in casa del padre e della madre, i quali erano molto antichi ma 
prosperosi, e con uno suo tristo fratello, el quale nel detto tempo e 
di di lui men6 moglie; e eranvi due loro sirocchie, donne e mari- 
tate, e due nipoti delPuna di loro, d'altro marito, buon garzoni 
grandi. Or questo ho raccontato per tornare a quello, che prima 
dissi: cio e, che la detta Mea, come savia e saputa da tutti era 
amata e volutole gran bene, sendo non di meno tra gli altri poca 
concordia. E per tanto era piu da commendare la sua virtu; che 
dove era discordia e scandolo grande, ella sola era da tutti amata, 
e assai cose isconce di parole e di fatti tra loro limitava e recava a 
pace e a concordia. Ella n'and6 a marito a di . . . ; fecesi per An- 
tonio e per Francesco suo fratello gran festa e mirabile allegrezza : 
erano in grande istato allora e ricchi di piu di ventimila fiorini, 
lanaiuoli in San Martino, molto amati da ciascuna persona, savi e 
molti piacevoli e da bene. Ebbe di lui circa di quattro figliuoli tra 
maschi e femine; niuno ne visse du' anni; e Putimo che fu maschio 
nacque a di 8 di Febbraio 1387: ebbe nome Agnolo. Era istata gia 
nella infermita circa d'otto di, quando il fece, e fu il fanciullo 
d'otto mesi; e di poi, sanza niuno miglioramento o conforto di 
niuna isperanza, nella detta infermita, si mori, a di 15 di febbraio 
detto, in sabato, a ore otto, veniente la domenica; e di poi, il di 
dopo, si mori il fanciullo, si che di lei non rimase seme. Sotterrossi 
in Santa Croce, e sotto le volti, nella sepoltura d j Agnolo Barucci, 
a mano manca. Come entri sotto le volti, dopo un uscio va in un 
cimitero a modo d'una sala, ed e a man dritta, com* entri nel detto 
uscio, lungo il muro. Hollo voluto chiarire cosi a punto, perche, 
vedendo la sua sepoltura, pelle sue bonta a tutti noi, di lei e del 
luogo dove sono le sue ossa, de venirne olore. 1 E J n spezialta prie- 
go ciascuno disceso di Pagolo, che almeno il di de' morti vada 
a vedere il luogo dov'ella giace, faccendo orazione a Dio in sa- 
lute della sua anima, aluminando il suo sepolgro d'un poco di lume, 
come s'usa per molti; come che il verace lume e frutto delPanima 
sua e Torazione o la limosina, le quai tutte faccia Idio valevole 
alia sua benedetta anima, amen. 



i. olore: desiderio. 



GIOVANNI MORELLI 263 

I sette danni degli orfani. 

Ora, per seguitare, come fu promesso innanzi io mi faro al tempo 
die segui dopo la morte di Pagolo, nostro padre, e raccontero sotto 
brevieta e come a me fia noto, certe cose grandi awenute al nostro 
comune, e massimamente di certe guerre, per le quai potrete 
comprendere il gran danno e quasi disfacimento nostro in quanto 
alPavere. E simile faro memoria di nostro avenimento, comincian- 
domi, come e detto, negli anni Domini 1374; dove si dichiarera 
i gran danni e persecuzioni a noi avenute, o per distino di fortuna, 
o per malizia di chi ha avuto a minestrare, o per nostra isciocchezza, 
a cio che per voi die seguite, se ne prenda consiglio, guardandosi 
il piu che si puo da quelle cose che a noi hanno fatto danno, e se- 
guitando quelle che ci hanno in parte mantenuti, come penso 
chiarirvi per questo scritto; si che aggiugnendo questo a' libri 
nostri, dove e scritto tutto per mano di Tomaso di Guccio, e di 
Giuliano suo figliuolo, 1 voi siate interamente bene informati. E 
Idio, se voi sarete buoni, vi fara grazia; e dove noi per in sino a 
oggi abbiamo avute e abbiamo delle cose ci dispiacciono, voi sarete 
per aventura ristorati, che sempre non vanno le cose a un modo, 
ma di continovo si mutano. E pero atatevi 3 con essere amici di 
Dio; ed Egli e quello che da e toglie i beni di questo mondo e del- 
1'altro, ch'e infinito. 

Voi avete 3 iscritto dinanzi la morte di Pagolo, che fu nel 1374, 
e avete veduto chV lascio quattro figliuoli, due femine maggiori 
e due maschi, de' quai ne poppavano i tre; 4 e questo fu il primo 
danno che noi ricevemmo d'esser piccoli rimasi sanza padre. E da 
quello primo dirivo il secondo, che noi in poco di tempo rima- 
nemmo sanza madre, che si rimarito, per che era molto giovane, a 
Simone di Rubellato Ispini. Segui il terzo che noi rimanemmo nel- 
le mani de* manovaldi, 5 e come ch'e' 6 fossono buoni e leali, non 
e da fare paragone al padre, ma tutto per mille ragione va loro 
pello contradio. 7 Segui il quarto, che noi, o vero i nostri mano- 
valdi si trassono di mano in pochi anni de' fiorini cinquemila, di 

i. Tomaso di Guccio . . . figliuolo: cronisti di casa Morelli. 2. atatevi: 
aiutatevi. 3. avete: trovate. 4. de 3 quai . . . i tre: tre erano ancora pic- 
coli, quasi poppantL 5. manovaldi: tutori. 6. come ch'e': andbe se essi. 
7. pello contradio : al contrario, cioe va a rovescio. Loro va mentalmente 
riferito ai pupilli. 



264 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

ventimila ne testb; 1 e questa ispesa fu nel mortoro, ne' lasci, che 
furono assai, nella dota di nostra madre, e in molte spese trasor- 
dinarie, 2 si fa della 3 roba de' pupilli isventurati; fra le quali noi 
n'avemmo di tratto 4 una di circa di fiorini cinquecento d'oro, quai 
si spesono 5 per Bernardo Morelli e per tutta la famiglia di Gio- 
vanni 6 i quai con noi fuggirono la mortalita a Bologna. E, come 
aviene a' pupilli, altri ispende e logora e consuma, e '1 pupillo 
paga; cosi per quel tratto 7 in ristoro del danno nostro ci avenne 
questo. Segui il quinto, che dove per lui 8 si guadagnava, e avan- 
zava, noi venimmo a perdere a giornate. 9 E chi aveva a dare dicea 
ch'avea a Vere; e chi cancillava, e chi negava, e tale minacciava, e 
tale non se ne volea impacciare de 5 manovaldi, 10 o a preghiera 
d'altri, o per paura, o perch6 ne toccasse, o perche non gli calesse 
di noi, o per servire ramico, o per che che si fusse: in questo caso 
si ricevette gran danno.- Seguito il sesto, che nella gravezza del 
comune, noi fummo subitamente radoppiati in tre doppi, dove pe' 
danni nostri non ci si venia la meta che a nostro padre. 11 Seguito il 
settimo che dove i figliuoli prendono amaestramento e inviamento 
e stato e ogni buono costume dal padre, noi rimanemmo sanza capo 
e sanza guida; e come che noi fussimo messi innanzi 12 e da Matteo 
da Guarata, nostro secondo padre, e da monna Filippa sua donna, 
i quai rimasono con noi in casa e amoronci come figliuoli, non di 
meno non e da fare paragone al padre, come che 13 detto Matteo 
ci venne meno tosto, e nel tempo del maggiore bisogno. Da questi 
sette, chT t'ho nominati, ne dirivano assai danni, i quai non si 
potrebbono mai immaginare ne ricordare, ch6 sono infiniti; e per 
non lasciare cosl ignudo e abandonato lo isventurato pupillo, i' 
seguir6 in sette piccioli capitoli quello riparo I4 e consiglio, che sopra 
a ciascuna in disparte mi pare secondo il mio povero intelletto da 
seguitare e tenere, volendo pigliare alcuna favilla di rimedio se- 
condo che oggi da a noi questa vita ispinosa e crudele. 



i. de 9 fiorini ne testd: circa cinquemila fiorini dei ventimila che no- 
stro padre aveva lasciato in testamento. 2. trasordinarie: straordinarie. 
3. si fa della: che si fanno con la. 4. di tratto: subito. 5. si spesono: 
si spesero. 6. Giovanni: Morelli. 7. per quel tratto: in un momenta. 
8. per lui: da nostro padre. 9. a giornate : di giorno in giorno. 10. tale . . . 
de' manovaldi: taluno dei tutori. n. noi fummo ... padre: dovemmo pa- 
gare di imposta sei volte tanto quello che aveva pagato nostro padre, 
mentre il reddito si era ridotto della meta. 12. messi innanzi: educati e 
awiati. 13. come che: per quanto. 14. riparo: rimedio. 



GIOVANNI MORELLI 265 

Nel primo danno chT dico die il picciolo fanciullo riceve della 
morte del padre, e da pigliare questo rimedio : cio e tu debbi nel- 
Peta di venti anni, pognamo die li sangui ti bollino, e che tu disi- 
deri essere isciolto e darti vita e buono tempo, non di meno, per 
rispetto del frutto, che de' seguire buono e perfetto, recati la mente 
tua al petto. E prima misura te, 1 chi tu se' e di che condizione e di 
che natura; e a presso misura lo stato tuo, quello che richiede, e 
quello che puo, in quanto all'onore e alia sustanza del tuo valente; 
e non ti ingannare, ma seguita il consiglio e fondamento della con- 
cienza tua. E s'ella giudica che el meglio avanzi 2 e che ragione- 
volmente tu meriti bene per rispetto delle tue virtu e della tua su- 
stanza o inviamento, dilibera di torre moglie e di volere figliuoli. 
E se prendi questo partito, cio e di volere una volta moglie per 
averne figliuoli, dilibera a mano a mano volerli levare dai sopra- 
detti pericoli. E di' : ST ho figliuoli, io gli voglio potere allevare 
i' stessi, io voglio vedegli uomini, i' voglio inviagli e corregerli a 
mio senno, i' vo' vedere quaPe buono e qual'e cattivo, i* voglio che 
nella mia vecchiezza e' sieno tali che mi possino atare ne' miei bi- 
sogni; i' ne voglio avere la consolazione e ramaritudine per potere 
riparare e rimediare dove bisogna. E fatto questo pensiero, e tu 
dilibera torla da' venti anni in sino ne' vinticinque, 3 come Idio 
meglio t'apparecchia fra questo tempo. Ma abbi riguardo di non 
ti disavantaggiare 4 pero pell'affrettarti; vo' dire, che setu pensassi 
per indugiarti in sino in trenta anni avere migliorato tuo istato 
in che che atto si fusse, per modo da valerne molto di meglio, 
indugia, e abbi questo a memoria, che mai in quest' atto, ne ezian- 
dio in niuno altro, dove onore s'appartenga, la volonta non t'acie- 
chi, ma con buono e maturo pensiero, e consiglio di tuoi buoni pa- 
renti e amici piglia partito in ogni tuo fatto. Ma dove questi casi 
non avenghino, o altri simili, to' moglie nel detto tempo. E a questo 
abbi riguardo primamente di non ti avilire, 5 ma phi tosto t'ingegna 
d'innalzarti, non pero per modo che ella volesse essere il marito 
e tu la moglie; ma guarda d'imparentarti con buoni cittadini, i 
quai non sieno bisognosi e sieno mercatanti e non usino maggiorie. 6 



i. misura te: considera la tua situazione. 2. che el meglio avansi: che il 
meglio superi il peggio. 3. dilibera . . . vinticinque: delibera di sposarti 
tra i venti e i venticinque anni. 4. disavantaggiare: andare incontro a 
disagi economic!. 5. di non ti avilire: di non decadere dalla tua condi- 
zione. 6. non usino maggiorie: non spadroneggino con superbia. 



266 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

Sieno antichi nella citti tua, sieno onorati dal comune e sieno 
guelfi, e non abbino alcuna macula, come di traditore o di ladro, 
o di micidio, 1 o di bastardo discesi, o d'altre cose che sono di rim- 
provero e di vergogna. Sieno netti e sanza macula, e abbino 
nomea di buoni parenti e amorevoli; e che non sieno cani del da- 
naio, 2 ma usino cortesia, temperatamente, come s'usa per savi 
uomini e buoni cittadini. A presso, awi riguardo, ch'ella sia bene 
nata, di madre di gente da bene, e di parentado onorevole, e ch'ella 
sia istata onesta donna e di buona fama; e simile sia istata onesta e 
netta donna la madre della madre, ci6 e 1'avola della fanciulla, e 
di buone e care donne abbino fama per tutti. E avrai riguardo 
ch'ella sia donna pacefica, e non altiera o superba, e ch'ella sia, se- 
condo donna, 3 ragionevole e intendente; e se pure di queste cose 
non ti potessi bene chiarire, guarda alia radice del fatto, ci6 e 
ch'ella sia gentile donna, nata di buono uomo, e cosi conversata, 
cio e col marito, 4 che sia istato o sia uomo che temi vergogna. 
Apresso, togli fanciulla che tu ti contend, ch'ella sia sana e 'ntera, 
e ch'ella sia grande per rispetto della famiglia n'aspetti; 5 ch'ell'ab- 
bia poco tempo, cio e non sia punto trasandata, 6 ch6 diventono vi- 
ziose quando non hanno quello che la natura richiede. Non si 
intende per quelle che sono perfette, ma comunemente intendi. 
Guarda ch'ella sia onesta e non troppo baldanzosa, e ch'ella non 
sia troppo vana, come di vestimenti, d'ire a tutte le feste e a nozze 
e ad altre cose vane; che al di d'oggi vi s'usa gran disonesta, e di 
gran bottoni vi s'attacca, tali che non ne vanno se non col pezzo: 7 
e non e niuna si buona che usi le predette cose non diventi viziosa. 
Delia dota non volere per ingordigia del denaio afTogarti, per6 
che di dota mai si fece bene niuno; e se Thai a rendere, ti disfanno. 
Sia contento a questo: 8 avere quello ti si richiede secondo te e se- 
condo la donna togli. 

E perch6 la giovanezza e malagevole a raffirenare, se fai quello 
che di sopra si consiglia, e tu voglia farlo a quel fine il perche* tu 

i. micidio: omicidio. 2. cani del danaio: a van. 3. secondo donna: come 
donna, quanto pu6 essere una donna. 4. e cosi . . . marito : e che abbia 
per marito; si riferisce alia madre della sposa. 5. per rispetto . . . n'a- 
spetti: in considerazione dei figli che ne aspetti. 6. ch'ell' . . . trasan- 
data: che si dia sempre da fare, ciofe che sia attiva e non sfaccendata. 
7. tali . . . col pezso : non si staccano se non con tutta la stoffa, cio& vi 
possono nascere delle situazioni da non potersi risolvere se non con un 
taglio netto. 8. a questo: quanto a questo. 



GIOVANNI MORELLI 267 

se' consigliato, cio e d'avere figliuoli tosto, a cio te gli possa allevare 
tu Istessi, ti conviene usare il senno in questo; cio e usa tempera- 
tamente con lei e non ti lasciare punto trasandare. 1 E se vuoi po- 
tere fare questo, ti conviene amaestrare lei die non si dimestichi 
troppo teco; come che s'ella vede tu voglia trasandare, ella ti fuga 
dinanzi, eschi del letto, s'ella v'e, e vada da pie e per un poco di 
spazio si cansi. E simile ti conviene fare a te: levarti dinanzi alia 
furia; ista' poco in casa, vattene in contado, datti a qualche eserci- 
zio, a cio t'esca di mente; e simile, con cio che tu puoi ti raffreni. 
E faccendo questo, tu arai prestamente figliuoli; tu gli arai bene 
granati, 2 e forti e grandi, tu gli arai maschi, tu ti manterrati giovane 
e fresco, tu istarai sano e allegro, tu farai ogni bene. Se tu tieni il 
contradio modo, tu ti guasterai della persona, tu infermerai, tu ti 
guasterai lo stomaco e le reni; e se ti venisse punto di febre, istarai 
a rischio di morire. Tu guasterai ancora lei (ma non come te); 
tu non arai figliuoli se none a stento ; tu Farai femine, tu Farai tisi- 
chi, e mai non parra che vadino innanzi; tu diverrai tedioso e on- 
toso e maninconico e tristo: non ti darai piacere ne in detti ne in 
fatti, e parra che ogni cosa ti sia una trave; tu non arai mai bene. 
E dove questo ch'e detto de' venire a buono effetto tenendo lo stile 
detto di sopra, cosi verrebbe per lo contradio e sarebbe cattivis- 
simo partito a pigliare seguitandolo male, come di sopra e detto. 
E perche tutti i casi non si possono recare a memoria, che non e 
possibile, e' si conviene con tutti gPinsegnamenti avere senno na- 
turale, e pensare a tutti i casi che occorrono, e avere consiglio di 
cio che tu fai; e non potrai quasi mai errare. Non veggio alia prima 
parte altro rimedio che questo, et cetera. 

Come e scritto innanzi che avenne a noi, cosi penso che ne' me- 
desimi casi averebbe a' piu, e cio e, che rimanendo sanza padre 
dove la madre rimanga giovane, e figliuoli che rimangono possono 
fare conto rimanere ancora sanza madre, e piu d'avere a rendere 
la dota. E volendo ancora pensare a questa parte d'alcun rimedio, 
si puo dire che il migliore ci sia: e a seguire 3 quello propio stile 
che detto abiamo inanzi, dove iscrissi del padre; e volendo quel 
medesimo dire in questo, non e di bisogno repricare, ma faccendo 
Funo ti viene fatto Faltro. Bene ti voglio aggiugnere qui alcuna 
cosa, che se tu hai fatto quello che dinanzi e scritto, ed e* venga per 

i. trasandare: sfrenare. 2. granati'. gagliardi. 3. il migliore . . . seguire: 
il migliore che ci sia e seguire. 



268 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

caso die Idio ti chiami a se a tempo che la famiglia tua rimanga 
piccola, e lasci la donna giovane, pensa in te medesimo e disamina 
se la donna tua principalemente t'e suta fedele e s'ella t'ha portato 
amore come debba la donna buona portare al suo marito, e s'ella 
ha amore a' tuoi e suoi figliuoli, e s'ella e di si temperata natura, 
che accozzata colla condizione sua, tu pensi ella possa istar vedova, 1 
e a presso, ch'ella sia leale (questo conoscerai nella cupidigia sua) 
o se ella avesse fratelli o istretti parenti, che fussono bisognosi. E 
se sopra a tutto conosci ch'ella sia onesta e temi vergogna, e che 
ancora ella sia saputa, di buono ingegno, e proveduta alia masse- 
rizia, e ch'ella non sia si vaga, 2 che bench' ella volesse essere buona 
ella non fosse lasciata; quando arai contemplato tutte queste parti, 
e troverrale tutte in lei buone e perfette, o veramente, contemplato 
tutto, racorrai 3 che in lei vinga il meglio (e non dubiterai di 
molto); o veramente se la conoscessi mancare nelle dette parti 
per modo da perdere di lei la buona speranza, seguita questo istile 
nelPutirna tua disposizione e volonta. 

E, come e detto, se tu conosci la donna tua pienamente dotata 
delle sopradette virtu, sicuramente e sanza niuno dubbio nel tuo 
testamento lasciala facitore e dispensatrice di tutti i tuoi fatti, 
libera e spedita, e questa larghezza e buona a usare ne' buoni, con 
cio sia cosa che tu le dai indizio dello istare con essi; 4 e bene ch'ella 
non avesse voglia dello istarvi, vedendo la fede che tu dimostri 
avere in lei, ella, per vergogna, se non facesse per altro, diliberra 
istare. Ma perch' egli e impossibile, e non se ne truova di quelle 
cosi fatte (e s'elle sono, non durano, ma subito si voltano come 
viene loro la volonta o un poco di sdegno o di disastro), 5 pero 
dico, che in lei al tutto non t'affidi. Ma se hai vaghezza che la 
donna tua rimanga al governo de ? tuoi figliuoli, lascia piii libera 
che tu puoi, ma non in tutto : lascia che ella con due o tre tuoi pa- 
rent! fidati possa fare il tutto : con questo, che sanza lei non si possa 
fare niente. E dove ella none voglia istare, ch'ell'abbia la dota sua 
e niun'altra cosa piu : e questa e una delle cose che la fara piii tosto 
istare. 



i . di si temperata . . . vedova : di un'indole tale che, in rapporto alle condizioni 
economiche in cui tu Favrai lasciata, si rassegni a restar vedova. 2. vaga: 
bella. 3. racorrai: concluderai. 4. tu le dai . . . con essi: tu le dai prova 
della tua certezza che ella stara insieme con gli orfani. 5. disastro : qualche 
circostanza awersa. 



GIOVANNI MORELLI 269 

Se vedi, e conosci che il meglio la vinca, e ancora ti content! 
ch'ella istia con essi, lascia che, s'ella ista con essi, ch'ell'abbia oltre 
alia dota alcuna cosa, secondo che tu puoi, della sustanza tua; si 
veramente, 1 che s'ella none ist co' figliuoli, non abbia niente oltre 
alia dota. Lascia che ella abbia da potere vivere del suo, s'e fi- 
gliuoli le riuscissono rei, e lascia che ella abbia a fare i fatti 2 de' 
fanciulli insieme con altri tuoi parenti e amici, si veramente che le 
due parti d'accordo possino fare i fatti loro. E questo mi pare il 
migliore modo ci sia conservare la madre in guarda dei figliuoli. 

Se tu conosci la donna tua poco savia, poco amorevole, vana, 
lussuriosa, iscialacquatrice, e abbia i suoi parenti bisognosi, e degli 
altri difetti, come ce n'ha assai, sie contento in questo caso ch'ella si 
rimariti piu tosto che s'ella istesse vedova; per6 che, istando vedo- 
va, ne puo uscire piu danno e vergogna ne' tuoi figliuoli, che mari- 
tandosi, in per6 che, chi non fa bene i fatti suoi, non fara mai bene 
que* del compagno; ma provedi in lasciarla pure facitrice 3 cogli 
altri manovaldi per onore e per dovere, ma mettile a petto 4 chi 
1'abbia cura alle mani. 5 Usa in costei piu istrettezza: ch'ell'abbia 
le spese assegnate; 6 non le lasciare sopra a dota, 7 o sti' ella, o no; 
pero che non e nel vero si trista madre, che non sia meglio pe' 
figliuoli che altra donna. Sopra a questa materia non veggio si 
possa fare piu che sia onesto, a volere la donna vedova, 8 che que- 
sto, ch'e scritto di sopra. 

Pongo dinanzi, come avete trovato, che '1 terzo danno che riceve 
il pupUlo si e di rimanere al governo de' manovaldi. E come e chia- 
ro e aperto vedi, e* baratta la volonta d'uno a 9 quella di molti, e 
baratta 1'amore e carita del padre verso il figliuolo, che e infinita, 
a quella degli istrani, o parenti, o amici. Istrani gli chiamo, perch6, 
dove giuoca pecunia, o alcuno bene propio, ne parente ne amico 
si truova che voglia meglio a te che a s6, riposta la buona coscienza 
da parte; si che resta, dove il padre pensa dargli in guardia e al 
governo del parente e amico, e' lo da al nimico, avendolo in quel 
punto permutato.^Pero che tanto basta il parente e Tamico, quanto 



i. si veramente: in tal modo tuttavia. 2. i fatti: gli interessi. s./aci- 
trice: amministratrice. 4. a petto: vicino. 5. chi . . . alle mani: chi badi 
a quel ch'ella fa. 6. assegnate: limitate e determinate. 7. sopra a dota: 
aggiunta alia dote. 8. a volere . . . vedova: a volere che la donna resti 
vedova e non si risposi. 9. baratta . . . a: cambia con. 10. in quel . . . 
permutato: convertito in un neniico. 



270 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

ti bastera 1'avere o lo stato 1 dove e' pensera trarre utilita; e, morto 
tu, di niente si raccorda; ma, dove e' traeva da te, o aspettava di 
trarre, (e pero ti mostrava amore), ora e' diventa istrano contra 
il pupillo, togliendosi da se quello che il pupillo per sua liberta 
non gli pub dare. 

A presso vedi che, mancato alle pecorelle il pastore, i lupi le 
divorano, perche" vanno sanza regola e non hanno difenditore; 
cosi aviene a' pupilli: e' sono rubati, ingannati e traditi da tutti, 
e massimamente da chi e loro piu istretto. A presso, a cib che non 
si possano mai vendicare, e' sono tirati a dietro 2 in tutte le virtu, 
istati e ricchezze, a cio che non possino mai raccogliere Talito, non- 
che vendicarsi; e simile in tutti i casi e' sono trattati tanto male, 
quanto dal padre e' sono trattati bene. 

E per6 e da pensare di que* rimedi, ci sono meno rei; e come che 
per me se ne vegga pochi (ch6 nel vero ci sono iscarsi) nondimeno 
ne chiarir6 alcuno, secondo il mio vedere, in parte buono. E que- 
sto & che tu, padre, volendo antivedere alia salute de j tuoi figliuoli, 
prima provedi, come per innanzi si scrisse, che la madre rimanga 
con essL Apresso, vedi di darle buona compagnia, cio e ricerca se 
hai parenti, che sieno amorevoli, leali, divoti di Dio, (ma non 
ispigolistri, 3 che sono i piu ipocriti) e che per a dietro, n6 da te, ne 
da* tuoi, e j non si tenghino gravati 4 d'alcuna cosa, che sieno ric- 
chi, o veramente non bisognosi. E non ti curare per non torre de j 
piil tuoi istretti, sien eglino buoni, ma non cambiare 5 per6 il pa- 
rente alTamico, quandV sono di pari bonta. A presso, non torre 
gran mimero; fa che non passino i sei, e che le due parti possino 
fare, e non sanza il consentire della madre; o, se non vi fusse la 
madre, togli in suo iscambio 6 il padre di lei o un fratello, se sono 
uomini da fidarsene, com'e detto. Ma a questo t'affida poco, per- 
ch6 e un dare indizio alia donna si rimariti, ed e' si vuole levare 
via ogni cagione, come e detto a dietro. E se tu vedessi o dubitassi 
la donna tua non si rimaritasse, e vedessi che rimaritandosi e' 
rimarrebbono male accompagnati di manovaldi, allora mi pare 
farai meglio a lasciarli al governo del comune. 7 E ancora se ti vedi 
povero di parenti, e di si fatti che non te ne fidi, ancora in questo 

i. 1'avere o lo stato: il patrimonio o la condizione civile. 2. sono tirati 
a dietro: son temiti bassi. 3. ispigolistri: bacchettoni. 4. gravati: ofTesi. 
5. cambiare: sostituire. 6. iscarribio: in cambio. 7. al governo del comune: 
sotto la tutela del Comune. 



GIOVANNI MORELLI 271 

punto gli lascia al comune con ogni larghezza della madre: 1 questo 
fa sempre se e di buona condizione. Ancora, se vedi troppo invil- 
bpati i fatti tuoi o in mercanzie o in debiti, o die tu abbi a Vere 

a ritrarre il suo di strane 2 genti, o di ma' pagatori, 3 ancora lascia 

1 figliuoli tuoi nelle mani del comune: per molte cagioni e meglio 
il comune die parente o amico. E veramente i' credo die questa e 
la piu salutifera via pel pupillo, die niun'altra: come e detto, 
la madre prima; a presso i buoni parenti e ricchi e sanza vizio, 
o veramente amici, e utimamente, dove le due vie manchino, 
apiccati 4 alia terza, cio e al comune. 

Ancora t'aviso, che, se tu ti senti avere un diritto e leale parente 
o amico, che tu Pabbia provato (altrimenti non t'affidare) lascialo 
attore 5 de' tuoi fanciulli; con questo, ch'e' renda ragione a' mano- 
valdi ogni anno, e che a loro istia 6 il rafFermarlo, o veramente ac- 
cettarlo. Questo fa per loro onore: a te basta 1'avere dimostrato 
loro la volonta tua e la fede hai in esso: la liberta non si vuole 
torre a chi ha a rendere ragione, come hanno i manovaldi. Se lasci 
fanciulle femine, fa ch'elle non si maritino se non hanno anni 
quindici compiuti, e sia discrete della dota, secondo la famiglia; 
[asci, el valente loro 7 istimandolo meno a quel tempo il quarto.* 
E se hai figliuoli, che a quel tempo fussono in eta, lascia a discre- 
zione 9 di lui e della madre, che possa dare alia fanciulla, a buona 
discrezione in sino in fiorini dugento piu oltre alia dota. 

II quarto danno che riceve il pupillo, come a dietro trovasti, si 
sono molte ispese che gli occorrono dopo la morte del padre, come 
principalemente il mortoro, dove va gran danaio. A presso 10 i* 
rendere della dota, che, o rimaritisi la madre o donna del testatore 

non, ella vuole la dota appo se e vuolsene i frutti netti. A presso, 

1 salari dell' attore o f attore, danari e derrate che gli conviene dare 
a parenti o amici, che niuno vorra parlare per loro, o raunarsi a 
fare niuno loro fatto, se non e premiato in qualche modo. I debiti 
loro conviene ch'essi paghino presti, e conviene che si ricomperino 
d'interesso 11 in qualche modo; s'egli hanno a Vere nulla, e' non 

i. gli lascia . . . madre: lasciando ogni liberta alia madre. 2. strane: stra- 
niere. 3. ma y pagatori: cattivi pagatori. 4. apiccati: attienti. 5. attore: 
procuratore. 6. a loro istia: sia lor compito. 7. el valente loro: la somma 
di denaro che potranno trovarsi ad avere. 8. istimandolo . . . quarto: sti- 
mandolo a quel tempo un quarto di meno. 9. a discrezione: discrezio- 
ne, liberta. 10. A presso : oltre. 1 1 . si ricomperino d y inter esso : si alleggeri- 
scano degli interessi. 



272 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

gli possano avere se non a stento, e Puno minaccia e I'altro dice che 
ha a riavere usura 1 del padre : e, come dinanzi 6 pienamente detto, 
egli hanno per molte cagioni a trarsi di mano assai danari. Sanza 
che pare che, morto 1'uomo, in quel punto muoia Pavere, e quest'e 
una disaventura che aviene a tutti. E per6, considerate tutte le 
dette cose, volendo riparare in parte al bisogno del pupillo, debba 
il padre principalemente pensare di morire ogni in di; e questo per 
trafficare il suo sodamente, ordinatamente e per una aperta via; 
e non avilupparsi co j cattivi contratti, che sono que' danari e 
quelle ricchezze che muoiono insieme colla persona; non avilup- 
parsi in molte cose e di molte ragioni, 2 o con molte persone. 

Se pigli a trafficare di lana, o panni franceschi, fa da te medesimo 
e non volere arricchire in due di; fa col tuo danaio propio e non 
n'accattare mai per guadagnare; fa le tue faccende con persone 
fidate, e che abbino buona fama e sieno creduti, 3 e che del loro si 
vegga al sole, e se alcuna volta te ne truovi ingannato, non gli ri- 
cadere piu nelle mani: non credere la tua mercanzia a chi la vo- 
lesse sopra comperare; 4 non ti inganni mai lo 'ngordo pregio, 5 
vogli sempre iscritte ispecchiate; innanzi 6 fa meno, fa tu sicuro. 
Se fai arte di lana, fa col danaio tuo, non esser vago di mandare di 
fuori la tua mercanzia, se non hai uno a cui ella tocchi come a te; 
se puoi fare sanza compagno, fa; se non puoi, accompagnati bene, 
con buon uomo e ricco e non co' maggiori di te, e spezialmente 
nello istato, 7 o di famiglie che usino maggioranze. Non fare mercan- 
zia o alcuno traffico che tu non te ne intenda; fa cosa che tu sappi 
fare, e dalPaltre ti guarda, che saresti ingannato. E se vuoi intenderti 
di nulla, 8 usala da fanciullo, ista con altri a* fondachi, a' banchi, va 
di fuori, pratica i mercatanti e le mercanzie: vedi colPocchio i 
paesi, le terre dove hai pensiero di trafficare. 

Pruova cento volte Pamico, o veramente quello che tieni amico, 
prima te ne fidi una, e con niuno mai ti fidare di tanto ti possa 
disfare. Va sodamente nel fidarti e non t'abottacciare, 9 e chi piti 
ti dimostra nelle parole essere leale e saputo, meno te ne fida, 
e chi ti si proffera, non te ne fidare punto in niuno atto. I gran 



i. a riavere usura: vuol detrarre dal capitale da restituire gli interessi paga- 
ti precedentemente al padre. 2. di molte ragioni: di molti generi. 3. sieno 
creduti: abbiano credito. 4. sopra comperare : pagare piti del valore. 5 . pre- 
gio : prezzo. 6. innanzi : piuttosto. 7. nello istato : nelle cariche pubbliche. 
8. di nulla: di qualcosa. 9. non t'abottacciare: non lasciarti ingannare. 



GIOVANNI MORELLI 273 

parlatori, millantatori e pieni di moine, goditegli nelPudire, e da 
parole per parole; ma non credere cosa ti possa nuocere, e non 
te ne fidare punto. Da ispigolistri, picchiapetti ipocriti, che si cuo- 
prono col mantello de' religioso, non te ne fidare: ma piu tosto 
d'un soldato. D'uno che abbi mutati piu traffichi e piu compagni o 
maestri, non avere a fare niente con esso; e con uno che giuochi, 
attenda a lussuriare (e spezialmente con maschi), o che vesta di 
soperchio, 1 o conviti, o abbia il capo forato, 2 non t'impacciare con 
esso in affidarli il tuo e cometterli tue faccende. 

Se traffichi di fuori, va in persona ispesso, il meno una volta 
1'anno, a vedere e saldare ragione. 3 Guarda che vita tiene chi e per 
te di fuori; s'egli spende di soperchio: che faccia buoni credit!, 
che non s'aventi alle cose, ne si metta troppo nell'afondo, che 
faccia sodamente e non passi il mandate; mai come egli t'ingam- 
basse 4 in nulla, mandalo via. 

E sempre con senno ti conduci, e non t'aviluppare, e non fare 
mai dimostrazione di ricchezza; ma tiella nascosa, e da sempre a 
intendere, e nelle parole e ne' fatti, d 5 avere la meta di quello che hai; 
tenendo questo istile, non potrai essere di troppo ingannato, ne tu 
ne chi di te rimanesse. Fa pure che ne j tuoi libri sia iscritto cio 
che tu fai distesamente, 5 e non perdonare mai alia penna, e datti 
bene a intendere nel libro ; e di questo seguitera che tu guadagnerai 
sanza troppo pericolo. Tu ti ritrarrai presto, e non per riottoli, do- 
ve sarebbe lo 'nganno: tu non arai a temere d* avere a fare restitu- 
zioni, o ch'ella sia adomandata a' tuoi figliuoli; e viverai libero, 
sentendoti fermo e sodo nel valsente tuo e sanza pensiero. 

A presso a questo, si vuole avere riguardo di non lasciare i tuoi 
figliuoli con troppi incarichi; 6 considerate che di nicista e* s'hanno 
a scorporare 7 pe' bisogni sopradetti, non se ne vuole arrogere 8 
troppi, ch'e molto maggiore fatica a fare che a dire. Fa da sano le 
limosine, e saranno piu accette a Dio, e con meno danno e sconcio 
de j figliuoli tuoi; e se pure ne lasci degli incarichi, da loro spazio di 
tempo, se senti e' rimanghino male agiatl a danari. Non lasciar mai 
nulla in perpetuo, 9 non mai; poni fine a quello che vuoi si faccia, 



i. di soperchio i lussuosamente. 2. il capo forato : senza cervello. 3. ra- 
gione: i conti. 4. t'ingambasse: ti desse inciampo. 5. distesamente: am- 
piamente: da imire con sia iscritto. 6. incarichi: obblighi. 7. scorporare: 
cavare dalla massa delPeredita. 8. arrogere: aggiungere. 9. nulla in per- 
petuo i legati non redknibili, da pagare in perpetuo. 



274 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

e non ti fondare nel lascio tuo in su quello valsente che lasci, ri- 
manendo i fanciulli piccoli: cosi intend! a ci6 ch'i' dico, ma isbattine 
il quarto 1 eziandio, che tu lasci netto, com' 6 detto di sopra; e su 
quello ti fonda, e non potrai errare. Pe' pupilli, lascia poca gente 
al governo, e sieno buoni. Se fai mercatanzia, e non sieno tali 
che la intendino, lascia si ritragga il tuo; 2 se hai contanti, e' tuoi 
figliuoli abbino tante possession!, ricolghino quello bisogna loro, 
lascia e* si dipositmo a buone iscritte, 3 e a discrezione, si vera- 
mente che tutti i manovaldi ne sieno d'accordo. E lascia che niuno 
d'essi o loro parenti ne possino avere, e se pure ne dessono o pi- 
gliassonne, che sieno tutti tenuti a quello diposito, e ciascuno in 
tutto, 4 si veramente, che se i detti manovaldi conoscono i loro 
pupilli rei e cattivi e da sapere male guidare il danaio, e piu atti a 
spendere, a giucare, a manicare, che al guardarli, grescerli e ser- 
barli 5 o atti a fare mercanzia, che in questo caso, eglino, per bene 6 
e buono salvamento de* pupilli, debbino ispendere i detti danari 
in possession! presso a Firenze in buoni terreni (e non presso a 
flume), e dove sia dovizia di lavoratori, e da poterle ogni in di 
rivedere. E seguitando questo modo sopradetto, i' credo veramente 
che sia la salute del pupillo, volendolo conservare nella sua gio- 
vanezza. 

Iscrissesi il quinto danno ch'e pupilli ricevono per la perdita 
del loro padre; e questo, come e detto, aviene che ciascuno piglia 
loro cuore adosso, 7 come fanno gli uccelli rapaci a' piccoli istarnon- 
cini, che con poco di fatica gli prendono, pelandogli a poco a poco 
insino a che rimane ignudo. Cosi il povero pupillo e pelato da* 
parenti e dagli amici, da* vicini, dagli strani; e da ogni uno con 
chi s'impaccia egli e rubato, ingannato e tradito; e dove egli avea 
il padre e pastore buono che lo arricchiva, ora i' rimane per iscam- 
bio tra* lupi e tra' cani. E in questo ha pochi o non niuno rimedi, 8 
se non quello di Dio, e se ci e rimaso alcuno amico di Dio, de' quai 
si truova pochi in fatti. In atto e in parole ce n'ha assai, 9 e perch6 da 
questi rimangono ingannati i fanciulli giovani, non usi n pratichi 

i. isbattine il quarto: diffalcane il quarto. 2. Se fai . . .il tuo: se sei 
impegnato nel commercio, e gli eventuali tutori non se ne intendano, 
togli la tua parte da quel commercio. 3. iscritte: obbligazioni. 4. in 
tutto: in solido, 5. grescerli e serbarli: i denari. 6. bene: vantaggio. 
7. piglia . . . adosso: si fa ardito e prepotente contro di loro. 8. rimedi: 
aiuto. 9. de* quai . . . assail dei quali, a fatti, ce ne sono pochi, e a parole 
e negli arteggiamenti, tanti. 



GIOVANNI MORELLI 275 

tra loro se non quando sentono i morsi, dico, che prima tu t'assi- 
curi nella casa tua, il piu che tu puoi, in questo modo. Non ti fi- 
dare di niuno servigiale, 1 maschio o femina non ti fidare, se none 
il meno che puoi, di niuna altra femina o uomo ti bazzicasse in 
casa, o parente o non che sieno; ma onestamente, e per modo che 
non s'aveghino, abbi cura a' fatti tuoi. Fa prima uno inventario di 
cio che tu hai, e fallo che ogni uno il sappia; non lasciare in casa 
se non quelle masserizie che ti sono necessarie, e none volere mai 
di soperchi. Assegna alle donne le masserizie s'appartengono a 
loro, e quelle di' guardino; e ch'elle te ne sappino assegnare ra- 
gione, 2 quando le domandi. Alia fante assegna quelle s'apparten- 
gono a lei, e che ancora sie tenuta d'assegnarne ragione; e simile 
fa al fante, se Thai. Ogni altra cosa serra, e sia che vuole. Bene 3 
fa che del pane e del vino si possa avere: fa apiccare la chiave in 
sala, in luogo evidente per tutti. Come 4 olio, carne, insalata, grano 
o farina o biada, queste cose serra; se non le puoi serrare, lascia 
nella casa a punto quello ti bisogna, o poco phi, 1'altro vendi; e 
vedrai in capo delFanno, avendo prima veduto diligentemente, 
quello de logorare. 5 E se ti trasanda, 6 di' : I' sono ingannato ; 
tienvi mente, mettivi rimedio; e se t'avedi che persona ti rubi, 
dalle comiato, e sia chi vuole; o tu le serra ogni cosa: davi rimedio 
come vedi che sia a bastanza. 

Co' tuoi lavoratori ista avisato; 7 va ispesso alia villa, procura 8 
il podere a campo a campo insieme col lavoratore, riprendilo de 5 
cattivi lavorii, istima la ricolta del grano, quella del vino e dell'olio 
e biada, e frutte, e tutte altre cose; paragona cogli anni passati alia 
ricolta dell'anno, come hanno trasandato 9 gli altri tuoi poderi, 
quelli del vicino. E simile, domanda della fama e condizione di 
costui; guarda se troppo favella, se si millanta, se dice assai bugie, 
se si loda d'essere leale : non ti fidare di questi, ista loro cogli occhi 
adosso. Poni spesso mente in casa sua e 'n ogni luogo, vogli vedere 
la ricolta nel campo, nelFaia e alia misura, e sopra tutto possiedi 
ispesso la possessioni, 10 se vuoi tu risponda bene, e fa d' avere la 
parte tua in sino delle lappole. 11 Non compiacere mai di nulla al vil- 

i. servigiale: servitore. 2. assegnare ragione: render conto. 3. Bene: 
tuttavia. 4. Come: quanto a. 5. logorare: consumare. 6. se ti trasanda: 
se 11 consume eccede. 7. ista avisato: sta in guardia, 8. procura: perlu- 
stra. 9. come hanno trasandato: come hanno prodotto di piu. 10. possie- 
di ... la possessioni: fa vedere spesso che il padrone sei tu. n. lappole: 
pianta campestre; qui per: sino alle minime cose di nessun valore. 



276 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

lano, ch6 subito i* riputa per dovere; e non ti farebbe di meglio 
un festuco se gli dessi la meta di ci6 che tu hai. Non ne volere mai 
vedere uno se non t'e di nicista; non gli richiedere mai di niuno 
servigio se non con pagallo, se non vuoi ti costi Popera tre cotanti. 
Non fare mai loro un buono viso, ista poco co' loro a parole, rici- 
dile 1 loro subito; non fare loro male, se gia non ne fanno a te. Se 
niuno villano ti fa meno che '1 dovere, gastigalo colla ragione e non 
gliene perdonare mai niuna. Non andare caendo 2 loro present! e 
non gli volere; e se pure te ne danno, non ne fare loro di meglio 
nulla. Servigli della ragione 3 e aiutagli e consigliagli, quando fusse 
loro fatto torto o villania; e di questo non essere lento n6 grave; va 
presto e fa loro questi servigi; d'altro mai non ti travagliare. E so- 
pra tutto non credere loro mai nulla se non quello che tu vedi, e non 
ti fidare mai niuno a niuno giuoco. E faccendo questo, dovrai es- 
sere poco da loro ingannato, e sarai amato piu che gli altri, e saran- 
noti riverenti secondo loro, 4 e arai quello bene di loro ch'e possi- 
bile avere. Ancora, nel trafficare che farai co' tuoi cittadini 5 e con 
parenti e amici, terrai questo istile se non vuoi perdertegli o da loro 
essere rubato e 'ngannato. Usa parentevolmente con ogni tuo cit- 
tadino, amagli tutti, e porta loro amore; e se puoi, usa verso di loro 
delle cortesie. Vogliti ritrovare ispesso con loro; dk loro mangiare 
e bere alcuna volta, e non di meno abbi riguardo a chi, e piu 
ispesso a' buoni che a' cattivi. Non di meno ista bene con tutti: 
non isparlare mai contro a persona n6 mai acconsentire d'udire 
dire male di persona, n6 ispezialmente di niuno tuo vicino, e se 
pure n'odi dire, o tu sta cheto, o tu rispondi in bene. Se niuno ti 
richiede di niuno servigio, dove non abbi a mettere del tuo, send 
presto e volentieri ogni ragione 6 di gente, e di parole e di fatti; 
guarda di non diservire persona, e pero ti fonda sulla ragione, e 
quella aiuta giusta tua possa onestamente; e faccendo questo non 
offenderai a persona. Ingegnati a dirizzare chi si partisse dalla ra- 
gione colle buone parole, se puoi; e se non puoi, e tu sia ufficiale 7 
a giudicare, fa la ragione. 

Se se* richiesto di danari o di malleverie o d' alcuna obrigagione 
la quale ti potesse fare danno, guardatene quanto dal fuoco; e 
non ti mettere hi niuno luogo dove te ne possa avere danno, per6 

i. ricidile: taglia corto. 2. caendo: cercando. 3. Servigli della ragione: 
per quanto e giusto. 4. secondo loro: per quel tanto che sono capaci. 
5. cittadini: concittadini. 6. ragione: specie. 7. sia ufficiale: abbi 1'ufficio. 



GIOVANNI MORELLI 277 

die t'inconterrebbe due, o forse tre danni: Funo, die tu perderai 
il tuo, il secondo, che tu perderai il parente o Famico; il terzo 
ch'e' ti diventera nimico, e offenderatti come nimico, se tu gli 
diiederai il tuo da due volte in su, o non. Dico che per un piccolo 
danno il quale ti sia lieve a sopportare pelFamico tuo, non lo 
ischifare, ma fa ragione 1 il primo, di avelli perduti; e non te ne 
crucciare e non gli dimostrare altro che buono viso, a cio non ti 
perdessi i danari e Famico; ma fa ragione avello obrigato, e non vi 
ricadere piu con lui, e dagli altri ti guarda. Di maggiore danno che 
ti potesse pervenire, guardatene, e non vi cadere. E quando tu 
vedessi fare bene gran punga 2 e dire: I* te gli rendero di qui a un 
mese, i* gli ho a avere , e qua e la, allora e tu serra bene in 
tutto; e fa orecchie di mercatante, e non ti lasciare ismovere ne 
a danari ne a promessa. E quando tu hai detto due o tre volte di 
no, ed egli pure ti riprovasse, sappi se i' ti sicura bene; 3 e se ti 
sicurasse bene e tu vegga di poterlo servire, fallo ; ma vawi su co' 
calzari del piombo. Non t'obrigare mai, se non se' prima sicuro, 
e guarda che la sicurta sia sofficiente; non ti curare di perdere un 
poco di tempo, ma non volere perdere nulla del capitale. Ora a que- 
sti ti conviene essere molto savio: pero che chi ha il bisogno usa 
le piu astute vie e le piu sagaci del mondo. E J si movera di lunge 
a dire di suoi avisi 4 e suoi guadagni e suoi traffichi e suoi viluppi, 5 
e diratti : S'io avessi dugento fiorini e' mi darebbe il cuore di 
raddoppiagli; i' gli dare' volentieri la meta del guadagno; se uno 
mi facesse pure la scritta, gli accattere' io a buono pregio ; e con 
queste parole e con altre simili e' ti verra a sottrarre 6 e a richiedertL 
E se tu non reggerai al primo colpo, egli enterra piu a dentro : 
Fami la scritta, 7 i' faro dire 8 la mercanzia in te: i' te la mettero 
in casa; farai tu. Tu se' sicuro; come credi tu ch'io te lo dicessi? 9 
I' vorre' prima 10 essere isquartato . . . E' ce n'e venti che ne servi- 
rebbono, ma i' non voglio dar loro questo aviso ne questo utile; 
ma ho caro di darlo a te come a persona chT conosca . . . Non 
dico perche io ti sia innanzi, ma per la verita; e volesse Idio che ci 



i. fa ragione: fa conto. 2. fare . . .punga: fare gran pugna: insistere. 
3. sappi . . . bene: vedi se ti da buone garanzie. 4. si movera . . . avisi: la 
prendera alia larga, parlandoti dei suoi progetti. 5. viluppi: intralci. 
6. a sottrarre: sedurre. 7. la scritta: la malleveria. 8. dire: intestate. 
9. come . . . dicessi?: altrimenti, come te ne parlerei? io. prima: prima 
che ingannarti. 



278 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

fusse la possa come ci e il buono animo. E via busbacando, 1 
se tu non sarai savio, e* ti giugnera, 2 e pol si fara beffe di te come 
d'un balocco. 3 E simili tranelli e molti altri s'usano per giugnere 
il compagno ; chi con presenti, chi con cene e con molte onoranze ; 
chi ti conduce in sul fatto prima ti dica nulla, con due o tre che '1 
serviranno o che ne faranno vista, perch6 tu ti vergogni di disdire ; 
e in molti modi si trappola il danaio. Sie savio, e non ti lasciare mai 
giugnere. Le scuse sono assai: lo ne sono botio, 4 i' n' ho fatto 
saramento. F sono legato con mio fratello di non m'obrigare sanza 
sua parola, f sono obrigato al mio compagno per domani; i' mi 
voglio pensare . . . Che bisogna usar meco queste cautele ? Che 
non me lo dicevi tu realmente ? Tu mi fai dubitare dove i* non arei. 5 
F mi vo' pensare e sempre piglia tempo e pensavi su, e abbine 
consiglio sei volte prima t'arrischi una mezza. E sopratutto (e 
questa tieni bene a mente) non t'obrigare mai per niuno fallito; 
assai 6 ti sia egli parente o amico ; non mai, se tu vedessi colPocchio 
ch'egli avesse da rendere quaranta soldi per lira non vi ti affidare 
mai, se gia non diliberi volegli perdere pe' lui. Non torre ne pegno 
ne nulla, ne non ti affidare alle grasse promesse; fa che non sia 
teco (nollo ismenticare), 7 non ti lasciare gonfiare, ista so do : per6 che 
non pu6 fare non abbia a caderti alle mani. 8 E passata la furia, tu 
lo contenterai con un moggio di grano o con dieci fiorini; e ter- 
rassi vie piu servito di questo che del primo, 9 pero che '1 primo 
va a* creditor! e questo si rimane a lui. E pero sie savio (i' tel dico 
per piu di tre prove gia fattone a mio grande danno!). Non ti 
fidare mai di persona; fa le cose chiare, e piu col parente e colF ami- 
co che cogli strani, comecche con ogni uno, fa con carte di notaio, 
con obrighi liberi a un'arte. 10 Non ti affidare a scritta di libri, 
se non per terza persona. Or e* ci e molte altre zacchere, 11 ma in 
sustanza terrai a mente questo, e non sarai rubato; e cetera. 
Dissi che il sesto danno che riceve il pupillo e nelle gravezze 12 



i. busbacando: vendendo frottole. 2. ti giugnera: ti irretira, ti imbrogliera. 
3. balocco: balordo. 4. botio: obbligato per voto; ed e spiegato dalle 
frasi successive. 5. mi fai . . . arei: mi fai esitare, indugiare, mentre 11911 
avrei esitato, se tu fossi state meno cauto. 6. assail anche se. 7. ismen- 
ticare: dimenticare. 8. non abbia . . . alle mani: che non abbia ad avere 
bisogno di te. 9. e terrassi . . . primo : del primo favore che tu gli avessi 
fatto con un grosso prestito o con la malleveria. 10. con obrighi . . . a 
un'arte: con obbligazioni sul capitale di un'arte. n. zacchere: bagattelle. 
12. gravezze: imposte. 



GIOVANNI MORELLI 279 

del Comune: il simile viene a essere negli onori, dove e nelFuno 
e nell'altro, per molti rispetti, egli e male trattato. E delle princi- 
pal! cagioni e ch'egli e piccolo e meno possente, e non sa chi gli fa 
male, non considera nulla, attende a' diletti fanciulleschi e giova- 
nili, non sa dire i fatti suoi, attiensi al rimagnente. 1 A presso e' non 
si tniova nelle borse 2 e ne' luoghi dove e' s'usa rendere pane per 
cofaccia, e per questa cagione egli e cavalcato; 3 e bene che al tempo 
debito e' si possa trovare, e' si stima, (ed e cos! la verita) e 5 gli 
fia uscito di mente, o ara per lunghezza di tempo perdonato, 
considerando non essere il primo a cui avenghino simili servigii. 
A presso, egli e necessario che si sappia il valente suo; e perche e 
trassinato e rivolto 4 da phi genti, egli e nelle menti di molti. 
E' interviene a costoro come a chi giuoca: che se vince dieci fiorini, 
e' si dice di venti o di piu, e conviene che ne spenda; se perde, o 
e' non se ne dice nulla o si dice di meno, e non e niuno che glie 
n'arroga o che ristori di nulla. Cosi interviene al pupillo, che i 
manovaldi cattivi, per scusa d'usufruttuare i beni del suo pupillo, 
dice: Egli e ricco, e' ricoglie venti cogna 5 di vino; e cosi gran 
fatto e 5 me ne dia un cogno ? Egli ha parecchie migliaia di 
fiorini contanti; e cosi gran fatto chT gliene serbi 6 mille? E 
cosi dira il parente; e dove e' sara il bisogno di parlare in servigio 
di lui (ponghiamo caso nella prestanza), 7 i manovaldi, i parenti fa- 
ranno pastura con chi Fara a porre, 8 che gli levi un fiorino o due e 
ponghilo al suo pupillo, con dicendo : F m'affatico ne' fatti suoi 
e iascio molte volte istare i miei; e cosi gran fatto e' m'aiuti pagare 
un poco di prestanza? E simile dira il suo parente. Lo strano 9 
il fara volentieri per servire chi puo servir lui, e anche 10 glie n'ap- 
picchera qualcuno de' suoi. L'altro 11 dira: E* sono fanciulli e 
non hanno niuna ispesa, e possono portare ogni gravezza. Cosi 
sarebbono loro tolti, megli' e' se gli abbia il comune; e' se gli ri- 
troveranno. E cosi via discorrendo, per molte false ragioni e ap- 



i. attiensi al rimagnente: per il rimanente, si rimette a quel che gli di- 
cono. 2. e* non . . . borse: non ha possibilita che il suo nome venga 
messo nelle borse, donde si traggono i nomi dei designati alle cariche 
pubbliche. 3. cavalcato: oppresso. 4. e trassinato e rivolto: e maneg- 
giato e voltato in qua e in la. 5. cogna: rnisura multipla del barile. 
6. ch'i' gliene serbi: ne tenga per me. 7. prestanza: prestito obbligatorio 
al Comune. 8. far -anno . . .porre: faranno lega con chi avra Tincarico di 
stabilire la cifra. 9. Lo strano: Pestraneo. 10. e anche: anche lui. 
ii. L'altro: 1'agente del fisco. 



280 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

piccato loro il fiasco. 1 E simile negli onori: e parenti vogliono es- 
sere innanzi mettere i loro fanciulli, 2 i vicini il simile, gli altri non 
se ne ricordano ; e se pure sono portati, e' vanno in luogo che non 
viene a dire nulla e non e chi parli pe' loro. Ogni uno ha che fare 
de' fatti suoi e pe' suoi grava Famico in forma che pel compagno 
e' non puo dire se non leggier emente e per mo do da non calere 3 
troppo. Ed egli da se non sa le cose che si fanno, non conosce gli uo- 
mini, non sa ramentarsi ; e se pure si ramenta ed e si saputo che per 
se medesimo si voglia trarre innanzi, poco gli giova, ma di molte 
bugie e pasciuto; e cosi in effetto egli non ha soldi dieci pe' lira 
di queilo che dee avere, e conviene ne paghi quaranta o piu per 
lira di queilo che ha a dare. Ora, volendo in questo come negli 
altri, 4 dare alcuno rimedio, come che pochi ce ne sieno, ma quasi 
piu per uno essempro de' giovani che per utilita che possa venirne 
al piccolo pupillo che none intende, dico che a mio parere e da 
tenere e seguitare questo istile. Cioe, i' comprendo che due sieno 
le principali cagioni che fanno danno al pupillo: la prima si e il 
manifestare del suo valsente 5 e la fama che sara falsa, peccando 
piuttosto nel piu che nel meno; la seconda si e perch'egli e meno 
possente ed e soprastato da tutti, perche e' non si difende ne colle 
parole ne co' fatti, che non e uso e non sa. Alia prima dico che con- 
viene che tutti i rimedi venghino da colui che sente la pena e il 
danno : che se non rimediera egli, lo strano non vi rimediera mai 
egli. E questo interviene perche e' si truovano uomini piu rei e piu 
viziati oggi che mai, e piu se ne troverra pelPawenire; che se noi 
fussimo buoni, non sarebbe di bisogno awisare alcuno del male ; pe- 
ro che non se ne farebbe. E pertanto, avendo a venire la difesa da te, 
il piccolo pupillo non la puo comprendere; e pero fa che tu, padre, 
per aiuto di te medesimo e per aiuto di lui ti rega in questo modo. 
Prima fa che, se tu traffichi in nulla, come gia e detto, tu faccia 
leciti contratti sopra a tutto ; e di questo ti seguira buona fama, e 
non si terra che tu arricchisca cosi di subito, e non arai tu la 'ngorda 
prestanza, 6 e non dovra per quella boce 7 d'usuraio seguire ne' tuoi 

1. e appiccato . . .fiasco: hanno il danno e le beffe. Da un antico uso po- 
polare per cui si appiccavano il fiasco o i sonagli a chi si voleva schernire. 

2. e parenti . . .fanciulli: i parenti vogliono soprattutto mandare avanti i 
loro figliuoli. 3. calere: curarsene. 4. altri: intendi: casi. 5. e il ma- 
nifestare . . . valsente: che sia conosciuta Tentita del suo patrimonio. 
6. non arai . . . prestanza : non sarai colpito dal prestito obbligatorio ed 
eccessivo al Comune. 7. boce: voce, fama. 



GIOVANNI MORELLI 281 

figliuoli. Che sai, che dicendo: Egli e o E' fu un usuraio , 
ogni uno pare che a diletto gli faccia male; e peggio gli fara Paltro 
usuraio che il mercatante per iscusa di se, che si crede ricoprire, 
e ancora perche e piu cattivo e piu ostinato a fare ogni male. 
La seconda, che tu traffichi in mercatanzia e fa col tuo propio; 1 
e di questo ti seguira buona e onorevole fama, non ti scoprirrai 
in dimostrazione 2 di piu roba che tu abbi. Che se tu facessi col 
danaio altrui, tu ti disfaresti a lungo andare, e aresti boce di gran 
ricco, e questo puo piu nuocere che giovare, e se non in te ne' 
figliuoli; pero non esser vago di quella boria, che ti disfarebbe. 
E simile, faccendo la mercanzia pel mo do detto, non enterrai in 
faccenda co' molti, e sara piu sacreto il tuo; dove, se facessi mag- 
giore traffico con piu persone, aresti faccenda e maggiore somma 
di danari, dove la boce si spande e 1'utilita non e pero maggiore 
ma si il pericolo in piu modi. Guardati da' cambi secchi, 3 che non 
sono leciti: portasi assai pericolo pero che non n'acatta se non chi 
n'ha bisogno; o rade volte. Hai a usare in mercato, se' subitamente 
iscorto e 'nfamato per gran ricco, e se cambierai 4 fiorini mille, 
si dira di due cotanti, e sarai subito carico di prestanza, e se ti 
rnuori, non riavranno i tuoi figliuoli del sacco le corde, e quella 
co' nimicizia, e pero ti guarda da questo. 

A presso, non ti millantare di gran guadagni, di gran ricchezza; 
fa il contradio ; se guadagni mille fiorini, di' di cinquecento ; se ne 
traffichi mille, di' il simile; se pure si vede, di' : E' sono d'altri. 
Non ti scoprire nelle ispese; se se' ricco di dieci mila fiorini, tieni 
vita come se fussi di cinque, e cosi dimostra nelle parole, nel ve- 
stire di te e della tua famiglia, nelle vivande, ne' fanti 5 e ne' ca- 
valli; e in tutte altre dimostrazioni non te ne iscoprire mai con per- 
sona ne con parente ne con amico ne col compagno. Ma da parte 
e di nascoso, fa da te un diposito segreto, un'endica 6 d'olio e di 
cosa buona e sicura, per non dimostrarti in tutto ; e queste cose fa 
sieno segrete; falle fare a un amico in contado, in luogo sicuro. 
Non ti scoprire in molte possession!; compera quelle sieno a 
bastanza alia vita tua, non comperare poderi di troppa apparenza; 
fa che sieno da utile e non di mostra. Ramaricati sempre della 

i . che . . . traffichi . . . propio : che traffichi con merci e con tuo denaro,. 
cioe senza prendere denaro in prestito e senza speculate. 2. in dimo- 
strazione: mostrando. 3. cambi secchi: prestiti a interesse senza scrittura.. 
4. cambierai: darai a prestito. 5. fanti: servi. 6. endica: incetta. 



282 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

gravezza; che tu non meritasti la meta, che tu abbi debito, che tu 
hai le spese grandi, gl'incarichi de' lasci di tuo padre, che tu abbi 
perduto nella mercanzia, che tu abbi poco ricolto e che tu arai a 
comprare il grano e '1 vino e le legne e cio che ti bisogna. E non le 
mettere per6 si in orma, 1 che si sia fatto beffe di te: di' la bugia 
presso alia verita per modo che sia creduta, e che tu non sii iscorto 
per un bugiardo. E guarti 2 come dal fuoco di non usare bugie, 
se non in quest'atto: e questo t'e lecito, perche* tu non lo fai per 
torre quello di persona, ma fai perch6 e' non ti sia tolto il tuo 
contra il dovere. 

A presso, sia cortese: ingegnati d'acquistare un amico o pifr 
nel tuo gonfalone, 3 e per lui fa ci6 che tu puoi di buono, e non ti 
curare per 4 mettervi del tuo. Se se' ricco, sia contento di compe- 
rare degli amici co' tuoi denari, se non ne puoi avere per altra via; 
ingegnati di imparentarti con buoni cittadini e amati e potenti; 
e se nel tuo gonfalone chi ti possa atare e metterti innanzi, ac- 
costati a esso. Se puoi per via di parentado, fallo; se non per questa 
via, usa con lui, pratica co' suoi; ingegnati di servirlo, profferati 
quando vedi il bisogno suo. Se hai da potere sanza troppo tuo dan- 
no, presentalo, 5 fagli onore di convitarlo ispesso e lui e gli altri 
tuoi vicini; ista bene con loro, non gli ispregiare, non gli minac- 
ciare. Se se' gravato di prestanza, duoltene in ogni luogo onesta- 
mente. Non ti dolere di persona per via di minacce, ma tieni a 
mente chi ti diserve, 6 e 'ngegnati recartelo ad amico; e se non 
puoi colle buone parole e co' buoni fatti, diservi lui nel modo che 
te, e non vi lasciare fare nulla. 7 E fa che se n'avegga, e che sap- 
pia che tu sie tu, e la cagione o '1 perch6 lo sai, a ci6 che un altro 
non s'avezzi e che non ti sia preso campo e rigoglio adosso, 8 e che sia 
riputato uomo e non femina. Mostra il viso dove bisogna e i fatti 
e le parole, e non usare mai vilta, ma francamente vogli vincere e 
perdere. Non fare villania a persona, se non t'e necessario per 
Ponore tuo; fuggi le quistioni e malavoglienze il piu che tu puoi, 
che sono quelle che disfanno altrui, e massimamente ne' fatti 
del comune. Non esser vago che le tue ricolte, se n'hai molte, ti 



i. non le mettere . . . in orma: non dirlo in una forma tale che. 2. guarti: 
guardati. 3. nel tuo gonfalone: nella compagnia dei cittadini del tuo rione. 
4. e non ti curare per: e non trattenerti dal. 5. presentalo: fagli dei regali. 
6. chi ti diserve: chi ti danneggia. 7. e non . . . nulla: non perdere occa- 
sione. 8. che non . . . adosso: che non venga Tabitudine di soperchiarti. 



GIOVANNI MORELLI 283 

vengano a casa: fawi venire quella che t'e di nicista, e non a un 
tratto, ma poco per volta; che se farai queste burbanze, il vicino 
n'ara astio, e dira che tu abbi bene mille poderi e che tu venda e 
grano e vino e olio per sei famiglie, e bene puo la prestanza, 1 
ch'e tanta la roba che entra in quella casa, che se ne pascerebbe un 
comune, e tutto 1'anno vende ora una cosa e ora un'aitra. E 
a questo modo sarai infamato per gran ricco, dove a simili boci 
s'appiccano di gran picchiate di prestanza. Serbati in villa quello 
che vuoi vendere, e di villa il fa portare in piazza se non ne vuoi 
essere imbociato; 2 e eziandio farai il meglio per ogni cosa: che 
non occuperai la tua casa, non arai lo 'mpaccio de' lavoratori, ne 
la spesa, non arai la polvere e ne tignuole; e molte altre recadie 3 
vieni per questo a schifare. Se vedra il pover'uomo che tu abbi 
grano a vendere e che tu il servi perche vaglia phi, e' t'infamera 
e ti bestemiera, e ti rubera o arderatti la casa (se n'ara mai la possa), 
e ti fara volere male a tutto il popolo rninuto, ch'e cosa molto pe- 
ricolosa; e Idio ne guardi la nostra citta dalla loro signoria. E in 
conclusione, recati a questo: di nascondere la roba tua e '1 gua- 
dagno quante e' t* e possibile; e cosi iscuopri le spese, le gravezze, 
grincarichi, e disastri, le perdite e 1'altre tue fatiche quanto puoi, 
e spezialmente dove ti raguni co' vicini e cogli uomini del gonfa- 
lone tuo. Or questo mi pare in gran parte quello iscampo che 1 
padre puo dare a se in ischifare la gravezza; e a presso e buono 
fondamento a levalla a* figliuoli, dove il caso venisse loro di per- 
dere il padre. 

Alcuna cosa mi pare s'appartenga di fare al pupillo, come che 
gli abbiamo posto innanzi lo specchio. Ma pure vo' dire, o vogliamo 
a lui o a chi 1'ha ad amaestrare, 4 che prima e' s'ingegni d' essere 
vertudioso, imprendere iscienza di gramatica, e ch'egli imprenda 
un poco d'abaco : questo s'intende per chi puo o ha da vivere bene. 
A presso, che sia costumato, che sia riverente, ch'egli usi co* suoi 
vicini e spezialmente con quelli che possono farli bene, cio e co' 
figliuoli d'essi, pari a lui di tempo; che s'ingegni di farsi volere 
bene a 5 tutti, che e j si guardi di non vestire di soperchio ne seta 
ne panni ricchi, che non tenga fante maschio ne cavallo, se gia 
non fusse fattore da villa o bestia da soma. Non tenga maestro 

i . e bene pud la prestanza : e giusto che sia costretto alia prestanza. 2. se 
non . . . imbociato : se non vuoi che si sparga sul tuo conto la fama di ricco. 
3. recadie: molestie. 4. amaestrare: ammaestrare. 5. a: da. 



284 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

in casa, se gia non si gli richiedesse per la gran ricchezza; al- 
lora si vtiole fare, si che non sia tenuto lo faccia per avarizia o 
per miseria. Guardisi da usanze cattive, e di gente da meno di 
se; non essere vago di cose ghiotte e non ne ragionare; mangia 
d'ogni cosa. Non giucare a zara ne ad altro giuoco di dadi, fa de' 
giuochi che usano i fanciulli: agli aliossi, alia trottola, a' ferri, a' 
naibi, a* coderone, 1 e simili. Anche in compagnia, salta e corri e 
lancia, e fa altri simili giuochi, che addestrano la persona e richieg- 
gonsi a' giovani. Usa tra' giovani alle nozze, alle feste, alle cacce 
alcuna volta; ma non perseverare in questo che ti svieresti dalle 
virtu. Usa alle scuole del sonare, del cantare o danzare, dello 
schermire, e } n questo diventerai isperto; e darati a conoscere da* 
giovani da bene sarai riputato vertudioso, saratti voluto bene, arai 
buona condizione in ogni cosa buona e onorevole. Sia isperto nel 
parlare, coraggioso e franco e con buona audacia. Iscaccia da te i 
vizi per ogni modo e via: non gli seguitare, fa loro forza; iscaccia 
paura, timidezza, poltroneria, avarizia, mentacattagine, isvene- 
volezza e altre cose simili, le quai ti fanno tristo e sgraziato, e fan- 
noti essere non riputato da niente e schifato; e ogni uno, come a 
tristo e poco a capitale, 2 chi dileggia e sprezza, e fatti male. Se dalla 
natura ti fussono appresentate, iscacciale da te ; fa loro forza, fa il 
contradio di quello che ti dice Fanimo tuo tristo, isforzalo, e con 
questo il vincerai. In pero che, gustato le virtu e praticando con 
le persone da bene, e virtudiosi, tu le imprendi 3 subito; se arai 
Fanimo gentile, elle ti diletteranno e tu le gusterai, e piacerannoti, 
e subito ti verra a noia quello vizio che prima acconsentivi. 

Fa d' essere cortese sopra a tutto, e guarda che Favarizia per ve- 
runo modo none istia a presso a te, usala 4 ne' giovani e uomini da 
bene, e temperatamente e con buono modo, che tu non fussi ri- 
putato una bestia. Piglia assempro da' tuoi pari: s' e' ti fanno onore 
a te, fanne a loro, da' loro mangiare alcuna volta in Firenze e simile 
in villa. Abbia alia state una botte di buono trebbiano dalla Torre 
o dal Bucine o da San Giovanni 5 o d'altri paesi dove nasce del 

i. agli aliossi . . . a* coderone: giochi fanciulleschi: ai ferri era un gioco da 
vincere e perder soldi, a seconda che un'asticciola di ferro s'infilava per 
terra in un dato modo. I naibi erano un primitive tipo di carte da giuoco. 
II giuoco del coderone pare consistesse nel correre Fun dietro Faltro con 
le rnani attaccate alia schiena del compagno. 2. poco a capitals: tenuto 
in poca considerazione. 3. imprendi: apprendi. 4. usala: la cortesia. 
5. San Giovanni: Valdarno. 



GIOVANNI MORELLI 285 

buono; abbi de' tuoi vicini, de' tuoi compagni giovani, e danne 
loro bere la mattina, come si richiede, o per la festa di Santa 
Croce, o Santo Nofrio, o a quale ti fosse vicina, invita la cittadi- 
nanza degli uomini e de' giovani da bene e fa loro onore. Arai una 
botte di vermiglio brusco, oloroso e buono; e simile il di pe' gran 
caldo ritrovati co' tuoi vicini e co' altri, e da loro bere lietamente, 
e prospera la botte e cio che tu hai ad ogni uomo. Ma chi usasse 
ingratitudine o altre villanie, isdegnane e vogli conoscere gente 1 
con dimostrare che tu te n'avegga, a cio che non sia tenuto men- 
tacatto; e simile da mangiare a de' tuoi vicini o compagnoni e 
parenti alcuna volta onorevolmente come si richiede e come vedrai 
fare ad altri. 

Dilettati di vagheggiare una fanciulla bella e di persone gentili e 
da bene: vawi all' ore compitenti, quando se' uscito da bottega. 
Abbi un compagnone fidato che ti faccia compagnia volentieri, 
piglia dimestichezza nella sua vicinanza con persone da bene; sia 
costumato e piacevole, usa cortesia con que' giovani suoi vicini, 
fa cotal operazioni virtuose, e che a lei siano rapportate e ch'ella 
ti tenga costumato e saputo, e fatti volere bene per le tue virtu. 
Fawi una volta Fanno sonare, 2 ma non con troppa ispesa o bur- 
banza: fa d'avere tre o quattro giovani da bene, e dillo loro, e polio 
in segreto, e abbi i pifleri e quattro trombetti, e favvi sonare: e 
ispendi due fiorini e non piu. E non piu che una volta Fanno, che 
saresti riputato un bestiuolo. 

E cosi farai per diventare isperto, per darti a conoscere, per 
pigliare amicizia co' tuoi pari e per essere riputato da bene e gen- 
tile e costumato. Ma sopra tutto ti misura in ogni cosa: e se non 
puoi largamente fare queste cose, non le fare; se puoi, e ch'elle 
non ti isviino da bottega, falle; ma sia bene savio, ch'elle sono cose 
che alcuna volta fanno trascorrere i giovani a cose vituperose: 
levansi da bottega, giuocano e fanno male i fatti loro. Da queste 
cose ti guarda; e se' t'avedessi che le sopradette cose ti guidassono 
a quest' altre, ischifale e fuggile, e quelle e tutte altre che ti isvias- 
sono; e sopra tutto guarti dal giuoco e dalle ghiottornie e cattive 
usanze. 

Ancora, se ti vedi meno possente di parenti e non vedi essere 
atato e consigliato nelle tue aversita, ingegnati d'imparentarti e 

i. vogli conoscere gente: altra gente. 2. sonare: una serenata. 



286 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

torre uno parente che ti sia padre. E questo vuole essere; se puoi, 
primamente cerca nel tuo gonfalone, e se ivi puoi imparentarti, 
fallo piu avaccio che altrove; se non puoi, o non c'e quello che ti 
bisogna o ti sodisfaccia, cerca nel quartiere; e di quivi non uscire, 
se gia non ti venisse una ventura d'imparentarti nella terra 1 d'uno 
parente, che fusse ottimo e avesse tutte le parti da piacere. Ma di 
simile, 3 com'e detto; prima nel gonfalone, a presso nel quartiere. 
E come che sopra a cio piu inanzi ne sia scritto assai, non di meno 
ti voglio ancora ricordare: fa che '1 parente tuo sia mercatante, sia 
ricco, sia antico a Firenze, sia guelfo, sia nello istato, 3 sia amato 
da tutti, sia amorevole e buono in ogni atto, e simile la moglie 
togli, come & detto dinanzi. 

Ancora (e questo fa al tempo d'anni diciotto o circa), se puoi 
con tuo utile e onore, sia contento, andando in atto di mercanzia, 
di cercare un poco del mondo e vedere e le citta e' modi e 5 reggi- 
menti e le condizioni de' luoghi; e se fattaglia, 4 ista tre o quattro 
anni in questo; diventerai piu isperto e piu pratico d'ogni cosa e 
piu intendente, e saprai ragionare tra gli altri uomini, sarai ripu- 
tato assai da piu, e avrai migliore condizione. Ora, conchiudendo, 
queste sopradette cose sono utile a divenire isperto e 'ntendente 
al mondo, a farsi benevolere e essere onorato e riguardato ; e ra- 
gionevolemente con queste cose vertudiose tu ti debbi difendere e 
dalle gravezze e da ogni torto che ti fusse voluto fare. E dove elle 
non valessono, e trovassiti pure nelle gravezze grandi, le quai fus- 
sono sufficient! a disfarti, non le pagare. Rubellati dal 5 comune, 
acconcia il tuo in forma non ti possa esser tolto, fallo dipendere o 
per dote o per obrighi fatti, 6 in cui ti fidassi, e se non puoi difen- 
dere, lascia istare: si tosto non si vende. 7 Se hai danari contanti, 
acconciali per modo non si sappia sieno tuoi: o tu gli porta se se' 
saputo a guardarli o trafficarli, o tu ne fa una investita di lana, 8 
dove stanno assai i danari, 9 e di poi la vendi alia scritta 10 in Vinegia 
o in Genova; o tu la fa venire in nome altrui; e 'n cio piglia con- 
siglio. Ma non usare mai parole ingiuriose contro il comune n6 
contra persona, ma, fatto la pace o fatto una ragunata di molte 

i. nella terra: nel paese. 2. di simile: similmente. 3. nello istato: nelle 
cariche pubbliche. 4. se t'attaglia: se ti conviene. 5. dal: al. 6. fallo . . . 
fatti: cioe dimostra che i tuoi averi sono gik impegnati verso altri. 7. si 
tosto . . . vende: tanto, i beni non vanno cosl presto in vendita per se- 
questro. 8. nefa . . . di lana: investili in lana. 9. dove . . . danari: dove 
circola molto capitale. 10. alia scritta: per mezzo di obbligazioni scritte. 



GIOVANNI MORELLI 287 

prestanze, fa d'avere un builettino: 1 ricorri a' Signori, metti una 
petizione di pagare il terzo o due quinti a perdere, 2 o ch'e Signori 
e j Collegi abbino a ricorreggere la tua prestanza con informarli 
tutti della tua impotenza. E agli amici loro, e qui fa gran punga, 
e se non puoi al tempo d'un priorato, aspettane tanti, ti venga fatto, 
che sono cose che chi dura di seguirle, vengono una volta fatte; o, 
se non vengono fatte, dimostri a tutto il populo, tu se' gravato 
e non puoi pagare, e con questo ne se' altra volta di piu agevolato. 
E sopra tutto mai, e spezialmente per questa cagione, non torre 
danari a costo: 3 innanzi 4 vendi il meglio che tu hai, pero che to- 
gliendo a costo tu ti disfaresti: pagheresti gPinteressi, e a la fine 
ti converrebbe vendere. E questo voglio che sia a bastanza circa 
al danno sesto del quale fia in gran parte rimedio se con diligenza 
seguirai i detti amaestramenti e cetera. 

II settimo e utimo danno, che dinanzi e scritto, che riceve il 
pupillo della perdita del suo padre, si e i buoni amaestramenti che 
a ogni ora sopra a ogni caso e' ricevera da lui, vietandogli i vizi 
e amaestrandolo, delle virtu; a presso, i buoni consigli ch'egll 
ara dal padre sopra un'aversita o un caso, come tutto giorno oc- 
corre, mostrandogli e per ragione e per essempro come la cosa puo 
riuscire e i' rimedio che si vuole opporre, riparando alle cose 
contrarie che potrebbono seguire. A presso, ti fara isperto in par- 
lare a' cittadini agli uffici, a' rettori, nelle ambasciate: ti comet- 
tera, insegneratti il tinore delle parole, i modi e riverenze s'hanno 
a fare, gPintroiti 5 delle 'mbasciate, e secondo a cui e cosi nelTaltre 
faccende che occorrono tutto giorno, di tutte dal padre se' inse- 
gnato. O veramente ch' e' ti comettera: 6 Va cosi, e tieni il tal 
modo , o veramente 7 sarai con lui, e vedrai i modi suoi e nel 
parlare e nelToperazione, e imprenderai assai. A presso, udirai da 
lui certi casi avenuti alia citta tua, certi consigli dati per 8 valenti 
uomini, certi rimedi presi, utili e buoni, e certi presi di danno e di 
vergogna, e nel suo novellare, volendoti ricordare per informazione 
di te, ti ricordera molte cose antiche, le quali egli ara vedute, o 
veramente udite e lette ne* libri de' Romani o d'altri poeti e va- 
lenti uomini che hanno iscritto. E cosi ti contera cose avenute a 



i. un builettino i un'esenzione scritta dal Comune. 2. a perdere: a per- 
derci molto. 3. a costo: a interesse. 4. innansi: piuttosto, 5. gl'in- 
troiti: i preamboli. 6. O veramente . . . comettera: o egli ti dara un in- 
carico dicendoti ... 7. o veramente: o piuttosto. 8. per: da. 



288 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

lui, o nella persona o nell'avere, o per difetto di se o d'altri, o ne' 
fatti del comune o nella mercanzia o in altri casi che da il mondo, 
o veramente cose avenute a' suoi antichi, i rimedi dati da loro, o 
da cui aranno ricevuto premio e servigio, o da cui aranno ricevuto 
diservigio, chi e stato amico ne' loro bisogni, e chi e stato contra- 
rio, e le vendette fatte pe' loro, e' meriti renduti a chi e' sono te- 
nuti; 1 e cosi in molte cose ricordate dal padre se ne piglia dal 
figliuolo essempro, e tengonsi bene a mente. Ed e tanto il vantaggio 
che riceve il figliuolo vivendo il padre, e in tanti modi e in tanti 
luoghi, che non si potrebbono raccontare; ma perche n'abbiamo 
innanzi iscritto assai, ci restera poco a dire per questo capitolo. 

Ma per non lo lasciare cosi ignudo, ne ricorderemo qui alcune 
operazioni utili a ristoro del detto danno, di quelle gia dette, e si al- 
cune, che per ancora non sono state iscritte qui, non e suto di bi- 
sogno. E a mio giudicio i' rimedio che de pigliare il giovanetto 
pupillo, o veramente giovane allevato sanza padre, e questo tra 
1'altre cose, cio e e' debba da se medesimo essere sollecito, mentre 
e fanciullo, apparare di leggere e scrivere, e tanta gramatica ch'egli 
intenda secondo la lettera i dottori o carte di notaio, o altro iscritto; 
e simile sappia parlare per lettera, e scrivere una lettera in gra- 
matica e bene composta. E di continovo, nelle scuole e di fuori, 
vogliti ritrovare, usare e praticare co' giovanetti tuoi pari, che 
istudino come tu, e sieno persona da bene, costumati e vertudiosi ; 
e co' loro sia ardito e coraggioso al parlare, a scherzare e all'azuf- 
fare, ma non da male animo, per adattarsi al fare degli altri giuochi 
appertenenti a simile eta. E questi ispassi, o altri piii vertudiosi, 
come nelle scuole della musica, o dello ischermire, o d'altri ispassi 
dilettevoli si vogliono usare a tempi non si istudii come di meriggio 
a tempo di state, la sera uscito di scuola, il di delle feste. A tutti 
altri tempi istudia: prendilo con diletto, sievi sollecito, vinci te 
medesimo, isforzati quanto poi d' apparare. E di poi hai apparato, 
fa che ogni in di, un'ora il meno, tu istudi Vergilio, Boezio, 
Senaca o altri autori, come si legge in iscuola. Di questo ti seguira 
gran virtu nel tuo intelletto ; conoscerai, ispeculando gli amaestra- 
menti degli autori, quello hai a seguire nella presente vita, e si in 
salute deH'anima e si in utilita e onore del corpo. E come che questo 
ne' teneri anni ti paia un poco duro e malagevole, come verrai in 

i. e 3 meriti . . . tenuti: le ricompense a coloro ai quail son dovute. 



GIOVANNI MORELLI 289 

perfetta eta e che 'I tuo intelletto cominci a gustare la ragione delle 
cose e la dolcezza della iscienza, tu n'arai tanto piacere, tanto 
diletto, tanta consolazione, quanto di cosa 1 che tu abbia; tu non 
arai tanto a capitale 2 ricchezza, figliuoli, o istato o alcuna grande 
e onorevole preminenza, quanto tu arai la scienza, e riputarti uomo 
e non animale. La scienza fia quella che ti fara venire a' sommi e 
onorati gradi : la virtu e 1 senno tuo vi ti tirera, o vogli tu o non. 
Tu arai in tua liberta tutti i valentri uomini; 3 tu potrai istarti 
nel tuo istudio con Vergilio quel tempo che ti piacera, e non ti 
dira mai di no, e ti rispondera di cio lo dimanderai, e ti consigliera 
e 'nsegnera sanza prezzo niuno di danari o d'altro; e ti trarra 
maninconia e pensiero del capo, e daratti piacere e consolazione. 
Tu ti potrai istare con Boezio, con Dante o cogli altri poeti; con 
Tullio, che t'insegnera parlare perfettamente, con Aristotile, che 
t'insegnera filosofia; conoscerai la ragione delle cose, e, se none 
in tutto, ogni piccola parte ti dara sommo piacere. Istarati co' 
santi profeti nella Santa Iscrittura, leggerai e studierai la Bibbia, 
conoscerai le sante e grandi operazioni 4 che dimostro il nostro 
Signore Idio nelle persone di que' santi profeti, sarai amaestrato 
pienamente della fede e avenimento del figliuolo di Dio, arai 
gran consolazione nelFanima tua, gran gaudio e gran dolcezza, e 
isprezzerai il mondo, e non arai pena di cosa che t'avenga, sarai 
franco e saputo a* rimedi salutiferi e buoni; e da questa virtu della 
scienza tu sarai tanto bene amaestrato e 'nsegnato, che non biso- 
gnerebbe dire piu avanti, che tutto e di soperchio. 

Ma perche noi siamo viziosi e pieni d'inganni e tradimenti, t'avi- 
sro di certi andamenti e operazioni e avisi, co' quai aumilierai i 
cattivi, in parte riducendoli a tua benivolenza, o veramente ripa- 
rando alia loro malizia, in questo modo, cio e. Fa che principal- 
mente ne' tuoi parentadi, come altrove s'e detto, tu t'appoggi a 
chi e ne' reggimento 5 e guelfo 6 e potente e bene creduto, e sanza 
macula, e se non puoi per la via del parentado, fattelo amico in dire 
bene di lui, servirlo dove ti ritruovi da potere, faccendotegli in- 
contro e proferendoti. Usa e pratica con simili uomini, ma a uno o 
due in cui vedi il diminio t'accosta piu strettamente; consigliati 

i. di cosa: di ogni altra cosa. 2. tanto a capitale: tanto cara. 3. i valen- 
tri uomini: cioe i grandi autori. 4. operazioni: opere. 5. a chi... reggi- 
mento: a chi occupa cariche pubbliche. 6. guelfo: Fesser di famiglia guelfa 
era condizione necessaria per accedere alle cariche pubbliche. 

19 



PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

con lui; se non lo truovi viziato, dimostragli tali fidanza e amore- 
volezze; convitalo in casa tua, e fagli quelle cose che gli credi pia- 
cere, e pelle quai pensi farlo condiscendere ad amicizia teco, ezian- 
dio che ti costi un poco, A presso a questo, tieni sempre con chi 
tiene e possiede il palagio e la signoria e loro volonta e comanda- 
menti ubidisci e seguita; e guardati di non biasimare ne dire male 
di loro imprese e faccende, eziandio ch'elle sieno cattive; istatti 
cheto, e non uscire se none a comendarli, e contra di questo non vo- 
lere udire ne operare contro per veruno modo, eziandio che da loro 
fussi ingiuriato. E se d'alcuna persona ti fusse mosso 1 alcuna cosa, 
la quale fusse contro a chi regge, non la volere udire, e schifala per 
ogni via e modo; e non usare con chi e male contento* e non ti 
imparentare con esso; e non ragionare d' alcuna cosa con lui, se 
non in presenza d'altri istatuali. E se per disaventura sentissi 
nulla, di subito e sanza alcuno pensiero rapporta alia Signoria o 
veramente 3 a uficio diputato alia guardia della citta; e cosi t'inge- 
gna di vivere netto e schietto, e che macula niuna ti s'appichi per 
veruno modo; e spezialmente di cosa che fusse contra a la parte 
guelfa. 

Ancora si vuole ingegnare di farsi volere bene a tutte genera- 
zioni 4 di gente, e '1 modo e questo: che tu non offenda niuno n6 
in detti ne in fatti, n6 nell'onore, ne in vergogna, ne nello avere, 
ne nella persona, n6 in niuna sua cosa. E perche a Firenze ha gente 
viziata, e con cattivita, 5 e vizi riportano male e sottraggonti 6 per 
nuove vi' e tranelli; e perche tutti non si possano conoscere, di' 
sempre bene di tutti, e non acconsentire a chi ne dicesse male, 
ma istatti cheto, o tu di' bene. Sia piacevole nelle parole, di' cose 
che piaccino alia brigata, sia cortese con tutta maniera di gente, 
onoragli in convitarli, in dare loro here e mangiare, usa e pratica 
di di e di notte in brigata co' tuoi vicini in Firenze e in contado, 
servigli di ci6 che tu puoi, e se ne conosci nella brigata de' cattivi, 
fa vista di non conoscere, ma guarti da lui e non te ne fidare punto. 
Sia ardito e audace in volere tuo dovere, 7 tuo onore e tua ragione, 
e quella adomanda francamente e con parole ragionevoli e bal- 
danzose e con fatti leciti e ragionevoli a usarli, e non essere timido 

i. mosso: accennata. 2. male contento: mal contento del governo. 3. ve- 
ramente : owero. 4. a tutte generazioni: da ogni specie. 5. cattivitd: 
cattiveria. 6. sottraggonti: t'irretiscono, ti allettano, ti seducono. 7. tuo 
dovere: ci6 che ti e dovuto. 



GIOVANNI MORELLI 2QI 

ne peritoso, ma mettiti innanzi francamente e per questa via sarai 
onorato e riguardato e riputato valente uomo, e sarai temuto per 
modo non riceverai niuno oltraggio da persona, e arai pienamente 
tuo dovere. Ancora sarai savio, acquistato gli amici e' parenti cio e 
quelli vedi che t'amano e ti servano 1 e sono teneri dello istato tuo, 
in saperli ritenere, e conservare da buona amicizia o veramente 
accrescerla; e il modo e questo: non essere ingrato de' benefici ri- 
cevuti, riconoscigli di chi gli hai, ringrazialo amorevolmente, pro- 
feragliti 2 in avere e 'n persona, servi lui ma per modo non t'abbia 
a rimanere nimico; ritienti con lui, onoralo; e nelle sue bonacce 3 
rallegrati co' lui, e cosi nelle aversita sia presto a dolerti con esso 
e mostragli n'abbi pena a presso a lui; oltre a questo, confortalo 
e aiutalo, proferendoti a cio che bisogna. E se vedi potergli fare 
utile onore o altro bene, fallo e non aspettare ti richieda; ma 
quando Thai fatto gliele di' } o veramente prima, a cio che, colPaiuto 
tuo e suo venga a effetto di quel bene e onore, o che vegga che per 
te non sia rimaso. 4 E 'n questa forma e in altre simili, come tutto 
giorno accade, s'acquistano gli amici, e gli acquistati si conservano 

veramente s'accrescono. Ma sopra tutto, se vuoi avere degli 
amici e de' parenti, fa di non n'avere bisogno. Ingegnati d' avere 
de* contanti; e sappigli tenere e guardare cautamente, e que' sono 

1 migliori amici si truovino e i migliori parenti; e fa d'avere un poco 
di stato, e se' franco, avendo da te il senno naturale da saperti 
governare e mantenere, come in parte se' amaestrato. E abbi a 
mente questi versi insegnati da' nostri autori per amaestramento 
di noi, come troverrete nello istudio (credo notabiH d'Isopo, salvo 
il vero): 

Tempore felici -multi nominantur amici, 
dum fortuna perit, nullus amicus erit. 5 

E come e questo, cosi simili o molti piu autentichi amaestramenti 
troverrete nello istudio, e pero, per Dio, non lo abandonate mai, 
ma sempre il seguite in sino all'utimo della vostra vita, che molto 
piacere, molto frutto e molti buoni consigli piglierete da esso, e 

i. servano: rendono servigio. 2. proferagliti: profferisciti a lui. 3. bo~ 
nacce : fortune. 4. che per te . . . rimaso : che non si e lasciato nulla d*in- 
tentato da parte tua. 5. Variante anonima medievale del distico ovi- 
diano Donee eris felix multos numerabis amicos; tempora si fuerint 
nubila, solus eris: Trist., I, 9. Nel tempo felice molti si dicono amici; 
quando cade la fortuna, nessuno sara amico. 



292 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

fieno si fatti, se gli vorrete gustare, che tutte altre cose vi parranno 
frasche e imitili. E tanto arete di bene, quanto quello istile segui- 
terete. 

Ancora, sarai proveduto in piu amaestramenti, cio e : se nella tua 
citta o veramente nel tuo gonfalone o vicinanza si criasse una setta 
o piu, nella quale s'avesse a trafficare 1 i fatti del tuo comune, come 
tutto giorno aviene, o veramente per astio che ha Puno cittadino 
alPaltro, o veramente per offesa fatta per mezzo del comune, o per 
nimicizia d'alcuna ispezielta, 2 o per qualunque cagione si sia, se 
tu vuoi istare in pace e non avere nimicizia di persona e farti vo- 
lere bene e essere riputato piu savio e a ogni istato avere la tua 
parte, tieni questo modo, cio e: istatti di mezzo, e tieni amicizia 
con tutti e non isparlare di niuno, ne per fare a piacere piu alPuno 
che alPaltro, ne per ira che ti muova; se ti vuoi dolere, duolti con 
altri che colla parte aversa di quel tale; e cosi ti guarda dagli stuz- 
zicatori, che vanno sottraendo per imbrattare il compagno. Se 
senti si dica bene, agiugnivene, e odi volentieri; se senti dire male 
di persona, istatti cheto o tu riprendi chi '1 dice, se credi sia sof- 
ferente. 3 Non rapportare mai niuna parola di male: pensando fare 
a piacere, rapporta bene, o tu ti sta di mezzo ; e non ti impacciare 
se non se' richiesto, e allora in bene. E se vedi per questa via potere 
andare netto e fare a piacere alle parti, fallo e usala per la migliore; 
se vedi non potere usarla o per astio che ti sia portato, o per mala- 
voglienza di non fare di quelle cose che sarai richiesto, o veramente 
che (per non essere tu appoggiato a persona di fedele amicizia), 
tu te ne fussi reputato da meno, o veramente (per volere le parti 
mettere innanzi i loro amici) tu ti rimanessi adietro, allora quando 
t'awedessi che questa non fusse la salute tua, e allora e tu muta 
mantello. E guarda qual parte e piu forte, qual e piu ragionevole, 
quale piu creduta da chi regge, in quale e' sono i piu nobili uomini 
e piu guelfi, e con quella t'accosta, e con quella t'imparenta, a 
quella fa onore, quella t'ingegna sormontare 4 e co' fatti e colle 
parole. E quivi ista' forte, e non ti lasciare isvolgere. E va diritto, 
che per promesse o per niun'altra cosa tu non ti isvolgessi; saresti 
tenuto poco leale uomo, di poca fermezza e di poca istabilita. Non 
di meno fa sempre ragione a tutti, e se bisogna usare parole diverse 

i. trafficare: agitate e rimestare. 2. ispezielta: interesse particolare. 3. se 
credi sia sofferente: se credi che tollerera il tuo biasimo. 4. t'ingegna sor- 
montare: sforzati affinche essa trionfi. 



GIOVANNI MORELLI 293 

e non ragionevoli per aumentazione della parte tua, 1 fallo, ma II 
fine sia ragionevole. Non ti lasciare gonfiare, se non quando ve- 
dessi concorrere ogni uno a un caso di grande importanza, e 
che venisse in salute della tua parte e del tuo istato ; concorri ancora 
tu a ogni cosa cogli altri insieme, che altrimenti saresti riputato 
sospetto e sarebbiti dato il gambetto in terra. 

Ancora, t'ingegna d'avere usanza e dimestichezza con uno o con 
pm, valente uomo, savio e antico e sanza vizio, e quello ragguarda 
ne' modi suoi, nelle parole, ne' consigli, nell'ordine della famiglia 
sua e delle cose sue, da lui imprendi, da lui appara, e cosi il seguita 
e t'ingegna di somigliarlo ; abbilo sempre innanzi e nella tua mente, 
e quando fai una cosa specchiati in lui. Se di* parole a ufficio o 
in luogo autentico, abbi questo valente uomo innanzi, piglia cuore 
e franchezza da lui e seguita lo stile suo; e avendo sempre innanzi, 
piglierai quei propi 1 modi e non verrai in vilta d'animo, e starai 
franco e ardito, pero che sempre sarai confortato dalla sua imma- 
gine. 

E cosi come da uomo vivo puoi pigliare essempro, cosi o poco 
meno puoi pigliare Passempro da un valente Romano o altro va- 
lente uomo che arai studiato. Ma non e possibile attignere tanto 
da questi quante da chi vedi colPocchio, e ispezialmente in queste 
cose che noi abbiamo ad usare noi, che sono piu materiali 3 che 
que' gran fatti di Roma. Salvo che, se venissi a quello sommo 
grado, allora ti consiglierei fingegnassi somigliare i nostri padri 
Signori Romani, che come da loro siamo discesi per essenza, cosi 
dimostrassimo in virtu e in sustanza. 

E' non m'e possibile darti amaestramento sopra ogni parte 
per due cagioni: la prima, perche di tutte non sono capace; la se- 
conda, perche sono molto ignorante. Ma di cio non prendo pero 
vergogna per due cagioni: Tuna perche i' scrivo per essernpro de' 
miei fanciulli e non per uomini, che ciascuno ne vederebbe molto 
piu di me; la seconda perche questo non ha a venire in mano di 
forestieri; e da' miei 4 son certo. Che se non fosse per altra cagione, 
che per olore e sommo amore della carne, i' non potrei in loro 
avere altro che bene ispeso questo poco di tempo, il quale i j 
passo per ispasso e per fuggire ozio. 



i. per aumentazione . . . tua: per favorire il tuo partito. 2. propi: oppor- 
tuni. 3. materiali: semplici, ordinarie. 4. e da* miei: e quanto a 5 miei. 



RINALDO DEGLI ALBIZZI 

RINALDO DEGLI ALBIZZI nacque nel 1370 a Firenze, da Maso che, 
dopo la represslone del tumulto del Ciompi e dopo il bando delle 
famiglie che comunque vi si erano compromesse, aveva, insieme 
con Niccolo da Uzzano, il controllo della vita politica fiorentina. 
Alia morte del padre, Rinaldo si trovo a capo della famiglia, della 
consorteria e insieme, quindi, della Repubblica fiorentina; ma la 
supremazia sua e della sua famiglia era contrastata dai Medici, 
che ostentavano amore per il popolo e per la giustizia, chiedevano 
una tassazione piu equamente distribuita ed erano sostenuti dalle 
Arti Minori e dalle famiglie ostili alia oligarchia. Cosimo dei Me- 
dici, piu abile, piu risoluto e piu ambizioso di Giovanni suo padre, 
diventava sempre piu potente e minaccioso, eccitando il malcon- 
tento popolare causato dalle difficolta e dagli oneri dell'impresa di 
Lucca, cominciata nel 1429. Rinaldo credette allora di poter assi- 
curare il regime e il proprio predorninio, facendolo esiliare nel 
1433 dal Gonfaloniere Bernardo Guadagni. Ma egli non seppe o 
non pote escludere dal ritorno al potere quella parte della bor- 
ghesia e del popolo che favoriva o accettava Finfluenza di Cosimo: 
e quando, nel 1434, la nuova Signoria lo richiamo, egli si trovo 
abbandonato dai maggiorenti della borghesia, come Palla Strozzi, 
i Peruzzi e i Guicciardini, che non osarono scendere in piazza ac- 
canto a lui, e si rassegnarono al dominio rnediceo che li doveva poi 
colpire. Condannato all'esilio, dopo aver invano sperato e tentato 
di ritornare in patria e di cambiarvi la situazione politica, mori ad 
Ancona nel 1442. Uomo politico attivo e sollecito, spesse volte 
commissario della Repubblica o ambasciatore, riferiva con ampie 
lettere sullo svolgimento e sul risultato della sua opera. Le sue 
Commissioni presentano un interesse di documento e di commento 
della storia itaHana nell'epoca della lotta contro Tespansionismo 
visconteo. In qualche lettera la sua penna lascia lo stile cancelle- 
resco e la monotonia delle formule e degli elenchi, per cogliere 
qualche scena vivace, qualche tratto bizzarro o qualche spunto 
aneddotico. 



Commissioni di Rinaldo degli Albizzi per il Comune di Firenze, dal 1399 
al 1433, a cura di Cesare Guasti, Firenze 1867-73, i, n, in, in Document! 



296 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

di storia italiana, pubblicati per cura della Societa di Storia Patria per le 
provincie di Toscana, Umbria e Marche, testo che qui noi seguiamo. 
A. RADO, Maso degli Albizzi e il partita oligarchico, Firenze 1926; 
C. S. GUTKIND, Cosimo del Medici il Vecchio, Firenze 1940. 



DALLE "COMMISSIONS 



[Ambasdata fiorentina a Venezia.Y 

Magnifici Signori. Da Bologna vi scrissi a di 5 e da Ferrara a di 
6 di questo. Dipoi, come per quelle fosti avisati, essendo il Mar- 
chese a' Bagni di la da Padova, 2 m'andai a ritrovarlo, per mettere 
in esecuzione quanto per vostra commessione mi fu comandato; al 
quale sposto 3 tutto, molto graziosamente mostro vedermi, e di 
buona cera ricettarmi; e se apparve a messer Giuliano Davanzati, 
Vieri Guadagni 4 e a me trovarlo bene disposto quando a Ferrara 
praticamo 5 con seco per la pace del Duca, per certo al presente 
la sua disposizione in megUo assai e vantaggiata verso la vostra 
Signoria, secondo suo parlare e dimostrazione; e molto piu larga- 
mente m'e dimostrato suo buono pensiero e volere intorno a quanto 
di bocca vi rapportamo 6 in quel tempo de' fatti suoi. E non e mara- 
viglia, a mio parere: si perche la condizione e pure assai migliorata, 
grazia di Dio, e sperasi che piu megliorera col tempo, e anche per- 
che ragionevolmente 1'uomo s'allarga 7 piu volentieri de' suoi se- 
greti con uno solo, che con piu. In ultimo, de' fatti d' Antonio 
d'Obizo da Monte Carullo 8 ne mostra rimanere bene contento, 
e spera che a lui 9 e agli altri, che scandolo potessino generare, pro- 
vederete per buona forma, e in modo che sara salute di voi e di lui, 

i. II 12 e il 13 marzo del 1424 fu approvata nel Consiglio del Capitano 
del Popolo e in quello del Podesta e Comune la solenne decisione di arruo- 
lare rnilizie mercenarie contro Filippo Maria Visconti, duca di Milano, 
e di inviare ambasciatori a Venezia per ottenerne, almeno, la neutralita 
nella imminente guerra. Rinaldo degli Albizzi ebbe la commissione della 
Signoria il 2 maggio 1424 con 1'esplicito incarico di procurare il favore di 
Venezia in difesa della liberta d' Italia contro il tiranno. La lettera, come 
quasi tutte, e indirizzata ai Dieci di Balia, la magistratura che trattava 
la politica estera del Comune. 2. a' Bagni dil d da Padova: alle terme 
di Abano, dove si trovava Niccol6 III d'Este, signore di Ferrara, il quale 
era stato invano intermediario di pace tra Firenze e il Visconti, come 
1' Albizzi medesimo riferiva nel suo rapporto del 25 febbraio 1423, 3. spo- 
sto: esposto. 4. Giuliano di Niccol6 Davanzati, dottore di legge, insieme 
con Vieri Guadagni, era stato compagno dell' Albizzi nelle trattative per la 
conciliazione con il duca di Milano. 5. praticamo: trattammo. 6. vi 
rapportamo: vi riferimmo a voce. 7. s'allarga: si confida. 8. Antonio . . . 
Carullo: Antonio d'Obizzo da Montegarullo era commissario della Re- 
pubblica fiorentina al confine con la Lunigiana estense e, in seguito a ri- 
mostranze ferraresi, era stato rimosso dal suo ufficio per accontentare 
e mantenere amico il marchese d'Este. 9. a lui: ad Antonio d'Obizzo. 



298 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

come bene comune, che dice esser vostro e suo stato. 1 A Ferrara 
avevo parlato con messer Nanni, 2 come di la v'avisai. Parlai di 
qua con Uguccione e con lacopo di Giliolo; 3 e tutti trovati bene 
disposti a vostra intenzione; e confortandomi de' pensieri del Mar- 
chese. In ultimo conchiusi con lui, che per ora si porterebbe 
neutrale, e darebbe passo, ricetto e vettuaglia cosi a' vostri come 
a quelli del Duca; avisandomi che cosi aveva in comandamento 
de' 4 Viniziani: e se piu oltre gli fosse comandato, era presto met- 
tere in esecuzione. Andorono le parole piu oltre assai, perche 
per lungo spazio praticamo insieme; e fu mostrato ogni dubbio 
e pericolo, per ogni congettura: e in ultimo ritrassi 5 tanto da lui, 
che io spero ne possiate prendere ogni larga fidanza, a uno punto 
preso, 6 se a parole fede alcuna si puote prestare: che a bocca 
mi riserbo, per bene del fatto, piu pienamente avisarvi. Vennimene 
dipoi a Padova, per passare di qua, che era mia via, essendo con- 
dotto tanto oltre. E smontato che io fui all'albergo del Bo', 7 il 
Podesta e il Capitano di Padova mi vennono a vicitare 8 personal- 
mente insino allo albergo, proferendosi assai per parte della loro 
illustre Signoria, e per reverenza e contemplazione della vostra: 
che fu tenuto atto singolare e inusitato; e pero ve Io significo, quia 
sunt notanda. g 

leri ne venni qui, I0 e trovaci nelle mani di Michele di Giovanni di 
ser Matteo" vostre lettere de' di 5 ; e subito cercai di parlare col 
conte Giorgio, 12 presa informazione del fatto da detto Michele. E 
aboccatomi con detto Conte, e narratogli quanto avemo dalla vo- 
stra Signoria, e de j danari e de' Capitoli, 13 in ultimo e' mi pare 
molto piu volontaroso allo spazio 14 che voi medesimi: e dato mi 

i. che dice .. .stato: bene comune vostro e suo. 2. Nanni, figlio di 
Carlo Strozzi, fu uomo di fiducia del marchese di Ferrara, che nel 1422 
Io mand6 ambasciatore a Venezia. Mori nel 1424 a cinquantun anni a 
Ottolengo, combattendo alia testa dei Fiorentini e degli Estensi contro le 
truppe del duca di Milano. 3. Uguccione ... lacopo di Giliolo: Uguc- 
cione dei Contrari, e lacopo dei Giglioli, nobili ferraresi, consiglieri 
del Marchese. 4. aveva . . . de' : aveva avuto ordine dai. 5. ritrassi: 
appresi. 6. a uno punto preso: in qualsiasi punto. 7. albergo del Bo': 
cosi detto dall'insegna del Bue, nel punto dove poi sorse FUniversi- 
t di Padova. 8. vicitare: visitare. 9. perche sono cose degne di 
nota. io. qui: a Venezia. n. Michele ... Matteo: mercante fioren- 
tino residente a Venezia. 12. II conte Giorgio dei Benzoni, signore 
di Crema, condottiero, e nemico dei Visconti. La Repubblica fiorentina 
voleva arruolarlo come condottiero nella guerra contro il duca di Milano. 
13. Capitoli: i paragrafi del contratto per Fingaggio. 14. allo spazio: allo 
spaccio, cioe alia rapida conclusione. 



RINALDO DEGLI ALBIZZI 299 

lice avere ordine a' cavalli, 1 e gia mandate per ess! per modo se- 
jreto. Solo gli resta rimovere il figliuolo, il quale e a Milano; e 
lice avere gia per tre suoi famigli mandate per lui, e che in questi 
Dochi di ce lo aspetta: e pure non vegnendo, dice se vorra essere 
.mpiccato, e* s'abbia il danno; che gli ha mandate a dire il partito 
:h'egli ha preso, il quale in ogni modo vuole seguire, e in cio met- 
:ere tutto quello ch'egli ha al mondo, figliuoli, moglie e tutte sue 
possession! e avere. E quanto a me, e' pare uomo da fatti e vo- 
ionteroso a' nostri pensieri; e pargli gia esser ritornato in casa sua: 2 
zhz bene mostra sentire delle disposizioni del paese; e senza dubbio 
mostra la cosa vinta; ne altro sospetto 3 dimostra avere, che dello 
accordo. Dicemi lui, e anche Michele, che v'hanno scritto per 
fante proprio 4 sopra lo scrivere suo, del quando, e del dove, e d'al- 
cun'altra sua faccenda sopra di cio, e che n'aspettano risposta: alia 
quale, venuta ch'ella sera, si dark per noi di qua la conclusione che 
comandera la vostra magnifica Signoria. E delle lettere di Giovanni 
Teghiaccio, 5 e de* danari, e di tutto, ne seguiro quanto comandate; 
che in questo tanto 6 non vuole prendere danari, perche la cosa non 
si scuopra infino non ha risposta dal figliuolo: dipoi, venga o no, 
seguira quanto e obligate alia vostra Signoria; e avuti e cavalli per 
che mandato ha, dice d'uomini non dubitare, che molti phi n'ara, 
come si sapra, che quegli di che esso ha bisogno. 

Abbiendo io fatto sentire a questa illustre Signoria la mia venuta, 
questa mattina mando per me; e fattomi magnificamente accom- 
pagnare con piu di lore gentili uomini, n'andai al palagio loro, dove 
(notando tutto, come mi pare si richieggia) il Doge venne perso- 
nalmente incontro per insino quasi alFultimo della sala, e presomi 
per mano, insieme cogli altri della Signoria mi meno nella loro 
audienza: dove sposto che io ebbi vostra ambasciata, per lo meglio 
che io seppi, a vostra intenzione 7 e a vostro onore, mi fece messer 
lo Doge gratissima risposta per parte di tutta la Signoria intorno 
alle salute e ofTerte, che per parte de' nostri magnifici Signori e 
della vostra Signoria io avevo loro fatte, mostrando averle molto 
grate, come da cari frategli e antichissimi amici: ma all'altre parti 

i. cavalli'. uomini cTarme a cavallo. 2. in casa sua: a Crema, donde i 
Visconti 1'avevan cacciato. 3. sospetto: incertezza. 4. per j 'ante proprio ; 
per mezzo di un corriere speciale. 5. Giovanni Teghiaccio: mercante 
fiorentino a Venezia, che doveva anticipare seimila ducati da parte di 
Firenze a Giorgio dei Benzoni. 6. tanto: frattempo. 7. a vostra inten- 
zione: secondo il vostro volere. 



300 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

che tocco avevo loro, mi pregorono che io avessi pazienza, tanto 
che co j loro Consigli tutto potessino praticare, secondo e loro co- 
stumi, di cose che portavano 1 tanto. E per certo, Signori, oltre 
allo usato m'hanno ricevuto graziosamente, e fuor di forma 2 mo- 
stratomi grandissima affezione, e amore alia vostra Signoria e 
alia nostra Comunita, e tocco verso di me delle parole in mia sin- 
gularita 3 tanto graziose, che piu non potrebbono essere: e larga- 
mente dimostrano, per insino a qui, conoscere le malizie del Duca 
piu che per lo passato, secondo che io sento: e per certo si tiene 
da questi che pratichi ci sono, che s'ingegneranno darvi gratissima 
risposta, e che essi s'ingegneranno contentarvi di cio che possibile 
fia loro; e di bene mantenersi con voi in buona fratellanza oltre 
allo usato: che cosi piaccia a Dio che sia, per vostro e loro bene. 
E per segno di cio, mi mandarono questa mattina, essendo io a di- 
sinare, e trombetti e pifferi della Signoria a vicitare. Questo vi 
scrivo, perche mai piu lo vidi loro usare di quante volte ci sono 
stato; e cosi sento da questi vostri fiorentini, che mai non lo co- 
stumano di fare. La quale cosa, bene che 4 alia borsa mi sia nociuta, 
per fare mio debito, per onore della vostra Signoria, 5 pure me ne 
sono assai confortato, sperando che questo sia suto segno di grande 
amore, e da tirarsi dietro ogni buon frutto : che cosi piaccia a Dio 
che ne seguiti. 

E' m'e stato detto, che s'io domandassi a* Viniziani passo per 
acqua e per terra, si spera che si otterrebbe. E vegnendo 1'armata 
del Re di Raona, 6 mettendo parecchi galee per Po, lo stato del 
Duca sarebbe in trespoli, 7 essendo forte ecc. 8 Vovene 9 pure avere 
avisati. Io solicitero con modo lo spaccio mio di qua 10 per esser 
dalla vostra magmfica Signoria; alia quale sempre mi raccomando. 
In Vinegia, a di xi di maggio 1424. 

Servidore della vostra magnifica Signoria 
Rinaldo degli Albizi. 



i . portavano ; importavano. 2. fuor di forma : oltre il normale. 3. in mia 
singularitd: particolarmente per me. 4. bene che: sebbene. 5. per fare . . . 
Signoria: per fare il mio dovere in modo tale da far onore alia vostra Si- 
gnoria. 6. Re di Raona : Alfonso re d'Aragona. 7. in trespoli: in pericolo. 
8. forte ecc.: sottinteso: essendo fortemente scosso e indebolito. 9. Vo- 
vene: ve ne voglio. io. Jo ... di qua: cercher6 con buona maniera di 
sollecitare la mia partenza di qua. 



RINALDO DEGLI ALBIZZI 301 

Magnifici Signori. L'ultima vi scrissi di qui fu a di n di questo, 
per fante proprio mandate costa per la Compagnia di Giovanni 
de' Medici; 1 e fosti avisati di quanto era seguito per insino a quel- 
1'ora, di mie commessioni. Dipoi, ogni di ho vicitata questa illu- 
stre Signoria, e andato a udire ogni mattma la messa collo signore 
Doge; ne per ancora rn'e suta data risposta; e, secondo che io sento, 
piu volte Phanno praticata; 2 e sperasi me la daranno in questi due 
o tre di : e, quanto per quello si possa comprendere, si spera che 
chi la 'ntende meglio di me, che si ingegneranno di darvela grata, 
e di mantenersi con voi in buona fratellanza e amicizia. E a me di- 
mostra inesser lo Doge e la Signoria ogni di piu dimesticheza e 
buona raccoglienza: e passa tra loro la cosa molto segreta; e com- 
prendesi ne faccino pure stima assai. Non so nella risposta che mi 
faranno quanto s'acadra di replicare. Ingegnerommi sodisfare a mio 
debito, seguitando mia commessione con fede e sollecitudine, e di 
spacciarmi di qua piu presto che possibile fia. II Marchese di Fer- 
rara venne ieri qui; non so ancora la cagione. II conte Giorgio 
non ha risposta ancora di tre famigli mandati al figliuolo; ma que- 
sto di ne manda un altro allo 'ncontro ; e, venga o no, in questi di 
mi dice scoprirsi a prendere e seguire sua impresa. Iddio ne di- 
sponga il meglio per la vostra magnifica Signoria; alia quale sempre 
mi raccomando. In Vinegia, di 13 di maggio 1424. 

Servidore della vostra magnifica Signoria 
Rinaldo degli Albizi. 

Dipoi, questa sera, usciti e Pregati, 3 la Signoria rn'ha mandato a 
dire, che mandera domattina per me; che mi pare buono segno 
di spaccio. 

A di detto mi presento Marcone Malacarni, sensale in Vinegia, 
uno piattello grande di mele appioni. 4 

A di detto, andai a Merghera 5 in barca, per vedere uno ronzino 
leardo di Michele di loanni di ser Michele; il quale tolsi da lui, e 
manda'lo per terra a Padova tra gli altri mlei cavagli: il pregio 
rimesse in me. 6 

i. la Compagnia di Giovanni de' Medici: e la banca di Giovanni di Bicci, 
padre di Cosimo il Vecchio. 2. praticata: trattata, discussa. 3. Pregatii 
Pregadi. 4. mele appioni: mele appiole. 5. Merghera: Marghera. 6. il 
pregio . . . me: mi lascio arbitro del prezzo. 



302 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

A di 14 di maggio 1424, domenica mattina, il Doge mando per 
me piu gentiluomini; e condottomi in palagio alia sua presenza, 
n'andamo con la Signoria e molti altri a udire la messa solenne 
dello Spirito Santo. 1 Dipoi ritornati in palazo, mi dierono la ri- 
sposta in questo effetto: e parlo il Doge: 

La Signoria intese con quanta prudenza tu parlasti per parte 
di quegli magnifici Signori nostri cari fratelli, e alle salutazioni e 
offerte ti fu risposto; e cosi ti preghiamo rapporti, 2 e conforti, 
e offeri noi a* loro piaceri; die sempre ci troveranno presti. Del- 
Paltra ambasciata ne facciamo quattro parti. Prima, alia narra- 
zione de' modi del Duca di Milano, e alia pace per lui rotta, e alia 
'mpresa che diliberate di fare; diciamo, dolerci assai de' modi 
suoi e de' vostri dispiaceri. Alia seconda, del ricordarci lo stare 
desti contro a sua malizia, e offererci alle difese delle liberta ita- 
liche, le quali voi ci raccomandate, e richiederci all'offese del Duca; 
rispondiamo a due parti, che si fanno a questa seconda parte: e 
prima, che per noi mai rimase la difesa delle liberta d'ltalia, 3 e 
noi lo sappiamo in singularita, 4 e ancora tu ne se' avisato: all'of- 
fese del Duca, anche sai che nelPanno passato ti trovasti qui per 
Paccordo con lo re d'Ungheria, che noi dicemo, avere sempre 
cerco accordo con lui, e non trovandolo, facemo lega col Duca di 
Milano, solo contro allo Re d'Ungheria, 5 con certo sussidio che 
de 5 dare Puno alPaltro; sicche, durante quello tempo, con nostra 
onesta non possiamo fare contro lui : e di questo ti piaccia pregare 
que' nostri cari e antichi buoni nostri fratelli che n'abbino pa- 
zienza, per nostra onesta, la quale non vogliamo in alcuna parte 
maculare. Alia terza parte, del convocare contra lui ogni Potenza e 
unirsi con ogni Signoria; rispondiamo che della difesa di vostra li- 
berta, e per questo offendere il vostro nimico, ne siamo molto con- 
tenti e allegri; e a cio vi conf ortiamo : ma bene vi vogliamo chiarire, 
che se lo Re d'Ungheria, o sua gente, o di suo mandato, passasse 
contro il Duca di Milano, per la lega che noi abbiamo con lui, 
non per dispiacere a voi, ne per fare contro vostra impresa, ma 
per nostro debito e onesta, noi siamo disposti di dargli il nostro 

i. la messa . . . Santo: la messa del giorno della Pentecoste. 2. rapporti: 
riferisca. 3. che per noi . . . d'ltalia: che mai non mancammo di difen- 
dere la liberta d' Italia, cioe Pindipendenza degli Stati italiani contro ogni 
egemonia. 4. in singularita: particolarmente. 5. Re d'Ungheria: Sigi- 
smondo, allora non ancora coronato imperatore. 



RINALDO DEGLI ALBIZZI 303 

aiuto e favore, e in questo niente lasciare indietro che possiblle 
ci sia, per mantenerci la fede che sempre hanno auta e nostri anti- 
nati. Alia quarta parte, di non dare passo, ricetto o vettuagli al 
Duca; noi rispondiamo, ch'e passi di Po sono si larghi, che male 
si possono vietare; ma poi che lui gli ha usati verso di voi, cosi 
abbiamo diliberato per Favenire lasciargli liberi e aperti a voi an- 
cora, come a lui; pero che, come siamo obligati a lui per la lega, 
cosi ci pare essere obligati a voi per carita e buona fratelianza, 
la quale diliberiamo per sempre mantenere con voi. E gli altri 
passi di terra piu stretti, e che meglio si possono tenere; dilibe- 
riamo, per buona vostra amicizia, tenere al 1 duca di Milano, e cosi 
ancora a voi, per nostra onesta, che Tuna gente non passi a' danni 
delTaltra parte. 

lo replicai, avere inteso la risposta loro; ma per meglio saperla 
rapportare, ripigliavo le parti. 2 E alia prima non bisognava altra 
replicazione, se non ringraziargli. Alia seconda parte, io aveva 
loro raccomandate le liberta d* Italia, come capi ecc., 3 e offerto 
la vostra Signoria, alia conservazione di quelle, a ogni buono loro 
volere: e cosi furono le mie parole nella esposizione della amba- 
sciata, e cosi proferevo di nuovo per lo avenire. Alia terza parte, 
che io ero certo che sempre aresti riguardo alia buona loro amicizia 
e fratelianza; e che io avevo bene loro porto che si convocherebbe 
ogni Potenza, e delTunirsi ad ogni Signoria, solo contro al Duca di 
Milano, e non contro ad altra Signoria, Comunita o luogo, come 
per effetti si vedrebbe. Alia quarta parte replicai, che piacessi 
loro, oltre a* passi, se piu fare non vogliono al presente, almanco 
e favori di quella Signoria gli siano tutti recisi, 4 considerate suo 
iniquo proposito; e che cosi avevo loro esposto. 

E' mi feciono aspettare uno pezo di fuori, accompagnato da' piu 
gentili uomini ch'erano stati ivi presente: e poi richiamatomi, con 
dolcissime parole tutto replico lo Doge: dicendo che io avevo 
bene ripreso, come prudente, magnificandomi assai; e che per chia- 
rire solo repiglierebbe le parti; le quali, quasi nel medesimo ef- 
fetto 5 ridisse; conchiudendo, che sempre manterrebbono la buona 
amicizia, e ch'egli erano certi dalla parte nostra si farebbe il simile; 

i. tenere ah difendere contro. 2. ripigliavo le parti: ricapitolavo punto 
per punto. 3. capi ecc.: sottinteso: guida e difesa della liberta d' Italia. 
4. recisi: impediti. 5. nel medesimo effetto: allo stesso modo. 



304 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

e di cio molto ci confortavano, e massime nel fare passare oltra- 
montani; e che al Duca di Milano, oltre a quanto de' passi m'aveano 
risposto, niuno favore darebbono contro a noi. 

Dipoi rallegrandosi di mia venuta, e che mi veddevano cosi 
volentieri, moltissime proferte e larghe mi fece per parte di quella 
Signoria. 

E nel prendere licenza, si levo il Doge con tutta la Signoria, e 
scesono tutti i gradi del luogo, e per mano presomi, m'accom- 
pagno per tutta la sala, per insino a la porta. 



CENNINO CENNINI 

Poco si conosce della vita di CENNINO di Drea CENNINI, da Colle 
Val d'Elsa; figlio probabilmente di un pittore, fu discepolo, come 
egli stesso afferma, di Agnolo Gaddi. Secondo il Vasari, il Cen- 
nini dipinse a Firenze, insieme con il suo maestro, una Madonna 
con santi, opera perduta. Nel 1398 risulta dai document! ia sua 
presenza a Padova, dove lavorava al servizio di Francesco da Car- 
rara, signore della citta, e a Padova chiuse la sua vita alfinizio 
del "400. 

Nei suoi ultimi anni, probabilmente, scrisse il Libro delfarte, 
del quale park a lungo il Vasari nella Vita di Agnolo Gaddi. II 
trattato e diviso in quattro parti, e accompagna con una minuziosa 
precettistica il tirocinio e Fattivita del pittore, mirando soltanto 
a insegnare a dipingere, secondo la maniera e la prassi in uso 
nelle botteghe d'arte del '300. Ma nel libro, e talvolta nello stesso 
capitolo e nella stessa pagina, s'intrecciano nomi e suggerimenti 
puramente tecnici a principi e consigli artistici, nei quati il Cen- 
nini, die pur e partito nella sua prefazione da forme scolastiche e 
medievali e si e rifatto al peccato originale, esprime una nuova 
coscienza del valore della pittura, sintesi di fantasia e di operazione 
di mano, d'immaginazione e di realta. Fedele a Giotto, devoto alia 
sua memoria, egli esprime con chiari accenni ed esempi Forgoglio 
della scuola toscana per la novita e modernita delF opera giottesca. 
Non basta, secondo lui, imitare la natura, ma occorre il maestro, 
occorre Fesernpio da seguire: e il disegno e il primo elemento e il 
primo fondamento per conoscere la realta e per giungere poi alia 
pittura. II senso vivissimo della spiritualita delFarte, alia quale 
bisogna accostarsi con gentilezza e amore, e insieme il senso 
della paziente e minuziosa opera artigiana, formano il particolare 
carattere del libro: da una parte, prima ed energica, anche se non 
spiegata, scoperta critica del significato deiFarte trecentesca; dal- 
Faltra, opera letteraria, dove il gusto e il fascino della realta sen- 
sibile dei colori e delle forme si esprimono in maniera netta e 
concisa. 



CENNINO CENNINI, Trattato della pittura, messo in luce la prima volta con 
annotazioni, dal cavaliere Giuseppe Tambroni, Roma, Salviucci, 1821; 



306 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

CENNINO CENNINI, Trattato della pittura, a cura di Carlo e Gaetano 
Milanesi, Firenze, Le Monnier, 1859; CENNINO CENNINI, // libro delVarte, 
a cura di Renzo Simi, Lanciano, Carabba, 1913, che qui seguiarno riscon- 
trandolo con quello del Thompson; CENNINO CENNINI, // libro delVarte 
edition and translation by Daniel V. Thompson Jr., New Haven, Yale 
University Press, 1932, I (ristampato nel 1954, New York, Dover Pub- 
blications); CENNINO CENNINI, II libro dell'arte, Firenze, Marzocco, 1943. 
FILIPPO BALDINUCCI, Notizie dei professori del disegno, da Cimabue in 
qua, con nuove annotazioni e supplement!, per cura di F. Ranalli, secolo 
II, decennale vm, Firenze 1844; G. BERNATH, in THIEME-BECKER, Kiinstler 
Lexicon, vi, p. 282, Leipzig 1912; J. SCHLOSSER-MAGNINO, La letter atura 
artistica, Firenze, La Nuova Italia, 1935, pp. 77-83 (con bibliografia) ; 
LIONELLO VENTURI, Storia della critica d'arte, Firenze, edizioni U., 1948, 
pp. 1 1 6-2 1 ; ROBERTO LONGHI, Letter atura artistica e letter atura nazionale, 
in Paragone, 33, settembre 1952, p. 10. 



DAL LIBRO DELL'ARTE 

CAPITOLO I 

[Pittura e animo gentile.} 

Incomincia il libra dell'arte, fat to e composto da Cennmo da Colle a 
river enza 1 di Dio e della Vergine Maria e di santo Eustacchio e di 
santo Francesco e di san Giovanni Battista e di santo Antonio da 
Padova e generalmente di tutti e' santi e sante di Dio, e a river enza 
di Giotto di Taddeo e d'Agnolo 2 - maestro di Cennmo , e a utilitd e 
bene e guadagno di chi alia delta arte vorrd pervenire. 

Nel principio die Iddio onipotente creo il cielo e la terra, sopra 
tutti animali e alimenti creo Fuomo e la donna alia sua propria in- 
magine, dotandoli di tutte virtu. Poi, per lo inconvenente che 
per invidia venne da Lucifero ad Adam, che con sua maHzia 
e segacita lo inganno di peccato contro al comandamento di Iddio 
(cioe Eva, e poi Eva Adam), onde per questo Iddio si cruccio in- 
verso d'Adam, e si li fe' dall'angelo cacciare, lui e la sua compagna, 
fuor del paradiso, dicendo loro : Perche disubidito avete el co- 
mandamento il quale Iddio vi dette, per 3 vostre fatiche ed esercizii 
vostra vita traporterete. 4 Onde cognoscendo Adam il difetto 
per lui conmesso, e sendo dotato da Dio si nobilmente, si come 
radice principio e padre di tutti noi,. rinvenne di sua scienza di 
bisogno era 5 trovare mo do da vivere manualmente; e cosi egli 
incomincio con la zappa e Eva col filare. Poi seguito molt'arti biso- 
gnevoli 6 e differenziate Funa dalTaltra; e fu ed e di maggiore 
scienza Tuna che Faltra, che tutte non potevano essere uguali: 
perche la piu degna e la scienza; appresso di quella seguito alcune 
discendenti da quella, la quale conviene avere fondamento da 
quella con operazione di mano: e quest' e un'arte che si chiama 
dipignere, che conviene avere fantasia e operazione di mano, di 
trovare cose non vedute, cacciandosi sotto ombra 7 di naturali, e 
fermarle con la mano, dando a dkaostrare quello che non e, sia. 
E con ragione merita metterla a sedere in secondo grado alia scienza 

i. a riverenzai in omaggio. 3. Taddeo . . . Agnolo: di Taddeo Gaddi, 
fiorentino, ci rimangono notizie documentate dal 1327 al 1366: dipinse 
gli afixeschi della Cappella Rinuccini nella sagrestia di Santa Croce, e 
altre op ere oggi perdute. Agnolo, suo figlio e discepolo, nato circa nel 
1350, dipinse la Cappella Alberti e la Cappella Bardi in Santa Croce e altre 
op ere ora perdute. 3. per: attraverso. 4. traporterete: passerete. 5. di 
bisogno era: che era necessario. 6. bisognevoli: necessarie. 7. cacciandosi 
sotto ombra: rappresentandole con Tapparenza. 



308 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

e coronarla di poesia. 1 La ragione e questa: che '1 poeta, con la 
scienza prima che ha, il fa 2 degno e libero di potere comporre e 
legare insierne si e no come gli place, secondo sua volontk. Per lo 
simile al dipintore dato e libertk potere comporre una figura ritta, 
a sedere, mezzo uomo mezzo cavallo, si come gli piace, secondo 
sua fantasia. Adunque o per cortesia o per amore, tutte quelle 
persone che in loro si sentono via a sapere o modo di potere ador- 
nare queste principal! scienze con qualche gioiello, che realmente 
senza alcuna periteza 3 si mettano innanzi, 4 ofFerendo alle predette 
scienze quel poco sapere che gli ha Iddio dato. 

Si come piccolo membro essercitante nelTarte di dipintoria, 
Cennino d* Andrea Cennini da Colle di Valdelsa nato, fui infor- 
mato nella detta arte xii anni da Agnolo di Taddeo da Firenze 
mio maestro, il quale impar6 la detta arte da Taddeo suo padre; 
il quale suo padre fu battezzato da Giotto e fu suo discepolo anni 
xxmi. II quale Giotto rimut6 s 1'arte del dipignere di greco in la- 
tino 5 e ridusse al moderno; ed ebbe Tarte piu compiuta che avessi 
mai piii nessuno. Per confortar tutti quelli che alTarte vogliono 
venire, di quello che a me fu insegnato dal predetto Agnolo mio 
maestro nota far6, e di quello che con mia mano ho provato; 
principalmente invocando 1'alto Iddio onnipotente, cioe Padre 
Figliuolo Spirito Santo; secondo, quella dilettissima awocata di 
tutti i peccatori Vergine Maria, e di santo Luca evangelista, primo 
dipintore cristiano, e deirawocato mio santo Eustachio, e gene- 
ralmente di tutti i santi e sante di Paradiso. Amen. 

CAPITOLO II 

Come alcuni vengono aU'orfe, chi per animo gentile e chi 
per guadagno. 

Non sanza cagione d' animo gentile alcuni si muovono di venire 
a questa arte, piacendoli per amore naturale. Lo 'ntelletto al di- 
segno si diletta solo, che da loro medesimi la natura a ci6 gli 
trae, sanza nulla guida di maestro, per gentilezza di animo: e 
per questo dilettarsi, seguitano a volere trovare maestro e con 
questo si dispongono con amore d'ubbidienza, stando in servitu 

i. coronarla di poesia: darle il trono della poesia, considerarla alia pari 
della poesia. 2. 'I poeta . . . il fa : il poeta, con la scienza, diventa. 3 . peri- 
teza: peritanza. 4. si mettano innanzi: si adoprino. 5. rimuto: rinnov6. 
6. di greco in latino : dal modo dei Bizantini a quello italiano. 



CENNINO CENNINI 309 

per venire a perfezion di cio. Alcuni sono, che per poverta e neces- 
sita del vivere seguitano, si per guadagno e anche per Famor del- 
Farte; ma, sopra tutti queUi, da commendare e queili che per 
amore e per gentilezza alFarte predetta vengono. 



CAPITOLO III 
Come prindpalmente si de* provedere chi viene alia delta arte. 

Adunque, voi che con animo gentile sete amadori di questa virtu 
e principalmente 1 alFarte venite, adornatevi prima di questo ve- 
stimento: cioe amore, timore, ubidenza e perseveranza. E quanto 
piu tosto puoi, incomincia a metterti sotto la guida del maestro 
a imparare; e quanto piu tar do puoi, dal maestro ti parti. 

CAPITOLO IV 

[Le operazioni del pittore.] 

Come ti dimostra la regola in quante parti e membri 
s'appartengon Parti. 

El fondamento dell* arte, [e] di tutti quest! lavorii di mano il 
principio, e il disegno e 1 colorire. Queste due parti vogliono 
questo, cioe: sapere tritare o ver macinare, incollare, impannare, 2 
ingessare, 3 radere 4 i gessi e pulirli, rilevare di 5 gesso, mettere di 
bolo, 6 mettere d'oro, brunire, 7 temperare, 8 campeggiare, 9 spolve- 
rare, 10 grattare, granare o vero camucciare, 11 ritagliare, colorire, 
adornare, e 'nvemicare in tavola o vero in cona. 12 A lavorare in 
muro, bisogna bagnare, smaltare, fregiare, pulire, disegnare, colo- 
rire in fresco, trarre a fine in secco, temperare, adornare, finire 
in 13 muro. E questa si e regola de i gradi predetti, sopra i quali io, 
con quel poco sapere ch'io ho imparato, dichiarero di parte in parte. 



i. prindpalmente: soprattutto per animo gentile. 2. impannare: coprire 
di parmo il legno che dev'essere dip into. 3. ingessare: preparare le tavole 
con gesso, per dipingervi sopra. 4. radere: levigare il gesso spalmato 
sulle tavole. 5. rilevare di: mettere in rilievo col. 6. "bolo: miscuglio di 
cui ci si serve per indorare. 7. brunire: lustrare Toro. 8. temperare: 
sciogliere i colon con la colla o la chiara d'uovo, senza olio. 9. campeg- 
giare: fare lo sfondo. io. spolverare: passare polvere di colori attraverso 
i fori di un foglio bucherellato, seguendo un disegno. u. camucdare: 
segnare dei puntolini sulForo dello sfondo in rilievo. 12. cona: ancona. 
13. finire in: rifinire sul. 



310 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

CAPITOLO XXVII 

[Imitazione dalla natura e insegnamento del maestri. ] 
Come ti de* ingegnare di ritrarre e disegnare di meno maestri che puo'. 

Pure a te e di bisogno si seguiti innanzi, accio che possi seguitare 
il viaggio della detta scienza. Tu hai fatto le tue carte tinte. 1 
mestieri di seguire di tenere questo modo: avendo prima usato 
un tempo il disegnare, come ti dissi di sopra, cioe in tavoletta, 
affaticati e dilettati di ritrar sempre le miglior cose che trovar 
puoi per mano fatte di gran maestri. E se se' in luogo dove mol- 
ti buon maestri sieno stati, tanto meglio per te. Ma per consi- 
glio io ti do: guarda di pigliar sempre il migliore e quello che 
ha maggior fama; e, seguitando di di in di, contra natura sara che 
a te non venga preso di suo' maniera e di suo j aria; 3 perocche se ti 
muovi a ritrarre oggi di questo maestro, doman di quello, ne 
maniera dell'uno ne maniera dell'altro non n'arai, e verrai per 
forza fantastichetto, per amor che 3 ciascuna maniera ti straccera 
la mente. Ora vo' fare a modo di questo, doman di quello altro, e 
cosi nessuno n'arai perfetto. Se seguiti Tandar d'uno per continovo 
uso, ben sara lo intelletto grosso 4 che non ne pigli qualche cibo. 
Poi a te interverra che, se punto di fantasia la natura fara conce- 
duto, verrai a pigliare una maniera propia per te, e non potra 
essere altro che buona; perche la mano (lo intelletto tuo essendo 
sempre uso di pigliare fiori) mal saprebbe torre spina. 5 

CAPITOLO XXVIII 

Come, sopra& i maestri t tu dei ritrarre sempre del naturale 
con continue uso. 

Attendi, 7 che la piu perfetta guida che possa avere e migliore 
timone si e la trionfal porta del ritrarre de naturale. E questo avanza 
tutti gli altri essempi, e sotto questo con ardito cuore sempre ti 
fida, e spezialmente come incominci ad aver qualche sentimento 

i. Tu . . . tinte: hai dato in precedenza le norme per preparare le tinte 
della carta su cui disegnare. 2. contra natura . . . aria: sara naturale che 
tu risenta della sua maniera. 3. per amor che: perche. 4. ben . . .grosso: 
dovra essere ben rozzo 1'intelletto. 5. perche ... spina: essendo tu av- 
vezzo a raccoglier fiori, cioe a imitare i maestri, la tua mano non cogliera 
spine, cioe non potra fallire, quando tu comincerai a dipingere liberamente 
dalla natura. 6. sopra: oltre. 7. Attendi: bada. 



CENNINO CENNINI 311 

nel disegnare. Continuando, ogni di no manchi disegnar qualche 
cosa, che non sera si poco che non sia assai, e faratti eccellente pro. 



CAPITOLO XXIX 

Come del temperare 1 tuo* vita per tua onestd e per condizione delta 

mano, e con che compagnia e che modo del prima pigliare 

a ritrarre una figura da alto. 

La tua vita vuoie essere sempre ordinata siccome avessi a stu- 
diare in teologia o filosofia o altre scienze, cioe del mangiare e del 
bere temperatamente almen 2 duo volte il di, usando pasti leggieri 
e di valore, usando vini piccoli, 3 conservando e ritenendo la tua 
mano, riguardandola dalle fatiche, come in gittare priete, palo di 
ferro, e molt* altre cose che sono contrarie alia mano, da darle ca- 
gione di gravarla. Ancor ci e una cagione che, usandola, puo alleg- 
gerire tanto la mano, che andra piu ariegando, 4 e volando assai 
piu che non fa la foglia al vento. E questa si e, usando troppo la 
compagnia della femmina. Ritorniamo al fatto nostro. Abbi a 
modo d'una tasca fatta di fogli incollati o pur di legname, leggiera, 
fatta per ogni quadro, tanto vi metta un fogHo reale, cioe mezzo : 5 
e questo t'e buono per tenervi i tuo* disegni ed eziandio per po- 
tervi tenere su il foglio da disegnare. Poi te ne va' sempre soletto, 
o con compagnia sia atta a fare quel che tu, e non sia atta a darti 
impaccio. E quanto questa compagnia fusse piu intendente, tanto 
sarebbe meglio per te. Quando se' per le chiese o per cappelle e 
incominci a disegnare, ragguarda prima di che spazio ti pare o 
storia o figura che vuogli ritrarre, e guarda dove ha gli scuri, e 
mezzi, 6 e bianchetti: e questo vuol dire che hai a dare la tua ombra 
d'acquarelle d'inchiostro, in mezzi lasciare del campo proprio, 7 
e 5 1 bianchetto dar di biacca, ec., ec. 



i. temperare: ordinare. 2. almen: almassirao. ^.piccoli'. leggeri. 4. arie- 
gando: cioe, indebolendosl. 5. mezzo: meta di un foglio di carta speciale 
da dipingere. 6. mezzi: le mezze tinte. 7. in mezzi . . .proprio: per le 
mezze tinte, lasciare lo sfondo com'e. 



312 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

CAPITOLO LXVII 

[Dai vari modi di colorire alia teoria della proporzione umana.] 

El modo e or dine a lavorare in muro, doe in fresco, e di colorire 
o incarnare 1 viso giovenile. 

Col nome della santissima Trinitae ti voglio mettere al colorire. 

Principalmente comincio a lavorare in muro, del quale t'informo 
del modo che dei tenere a passo a passo. Quando vuoi lavorare 
in muro, ch'e 1 piu dolce e '1 piu vago lavorare che sia, prima 
abbi calcina e sabbione, tamigiata 2 ben Tuna e Taltra. E se la cal- 
cina e ben grassa e fresca, richiede le due parti sabbione, la terza 
parte calcina. E intridili bene insieme con acqua, e tanta ne intridi, 
che ti duri quindici di o venti. E lasciala riposare qualche di, 
tanto che n'esca il fuoco: che quando e cosi focosa scoppia poi lo 
'ntonaco che fai. Quando se' per ismaltare, spazza bene prima il 
muro e bagnalo bene, che non pu6 essere troppo bagnato; e togli 
la calcina tua ben rimenata a cazzuola a cazzuola; e smalta prima 
una volta o due, tanto che vegna piano lo 'ntonaco sopra '1 muro. 
Poi, quando vuoi lavorare, abbi prima a mente di fare questo smal- 
to bene arricciato e un poco grasso. 3 Poi, secondo la storia o fi- 
gure che de' fare, se lo intonaco e secco togli 4 il carbone e disegna 
e componi e cogH bene ogni tuo' misura, battendo prima alcun 
filo, pigliando i mezzi 5 degli spazi. Poi battene alcuno e cogliene i 
piani. E a questo che batti per lo mezzo, a cogliere il piano, vuole 
essere un piombino da pie* del filo. E poi metti il sesto 6 grande, 
Tuna punta in sul detto filo, e volgi il sesto mezzo tondo dal lato 
di sotto; poi metti la punta del sesto in sulla croce del mezzo 
delTun filo e dell'altro, e fa Taltro mezzo tondo di sopra, e troverai 
che dalla man diritta hai, per li fili che si scontrano, fatto una cro- 
cetta per costante. 7 Dalla man zanca 8 metti il filo da battere, che 
dia propio in su tuttadue le crocette; e troverrai il tuo filo essere 
piano a livello. Poi componi col carbone, come detto ho, storie o 
figure; e guida i tuo' spazii sempre gualivi 9 e uguali. Poi piglia 
un pennello piccolo e pontio 10 di setole, con un poco d'ocria 11 senza 
tempera, liguida come acqua; e va' ritraendo e disegnando le tue 

i . incarnare : dar 1 ' incarnate a. 2. tamigiata : stacciata. 3 . arricciato . . . gras- 
so: spianato e di calce grassa. 4. togli: prendi. 5. i mezzi: il centre. 6. il 
sesto: compasso. 7. costante: punto fisso di riferimento. 8. Dalla man 
zanca: a sinistra. 9. gualivi: pari. 10. pontio: appuntito. u. ocria: ocra. 



CENNINO CENNINI 313 

figure, aombrando come arai fatto con acquarelle quando imparavi 
a disegnare. Poi toll! un mazzo di penne e spazza bene il disegno 
del carbone. 

Poi togli un poco di senopia senza tempera, e con pennello 
puntio sottile va tratteggiando nasi, occhi, cavellaure 1 e tutte stre- 
mita e intorni di figure; e fa che queste figure sieno ben compartite 
co ogni misura, perche queste ti fanno cognoscere e provedere 3 
delle figure che hai a colorire. Poi fa prima i tuo' fregi, o altre cose 
che voglia fare d'attorno, e come a te convien torre della caicina 
predetta, ben rimenata con zappa e con cazzuola, per ordine 3 che 
paia unguento. Poi considera in te medesimo quanto il di puoi 
lavorare; che quello che smalti ti convien finire. E vero che alcuna 
volta di verno, a tempo d'umido, lavorando in muro di prieta, al- 
cuna volta sostiene 4 lo smalto fresco in nelPaltro 5 di; ma, se puoi,, 
non ti indugiare, perche il lavorare in fresco, cioe di quel di, e 
la piu forte tempera, e migliore e phi dilettevole lavorare che si 
faccia. Adunque smalta un pezzo d'intonaco sottiletto (e non trop- 
po) e ben piano, bagnando prima lo J ntonaco vecchio. Poi abbi 
il tuo pennello di setole grosso in mano, intingilo nelPacqua chiara, 
battilo e bagna sopra il tuo smalto, e al tondo 6 con una assicella 
di larghezza d'una pahna di mano va fregando su per lo 'ntonaco 
ben bagnato, accio che Passicella predetta sia donna 7 di levare dove 
fosse troppa caicina e porne dove ne mancasse e spianare bene ii 
tuo smalto. Poi bagna il detto smalto col detto pennello, se biso- 
gno n'ha, e colla punta della tua cazzuola, ben piana e ben pulita, la 
va fregando su per lo intonaco. Poi batti le tuo' fila delF ordine e 
misure che hai prima fatto allo 'ntonaco di sotto. E facciamo ra- 
gione 8 che abbi a fare per di solo una testa di santa o di santo gio- 
vane, si come e quella di Nostra Donna santissima. Com'hai pu- 
lita cosi la caicina del tuo smalto, abbi uno vasellino invetriato, g 
che tutti i vaselli vogliono essere invetriati, ritratti come il mi- 
gliuolo 10 o ver bicchieri, e voglion avere buono e greve sedere di 
sotto, accio che riseggano bene che non si spandesse i colon. 
Togli quanto una fava d'ocria scura (che sono di due ragioni ocrie, 



i. cavellaure: capigliature. 2. provedere: preparare. 3. per ordine: in 
modo. 4. sostiene: mantiene.' 5. in neU'altro: fino alFaltro. 6. al 
tondo: intorno. 7. donna: capace. 8. ragione: conto. 9. uno vasellino 
invetriato : di terra cotta verniciata di vetrina, per renderla impermeabile., 
10. ritratti: stretti: il migliuolo e un bicchiere stretto. 



314 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

chiare e scure); e se non hai della scura, togli della chiara macinata 
bene. Mettila nel detto tuo vasellino, togli un poco di nero quanto 
fusse una lenta, 1 mescola con la detta ocria. Tolli un poco di bianco 
sangiovanni* quanto una terza fava, tolli quanto una punta di col- 
tellino di cinabrese chiara; mescola con li predetti colori tutti in- 
sieme per ragioni, 3 e f a il detto colore corrente e liquido con acqua 
chiara, senza tempera. Fa un pennello sottile acuto di setole li- 
quide e sottili, che entrino su per uno bucciuolo 4 di penna d'oca; 
e con questo pennello atteggia il viso che vuoi fare (ricordandoti 
che divida il viso in tre parti, ciofe la testa, il naso, il mento con la 
bocca), e va col tuo pennello a poco a poco, squasi asciuto, di questo 
colore, che si chiama a Firenze verdaccio, a Siena bazzeo. Quando 
hai dato la forma del tuo viso, se ti paresse, o in le misure o come 
si fosse, che non rispondesse secondo che a te paresse, col pennello 
grosso di setole intinto nelT acqua, fregando su per lo detto into- 
naco, poi guastarlo e rimendarlo. 5 Poi abbi un poco di verdeterra 
ben liquido, in un altro vasello; e con pennello di setole mozzo, 
premuto con dito grosso e col lungo della man zanca, va comincia 
a ombrare sotto il mento, e piu dalla parte dove de' essere piu scuro, 
andando ritrovando sotto il labbro della bocca e in nelle prode 6 
della bocca, sotto il naso; e da lato sotto le ciglia, forte verso il 
naso; un poco nella fine delTocchio verso 1'orecchie: e cosi con 
sentimento ricercare tutto il viso e le mani dove ha a essere incar- 
nazione. Poi abbi un pennello aguzzo di vaio, e va rifermando bene 
ogni contorno, naso, occhi, labbri e orecchie, di questo verdaccio. 
Alcuni maestri sono che adesso, stando il viso in questa forma, 
tolgono un poco di bianco sangiovanni stemperato con acqua, e 
vanno cercando le sommita e rilievi del detto volto bene per or- 
dine; poi danno una rossetta ne' labbri, e nelle gote cotali meluz- 
zine, 7 poi vanno sopra con un poco d'acquerello, cio& incarnazion, 
ben liquida; e rimane colorito, toccandolo poi sopra i rilievi d'un 
poco di bianco. buon modo. Alcun campeggia il volto d'incar- 
nazione, prima; poi vanno ritrovando con un poco di verdaccio 
e incarnazione, toccandolo con alcuno bianchetto: e riman fatto. 
Questo e un modo di quelli che sanno poco delParte. Ma tieni 

i. lenta i lenticchia. 2. bianco sangiovanni: una qualita di bianco. 3. per 
ragioni: secondo determinate quantita. 4. bucciuolo: cannello. 5. gua- 
starlo e rimendarlo : cancellarlo e correggerlo. 6. nelle prode : nei contorni. 
7. meluzzine: incarnate rosso come di mela. 



CENNINO CENNINI 315 

questo modo, di cio che ti dimosterro del colorire; pero che Giotto, 
il gran maestro, tenea cosi. Lui ebbe per suo discepolo Taddeo 
Gaddi fiorentino, anni ventiquattro ; ed era suo figllocclo; 1 Taddeo 
ebbe Agnolo suo figliuolo; Agnolo ebbe me anni dodici, onde mi 
misse 2 in questo modo del colorire; el qual Agnolo colon molto 
piu vago e fresco che non fe' Taddeo suo padre. 

Prima abbia un vasellino: mettivi dentro, piccola cosa basta, 
d'un poco di bianco sangiovanni e un poco di cinabrese chiara, 
squasi tanto delPuno quanto delPaltro. Con acqua chiara stempera 
ben liquidetto; con pennello di setole morbido e ben premuto 
con le dita, detto di sopra, va sopra il tuo viso quando Thai lasciato 
tocco di verdeterra, e con questa rosetta 3 tocca i labbri e le me- 
luzze delle gote. Mio maestro usava ponere queste meluzze piu in 
ver 1'orecchie che verso il naso, perche aiutano a dare rilievo al viso : 
e sfumma le dette meluzze d'attorno. Poi abbi tre vasellini, i quali 
dividi in tre parti d'incarnazion, ch'e, la piu scura, per la meta 
piu chiara che la rosetta, e Faltre due di grado in grado piu chiare 
Tuna che Paltra. Or piglia il vasellino della piu chiara, e con pen- 
nello di setole ben morbido, mozzetto, 4 tolli della detta incarna- 
zion, con le dita premendo il pennello; e va ritrovando tutti i ri- 
lievi del detto viso. Poi piglia il vasellino della incarnazion mez- 
zana 5 e va ricercando tutti i mezzi del detto viso, e mani e pie e 
'nbusto quando fai uno ignudo. Tolli poi il vasellino della terza 
incarnazione e va nelle stremita delP ombre, lasciando sempre, 
in nelle stremita., che '1 detto verdeterra non perda suo credito, 6 
e per questo modo va piu volte sfumando Tuna incarnazion con 
Faltra, tanto che rimanga ben campeggiato, secondo che natura 
'I promette. E guarti 7 bene ; se vuoi che la tua opera gitti ben fresca, 
fa che col tuo pennello non eschi di suo luogo ad ogni condizione 
d'incarnazion, se non con bella arte commettere 8 gentilmente 1'una 
con Faltra. Ma veggendo tu lavorare e praticare la mano, ti sarebbe 
piu evidente che vederlo per iscrittura. Quando hai date le tue 
incarnazioni, fanne un'altra molto piu chiara, squasi bianca, e va 
con essa su per le ciglia, su per lo rilievo del naso, su per la som- 
mita del mento e del coverchio delTorecchio. Poi tolli un pennello 

i. Lui ebbe . . .figlioccioi Giotto, come riporta anche il Vasari, tenne a bat- 
tesimo Taddeo Gaddi. 2. mi misse: instrad.6. 3. rosetta: color rosso. 
4. mozzetto: non appuntito. 5. incarnazion mezzanai sfumatura media 
delFincarnato. 6. creditor forza. 7. guarti: guardati. 8. commettere: ar- 
monizzare e legare le sfumature dell'incarnato. 



316 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

di vaio, acuto ; e con bianco puro fa i bianchi degli occhi, e in su la 
punta del naso, e un pochettino dalla proda della bocca, e tocca 
cotali rilievuzzi gentili. Poi abbia un poco di negro in altro vasel- 
lino, e col detto pennello profila il contorno degli occhi sopra le 
luci degli occhi; e fa le nari del naso e j buchi dentro delPorecchie. 
Poi tolli in un vasellino un poco di sinopia scura, profila gli occhi 
di sotto, el naso d'intorno, le ciglia, la bocca; e ombra un poco 
sotto il labbro di sopra, che vuole pendere un poco piii scuretto 
che '1 labro di sotto. Innanzi che profili cosi i dintorni, togli il detto 
pennello, col verdaccio va ritoccando le capellature; poi col detto 
pennello con bianco va trovando le dette capellature ; poi piglia una 
acquerella d'ocria chiara; va ricoprendo le dette capellature con 
pennello mozzo di setole, come incarnassi; va poi col detto pen- 
nello ritrovando le stremita con ocria scura; poi va con un pen- 
nelletto di vaio, acuto, e con ocria chiara e bianco sangiovanni, ri- 
trovando i rilievi della capellatura; poi col profilare della sinopia 
va ritrovando i contorni e le stremita della capellatura, come hai 
fatto il viso, per tutto. E questo ti basti a un viso giovane. 

CAPITOLO LXVIII 

El modo di color ire viso vecchio in fresco. 

Quando vuoi fare un viso di vecchio, a te conviene usare questo 
medesimo modo che al giovane; salvo che J l tuo verdaccio vuole 
essere piu scuretto, e cosi le incarnazioni (tenendo quel modo e 
quella pratica c'hai fatto nel giovane) e per costante le mani, e' 
piedi e J l busto. Mo sumto 1 che '1 tuo vecchio abbi capellatura e 
barba canuta, quando Thai trovato di verdaccio e di bianco col tuo 
pennello di varo acuto, tolli in un vasellino bianco sangiovanni 
e un poco di negro mescolato, liquido, e con pennello mozzo e 
morbido di setole, ben premuto, va campeggiando barba e capel- 
latura; e poi fa di questo miscuglio un poco piu scuretto, e va tro- 
vando le scurita. Poi tolli un pennelletto di varo acuto e va spe- 
lando gentilmente su per li rilievi delle dette capellature e barbe. 
E di questo cotal colore tuo puo j fare il vaio. 



i. sumto: sumpto, posto. 



CENNINO CENNINI 317 

CAPITOLO LXIX 
El modo di colorire piii maniere di barbe e di capellature in fresco. 

Quando vuoi fare d'altre capellature e d'altre barbe, o sanguigne 
o rossette o negre o di qual maniera tu voi, farle pur prima di 
verdaccio, e ritrovale 1 di bianco eppoi le campeggia alFusato modo 
detto di sopra. Awisati pur di qual colore tu voi, die la pratica 
di vederne delle fatte t'insegnera. 

CAPITOLO LXX 
Le misure che de' avere il corpo deWuomo fatto perfettamente. 

Nota che, innanzi piu oltre vada, ti voglio dare a Httera le mi- 
sure delFuomo. Quelle della femmina lascio stare, perche non ha 
nessuna perfetta misura. Prima, come ho detto di sopra, il viso 
e diviso in tre parti, cioe: la testa, una; il mento, Faltra*, e dal 
naso al mento, Faltra. Dalla proda del naso per tutta la lunghezza 
dell'occhio, una di queste misure: dalla fine delFocchio per fine 
all'orecchie, una di queste misure: dalFuno orecchio alFaltro, un 
viso per lunghezza: dal mento sotto il gozzo al trovare 2 della gola, 
una delle tre misure: la gola, lunga una misura: dalla forcella della 
gola alia sommita delFomaro, un viso; e cosi dalFaltro omero: 
dalFomaro al gomito, un viso: dal gombito al nodo della mano, un 
viso ed una delle tre misure : la mano tutta per lunghezza, un viso : 
dalla forcella della gola a quella del magon, o vero stomaco, un 
viso: dallo stomaco al bellico, un viso: dal bellico al nodo della 
coscia, un viso: dalla coscia al ginocchio, due visi: dal ginocchio 
al tallone della gamba, due visi: dal tallone alia pianta, una delle 
tre misure: il pie, lungo un viso. 

Tanto lungo Fuomo, quanto per traverso aver le braccia: disten- 
da le braccia con le man per fino a mezza la coscia. E tutto Fuomo 
lungo otto visi e due delle tre misure. Ha Fuomo, men che la don- 
na, una costola del petto dal lato manco. Ha, in tutto, Fuomo 
ossa . . . De* avere la natura sua, cioe la verga, a quella misura 
ch'e piacere delle femmine; sia i suo ? testicoli piccoli, di bel modo 
e freschi. L'uomo bello vuole essere bruno, e la femmina bian- 
ca, ecc. 

i. ritrovale: ripassale. 2. al trovare: alFinizio. 



318 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

Degli animali irrazionali non ti contero, per die non n'apparai 1 
mai nessuna misura. Ritra'ne e disegna piu che puoi del naturale, 
e proverrai 2 in cio a buona pratica. 



CAPITOLO LXXI 
El modo del colorire un vestimento in fresco. 

Or ritorniamo pure^ al nostro colore in fresco e in rmiro. E 
vuoi colorire un vestire di qual vestir tu voi: prima ti conviene 
disegnarlo gentilmente col tuo verdaccio, e che '1 tuo disegno 
non si vegga molto, ma temperatamente. Poi, o vuoi bianco ve- 
stire, vuoi rosso, o vuoi giallo, o verde, o come tu voi, abbi tre 
vasellini. Pigliane uno e mettivi dentro quel color che vuoi, di- 
ciamo rosso: togli del cinabrese, un poco di bianco sangiovanni; 
e questo sia Fun colore, ben rimenato con acqua. Gli altri due 
colori, fanne un chiaro, cioe mettendovi assai bianco sangiovanni. 
Piglia ora del primo vasello e di questo chiaro, e fa un colore di 
mezzo, e ha'ne 3 tre. Piglia ora del primo, cioe lo scuro, e, con 
pennello di setole grossetto e un poco puntio, va per le pieghe 
della tua figura ne' piu scuri luoghi, e non passare il mezzo della 
grossezza della tua figura. Poi piglia il colore di mezzo; va cam- 
peggiando dalPun tratto scuro all'altro e commettendoli insieme 
e sfummando le tue pieghe nelle stremita degli scuri. Poi va pure 
con questi colori di mezzo a ritrovare le scurita, dove de' essere 
il rilievo della figura, mantenendo sempre bene lo gnudo. Poi 
piglia il terzo colore piu chiaro, e per quello medesimo modo che 
hai ritrovato e campeggiato Fandare delle pieghe dello scuro, cosi 
fa del rilievo, assettando le pieghe con buon disegno e sentimento, 
con buona pratica. Quando hai campeggiato due o tre volte con 
ogni colore (non uscendo mai del proposito de' colori, di non 
dare ne torre il luogo delFun colore all'altro, se non quando si 
vengono a congiugnere) sfumarli e commetterli bene. Abbi poi in 
un altro vasello ancora color piu chiaro che '1 piu chiaro di questi 
tre; e va ritrovando e biancheggiando la sommita delle pieghe. 
Poi togli in un altro vasello bianco puro, e va ritrovando perfet- 
tamente tutti i luoghi di rilievo. Poi va con la cinabrese pura, e va 
pe' luoghi scuri e per alcuni dintorni; e rimanti 4 il vestir fatto 

i. apparai: appresi. 2. proverrai: arriverai. 3. ha'ne: abbine. 4. riman- 
ti: ti trovi a avere. 



CENNINO CENNINI 



3*9 



per ordine. Ma veggendo tu lavorare comprendi megllo assai che 
per lo leggere. Quando hai fatto la tua figura o storia, lasciala asciu- 
gare tanto che J n tutto sia ben risecca la calcina e I colori. E se In 
secco ti rimane a fare nessun vestire, terrai questo modo. 

CAPITOLO LXXII 
El modo del colorire in muro in secco, e suo* tempere. 

Ogni colore di quelli che lavori in fresco, puoi anche lavorare 
in secco; ma in fresco con colori che non si puo lavorare, come 
orpimento, 1 cinabro, azzurro della Magna, 2 minio, biacca, verde- 
rame e biacca. Quelli che si puo lavorare in fresco, giallorino, 3 
bianco sangiovanni, nero, ocria, cinabrese, sinopia, verdeterra, 
amatesto. 4 Quelli che si lavorano in fresco vogliono per compagnia, 
a dichiararli, 5 bianco sangiovanni, e i verdi, quando gli vuoi la- 
sciare per verdi, giallorino; quando li vuoi lasciare verdi in color 
di salvia, to* del bianco. Quelli colori che non si possono lavorare 
in fresco, vogliono per compagnia, a dichiararli, biacca e giallo- 
rino, e alcuna volta orpimento; ma rade volte orpimento. Mo sia 
tu 6 a lavorare uno azzurro biancheggiato : togH quella ragion 7 
di tre vasegli, che t'ho insegnato della incamazione e della cina- 
brese; e per lo simile vuole essere di questo, salvo che dove toglievi 
il bianco, togli la biacca, e tempera ogni cosa. Due maniere di 
tempere ti son buone, Tuna miglior che Faltra. La prima tempera, 
togli la chiara e rossume dell'uovo, metti dentro alcune tagliature 
di cime di fico, e ribatti bene insieme. Poi metti in su questi vasel- 
lini di questa tempera, temperatamente, non troppa ne poca, 
come sarebbe un vino mezzo innacquato. E poi lavora i tuoi colori, 
o bianco o verde o rosso, si come ti dimostrai in fresco, in condu- 
cere i tuoi vestiri, 8 secondo in modo che fai in fresco, con tempera, 
ma no aspettando il tempo del rasciugare. Se dessi troppa tempera, 
abbi 9 che di subito scoppiera il colore e creperra dal muro. Sia 
savio e pratico. Prima ti ricordo, innanzi cominci a colorire, e vogli 
far un vestir di lacca o d'altro colore, prima che facci niun'altra 
cosa, togli una spugna ben lavata, e abbi un rossume d'uovo con 

i. orpimento: giallo oro. 2. della Magna: d'Alemagna. 3. giallorino: 
giallo di Fiandra. 4. amatesto: ametista, cioe violetto. 5. a dichiararli: a 
farli piu chiari. 6. Mo sia tu: poniamo ora che tu sia. 7. ragion: nortna. 
8. vestiri: vestito. 9. abbi: sappi. 



320 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

la chiara, e mettilo in due scodelle d'acqua chiara rimescolata 
bene insieme; e con la detta spugna, mezza premuta, della detta 
tempera va ugualmente sopra tutto il lavoro, che hai a colorire in 
secco, e ancora adornare d'oro; e poi liberamente va colorire come 
tu voi. La seconda tempera si e propio rossume d'uovo; e sappi 
che questa tempera e universale, in muro, in tavole, in ferro; e 
non ne puoi dare troppo, ma sia savio di pigHare una via di mezzo. 
Prima vadi piu innanzi, di questa tempera ti voglio fare un vestire 
in secco: si come ti feci in fresco di cinabrese, ora tel vo' fare d'az- 
zurro oltre marino. Togli tre vasegli al modo usato : nel primo metti 
le due parti azzurro e '1 terzo biacca: il terzo vasello, le due parti 
biacca e '1 terzo azzurro ; e rimescola e tempera secondo che detto 
t'ho. Poi togli il vasello voto, cioe il secondo: togli tanto dalFuno 
vasello quanto dalFalt.ro, e fa una commestizione 1 insieme ben ri- 
menata con pennel di setole, o vuoi di vaio, mozzo e sodo; e col 
primo colore, cioe col piu scuro, va per le stremita ritrovando le 
pieghe piu scure. Togli poi il mezzan colore e va campeggiando 
di quelle pieghe scure, e ritruova le pieghe chiare del rilievo della 
figura. Poi togli il terzo colore, e va campeggiando e facendo 
delle pieghe che vengono sopra il rilievo ; e va commettendo bene 
Tun colore con Faltro, sfummando e campeggiando, a modo che 
t'insegnai in fresco. Poi togli il colore piu chiaro e mettivi dentro 
della biacca con tempera, e va ritrovando le sommita delle pieghe 
del rilievo. Poi togli un poco di biacca pura, e va su per certi gran 
rilievi, come richiede il nudo della figura. Poi va con azzurro ol- 
tramarino puro ritrovandone la fine di piu scure pieghe e dintorni, 
e per questo modo leccando 3 il vestire, secondo i luoghi e suo' co- 
lori, sanza mettere o imbrattare Fun color nell'altro, se non con 
dolcezza. E cosi fa di lacca e di ciascun colore che lavori in 
secco, ec. 



i. commestizionei miscuglio. 2. leccando: rifinendo. 



LORENZO GHIBERTI 

LORENZO GHIBERTI nacque a FIrenze nel 1378; fu allievo della 
bottega di Bartolo di Michele, orafo, suo padrigno e, nel 1401, 
si reco alia corte di Malatesta il Senatore, in Pesaro. Nello stesso 
anno, partecipo al concorso bandito dalFArte di Calimala per la 
seconda porta del Battistero di Firenze, vincendo, per la sua bra- 
vura e il suo dominio della tecnica del bronzo, concorrenti quali 
lacopo deila Quercia e Filippo Brunelleschi. Dal 1403 al 1424 la- 
voro alle venti formelle in bronzo dorato, rappresentanti storie del 
Nuovo Testamento, dalPAnnunciazione alia Pentecoste. Nel frat- 
tempo fuse, per PArte della Lana, in Or San Michele, la statua di 
san Giovanni Battista (1415) e quella di san Matteo (1419-1422): 
nel 1417 ebbe la commissione per due formelle nel fonte battesi- 
male di lacopo della Quercia in Siena. Nel 1425 gli fu commessa 
la terza porta di San Giovanni Battista. Leonardo Bruni, aretino, 
in una lettera a Niccolo da Uzzano e agli altri deputati all' Opera 
di San Giovanni, consigliava che le storie del Vecchio Testamento 
fossero illustri, per pascere Focchio con varieta di disegno, e si- 
gnificant! . E cosi il Ghiberti compose Popera secondo i soggetti 
e i consigli del letterato umanista, terminandola nel 1452. Come 
scultore, come fonditore in bronzo, come disegnatore delle ve- 
trate e consulente alia fabbrica della cupola di Santa Maria del 
Fiore, egli svolse un'attivita continua e variamente impegnata, 
portando a termine, nello stesso tempo, altre opere, come la cassa 
delle reliquie di san Proto, san Giacinto e san Nemesio, e Parca di 
san Zanobi. Negli ultimi anni della sua vita scrisse i Commentari in 
tre libri, dove, ricordando e traducendo Vitruvio, Plinio e altri 
scrittori, definisce e descrive il mondo dei suoi interessi culturali 
e artistlci. Mori a Firenze nel 1455. 

La sua opera di scultore fu variamente giudicata, sia nel suo 
valore, sia nel suo significato storico ; riconoscendovi alcuni soltanto 
una abilita e una piacevolezza di consumato e raffinato artigiano, 
altri invece una vera forza creativa ; riducendolo alcuni a seguace 
delle forme tardo-gotiche, ed esaltando altri in lui uno spirito 
rinascimentale. La seconda porta, che Michelangelo chiamo del 
Paradiso, pare a Lionello Venturi, ma non a tutti i critici, opera 
prevalentemente artigiana e decorativa, in confronto alia prima. 



322 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

II primo libro dei Commentari, dopo un proemio preso da 
Ateneo il Vecchio, ripete soprattutto da Plinio la storia delParte 
classica ; il secondo, che e il piu originale e il piu importante, trac- 
cia la storia deiParte fiorentina e senese secondo la scelta e il gusto 
deJFautore, da Giotto sino a lui stesso, con una sua autobiografia 
artistica; il terzo invece, quasi sempre faticoso, enuncia i fonda- 
menti teorici delle arti figurative, sia con un trattato di ottica, 
desunto soprattutto, se non esclusivamente, dal teorico arabo Al- 
Hazen, sia con una teoria delle proporzioni che si rifa a Vitruvio, 
rna anche a un canone diverso, detto di Varrone. 

II Ghiberti, che nel terzo libro rammenta con ammirazione e 
fantasia la bellezza di alcune statue antiche, e tuttavia, soprattutto 
nel secondo, cosciente dei valori dell' art e nuova, che si e annun- 
ciata con Giotto, e sente vivamente la bellezza della pittura fio- 
rentina e di quella senese. Ma, tra i pittori da lui ricordati, non 
sono i contemporanei Agnolo Gaddi, Antonio Veneziano, Lo- 
renzo Monaco e, omissione significativa, Masaccio. I Commentari^ 
nel loro ingenuo, fervido entusiasmo, rivelano una mente non 
profondamente e sicuramente colta, e un temperamento d'artista 
non sorretto da un'intelligenza continua, e cosi spiegano quelle 
che sono le caratteristiche delTopera del Ghiberti scultore. II 
suo stile, talvolta impacciato, soprattutto nelle parti tradotte o 
riecheggiate da altri, seconda invece con facilita e morbidezza le 
impressioni vive e dirette: memorialista dell'arte, egli ne ha per 
primo iniziata la storia, e 1'ha connessa alia sua attivita di scultore. 



II secondo Commentario appare per la prima volta, senza 1'inizio, nella 
Storia della scultum di LEOPOLDO CICOGNARA, Prato 1823, iv, p. 208, e, 
in seguito, come appendice alia vita del Ghiberti, nella prima edizione 
delle Vite dei Vasari, a cura dei fratelli Milanesi, Firenze, Le Monnier, 
1846. II testo italiano, con un ampio ed esauriente commento tedesco, del 
quale ci siamo valsi, fu pubblicato dallo Schlosser: Lorenzo Ghibertis 
Denkzviirdigkeiten, zuni ersten Male vollstandig herausgegeben von Julius 
von Schlosser, i, n, Berlin, Bard, 1912; LORENZO GHIBERTI, I Commentary 
a cura di A. Ferri, Roma 1946; / Commentari del Ghiberti, a cura di Ot- 
tavio Morisani, Napoli, Ricciardi, 1947, testo che qui noi seguiamo. 
F. SCHOTTMCLLER, in THIEME-BECKER, Kunstler-Lexicon, xin, pp. 541- 
6, Leipzig 1920; LIONELLO VENTURI, Lorenzo Ghiberti in L*Arte, 
xxxvi, 1923, pp. 232-52, ora in Pretesti di critica, Milano 1928, p. 95; 



LORENZO GHIBERTI 323 

J. SCHLOSSER-MAGNINO, La letteratura artistica, Firenze, La Nuova Italia, 
I 935> PP- 87-91; ROBERTO LONGHI, Fatti di Masolino e di Masacdo, in 
uLa Critica cTArte^, 1940, pp. 161-2; J. VON SCHLOSSER, Leben und 
Meinungen des florentinischen Bildners Lorenzo Ghibertt, Basel 1941; 
LIOXELLO VENTURI, Storia della critica d'arte, Firenze 7 Edizioni U, 1948, 
pp. 131-4; G. GALASSI, Scultura fiorentina del Quattrocmto, IXlilano 1949, 
pp. 41-56; ROBERTO LONGHI, Proposteper una critica d*arte s in Paragone , 
i, gennaio 1950, p. 9. Inoltre, per il secondo Commentario e per le opere 
d'arte ivi citate, cfr. ii commento di Carlo Ludovico Ragghianti alle Vite 
corrispondenti del Vasari, nell'edizione da lui curata, rviilano, Rizzoli, 
1949. 



DAI COMMENTARY 

COMMENTARIO SECONDO 

[Pittura fiorentina, pittura senese, autobiografia artistica.] 1 

Adunque al tempo di Constantino imperatore e di Silvestro 
papa sormonto su la fede cristlana. Ebbe la Idolatria grandis- 
sima persecuzione In modo tale, tutte le statue e le pitture furon 
disfatte e lacerate di tanta nobilta ed antica e perfetta dignita e 
cosi si consiiniaron colle statue e pitture e volumi e commentari 
e lineament! e regole davano ammaestramento a tanta ed egregla 
e gentile arte. E poi, [per] levare via ogni antico costume di ido 
latria, costituirono I templi tutti essere bianchi. In questo tempo 
ordinorono grandlssima pena a chi facesse alcuna statua o alcuna 
pittura, e cosi fini Farte statuaria e la pittura ed ogni dottrina che In 
essa fosse fatta. Finita che fu 1'arte, stettero i templi bianchi circa 
d'anni 600. Cominciorono i Greci 2 debilissimamente Farte della 
pittura e con molta rozzezza produssero in essa: tanto quanto gli 
antichi furono periti, tanto erano in questa eta grossi e rozzL 
DalFedlficazione di Roma furono olimpie 382. 3 

Comincio Farte della pittura a sormontare In Etruria. In una 
villa allato alia citta di Firenze, la quale si chiamava Vespignano, 
nacque un fanciullo di mirabile ingegno, il quale si ritraeva del 
naturale una pecora. 4 In su passando Cimabue pittore per la 
strada a Bologna vide il fanciullo sedente in terra e disegnava In su 
una lastra una pecora. Prese grandisslma ammirazione del fan- 
ciullo, essendo di si piccola eta fare tanto bene. Domando, veg- 
gendo aver Farte da natura, il fanciullo come egli aveva nome. 
Rispose e disse : Per nome io son chlamato Giotto : il mio padre 
ha nome BondonI e sta in questa casa che e appresso disse. Ci- 
mabue ando con Giotto al padre: aveva bellissima presenza: chiese 
al padre il fanciullo: il padre era poverissimo. Concedettegli il 
fanciullo e Cimabue meno seco Giotto e fu discepolo di Cimabue : 

i. Si riporta qui di seguito tutto il commentario secondo. 2. i Greci: 
i Bizantini. Si tratta della cosiddetta Rinascenza bizantina della Toscana, 
non dei Bizantini d'Oriente. 3. Dairedificasione . . . 382: Panno 1157. 
II Ghiberti calcolava le Olimpiadi di cinque anni, invece che di quattro, 
confondendole col lustro romano, e partiva dalla fondazione di Roma, 
e quindi dal 753, e non dal 756. 4. In una villa . . .pecora: il Ghiberti 
riferisce qui per primo una leggenda, che ebbe in seguito grande fortuna. 



326 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

tenea la maniera greca, 1 in quella maniera ebbe in Etruria gran- 
dissima fama: fecesi Giotto grande nelTarte della pittura. 

Arreco 1'arte nuova, lascio la rozzezza de' Greci, sormont6 
eccellentissimamente in Etruria. E fecionsi egregissime opere e 
specialmente nella citta di Firenze ed in molti altri luoghi, ed 
assai discepoli furono tutti dotti al pari degli antichi Greci. 2 Vide 
Giotto nell'arte quello che gli altri non aggiunsono. 3 Arreco Parte 
naturale e la gentilezza con essa, non uscendo delle misure. Fu 
peritissimo in tutta Parte, fu inventore e trovatore di tanta dottrina, 
la quale era stata sepolta circa d'anni 600. Quando la natura vuole 
concedere alcuna cosa, la concede senza veruna avarizia. Costui 
fu copioso in tutte le cose, lavoro in [fresco], in muro, lavorc- 
a olio, lavoro in tavola. Lavoro di mosaico la nave 4 di San Pietro 
in Roma e di sua mano dipinse la cappella e la tavola di San Pietro 
in Roma. 5 Molto egregiamente dipinse la sala del re Uberto de' 
uomini famosi, 6 in Napoli, [e] dipinse nel Castello delTuovo. 7 
Dipinse nella chiesa, cioe tutta e di sua mano, dell' Arena di Pa- 
dova. 8 di sua mano una gloria mondana. 9 E nel Palagio della 
Parte e una storia della fede cristiana 10 e molte altre cose erano in 
detto palagio. Dipinse nella chiesa d' Ascesi nell'ordine de' frati 
minori quasi tutta la parte di sotto. 11 Dipinse a Santa Maria degli 
Angeli in Ascesi. 12 A Santa Maria della Minerva in Roma un cro- 
cifisso con una tavola. 13 

i. tenea . . . greca: il soggetto e Cimabue. 2. Arrecd . . . antichi Greci: 
distingue tra gli antichi Greci e i Greci moderni, cioe i Bizantini. 3. ag- 
giunsono: raggiunsero. 4. Lavord . . . la nave: il mosaico si trova ancora in 
San Pietro, ma nel vestibolo, non piu nella navata, com' era nella vecchia 
chiesa ora scomparsa. 5. dipinse . . . in Roma: nella vecchia chiesa di San 
Pietro: opera scomparsa. 6. Molto . . . famosi: la sala del re Roberto 
d'Angi6 nel Castelnuovo di Napoli, con i ritratti degli uomini famosi 
antichi e contemporanei. 7. Castello delVuovo: si deve intendere Castel- 
nuovo. Giotto vi dipinse la Cappella reale, della quale park il Petrarca 
neiritinerarium syriacum. L'opera e ora scomparsa. 8. Dipinse . . . Pa- 
dova: e la famosa Cappella degli Scrovegni, edificata nel 1303, dove Giotto 
lavoro con i suoi aiutanti. 9. una gloria mondana:*.un Giudizio univer- 
sale, sempre nella medesima Cappella. 10. Col nome di Palagio della Par- 
te il Ghiberti intende il Palazzo della Ragione di Padova, dove Giotto di- 
pinse una serie di aflreschi, probabilmente una storia della Croce, distrutti 
neirincendio del 1420. n. Dipinse . . . di solto: nella chiesa inferiore di 
San Francesco, in Assisi, gli affireschi, che tuttora sussistono, vengono 
attribuiti ad aiutanti di Giotto, dal quale fu affrescata invece la chiesa 
superiore. 12. Dipinse ...in Ascesi: la vecchia chiesa fu abbattuta durante 
il Rinascimento, e con essa scomparvero gli affireschi. 13. A Santa Ma- 
ria . . . tavola: scomparsi. 



LORENZO GHIBERTI 327 

L'opere che per lui furon dipinte in FIrenze: dipinse nella badia 
di FIrenze, sopra all'entrare della porta In un arco, una mezza 
Xostra Doana con due figure dallato molto egregiamente. 1 Di- 
pinse la cappella maggiore e la tavola. 2 NelTordine de' frati minori 3 
quattro cappelle e quattro tavole. 4 Molto eccellentemente dipinse 
In Padova ne' frati minori. 5 Dottlssimamente sono ne 5 frati umi- 
liati 6 in Firenze, era una cappella, e un grande crocifisso 7 e quattro 
tavole, fatte molto eccellentemente: nelfuna era la morte di Nostra 
Donna con angeli e con dodici apostoli e Nostro Signore Intorno, 
fatta molto perfettarnente. 8 Ewi una tavola grandissima con una 
Nostra Donna a sedere in una sedia con molti angeli intorao, 9 
ewi, sopra la porta va nel chiostro, una mezza Nostra Donna col 
fanciuilo in braccio. 10 E in Santo Georgio una tavola ed un croci- 
fisso. 11 Ne' frati predicatori 12 e un crocifisso e una tavola perfettis- 
sima 13 di sua mano, ancora vi sono molte altre cose. Dipinse a mol- 
tissimi signori. Dipinse nel Palaglo del Podesta 14 di Firenze, dentro 
fece II comune come era rubato 15 e la cappella 16 di Santa Maria 
Maddalena. Giotto merito grandissima lode. Fu dignissimo in tutta 
Farte, ancora nelfarte statuaria. Le prime storie sono nell'edificio, 
il quale da lui fu edificato, del campanile di Santa Reparata 17 furono 
di sua mano scolpite e disegnate; nella mia eta vidi prowedimenti 18 
di sua mano di dette istorie egregissimamente disegnati. Fu perito 
nell'un genere e nell'altro. Costui e quello a cui, sendo da lui re- 
sultata e seguitata tanta dottrina, a cui si de' concedere somma lode, 
per la quale si vede la natura procedere 19 in lui ogni Ingegno, con- 

i. dipinse . . . egregiamente: una Junetta, ora scomparsa. 2. Dipinse . . . 
tavola: scomparse. 3. NelVordme de" frati minori: in Santa Croce a Fi- 
renze. 4. quattro . . . tavole: deile quattro Cappelle (dei Bardi, dei Pe- 
ruzzi, dei Giugni e degli Spinelli) rimangono soltanto resti danneggiati 
delle prime due. 5. Molto . . . minori: nella chiesa di Sant' Antonio ; opere 
scomparse. 6. ne' frati umiliati: nella chiesa di Ognissanti. 7. un grande 
crocifisso: tuttora nello stesso luogo. 8. nelVuna . . . perfettarnente: Adolfo 
Venturi la identifica con una tavola ora al Museo di Chantilly. 9. Ev- 
vi . . . intorno : secondo A. Venturi, opera di bottega; ora agli Uffizi. 
10. evvi.. . in braccio: scomparsa. n. S. . . un crocifisso: perduti. Anche 
la chiesa non esiste piu. 12. Ne* frati predicatori: in Santa Maria Novella. 
13. un crocifisso . . . perfettissima: scomparsi. 14. nel Palagio del Podesta: 
nel Palazzo del Podesta, cioe nel Palazzo del Bargello, sussistono ancora 
alcuni afrreschi. 15. dentro . . . rubato: altra opera perduta. 16. cappella: 
qui significa tavola d'altare : perduta. 1 7. campanile di Santa Reparata : cioe 
del Duomo di Firenze. 18. prowedimenti: schizzi: si suppongono scolpite 
su disegni di Giotto, La creazione di Adamo, di Eva t II lavoro dei proge- 
nitorij La caccia, La musica e La vendemmia. 19. procedere: promuovere. 



328 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

dusse Tarte a grandissima perfezione. Fece moltissimi discepoli 
di grandissima fama. I discepoli furono questi: 

Stefano 1 fu egregissimo dottore. 2 Fece ne' frati di Santo Ago- 
stino 3 in Firenze, nel chiostro primo, tre istorie. La prima una 
nave con dodici apostoli con grandissima turbazione di tempo e 
con grande tempesta, e come appare loro Nostro Signore andante 
sopra all'acqua, e come Sampiero si getta a terra della nave e con 
moltissimi venti: questa e eccellentissimamente fatta e con gran- 
dissima diligenza. Nella seconda la Trasfigurazione. Nella terza e 
come Cristo libera Tindemoniata a pie del tempio, con dodici 
apostoli, molto popolo a vedere: le quali storie sono condotte con 
grandissima arte. 4 E ne' frati predicatori, allato alia porta va nel 
cimitero, un santo Tommaso d* Aquino fatto molto egregiamente: 5 
pare detta figura fuori del muro rilevata, fatta con molta diligenza. 
Comincio detto Stefano una cappella 6 molto egregiamente, dipinse 
la tavola e 1'arco dinanzi, 7 ove sono angeli cadenti in diverse forme 
e con grandissimi [scorci] son fatti maravigliosamente. Nella chie- 
sa d'Ascesi e di sua mano cominciata una gloria fatta con perfetta 
e grandissima arte, 8 la quale arebbe, se fosse stata finita, [fatto] 
maravigliare ogni gentile ingegno. Le opere di costui sono molto 
mirabili e fatte con grandissima dottrina. 

Fu discepolo di Giotto Taddeo Gaddi: fu di mirabile ingegno, 
fece moltissime cappelle e moltissimi lavorii in muro; fu dottissimo 
maestro; fece moltissime tavole egregiamente fatte. Fece ne' frati 
di Santa Maria de' Servi 9 in Firenze una tavola molto nobile e di 
grande maestero, con molte storie e figure, eccellentissimo lavorio, 
ed e una grandissima tavola, 10 credo che a' nostri di si trovino poche 
tavole migliori di questa. Fra 1'altre cose e' fece ne* frati minori 
un miracolo di santo Francesco, 11 d'un fanciullo cadde a terra d'un 
verone, di grandissima perfezione: e fece come il fanciullo e 
disteso in terra, e la madre e molte altre donne intorno pian- 



i. Stefano fiorentino, detto simia naturae, del quale si sa pochissimo. Era 
ancora vivo nel 1350. 2. dottore: maestro nell'arte della pittura. 3. ne' 

frati di Santo Agostino: nella chiesa di Santo Spirito. 4. La prima 

arte: tutte perdute nella ricostruzione della chiesa. 5. E ne' frati . . . 
egregiamente: ancora esistente sulla porta murata della Cappella di San 
Tommaso. 6. una cappella : in Santa Maria Novella. 7. la tavola . . . 
dinansi: perduti. 8. Nella chiesa . . . arle: non se ne sa nulla. 9. ne' 
frati ... de' Servi: nella chiesa deirAnnunziata. 10. una tavola . . . ta- 
vola: non se ne sa nulla. u. un miracolo . . . Francesco: perduto. 



LORENZO GHIBERTI 329 

gentl tutte II fanciullo, e come santo Francesco il rlsuscita; questa 
storla fu fatta con tanta dottrina ed arte e con tanto Ingegno, 
che nella mia eta non vidi cosa pinta fatta con tanta perfezione. 
In essa e tratto 1 del naturale Giotto e Dante e '1 maestro che la 
dipinse, cioe Taddeo. In detta chiesa era sopra la porta della sa- 
grestia una disputazione di savi i quali disputavano con Cristo 
d'eta d'anni dodici: fu mandate in terra piu che le tre parti per 
murarvi un concio di macigno: 2 per certo 1'arte della pittura viene 
tosto meno. 

Maso 3 fu discepolo di Giotto: poche cose si trovano di lui che 
non sieno molto perfette. Abbrevio 4 molto Farte della pittura. 
L'opere che sono in Firenze: ne' frati di Santo Agostino in una 
cappella perfettisima era [sopra] la porta di detta chiesa la storia 
dello Spirito santo, era di grande perfezione; ed allo entrare della 
piazza di questa chiesa e un tabernacolo, v'e dentro una Nostra 
Donna con molte figure intorno, con maravigliosa arte fatte. 5 
Fu eccellentissimo. Fece ne' frati minori una cappella nella quale 
sono istorie di santo Silvestro e di Constantino imperatore. 6 Fu 
nobilissimo e molto dotto nelFuna arte e nell'altra. Sculpi ma- 
ravigliosamente di marmo: e una figura di quattro [braccia] nel 
campanile. 7 Fu dotto nell'uno e nell'altro genere. Fu uomo di 
grandissimo ingegno. Ebbe moltissimi discepoli, furono tutti pe- 
ritissimi maestri. 

Bonamico 8 fu eccellentissimo maestro, ebbe Farte da natura, 
durava poca fatica nelle opere sue. Dipinse nel monastero delle 
donne di Faenza: 9 e tutto egregiamente di sua mano dipinto con 
moltissime istorie molto mirabili. Quando metteva Fanirno nelle 



i. tratto : ritratto. 2. un concio di macigno: una pietra lavorata. La distru- 
zlone awenne, secondo i! Vasari, quando Cosimo il Vecchio fece edificare 
II Noviziato. 3. Di Maso di Banco si hanno notizie documentate tra il 
1346 e il 1350, probabile anno della morte. Fu confuso con Tommaso 
di Stefano, detto il Giottino, vissuto in epoca alquanto posteriore. 4. Ab- 
brevio: Fespressione e tolta da Plinio, dal latino compendiare', trovo cioe 
delle forme scorciate e rapide di composizione. 5. ne y frati . . . Jatte: tutte 
opere scomparse. 6. Fece . . . imperatore: ancora esistenti in una cappella 
di Santa Croce. 7. e una figura . . . nel campanile: non ne resta traccia. 
8. Bonamico: Buonamico di Cristofano, detto Buffalmacco, del quale par- 
lano il Boccaccio e il Sacchetti ; si congettura che sia vissuto tra il 1287 e il 
1340. 9. Dipinse . . . Faenza: il monastero delle monache di Faenza era 
gia distrutto al tempo del Vasari: sorgeva dove fu poi edificata la For- 
tezza da Basso. 



330 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

sue opere passava tutti gli altri pittori. Fu gentilissimo maestro. 
Colori freschissimamente. Fece in Pisa moltissimi lavori. Dipinse 
in Camposanto a Pisa moltissime istorie. 1 Dipinse a Santo Pagolo 
a Ripa d'Arno istorie del testamento vecchio e molte istorie di 
vergini. 2 Fu prontissimo nelFarte, fu uomo molto godente. Fece 
moltissimi lavorii a moltissimi signori, per insino alia olimpia 
408 ; 3 fiori [in] Etruria molto egregiamente ; fece moltissimi lavorii 
nella citta di Bologna. Fu dottissimo in tutta Farte; dipinse nella 
badia di Settimo 4 le storie di santo Jacopo e molte altre cose. 5 
Fu nella citta di Firenze un grandissirno numero di pittori molto 
egregi; sono assai I quali io non ho conti. 6 Tengo che Farte della 
pittura in quel tempo fiorisse piu che in altra eta in Etruria, molto 
maggiormente che mai in Grecia fosse ancora. 

Fu in Roma un maestro il quale fu di detta citta, fu dottissimo 
infra tutti gli altri maestri, fece moltissimo lavorio ; il suo nome fu 
Pietro Cavallini; 7 e vedesi dalla parte dentro sopra alle porte 4 
vangelisti di sua mano, in Santo Piero di Roma, di grandissima 
forma, molto maggiore che il naturale; e due figure, un san Piero 
ed un san Pagolo, e sono di grandissime figure molto eccellente- 
mente fatte e di grandissirno rilievo, e cosi ne sono dipinte nella 
nave dallato; 8 ma tiene un poco della maniera antica cioe greca. 
Fu nobilissimo maestro : dipinse tutta di sua mano Santa Cecilia 
in Trastevere, 9 la maggior parte di Santo Crisogono, 10 fece istorie 
sono in Santa Maria in Trastevere di musaico molto egregiamente: 
nella cappella maggiore 6 istorie. 11 Ardirei a dire in muro non avere 
veduto di quella materia lavorare mai meglio. Dipinse in Roma 
in molti luoghi. Fu molto perito in detta arte. Dipinse tutta la chie- 
sa di Santo Francesco, 12 in Santo Pagolo era di musaico la faccia 
dinanzi, dentro nella chiesa tutte le pareti della nave di mezzo erano 

i. Dipinse . . . istorie: perdute. 2. Dipinse . . . vergini: perdute. 3. alia 
olimpia 408: Jo Schlosser propone di emendare 1'olimpiade 408, che cor- 
risponderebbe al 1287, con Folimpiade 418, corrispondente cioe al 1337. 
4. badia di Settimo: presso Firenze. 5. le storie . . . cose: perdute. 6. con- 
ti: conoscluti. 7. Fu . . . Cavallini: Fattivita documentata di Pietro Ca- 
vallini romano oscilla dal 1285 al 1308. 8. e vedesi . . . dallato: opere tut- 
te scomparse insieme con la vecchia chiesa. 9. dipinse . . . in Trastevere: 
questi affreschi furono riscoperti nel 1902. io. la maggior . . . Crisogono: 
Adolfo Venturi attribuisce al Cavallini una Madonna in mosaico, ancora 
in ques ta chiesa. 1 1 . fece . . . istorie : tuttora esistenti nel coro della chiesa. 
12. Dipinse . . . Francesco: pare sia la chiesa di San Francesco a Ripa: ope- 
re perdute. 



LORENZO GHIBERTI 331 

diplnte storie del testamento vecchio. Era dipinto il capltolo tutto 
di sua mano egreglamente fatte. 1 

Fu FOrcagna 2 nobilissimo maestro, perito singolarissimamente 
nelTun genere e nell'altro. Fece II tabernacolo di inarmo d'Orto 
San MIchele: 3 e cosa eccellentisslma e singolare cosa, fatto con 
grandlssima diligenza. Esso fu grandissimo architettore e condusse 
di sua mano tutte le storie di detto lavorio. Ewi scarpellato di sua 
mano la sua propria effigie maravigliosamente fatta, fu di prezzo 
di 86 migliaia di fiorini. Fu uomo di singolarissimo ingegno: fece 
la cappella maggiore di Santa Maria Novella, e moltissime altre 
cose dipinse in detta chiesa, 4 e, ne j frati minori, tre magnifiche 
istorie fatte con grandissima arte; ancora in detta chiesa una cap- 
pella e rnolte altre cose pitte 5 di sua mano. 6 Ancora sono pitte di 
sua mano due cappelle in Santa Maria de* Servi; e dipinto un ri- 
fettoro 7 ne' frati di Santo Agostino. Ebbe tre fratelli, Puno fue 
Nardo : 8 ne' frati predicatori fece la cappella dello 'nferno che fece 
fare la famiglia degli Strozzi, 9 segui tanto quanto scrisse Dante in 
detto Inferno, e bellissima opera, condotta con grande diligenza. 
L'altro 10 ancora fu pittore e 1 terzo 11 fu scultore non troppo perfet- 
to. Fu nella nostra citta molti altri pittori che per egregi sarebbero 
posti, a me non pare porgli fra costoro. 

Ebbe la citta di Siena eccelientissimi e dotti maestri, fra i quali 
vi fu Ambruogio Lorenzetti, 12 fu famosissimo e singolarissimo mae- 
stro, fece moltissime opere. Fu nobilissimo componitore: 13 fra le 
quali opere e ne' frati minori 14 una storia, 15 la quale e grandissima 



i. in Santo Pagolo . . .fatte: tutte queste opere furono distrutte nell'in- 
cendio del 1823 di San Paolo fuori le Mura. z. Andrea di Cione, detto 
rOrcagna, per corruzione da Arcagnolo. Se ne hanno notizie docurnen- 
tate tra il 1344 e il 1368. 3. Fece . . . Michele: opera sua e di bottega, 
datata il 1359. 4. fece . . . chiesa: scornparse. 5. pitte: dipinte. 6. e, 
ne 9 frati .. .mano i tutte scornparse. 7. rifettoro: refettorio; scomparso. 
8. Nardo: Leonardo, comunemente detto Nardo di Cione, inscritto nel 
1355 nell'Arte dei Maestri di Pietra, e nel 1358 nell'Arte dei Pittori; 
mori probabilmente intorno ai 1366. 9. fece . . . Stroszi: gli affreschi an- 
cora conservati rappresentano 1'inferno, il paradiso, il Giudizio universale, 
Dopo il Ghiberti, vennero attribuiti alPOrcagna; oggi si ritorna in parte 
all'attribuzione ghibertina. 10. L'altro: lacopo di Cione: se ne hanno 
notizie tra il 1368 e il 1394. n. '/ terzo: Matteo di Cione. 12. Ambruo- 
gio Lorenzetti: se ne hanno notizie documentate tra il 1324 e il 1327. Mori, 
come il fratello, nella peste del 1348. 13. componitore: autore. 14. ne* 
frati minori: nella chiesa di San Francesco a Siena. 15. una storia: La 
vestizione di san Lodovico di Tolosa, e II martirio dei francescani a Ceuta ; 



332 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

ed egregiamente fatta, tiene tutta la parete d'un chiostro, come un 
giovine dilibero essere frate; come il detto giovane si fa frate e il 
loro maggiore il veste e come esso, fatto frate con altri frati, dal 
maggior loro con grandissimo fervore addimandano licenza di 
passare in Asia per praticare a' Sarrayni 1 la fede de' Cristiani e 
come i detti frati si partano, e vanno al Soldano, come essi co- 
minciarono a predicare la fede di Cristo. Di fatto essi furon presi 
e menati innanzi al Soldano: di subito comando essi fussono le- 
gati a una colonna e fussono battuti con verghe. Subito essi furon 
legati e due cominciorono a battere i detti frati. Ivi e dipinto^come 
due gli hanno battuti e colle verghe in mano e, scambiati altri due, 
essi si riposano co' capelli molli, gocciolanti di sudore, e con tanta 
ansieta e con tanto aifanno: pare una maraviglia a vedere Parte 
del maestro, ancora e tutto il popolo a vedere cogli occhi adosso 
agli ignudi frati. Ewi il Soldano a sedere al modo moresco e con 
variate portature e con diversi abiti, pare vedere essi essere certa- 
mente vivi, e come esso Soldano da la sentenza essi siano impic- 
cati a un albero. Ewi dipinto come essi ne impiccano uno ad un 
albero, manifestamente tutto il popolo che v'e a vedere sente par- 
lare e predicare il frate impiccato all'albero. Come comanda al 
giustiziere essi siano decapitati. Ewi come essi frati sono decapitati 
con grandissima turba a vedere a cavallo e a piede. Ewi Pesecu- 
tore della giustizia con moltissima gente armata; ewi uomini e fe- 
mine, e, decapitati i detti frati, si muove una turbazione di tempo 
scuro con molta grandine, saette, tuoni, tremuoti: pare a vederla 
dipinta pericoli il cielo e la terra, pare tutti cerchino di ricoprirsi 
con grande tremore; veggonsi gli uomini e le donne arrovesciarsi 
i panni in capo e gli armati porsi in capo i palvesi, essere la gran- 
dine folta in su i palvesi, pare veramente che la grandine balzi in su 
palvesi con vend maravigliosi. Vedesi piegare gli alberi insino in 
terra e quale spezzarsi e ciascheduno pare che fugga; ognuno si 
vede fuggente; vedesi il giustiziere cadergli sotto il cavallo ed uc- 
ciderlo: 2 per questo si battezzo moltissima gente. Per una storia 
pitta mi pare una maravigliosa cosa. 

Costui fu perfettissimo maestro, uomo di grande ingegno. Fu 

opere scomparse. Ne rimangono alcuni frammenti nella chiesa di San Fran- 
cesco a Siena e nella National Gallery di Londra. i. praticare a* Sar- 
rayni: insegnare ai Saraceni. z. cadergli . . . ucciderh: venire ucciso dal 
cavallo. 



LORENZO GHIBERTI 333 

nobilissimo disegnatore, fu molto perito nella teorica di detta arte. 
Fece nella facciata dello spedale 1 due storie e furono le prime : 1'una 
e quando Nostra Donna nacque, la seconda quando ella ando al 
tempio, molto egreglamente fatte. Ne' frati di Santo Agostino di- 
pinse il capltolo; 2 nella volta sono pitte le storie del Credo. Xella 
faccia maggiore sono tre istorie: la prima e come santa Caterina 
e in un tempio e come il tiranno e alto e come egii la domanda: 
pare che sia in quel di festa in quel tempio; ewi dipinto molto 
popolo dentro e di fuori. Sonvi i sacerdoti all'altare, come essi 
fanno sacrificio. Questa istoria e molto copiosa 3 e molto eccellente- 
mente fatta. Dall'altra parte come ella disputa innanzi al tiranno 
co j savi suoi e come e' pare ella li conquida. Ewi come parte di 
loro pare entrino in una biblioteca e cerchino di libri per conqui- 
derla: 4 nel mezzo Cristo crocifisso co j ladroni e con gente armata 
a pie delia croce. Nel Palagio di Siena 5 e dipinto di sua mano la 
pace e la guerra; ewi quello s'appartiene alia pace e come le mer- 
catanzie vanno sicure con grandissima sicurta e come le lasciano 
ne' boschi e come e' tornano per esse. E le storsioni 6 si fanno 
nella guerra stanno perfettamente. 7 Ewi una cosmografia 8 cioe 
tutta la terra abitabile. Non c'era allora notizia della cosmografia 
di Tolomeo, non e da maravigliare se la sua non e perfetta. E tre 
tavole nel duomo 9 molto perfette di sua mano. a Massa una 
grande tavola ed una cappella. 10 A Volterra una nobile tavola di sua 
mano. 11 In Firenze e il capitolo di Santo Agostino. 12 In Santo Bro- 
colo 13 in Firenze e una tavola e una cappella. Alia Scala, dove si ri- 
tengono i gittati, 14 e una Nunziata molto maravigliosamente fatta. 
[Maestro Simone 15 fu nobilissimo pittore e molto farnoso. Ten- 

i. Fece . . . spedale: TArcispedale della Scaia in Siena: questi affreschi 
sono perduti, 2, Ne' frati . . . capitolo: in Siena: opera scomparsa. 3. mol- 
to copiosa: ricca di figure. 4. per conquiderla: per vincerla nella disputa. 
5. Nel Palagio di Siena: nella sala della Pace, del Palazzo del Comune di 
Siena, si trovano ancora questi aifreschi del ciclo degli Effetti del buono 
e del cattivo governo, eseguiti dal 1338 al 1340. 6, storsioni: prepotenze. 
7. stanno perfettamente : sono perfettamente rappresentate. 8. cosmogra- 
fia: carta geografica del mondo. 9. E tre . . . duomo: opera perduta. 
10. 'E . . . cappella: scomparsa. Si conserva soltanto una tavola con Madon- 
na in trono, nel museo di Massa Marittima. n. A Volterra . . . mano: 
non se ne ha notizia. 12. In Firenze . . . Agostino: in Santo Spirito; scom- 
parso. 13. In Santo Brocolo: in San Procolo; opere scomparse. 14. Alia 
Scala* . . gittati: alFArcispedale della Scala, dove si custodiscono i trova- 
telli; opera scomparsa. 15. Simone Martini; si hanno notizie di lui tra il 
1320 e il 1324: ne parla il Petrarca nelle Rime, nei sonetti Per mirar Poli- 
cleto . . . e Quando giunse a Simon . . . e nelle Fam., v, 17. 



334 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

gono i pittorl sanesl fosse il migliore, a me parve molto migliore 
Ambruogio Lorenzetti ed altrimenti dotto che nessuno degli altri. 
Torniamo a maestro Simone: di sua mano e nel Palagio, in su la 
sala, una Nostra Donna col fanclullo in collo e con niolte altre fi- 
gure intorno, molto maravigliosamente colorita. 1 E in detto Palagio 
una tavola molto buona 2 e nella facciata dello spedale due storie 3 
fatte come Nostra [Donna] e isposata, Faltra come e visitata da 
molte donne e vergini, molto adorne di casamento e di figure. 
E nel duomo due tavole di sua manor 4 era cominciata sopra alia 
porta che va a Roma una grandissima istoria d'una incoronazione : 
vidila disegnata colla cinabrese. 5 Ancora e sopra la porta delP opera 
una Nostra Donna col fanciullo in braccio e di sopra e uno sten- 
dardo con agnoletti volanti che lo tengono e con molti altri santi 
intorno, fatta con molta diligenza. 6 E stette al tempo della corte 
[di] Avignone e fe molte opere. Lavoro con esso maestro Filippo, 
dicono ch'esso fu suo fratello: 7 furono gentili maestri e loro pitture 
furon fatte con grandissima diligenza molto delicatamente finite: 
feciono grandissima quantita di tavole. 

I maestri sanesi dipinson nella citta di Firenze. Uno maestro, il 
quale fu cbiamato Barna: 8 costui fu eccellentissimo fra gli altri; 
e due cappelle ne' frati di Santo Agostino, 9 con moltissime fra Tal- 
tre istorie ed un giovane va a giustiziarsi, va con tanto tremore 
della morte, e con lui un frate lo conforta, con molte altre figure. 
riguardar 10 Farte usata per 11 quello maestro o molte altre istorie; 
in detta arte fu peritissimo. A San Gimignano 12 molte istorie del 
testamento vecchio, e n'e 13 a Cortona 14 assai lavoro: fu dottissimo. 

Fu in Siena ancora Duccio/ 5 il quale fu nobilissimo, tenne la 

i. di sua . . . colorita: nella sala del Consiglio del Palazzo Comunale di 
Siena: si conserva ancora. 2. B . . . buona: scomparsa. 3. due storie: 
scomparse. 4. E nel duomo . . . mano : una e I'Annunciasione, fatta insieme 
a LIppo Memmi, datata 1333; si trova ora a Firenze agli Uffizi. L'altra 
e perduta. 5. vidila . . . cinabrese: abbozzata col cinabrese, cioe con un 
colore rosso chiaro. 6. Ancora. . . diligenza: opera scomparsa; delVo- 
pera : del Duomo. 7. e dicono . . . fratello : era invece cognato : Simone 
Martini sposo Giovanna di Memmo di Filippuccio, sorella di Lippo Mem- 
mi; anche il Vasari ritiene Lippo Memmi fratello di Simone. 8. Barna: 
abbreviazione di Baraaba: il Milanesi propone di identificarlo in Barna 
Bertini, ricordato a Siena nel 1340. 9. e . . . Agostino: non se ne ha traccia. 
10. riguardar: e degna di ammirazione. n. per: da. 12. A San Gi- 
mignano: nella Collegiata; si conservano ancora. 13. n'e: di queste storie. 

14. a Cortona: nella chiesa di Santa Maria Maddalena; opere scomparse. 

15. Ductio di Buoninsegna, ricordato nei document! nel 1278. Mori nel 
1319. 



LORENZO GHIBERTI 335 

maniera greca. E dl sua mano la tavola maggiore del duomo dl 
Siena: e nella parte dinanzi la Incoronazlone dl Nostra Donna 
e nella parte dl dietro il testamento nuovo. 1 Questa tavola fu fatta 
molto eccellentemente e dottarnente, e magnifica cosa e fu nobilis- 
simo pittore. Moltissimi pittori ebbe la citta dl Siena e fu molto 
coplosa di mirablli ingegni. Molti ne lasciamo indietro 2 per non 
ne abbondare nel troppo dire. 

Ora diremo degli scultori furono In quest! tempi. Fu Giovanni 
figliuolo di maestro Xicola. 3 Maestro Giovanni fece il pergamo di 
Pisa, fu di sua mano il pergamo di Siena e '1 pergamo di Pistoia, 
Queste op ere si veggono di maestro Giovanni, e la fonte di Perugia. 4 
Maestro Andrea da Pisa 5 fu bonissimo scultore, fece in Pisa mol- 
tissime cose a Santa Maria a Ponte, 6 fece nel campanile in Firenze 
sette opere delia misericordia, sette virtu, sette scienze, sette pia- 
neti. 7 Di maestro Andrea ancora sono intagliate quattro figure di 
quattro braccia Funa. 8 Ancora vi sono intagliate grandissirna parte 
di quelli i quali furono trovatori delFarte: 9 Giotto si dice scolpi 
le prime due storie. 10 Fu perito nelFuna arte e nelFaltra. Fece 

i. & di sua mano . . . nuovo: e la Maestd, non la Incoronazione: si trova 
ora, in gran parte, nel museo delFOpera del Duomo di Siena. Altri 
pannelli si trovano sparsi nelle seguenti collezioni: \J Annundazione^ il 
Cristo die risana il cieco e la Transfigurazione, nella National Gallery di 
Londra; la Tentazione di Cristo nella Collezione Frick di New York; 
la Chiamata dei figli di Zebedeo a Washington, nella National Gallery of 
Arts; il Cristo e la samaritana, e la Resurrezione di Lazzaro r nella Colle- 
zione J. D. Rockefeller di New York, e infine, La Nativitd nel Kaiser 
Friedrich Museum di Berlino. 2. Molti . . . indietro : oltre a Pietro Lo- 
renzetti, il Ghiberti ha tralasciato Lippo e Andrea Vanni, Bartolo di Fredi, 
Taddeo Bartoii, Luca di Tome. 3. Giovanni . . . Nicola: se ne hanno 
notizie documentate tra il 1245 e il 1249; nacque circa il 1244, rnori dopo 
il 1314. 4. fece . . . di Perugia: tutte queste opere ancora sussistono. 

5. Andrea da Pisa: Andrea di ser Ugolino da Pontedera, detto Andrea 
Pisano, morto nel 1348 a Orvieto, mentre attendeva ai lavori del Duomo. 

6. fece . . . Ponte: in Santa Maria della Spina: opere scomparse. 7. nel 
campanile . . . pianeti : sono i rilievi della parte superiore della base del 
campanile, condotti a terrnine tra il 1337 e il 1342, sotto la direzione di 
Andrea. Esistono ancora: lo Schlosser ha dimostrato che quei rilievi 
che il Ghiberti chiama le Sette opere di misericordia rappresentano invece 
/ sette sacramentL 8. quattro . . . I'una: ne e incerta Pidentificazione: po- 
trebbero essere Davide e Salomone, la Sibilla Tiburtina e la Sibilla Eritrea, 
9. di quelli . . . arte: inventori delle arti liberali e rneccaniche. 10. Giotto 
. . . storie: qui, secondo lo Schlosser, il Ghiberti segue il Pucci che, nel 
Centiloquio, scrive, a proposito del campanile e di Giotto: II qual con- 
dusse tanto il lavorio che e prirni intagli fe* con bello stile. Attribu- 
zione incerta. 



336 PROSATORI VOLGARI PEL QUATTROCENTO 

maestro Andrea una porta di bronzo alia chiesa di Santo Giovanni 
Battista, 1 nella quale sono intagliate le storie del detto santo Gio- 
vanni, e una figura di santo Stefano, 2 che fu posta nella faccia di- 
nanzi a Santa Reparata dalla parte del campanile. Queste sono le 
opere si trovano di questo maestro. Fu grandissimo statuario, fu 
nella olimpia 4io. 3 

In Germania nella citta di Colonia fu un maestro delTarte sta- 
tuaria molto perito [nominato Gusmin], 4 fu di eccellentissimo in- 
gegno; stette col duca d'Angio, 5 fecegli fare moltissimi lavorii d'oro ; 
fra gli altri lavorii f6 una tavola d'oro, la quale, con ogni sollecitu- 
dine e disciplina, questa tavola condussela molto egregiamente. 
Era perfetto nelle sue opere, era al pari degli statuari antichi greci, 
fece le teste maravigliosamente bene, ed ogni parte ignuda; non 
era altro mancamento in lui, se non che le sue statue erano un poco 
corte. Fu molto egregio e dotto ed eccellente in detta arte. Vidi 
moltissime figure formate delle sue. Aveva gentilissima aria nelle 
opere sue, fu dottissimo. Vide disfare Popera la quale aveva fatta 
con tanto amore e arte pe' publici bisogni del duca, vide essere 
stata vana la sua fatica, gittosi in terra ginocchioni, alzando gli oc- 
chi al cielo e le mani, parlo dicendo : O Signore, il quale go- 
verni al cielo e la terra e costituisti tutte le cose, non sia la mia tanta 
ignoranza ch'io segui altro che te, abbi misericordia di me. Di 
subito cio che aveva cerco di dispensare per amore del creatore 
di tutte le cose. Ando in su un monte, ove era un grande romi- 
torio, entro ed ivi fece penitenza, mentre che visse; fu nella eta, 
fini al tempo di papa Martino. 6 Certi giovani, quali cercavano es- 
sere periti nell'arte statuaria mi dissono come esso era dotto nel- 
Pun genere e nelPaltro e come esso dove abitava aveva pitto, era 

i. una porta . . . Battista: e la porta di bronzo del Battistero, che tut- 
tora si conserva, ordinata dai consoli deirArte della Lana nel 1329, 
messa in opera nel 1338; era allora al posto d'onore dirimpetto al 
Duomo che fu. poi preso dalla porta del Paradiso. 2. una figura di 
santo Stefano i opera perduta. 3. olimpia 410: occorre emendare con 
olimpiade 420, cioe 1347. 4. Gusmin: e stato proposto di identificare 
questo Gusmin, o Goswin, con Guglielmo di Colonia, Klaus Sluter, 
Bamboccio da Piperno ; lo Swarzenski ha visto in questo artista il maestro 
del gruppo della Crocifissione di Francoforte. Non e rintracciabile nes- 
suna delle opere nominate dal Ghiberti. II poeta tedesco Chamisso si e 
ispirato a questa figura, per le sue terzine Bin Kolner Meister ... 5. du- 
ca d*Angid: Ludovico III d'Angi6, nominato dalla regina Giovanna II 
duca di Calabria nel 1423. 6.fu... Martino: visse e morl al tempo di 
papa Martino V. 



LORENZO GHIBERTI 337 

dotto e fini nella oiimpia 438. z Fu grandissimo disegnatore e 
molto docile. Andavano i giovani, che avevano volonta d'appa- 
rare, a visitarlo pregandolo ; esso umillsslmarnente li riceveva dan- 
do loro dotti ammaestramenti e mostrando loro moltissime misure 
e facendo loro molti essempli; fu perfettissimo, con grande umilta 
fini in quel romitorio. Conciosiacosa e' eccellentissimo fu nell'arte 
e di santlssima vita. 

Di Teofrasto seguiremo la sua sentenza, confortando 2 piu gli 
ammaestrati 3 che i confident! della pecunia: 4 lo ammaestrato di 
tutte le cose solo e ne pellegrino 5 negli altrui luoghi e perdute le 
cose familiari e necessarie bisognoso 6 d'arnici ed 7 essere in ogni 
citta cittadino, ai difEcili casi della fortuna senza paura potere 
dispregiare; e quello il quale non dai presidi ma in inferma vita 
essere confitto. 8 Ed Epicuro non differ enziataniente dice poche 
cose ai savi tribuire la fortuna, le quali overo 9 massime e necessarie 
sono, con pensieri delTanimo e della mente essere governate. Ed 
ancora dissono questo piii filosofi. Non meno i poeti scrissono in 
greco le antiche cornmedie ed esse medesime sentenze nelle scene 
pronunziarono in versi, come Eucrates, Chyonides, Aristophanes, 
e massimamente ancora questi Alesso 10 disse bisognare, impero 
laudati gli Ateniesi che le leggi di tutti i Greci costringono ubbi- 
dienti dai figliuolij 11 degli Ateniesi non tutti se non quelli i quali 
figliuoli ammaestrasson delParti." Impero che tutti i doni della 
fortuna quando si danno, da essa agevolmente si ricolgono, e le 
discipline congiunte cogli animi per niuno tempo 13 mancano, ma 

i. oiimpia 438: II 1437. 2. Di Teofrasto . . . confortando. Tutto il brano, 
con un leggero adattamento in fondo e con qualche fraintendimento, e 
la faticosa traduzione di un passo della prefazione di Vitnivio al libro L, 
6, De architectural confortando'. sostenendo che valgono. 3. gli amma- 
estrati: le persone istruite. 4. i confidenti della pecunia: coloro che con- 
fidano nel denaro. 5. e ne pellegrino: non e straniero. 6. le cose. . . 
bisognoso: sottinteso non e. 7. ed: e puo. 8. e quello . . . confitto. La 
frase e incompleta, come mostra il confronto con 1'originale latino: at 
qui non doctrinanini, sed felicitatis praesidiis putaret se esse vallaturn, 
labidis itineribus vadentem, non stabili sed infirma conflictari vita . Colui 
il quale crede di essere difeso dai presidio della fortuna e non da quello 
della sapienza, avanzando per sdrucciolevoli sentieri si trova a essere 
agitato da una vita malsicura. 9. overo: in effetti. 10. Alesso: della 
nuova commedia attica. n. le leggi . . .figliuoli: a essere ubbiditi: il testo 
di Vitruvio porta: Omnium Graecorum leges cogunt parentes ali a li- 
beris ; ma nel codice letto dai Ghiberti mancava ali . 12. ammaestrasson 
delVarti: avessero ammaestrato nell'arte i figlioli, 13. per niuno tempo: 
mai. 



338 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

rimangono stabilmente alia somma uscita della vita. 1 E cosi mas- 
sime ed infinite grazie fo io ai parenti, che, provanti 2 la legge degli 
Ateniesi, me curarono ammaestrare nell'arte ed essa la quale 3 non 
puo essere provata senza disciplina di lettera e fiducia 4 di tutte le 
dottrine. Conciosiacosa adunque che per cura dei parenti e delle 
dottrine dei comandamenti 5 avere accresciuto 1'opere delle lettere 
o vero delle discipline neile cose filologi e filocine 6 e nelle scritture 
dei commentari me dilettare ed esse possession! nelPanimo ho ap- 
parecchiate, delle quali questa e la somma de' frutti, nulla ne- 
cessita essere piu d'avere essa essere proprieta di ricchezza massi- 
mamente, nulla desiderare. 7 Ma per awentura assai giudicanti 8 
queste cose leggieri 9 pensano quelli essere savi che di pecunia 
siano copiosi e pieni; a questo proposito contendenti con audacia 
aggiunta colle ricchezze la notizia sono seguiti. 10 E io, o eccellen- 
tissimo, 11 non ho a ubbidire la pecunia, diedi Io studio per 1'arte, 12 
la quale da mia puerizia ho sempre seguita con grande studio e 
disciplina. Conciosiacosa ch'io abbia sempre i primi precetti, 13 
ho cercato di investigare in che modo la natura precede in essa 14 
ed in che io mi possa appressare a essa, come le specie venghino 
aH'occhio e quanto la virtu visiva opera e come PC cose] visuali 
vanno ed in che modo la teorica delTarte statuaria e della pittura 
si dovesse condurre. 

Nella mia giovenile eta, negli anni di Cristo 1400, mi partii si 
per la corruzion delTaria, 15 da Firenze, e si pel male stato della 
patria, 16 con un egregio pittore, 17 il quale 1'aveva richiesto il signore 



i. alia somma . . . vita: sino alia morte. 2. provanti: approvando. 3. ed 
essa la quale: e in quell'arte che. 4. fiducia: sicura conoscenza. 5- Con- 
ciosiacosa . . . comandamenti: latineggia barbaramente. 6. filologi e filo- 
cine: fraintende: praeceptorum doctrinis philologis et philotechnis , 
doe nelle arti e nelle lettere. 7. nulla... desiderare: Vitruvio dice: 
(.Nullas plus habendi esse necessitates eamque esse proprietatem divi- 
tianim maxime, nihil desiderare. 8. assai giudicanti: molti che giudi- 
cano. 9. queste cose leggieri: che queste cose (cioe Parte e le lettere) val- 
gano poco. io. a questo . . . seguiti: coloro che hanno mirato a questo 
sono riusciti a ottenere con audacia la fama insieme con le ricchezze. 
ii. o eccellentissimo: al posto di Caesar , del testo latino. 12. diedi . . . 
arte: scelsi Io studio solo per amore dell'arte. 13. abbia. . . precetti: 
indagato gli elementi primi ed essenziali. 14. in essa: cioe, nelParte. 
15. per . . . aria: per un'epidemia pestilenziale. 16. pel . . .patria: per le 
inquietudini politiche: e il periodo delk persecuzione contro le famiglie 
implicate nel tumulto dei Ciompi o invise airoligarchia. 17. un egregio 
pittore: non si sa di chi si tratti. 



LORENZO GHIBERTI 339 

Malatesta da Pesaro, 1 II quale ci fece fare una camera, la quaie da 
noi fu pitta con grandissima dlligenza. L'anlmo mio alia pittura 
era in gran parte volto: erane cagione I'opere le quali il signore ci 
promettea, 2 ancora la compagnia, con chi io ero, sempre mostran- 
domi Fonore e 1'utile che e* ci acquisteremo. Nondimeno in questo 
istante da miei amici mi fu scritto come i governatori 3 del tempio 
di Santo Giovanni Battista mandano pe 5 maestri I quali siano 
dotti, de' quali essi vogliono vedere prova. Per tutte le terre 
d' Italia moltissimi dotti maestri vennono per mettersi a questa 
prova e questo combattimento. Chiesi licenza dal signore e dal 
compagno. Sentendo il signore il caso, subito mi die licenza; in- 
sieme cogli altri scultbri fummo innanzi agli operai 4 di detto tem- 
pio. Fu a ciascuno dato quattro tavole d'ottone. La dimostrazione 
vollono i detti operai e governatori di detto tempio ciascuno 5 
facesse una istoria di detta porta, la quale storia elessono fusse 
Pimmolazione di Isaac e ciascuno de s combattitori 6 facesse una 
medeslma istoria. Condussonsi dette prove in un anno e [a] quello 
vinceva doveva essere dato le vittoria. Furono i combattitori que- 
st! : Filippo di ser Branellesco, 7 Simone da Colle, 8 Nicolo d'A- 
rezzo, 9 Jacopo della Quercia da Siena, 10 Francesco di Valdambri- 
na, 11 Nicolo Lamberti; 12 fummo sei a fare detta prova, 13 la quale 
prova era dimostrazione di gran parte delParte statuaria. Mi fu 
conceduta la palma della vittoria da tutti i periti e da tutti quelli 
si provorono meco. Universalmente mi fu conceduta la gloria senza 
eccezione. A tutti parve avessi passato gli altri in quel tempo senza 
veruna eccezione, con grandissimo consiglio ed esaminazione d'uo- 



1. Malatesta il Senatore, signore di Pesaro dal 1386. Mori nel 1429. 

2. ci promettea: sottinteso di farci dipingere. 3. i governatori: gli ad- 
detti all'opera. 4. operai: i sovraintendenti. 5. ciascuno: fu che ciascuno. 
6. combattitori: competitor!. 7. Filippo di ser Brunellesco: Filippo Bru- 
nelleschi, nato il 1377, mori a Firenze nel 1446. 8. Di Simone da Colle 
Val d'Elsa non si sa altro: il Vasari, nella Vita del Ghiberti, lo chiama 
Simone dei Bronzi. 9. Nicolo di Luca Spinelli, d'Arezzo, era fratello 
del pittore Spinello d'Arezzo, al quale il Vasari ha dedicate una Vita: 
nato fra il 1350 e il 1352, rnori fra il 1420 e il 1427. io. Jacopo della 
Quercia: e il grande scultore, nato a Siena nel 1374, morto nel 1458. 
ii. Francesco di Domenico di Valdambrina, orafo senese, aiuto di lacopo 
della Quercia nel 1413. Mori nel 1435. 12. Nicolo di Piero Lamberti: 
di Arezzo, aveva fatto nel 1396 due statue per il Duomo di Firenze; 
lavorb poi a lungo nelPalta Italia e mori a Firenze nel 1456. 13, fum~ 
mo . . . prova : nel Museo Nazionale del Bargello si trovano i modelli 
del Brunelleschi e del Ghiberti. 



340 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

mini dotti. Vollono gli operai di detto governo il giudicio loro 1 
scritto di loro mano, furono uomini molti periti tra pittori e scul- 
tori d'oro e d'argento e di marmo. I giudicatori furono 34 tra della 
citta e delle altre terre circostanti: da tutti fa data in mio favore 
la soscrizione della vittoria, e consoli ed operai e tutto il corpo 
dell'arte mercatoria, 2 la quale ha in governo il tempio di Santo Gio- 
vanni Battista. Mi fu conceduto e determinato facessi detta porta 
d'ottone pel detto tempio: la quale condussi con grande diligenza. 
E questa e la prima opera: 3 monto collo adornamento d'intorno 
circa a ventidue migliaia di fiorini. Ancora in detta porta sono 
quadri ventotto: ne' venti sono le istorie del testamento nuovo 
e da pie quattro vangelisti e quattro dottori, con gran quantita 
di teste umane intorno a detta opera: e condotta con grande amore 
diligentemente con cornici e foglie d'edera e gli stipiti con gran- 
dissimo adornamento di foglie di molte ragioni. Fu il pondo di 
detta opera migliaia 4 trenta quattro. Fu condotta con grandissimo 
ingegno e disciplina. In detto tempo si fece la statua di santo Gio- 
vanni Battista, 5 la quale fu di braccia quattro e un terzo: puosesi 
nel 1414 d'ottone fine. 

Dalla comunita di Siena mi fu allogato due istorie sono nel 
battesimo: 6 la storia quando santo Giovanni battezza Cristo, Pal- 
tra istoria quando santo Giovanni e menato preso innanzi a Erode. 
Ancora produssi di mia mano la statua di santo Matteo, 7 fu brac- 
cia quattro e mezzo d'ottone. Feci ancora d'ottone la sepoltura 
di messere Leonardo Dati, 8 generale de' frati predicatori: fu uomo 
dottissimo il quale trassi del 9 naturale; la sepoltura e di poco ri- 
lievo, ha un epitaffio a piedi. 10 Eziandio feci produrre di marmo 
la sepoltura di Lodovico degli Obizi e Bartolomeo Valori, 11 i quali 
sono sepolti ne' frati minori. Ancora apparisce una cassa di bron- 



i. loro: degli uomini dotti. 2. deWarte mercatoria: dei mercanti. 3. la 
prima opera: prima opera di scultura da lui iniziata. 4. migliaia: di lib- 
bre. 5. la statua . . . Battista: in Or San Michele; ordinata dalPArte di 
Calimala; si trova ancora in situ. 6. nel battesimo: per il fonte batte- 
simale; nel 1417. 7. la statua di santo Matteo: fu ordinata nel 1420, 
per 1'Arte della Zecca. Si trova ancora in situ. 8. la sepoltura . . . Dati: 
la sepoltura del Generale dei domenicani Leonardo Dati, rratello di 
Goro: si trova ancora in Santa Maria Novella. 9. trassi del: ritrassi al. 
10. a piedi: in una pietra terragna. n. Lodovico degli Obizi , condottiero 
fiorentino, mori nel 1424 alia battaglia di Zagonara; Bartolomeo Valori , 
uomo politico fiorentino, nacque il 1355 e mori il 1427. 



LORENZO GHIBERTI 34! 

zo 1 In Santa Maria degli Agnoli, I quali abitano frati di santo Be- 
nedetto: in detta cassa sono Fossa di tre martin, Proto, Jacinto 
e Xemesio, Sono scolpiti nella faccia dinanzi due agnoletti, ten- 
gono in mano una grillanda d'ulivo nelia quale sono scritte lettere 
de* nomi loro. In detto tempo legai in oro una corniola 2 di gran- 
dezza d'una noce colla scorza, neila quale erano scolpite tre figure 
egregissimamente fatte per le mani d'un eccellentissimo mae- 
stro antico. Feci per picciuolo un drago colFali un poco aperte e 
colla testa bassa, alza nel mezzo il collo, Pali faceano la presa del 
sigilio: era il drago, il serpente noi vogliamo dire, era tra foglie 
d'edera, erano intagliate di rnia mano intorno a dette figure lettere 
antiche titolate nel nome di Nerone, 3 le quali feci con grande di- 
ligenza. Le figure erano in detta corniola un vecchio a sedere in su 
uno scoglio, era una pelle di leone e legato colle mani drieto a un 
albero secco: a piedi di lui v'era un infans 4 ginocchioni colPuno 
pie e guardava un giovane, il quale aveva nella mano destra 
una carta e nella sinistra una citera, 5 pareva V infans addiman- 
dasse dottrina al giovane. Queste tre figure fur on fatte per la nostra 
eta. 6 Furono certamente o di mano di Pirgotile o di Policreto: 7 
perfette erano quanto cose vedessi mai celate 8 in cavo. 

Venne papa Martino a Firenze, 9 allogommi a fare una mitria 
d'oro e un bottone d'un piviale, nel[la] quale feci otto mezze 
figure d'oro e nel bottone feci una figura d'un Nostro Signore che 
segna. 10 Venne papa Eugenio ad abitare nella citta di Firenze, 11 
fecemi fare una mitria d'oro, 12 la quale peso Poro di detta mitria 
libbre quindici, pesorono le pietre libbre cinque e mezzo. Furono 
stimate da' gioiellieri della nostra terra trentotto migliaia di fio- 
rini, furono balasci, 13 zaffiri e smeraldi e perle. Furono in detta 
mitria perle sei grosse come avillane. 14 Fu ornata con molte figure e 

i . una cassa di bronzo : ordinata da Cosimo dei Medici : restaurata, si trova 
nel Museo Nazionale di Firenze. 2. una corniola: opera perduta. Questa 
comiola apparteneva a Giovanni di Cosimo dei Medici. 3. titolate . . . 
Nerone: anche il Vasari raccoglie la leggenda che si trattasse del sigilio di 
Nerone. 4. infans: infante. 5. citera: cetra. 6. per .. . eta: per rappre- 
sentare le eta delFuomo. 7. Furono . . . Policreto: e indimostrabile e leg- 
gendaria Fattribuzione a Policleto, o a Pirgotheles orafo intagliatore del- 
Fepoca di Alessandro, del quale park Plinio. 8. celate: cesellate. 9. Ven- 
ne ...a Firenze: papa Martino V venne a Firenze nel 1419, dopo il Concilio 
di Costanza. 10. una mitria . . . segna: opere perdute; che segna: che be- 
nedice. 1 1 . Venne . . . Firenze : papa Eugenio IV venne a Firenze nel^ 1434. 
12. una mitria d'oro: opera perduta. 13. balasci: rubini. 14. avillane: 
nocciole avellane. 



342 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

con moltissimi adornamenti e nella parte dinanzi un trono con 
molti angioletti intorno, e un Nostro Signore in mezzo, dalla 
parte di drieto similmente una Nostra Donna co' medesimi an- 
gioletti intorno al trono: sono in compassi 1 d'oro i quattro vange- 
listi e sono moltissimi agnoletti nel fregio v'ha da pie, e fatta con 
grande magnificenza. Tolsi a fare dai governatori delTarte della 
lana una statua d'ottone di braccia quattro e mezzo, 2 puosono 
nello oratorio d'Orto Santo Michele, la quale statua e fatta per 
santo Stefano martire, la quale, secondo 1'opere mie, fu fatta con 
grande diligenza. Allogoronmi a fare gli operai di Santa Maria 
del Fiore una sepoltura d'ottone pel corpo di santo Zenobi 3 
di grandezza di braccia tre e mezzo, nella quale sono scolpite 
istorie di detto santo Zenobi. Nella parte dinanzi e come e j ri- 
suscita il fanciullo il quale la madre gli lascio in guardia tanto 
ch'ella tornasse di pellegrinaggio. E come il fanciullo, essendo la 
donna in cammino, mori: e tornando lo addimanda a santo Ze- 
nobi, e come esso lo risuscita e come un altro fu morto dal carro. 
Ancora v'e come risuscita Tuno de' due famigli gli mando santo 
Ambruogio, mori in su Palpe, e come il compagno si duole della 
morte sua e santo Zenobi disse: Va che dormi, tu il troverai 
vi vo> _ come esso ando e trovollo vivo. Nelk parte di drieto 
sono sei agnoletti, tengono una grillanda di foglie d'olmo; ewi 
dentro un epitaffio intagliato di lettere antiche in onore del santo. 
Fummi allogata 1'altra porta cioe la terza porta di Santo Gio- 
vanni, 4 la quale mi fu data licenza io la conducessi in quel modo 
ch'io credessi tornasse piu perfettamente e piu ornata e piu ricca. 
Cominciai detto lavorio in quadri, i quali erano di grandezza d'un 
braccio e terzo; le quali istorie molto copiose di figure erano istorie 
del testamento vecchio, nelle quali mi ingegnai con ogni misura 
osservare in esse cercare imitare la natura quanto a me fosse pos- 
sibile, e con tutti i lineamenti che in essa potessi produrre e con 
egregi componimenti e doviziosi con moltissime figure. Misi in 
alcuna istoria circa di figure cento ; in quali istorie meno e in qual 
piu. Condussi detta opera con grandissima diligenza e con grandis- 
simo amore. Furono istorie dieci, tutti in casamenti colla ragione, 

i. compassi: compartimenti. z. una statua . . . mezzo: ordinata nel 1427, 
e terminate nel 1438. 3. una sepoltura . . . Zenobi: si trova ancora nel 
Duomo di Firenze. 4. la terza . . . Giovanni: la terza del Battistero, la 
seconda a lui affidata. 



LORENZO GHIBERTI 343 

che 1 Focchio li misura, e veri in modo tale che, stando remoti da 
essij appariscono rilevati. Hanno pochlsslmo rilievo ed in su i piani 
si veggono le figure che sono propinque apparire maggiori e le 
remote minori, come addimostra il vero. Ed ho seguito tutta questa 
opera con dette misure. Le storie sono died. La prima e la crea- 
zione dell'uorno e della fernina, e come essi disubbidirono al crea- 
tore di tutte le cose. Ancora in detta istoria come e' sono cacciati 
del paradiso per il peccato cornmesso: contiene in detto [quadro] 
quattro istorie cioe effetti. 2 Nel secondo quadro e come Adamo ed 
Eva hanno Caino ed Abel creati piccoli fanciulli. Ewi come e 5 fan- 
no sacrificio: e Caino sacrificava le piu tristi e le piii vili cose egli 
aveva, ed Abel le migliori e le piu nobili egli aveva: il suo sacri- 
ficio era molto accetto a Dio e quel di Caino era tutto il contrario. 
Eravi come Caino per invidia ammazza Abel; in detto quadro 
Abel guardava il bestiame e Caino lavorava la terra. Ancora v'era 
come Iddio apparisce a Caino, domandalo del fratello che egli ha 
morto : cosi in ciascun quadro apparisce gli effetti di quattro isto- 
rie. Nel terzo quadro e come Noe esce dalTarca co' figliuoli e colle 
nuore e la moglie e tutti gli uccelli e gli animali; ewi [come] 
con tutta la sua brigata fa sacrificio. Ewi come e 5 pianta la vigna 
e come egli inebria e Cam suo figliuolo lo ischernisce; e come gli 
altri due suoi figliuoli lo ricoprono. Nel quarto quadro e come 
[ad] Abraam apparisce tre angeli e come n'adora uno: e come i 
seni e 1'asino rimangono appie del rnonte, e come egli ha spogliato 
Isaac e vuollo sacrificare e Fagnolo gli piglia la mano del coltello 
e mostragli il montone. Nel quinto quadro e come a Isaac nasce 
Esau e Jacob; e come e' mando Esau a cacciare e come la madre 
ammaestra Jacob e porgegli il cavretto e la pelle e pongliele al 
collo e dicegli chiegga la benedizione a Isaac. E come Isaac gli 
cerca il collo e trovalo piloso, dagli la benedizione. Nel sesto qua- 
dro e come Joseph e messo nella cisterna da' fratelli: come e' 
lo vendono e come egli e donato a Faraone, re d'Egitto, e pel sogno 
che rivelo la grande fame doveva essere in Egitto, il rimedio che 
Joseph diede, e tutte le terre e provincie scamporono; ebbono il 
bisogno loro. E come e' fu da Faraone molto onorato. Come Jacob 
mando i figliuoli e Joseph li riconobbe; e come e j disse loro che 
tornassero con Beniamin loro fratello, altrimenti non arebbono 

i. in casamenti . . . che: in riquadii, fatti in modo che. 2. effetti: fatti. 



344 PROSATORX YOLGARI DEL QUATTROCENTO 

grano. Tornarono con Beniamin, esso fece loro il convito e fece 
mettere la coppa nel sacco a Beniamin, e come fu trovato e menato 
innanzi a Joseph e come e s si die a conoscere a' fratelli. Nel settimo 
quadro e come Aloises riceve le tavole in sul monte e come a mezzo 
il inonte rimase Josue e come il popolo si meraviglia dei tremuoti 
saette e tuoni ; e come il popolo sta a pie del monte tutto stupefatto. 
Xell'ottavo quadro e come Josue ando a Gerico, venne e puosevi 
Giordano e puose 12 padiglioni; come ando intorno a Gerico so- 
nando le trombe e come in capo di sette di caddono le mura e pre- 
son Gerico. Nel nono quadro e come Davit uccide Golia e come 
e j rompono quelli del popolo d'Iddio i Filistei; e come e' torna 
colla testa di Golia in mano e come gli viene innanzi il popolo so- 
nando e cantando e dicendo: Saul percussit mille et David decem 
milia.)) 1 Nel decimo quadro e come la reina Saba viene a visitare 
Salomone con grande compagnia; e adornata, con molta gente in- 
torno. Sono figure 24 nel fregio v'ha intorno a dette istorie, v j hanno 
tra Fun fregio e Faltro una testa: sono teste 24. Condotta con 
grandissimo studio e disciplina delle mie opere, e la piii singolare 
opera ch'io abbia prodotta, e con ogni arte e misura e ingegno e 
stata finita. V'ha nel fregio di fuori, il quale e negli stipiti e nel car- 
dinale 3 un adornamento di foglie e d'uccelli e d'animali piccoli 
in modo convenient! a detto adornamento. Ancora v'ha una cornice 
di bronzo. Ancora negli stipiti dentro e un adornamento di poco 
rilievo fatto con grandissima arte, e cosi e da pie la soglia: 3 detto 
adornamento e d'ottone fine. 

Ma per non tediare i lettori lascero indrieto moltissime opere per 
me prodotte. So che in detta materia non si puo pigliare diletto. 
Nondimeno a tutti i lettori io addimando perdono e tutti abbino 
pazienza. Ancora a molti pittori e scultori e statuari ho fatto 
grandissimi onori ne' loro lavorii, 4 [ho] fatto moltissimi prowedi- 
menti di cera e di creta e a' pittori disegnato moltissime cose; ezian- 
dio chi avesse avuto a fare figure grandi fuori della naturale forma, 
dato le regole 5 a condurle con perfetta misura. Disegnai nella fac- 
cia di Santa Maria del Fiore, nelPocchio di mezzo, Passunzione di 

i. Saul ne colpi mille e David diecimila , IReg.,'KViii t 7. 2. cardinalei 
cardine. 3. e cost . . . soglia: un uguale ornamento e sulk soglia in basso. 
4. ho fatto . , . lavorii: ho reso onore alle loro opere, sottinteso, gettandole 
in bronzo. 5. dato le regole: alia fine del terzo Commentario, accenna alle 
sue regole per ingrandire i modelli. 



LORENZO GHIBERTI 345 

Xostra Donna e disegnai gli altri sono dallato. 1 Disegnai in detta 
chiesa molte finestre di vetro. Nella trlbuna sono tre occhi dise- 
gnati di mia mano: nell'uno e come Cristo ne va in cielo, nell'altro 
quando adora nell'orto, il terzo quando e portato nel tempio. 2 
Poche cose si sono fatte d'importanza nella nostra terra non sieno 
state disegnate ed ordinate di mia mano. E specialmente nella edi- 
ficazione della tribuna fummo concorrenti, 3 Filippo 4 ed io, anni 
diciotto a un medesimo salario: tanto noi conducemmo detta 
tribuna. 5 Faremo un trattato d'architettura e tratteremo d'essa 
materia. 6 Finito e il secondo commentario. Verremo al terzo. 

DAL ((COMMENTARIO TERZO)) 

\_Antiche statue.] 7 

Ancora ho veduto in una temperata luce cose scolpite molto per- 
fette e fatte con grandissima arte e diligenza, fra le quali vidi in 
Roma, nella olimpia quattrocento quaranta, 8 una statua d'un 
ermafrodito di grandezza d'una fanciulla d'anni tredici, la quale 
statua era stata fatta con mirabile ingegno. In detto tempo fu 
trovata in una chiavica sotto terra circa di braccia otto: per cielo 
della detta chiavica era a piano di detta scultura. 9 La scultura era 
coperta di terra per insino al pari della via. Rimondandosi il detto 
luogo, era sopra a Santo Celso, in detto lato si fermo uno scultore, 
fece trarre fuori detta statua e condussela a Santa Cecilia inTraste- 
vere, ove [lo] scultore lavorava una scultura d'un cardinale e d'essa 
aveva levato marmo per poterla meglio conducere nella nostra 
terra. La quale statua, dottrina ed arte e magisterio, non e possibile 
con lingua potere dire la perfezione d'essa. Essa era in su un 
terreno 10 vangato : in esso terreno era gittato un pannolino : essa 

i. disegnai . . . dallato: ancora esistenti. 2. neWuno . . . tempio: alcune di 
queste vetrate, per le quali il Ghiberti aveva preparato i progetti, si tro- 
vano ancora in Santa Maria del Fiore: Y Ascensions di Cristo, I'Orazione 
nelVOrto e la Presentazione al Tempio. 3. concorrenti: collaborator! nei 
lavori per la cupola del Duomo. 4. Filippo: Brunelleschi. 5. tanto . . . 
tribuna: tant'anni noi lavorammo a quella cupola; cfr., in questo volume, 
a pp. 571-2, quanto invece e detto nella Vita del Brunellesco. 6. Faremo . . . 
materia : non si conserva traccia di questa opera, ne si sa se mai sia stata 
scrirta. 7. Queste note sulla scultura antica sono inserite nel terzo libro 
dei Commentari, ai paragrafi 364, nel corso della trattazione delFottica. 
8. olimpia quattrocento quaranta: il 1445. 9. per cielo . . . scultura: la scul- 
tura costituiva il piano superiore della chiavica. 10. Essa ... terreno: il 
marmo della base rappresentava un terreno . . . 



346 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

statua era in su detto pannolino ed era svolta in modo mostrava la 
natura virile e la natura feminile, e le braccia posate in terra ed 
incrocicchiate le mani, Tuna in su 1'altra, e distesa tiene 1'una 
delle gambe, col dito grosso [del] pie aveva preso il pannolino in 
quella tirata del panno mostrava mirabile arte. Era senza testa, 
nessuna altra cosa aveva manco. In questa era moltissime dolcezze, 
nessuna cosa il viso 1 scorgeva, se non col tatto la mano la trovava. 2 

Ancora vidi in Padova una statua, 3 vi fu condotta per Lom- 
bardo della Seta: 4 essa fu trovata nella citta di Firenze, cavando 
sotto terra nelle case della famiglia de' Brunelleschi : la quale 
statua quando sormonto la fede cristiana fu nascosa in quel luogo 
da qualche spirito gentile, 5 veggendo tanta perfetta cosa e fatta 
con tanta maravigliosa arte e con tanto ingegno mosso a pieta, 
fece murare una sepoltura di mattoni e dentrovi seppelli detta 
statua ed essa coperse con un lastrone di pietra acciocche essa non 
fusse lacerata affatto. Ella fu trovata colla testa rotta e colle braccia 
e fa messa in detto sepolcro acciocch6 il resto non si lacerasse ed 
in tale forma fu conservata lunghissimo tempo nella nostra citta 
cosi sepolta. Questa statua e maravigliosa fra Taltre sculture. Posa 
in sul piede ritto, ha un panno a mezzo le cosce, fatto perfettissi- 
marnente. Ha moltissime dolcezze le quali il viso non le comprende 
ne con forte luce ne con temperata, solo la mano a toccarla le trova. 
lavorata molto diligentemente; la quale fu trasportata a Ferrara, 
ed un figliuolo del Lombardo della Seta a cui era stata lasciata dal 
padre, la mando a donare al marchese di Ferrara, 6 il quale di scul- 
tura e di pittura molto si dilettava. 

Una ancora, simile a queste due, fu trovata nella citta di Siena, 7 
della quale ne feciono grandissima festa e dagli intendenti fu te- 
nuta maravigliosa opera, e nella base era scritto il nome del mae- 
stro, il quale era eccellentissimo maestro, il nome suo fu Lisippo; 
ed aveva in sulla gamba in sulla quale ella si posava un alfino. 8 



i. il viso: la vista. 2. se non . . . trovava: occorreva il tatto. Quest'opera 
non e stata identificata. 3. vidi. . . statua: il Ghiberti pu6 aver visto que- 
sta statua nel 1424, quando si trovava a Venezia. 4. Lombardo della Seta: 
amico del Petrarca e dei Carraresi, signori di Padova. 5. gentile: pagano. 
6. marchese di Ferrara: probabilmente Leonello d'Este, marchese di Fer- 
rara da] 1441 al 1450. 7. Una . . . Siena: di questa statua non si sa nulla; 
il Ghiberti non dice neppure se si tratti di un dio o di una dea, e non si pu6 
quindi congetturare niente di preciso sulla iscrizione della base, probabil- 
mente apocrifa, che la attribuiva a Lisippo. 8. alfino: delfino. 



LORENZO GHIBERTI 347 

Questa non vidi se non dlsegnata di mano d'un grandissimo pittore 
della citta di Siena, il quale ebbe nome Ambruogio Lorenzetti; 
la quale teneva con grandissima diligenza un frate antichissimo 
deil'ordine de 3 frati di Certosa; 1 il frate fu orefice ed ancora il 
padre, chiamato per nome frate Jacopo, e fu disegnatore, e forte 
si dilettava dell'arte della scultura, e cominciommi a narrare come 
essa statua fu trovata, facendo un fondamento, ove so no le case de y 
Malavolti; 2 come tutti gli intendenti e dotti dell'arte della scultura 
ed orefici e pittori corsono a vedere questa statua di tanta maravi- 
glia e di tanta arte. Ciascuno [la] lodava mirabilmente ; e grandi 
pittori che erano in quello tempo in Siena a ciascuno pareva gran- 
dissima perfezione fosse in essa. E con molto onore la collocarono 
in su la loro fonte come cosa molto egregia. Tutti concorsono 
a porla con grandissima festa ed onore e muroronla magnifica- 
mente sopra essa fonte: la quale in detto luogo poco regno in su 
essa. Avendo la terra moltissime awersita di guerra con fiorentini 
e essendo nel consiglio ragunati il fiore de* loro cittadini, si levo 
un cittadino e parlo sopra questa statua in questo tenore: Si- 
gnori cittadini, avendo considerato dapoi noi trovammo questa 
statua sempre siamo arrivati male, considerato quanto 1'idolatria 
e proibita alia nostra fede, doviamo credere tutte le awersita noi 
abbiamo, Iddio ce le manda per i nostri errori. E veggiamlo per 
effetto che da poi noi onoriamo detta statua, sempre siamo iti 
di male in peggio. Certo mi rendo che, per insino noi la terremo 
in sul nostro terreno, sempre arriveremo male, Sono uno di quelli 
consiglierei essa si ponesse e tutta si lacerasse e spezzassesi e 
mandassesi a seppellire in sul terreno de' Fiorentini. Tutti d'ac- 
cordo raffermarono il detto del loro cittadino, e cosi missono in 
esecuzione, e fu seppellita in sul nostro terreno. 

Fra Paltre egregie cose io vidi mai, e un calcidonio intagliato 
in cavo 3 mirabilmente, il quale era nelle mani d'un nostro cittadino, 
era il suo nome Nicolao Nicoli: 4 fu uomo diligentissimo e ne* 
nostri tempi fu investigatore e ricercatore di moltissime ed egregie 
cose antiche, si in scritture si in volumi di libri greci e latini, ed 
in fra Paltre cose antiche aveva questo calcidonio il quale e perfet- 

i. un frate ...di Certosa: Giacomino del Tonghio, della Certosa Maggiore, 
la cui attivita come orafo appare documentata nell'anno 1406. 2. ove . . . 
Malavolti: in quella che si chiamd poi piazza Pianigiani. 3. in cavo: In 
bassorilievo. 4. Nicolao Nicoli: il celebre umanista. 



348 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

tissimo piii che cosa io vedessi mai. Era dl forma ovale, in su esso 
era una figura d'un giovane aveva in mano un coltello, era con un 
piede quasi ginocchioni in su un altare e la gamba destra era a 
sedere in sulPaltare, e posava il pie in terra, il quale scorciava con 
tanta arte e con tanto maesterio, era cosa maravigliosa a vederlo. 
E nella mano sinistra aveva un pannicello il quale teneva con esso 
un idoletto : pareva il giovane il minacciasse col coltello : essa scul- 
tura per tutti i periti ed ammaestrati di scultura o di pittura senza 
scordanza 1 nell'una ciascuno diceva essere cosa maravigliosa con 
tutte le misure e le proporzioni debbe avere alcuna statua o scul- 
tura: da tutti gl'ingegni era lodata sommissimamente. 



i. scordanza: discordanza. 



Ill 

MATTED PALMIERI 

LEON BATTISTA ALBERTI 

VITA DI FILIPPO DI SER BRUNELLESCO 

PANDOLFO COLLENUCCIO 



MATTEO PALMIERI 



MATTEO di Marco di Antonio PALMIERI nacque a Firenze il 13 
gennaio 1406. La professione di speziale, la vita pubblica, gli 
studi letterari, io impegnarono assiduamente dalia giovinezza alia 
morte. Seguace dei Medici, fu eletto, per il Quartiere di San 
Giovanni, nella Balia che nel 1434 sanci il ritorno di Cosimo. 
Da allora ricoperse numerose cariche, da quella di officiale dello 
Studio fiorentino a quella di Gonfaloniere di compagnia e di Of- 
ficiale del Monte, da Conservatore delle leggi a Priore. Fu Gonfa- 
loniere di Giustizia e Capitano in molte terre del Dorninio fioren- 
tino. Sostenne gli interessi della Repubblica in molte ambascerie 
e la morte lo colse il 13 aprile 1475 mentre era Capitano della 
Repubblica fiorentina a Volterra. Allievo dell'umanista pistoiese 
Giovanni Sozomeno, discepolo di Carlo Marsuppini e di Am- 
brogio Traversari, amico di Leonardo Bruni, di Poggio Braccio- 
lini, del teologo umanista domenicano Leonardo Dati, divenne 
personalita rappresentativa della vita culturale e civile della Firenze 
umanistica, e la sua fama si diffuse largamente. Vespasiano da Bi- 
sticci gli dedico una Vita; Poggio Bracciolini lo immagino in- 
terlocutore nei dialoghi De miseria humanae conditionis^ accanto 
a se stesso e a Cosimo dei Medici ; Leonardo Dati scrisse la prefa- 
zione e il commento alia Citta di vita; Luigi Pulci e Cristoforo 
Fiorentino, detto FAltissimo, lo ricordarono nei loro versi; e 
Pumanista Alamanno Rinuccini, per incarico dello Stato, tenne una 
fainosa orazione funebre in suo onore. 

II vivo e profondo interesse di Matteo Palrnieri per la vita e il 
destino delTuomo trovo espressione, phi che nelle opere storiche, 
nel trattato in volgare Della vita civile, e nel poema teologico 
La dttd di vita. Nel Liber de temporibus disegno un quadro crono- 
logico dei principali awenimenti dalla nascita di Cristo fino al 
1448; negli Annales o Historia fiorentina noto gli awenimenti 
piu importanti di Firenze e delTItalia dal 1429 al 1434. Nella Vita 
Nicolai Acciaioli racconto la biografia del Gran Siniscalco fioren- 
tino di Giovanna I di Napoli, e, nel De captivitate Pisarum, la 
guerra che, dal 1405 al 1406, porto i Fiorentini alia conquista di 
Pisa. Nella dedica di quest' opera a Neri, figlio di quel Gino Cap- 
poni che aveva conquistato la citta, Tautore insiste su un suo pre- 



352 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

ciso criterio storiografico : non solo i fatti, ma la ragione, i modi e i 
mezzi clie concorrono allo svolgimento del fatti, debbono essere 
oggetto dello storico. 

Nel trattato Delia vita civile, composto tra il 1438 e il 1439, 
immagina di trovarsi in Mugello insieme con Franco Sacchetti il 
giovane e Luigi Guicciardini, per fuggire la peste del 1430, e di 
chledere insieme con essi consigli e norme di vita ad Agnolo 
Pandolfini. Nel primo libro, particolarmente pedagogico, si esa- 
mina il problema delTeducazione del fanciullo, mentre nel secon- 
do e nel terzo si discute del comportamento del cittadino in pace 
e in guerra, secondo le virtu della temperanza, fortezza, pruden- 
za e giustizia. II quarto libro, che verte sulla utilita, esalta e 
mostra il valore dell'operosita umana, e si conchiude con una vi- 
sione ispirata soprattutto al Somnium Scipionis del De republica 
ciceroniano, la quale promette una celeste ricompensa a quanti 
bene operarono in terra per la societa. A questa visione si connette 
idealmente anche il poema La dtta di vita, dove, in cento canti 
in terzine, ripartiti in tre cantiche, Pautore immagina che gli an- 
geli neutrali diventino le anime degli uomini e a questo modo 
decidano, in una seconda prova, della propria salvezza o della 
propria dannazione. L'opera, che e sparsa di ricordi danteschi, 
di motivi neoplatonici e motivi dell'eresia di Origene, fu condan- 
nata come eretica e rimase inedita sino alia fine del secolo scorso. 
Accanto al Somnium Scipionis, numerose altre fonti latine riela- 
borate, e talvolta tradotte alia lettera, sono rifuse nella Vita civile: 
dal De officiis, dal De finibus, dal De amicitia, dal De republica, 
dalle Tusculanae di Cicerone alle Institutiones oratoriae di Quin- 
tiliano, alle Noctes atticae di Aulo Gellio, al De re rustica di Var- 
rone. Come scrittore e come rappresentante del pensiero umani- 
stico, il Palmieri ci ha lasciato la miglior prova di se in questo 
trattato: la sua prosa volgare, sebbene non sempre ben costruita 
ed eloquente, raggiunge tuttavia talvolta una felicita di espressione 
che e negata alia faticosa terzina della sua opera teologica e poetica. 



MATTHEI PALMIERI, De captivitate Pisarum, in R. I. S. , xix, parte n, Bo- 
logna 1904; MATTHEI PALMIERI, Liber de temporibus, in R. I. S., xxvi, 
parte i, Bologna 1906; MATTHEI PALMIERI, Historia florentina, in R. I. S. , 
xxvi, parte n, Bologna 1906; MATTHEI PALMIERI, Vita Nicolai Acciaioli, 
in R, I. S. , xin, parte 11; Una prosa inedita di Matteo Palmieri, Prato 



MATTEO PALMIERI 353 

1950; Libra delta vita civile, composto da Matteo Palmieri, cittadino fio- 
rentinOy Per gii eredi di Fliippo Giunti, Firenze 1529; Delia vita civile, 
trattato di Matteo Palmieri, cittadino fiorentino, Milano, Silvestri, 1825; 
Dante secondo la tradizione, e i novellatori', ricerche di Giovanni Papanti, 
Livorno, Vigo, 1873, pp. 98-109 (riporta la vislone finale del iv libro); 
Delia vita civile di Matteo Palmieri, a cura di Felice Battaglia, Bologna, 
Zanichelli, 1944, testo che noi qui seguiamo; MATTEO PALMIERI, La cittd 
di vita, a cura di M. Rooke, in Smith College Studies in Modern Lan- 
guages >, viii, 1927, 1-2, Northampton, Massachusetts. 

ALAMANNI RINUCCINI Infunere Matihei Palmerii oratio, in ALAMANNO 
RINUCCINI, Letter e ed or axiom, a cura di Vito R. Giustiniani, Firenze, 
Olschki, 1953, PP* 78-^5; APOSTOLO ZBNO, Dissertazioni vossiane, Venezia 
1752, i, pp. 100-24; ERCOLE BOTTARI, Matteo Palmieri, in Atti della 
R. Accademia Lucchese, xxiv (1885), p. 391; A. MESSERI, Matteo Pal- 
mien cittadino di Firenze, in Archivio storico italiano, v, xm, 1894; 
D. BASSI, // primo libro della Vita civile di Matteo Palmieri e Vlnstitutio 
oratoria di Quintiliano, in Giorn. stor. d. letter, it. , 23, pp. 182-207; 
HANS BARON, La rinascita delVetica statale romana nelVUmanesimo fio- 
rentino del Quattrocento, in Civilta moderna, 1941, pp. 409-21 ; RAFFAELE 
SPONGAXO, Un capitolo di storia della nostra prosa d'arte La prosa lette- 
raria del Quattrocento, Firenze, Sansoni, 1941; EUGENIC GARIN, L'Uma- 
nesimo italiano, Bari, Laterza, 1952, pp. 87-91 ; sulla Cittd di tita in parti- 
colare, cfr. G. B. GELLI, Capricci del "bottaio, vii; GIUSEPPE RICHA, Chiese 
fiorentine, Firenze 1754, pp. 153-61; E. FRIZZI, La Cittd di vita, poema 
inedito di Matteo Palmieri, nel Propugnatore , xi, I (1878), p. 140; S. 
BOFFITO, Ueresia di Matteo Palmieri, in Giorn. stor. d. letter, it. , xxxvii, 
1901, p. i; B. SOLDATI, La poesia astrologica del Quattrocento, Firenze, 
Sansoni, 1906, pp. 200-03; W. ZABUGHIN, Storia del Kinascimento cristiano 
in Italia, Milano 1924, p. 153; cfr. anche V. BENETTI BRUNELLI, Le ori- 
gini italiane della scuola umanistica, Milano 1919, e W. H. WOODWARD, La 
pedagogia del Eiuasdmento, Firenze, Vallecchi, 1933; inoltre Ueducazione 
umanistica in Italia, a cura di E. Garin, Bari, Laterza, 1949, che qui ci- 
tiarno una volta per tutte. LUCIANO RAINALDI, Nolisia delV autografo della 
.Vita Civile^, in Rinascimento , v, i (1954); L. RAINALDI, Di una fonte 
camune della Vita Civile di Matteo Palmieri e del De "Educations Libe- 
di Maffeo Vegio, in Giorn. stor. d. letter, it. , cxxx (1953). 



DA BELLA VITA CIVILE* 

AD ALESSANDRO DEGLI ALESSANDRIA OTTIMO CITTADINO 

Moke volte pensando meco medeslmo, mio Alessandro ama- 
tissimo, in che mo do si possa ottimamente vivere nella carne 
mortale, niuna stabilita ne constante fermezza d'alcuno stato 
umano ho potuto conoscere. Per questo non sperando potere 
trovare in terra alcuna vita in ogni parte perfetta, disposi, quanto 
le mie inferme forze valevano, tanto di fatica e di tempo attribuire 
in ricercare, se non la perfetta, almeno, la meno maculata vita de' 
mortal!. Quinci prolungata essamina e stata in me, e per lungo 
tempo ho riconsiderato la memoria deile antiche istorie e la ec- 
cellenza de' nobili e gloriosi fatti repetuto, e finalmente piu che 
niuna altra vita m'e panita perfetta quella di coloro che in alcuna 
ottima republica, tale grado di virtu ritengono che ne' loro fatti, 
sanza errore o pericolo, e ociosi riputati, con degnita possono vivere. 
Da tale parere mosso, ragionevole mi parve dovere con diligenza 
ricercare con che arti e sotto quali discipline si potesse cosi fatto 
corso di vita ritenere. Per questo numerate carte 3 di piu e piu 
libri rivolgendo, ho trovato molti precetti accomodati ad amae- 
strare 1' ottima vita de' civili, i quali, diligentissirnamente scritti 
da van autori latini e greci, sono stati lasciati per salute del mondo. 

Questi spesse volte riconsiderando e conoscendogli utilissimi 
e degni, giudicai seguirne non piccolo frutto alia vita di chi ne 
potesse avere pur mezzanamente notizia. Rivolto poi verso i mia 
carissimi cittadini, in me medesimo mi dolsi, molti vedendone che, 
desiderosi di bene e virtuosamente vivere, sanza loro colpa, solo 
per non avere notizia della lingua latina, mancavano di innumera- 
bili precetti che molto arebbono giovato il loro buono proposito. 

Essaminando quali autori fussino atti a potere dare a' vulgari 
sufficiente notizia, ne trovai pochi da potere molto giovare la vita 
de' virtuosi, perocche alquanti ne sono vulgarizzati, che ne' loro 
originali sono eleganti, sentenziosi e gravi, scritti in latino, ma 
dalTignoranza de' vulgarizzatori in tal modo corrotti, che molti 

i. Uomo politico della famiglia Alessandri, ramo cadetto degH Albizzi, 
che aveva assunto un tal nome dal 1372. Nato il 1391, Priore nel 1431, 
Gonfaloniere di Giustizia nel 1441, Alessandro degli Alessandri mori nel 
1460. 2. numerate carte: forse e scorretto: deve dire innumerate, in- 
numerevoli. 



356 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

ne sono da ridersene 1 di quegli che in latino sono degnissimi, e 
vie piu da ridere sarebbe di me, se io volessi dimostrare che Tullio, 
Livio, o Virgilio e piu altri vulgarizzati autori, in nessuna parte 
fussino simili a' primi, perocche non altrimenti gli somigliano 
che una figura ritratta dalla piu perfetta 2 di Giotto, per mano di chi 
mai non avesse operato stile ne penelio, s'assomigliasse all'es- 
semplo, 3 che awenga Dio 4 avessi naso, occhi, bocca e tutti sua 
membri, nientedinieno sare' tanto diversa, quanto ciascuno in se - 
stessi imaginare puote, e forse ritraendo con Fall Gabriello non 
!o conosceresti 5 da lo infernale Lucifero. 6 Altri ne sono composti 
in lingua vulgare, pochi da elevati ingegni. II primo, e sopra ogn'al- 
tro degnissimo, e il nostro Dante poeta. 

Costui in ogni parte tanto eccelle qualunque altro vulgare, 
che non si degna assimigliarsi ad essi, perocche, fuori della lin- 
gua, poco si truova drieto a* sommi poeti iatini. In nelle cose grandi 
sempre si mostra sublime e alto; nelle piccole e diligente dipintore 
delia vera proprieta; lui si truova lieto, rimesso, 7 iocondo e grave, 
ora con abondanza, altra volta con brevita mirabile; e non solo 
di poetica virtu, ma spesso oratore filosofo e teologo si conosce ec- 
cellente; sa lodare, confortare, consolare, e e copioso di tante lode, 
che e meglio tacerne che dirne poco. Ma pe' velami poetici e in 
mo do oscuro, che dove non e grande ingegno e abundante dot- 
trina, piu tosto puo dare diletto che frutto. Dopo lui il Petrarca, 
forse in poche parti inferiore, sue cose vulgari sono quanto piu 
possono morali e attissimamente 8 dette. Vero e che perche non 
sono materie difnisamente dette, o per aperto campo dilatate in 
loro costrette, 9 non molto giovano a chi non ha da se materia 
abondante. Terzo e poi il Boccaccio, assai di lunge da* primi pel 
numero delTopere da lui composte, meritamente lodato. Volesse 
Iddio che i suoi libri vulgari non fussino ripieni di tanta lascivia e 
dissoluti essempli d'amore, che certo credo che, avendo cosi at- 
tamente scritto cose morali e precetti di bene vivere, non meri- 

i. da ridersene: ridicolL 2. dalla piu perfetta: sottinteso mano. 3. essem- 
plo: rnodello. 4. awenga Dio: sebbene. 5. conosceresti: distingueresti. 
6. da . . . Lucifero : cfr. le prefazioni di Leonardo Bruni alle traduzioni del- 
YEtica e della Politica aristotelica, e il De interpretatione recta y in LEO- 
NARDO BRUNI, Humanistisch-philosophische Schriften, Leipzig-Berlin 1928, 
PP- 73> 76-7 e 83. 7. rimesso: piano. 8. morali e altissimamente: mora- 
lissimamente e attissimamente. 9. o per . . . costrette: oppure sono materie 
che, sebbene estese per aperto campo, vengono poi a essere raccolte e 
strette in se stesse. 



MATTEO PALMIERI 357 

terebbe essere chiamato Boccaccio, ma piu presto Crisostomo. 1 
E oltra questo, grandemente gioverebbono i suo libri vulgar! 
a 5 nostri costumi, dove In questo modo credo abbino nociuto 
e nuochino a molti. Per tall cagionl In me stesso plu volte con- 
siderando nostra lingua vulgare non avere autori atti ad inviare 
II bene vivere di chi si volesse sopra gli altrl fare degno, 2 mi disposi 
comporre quest! libri della vita civile, coi quali io potessi giovare 
II bene diritto proposlto di bene disposti civili. E accio che ne possa 
seguire frutto magglore, diliberai non voler fingere Fimaginata 
bonta de' non mai veduti in terra cittadini, i quali da Platone e piu 
altrl nobilisslmi Ingegni considerati e finti, di virtu e sapienza 
perfetti, plu tosto sono per spezie 3 e figura dipinti che mai In carne 
veduti. Disposto dunque a mostrare la provata vita de' civili vir- 
tuosi co' quail piu volte s'e vivuto, e potre' vivere In terra, compos! 
questa opera, nella quale Agnolo Pandolfino, 4 antico e bene amae- 
strato cittadino, quasi con domestico ragionamento, spone 1'ordine 
e virtuoso vivere degll approvati 5 civili, rispondendo alle domande 
fattegli da Franco Sacchetto e Luigi Guicciardino, 6 due ottimi 
giovanl di nostra citta. 

Tutta F opera in quattro libri divisi. Nel primo con diligenza 
si conduce II nuovamente nato figliuolo Infmo all' eta perfetta del- 
Fuomo, dimostrando con che nutrimento e sotto quali art! debbe 
riuscire piu che gli altri eccellente. I due libri seguenti sono scritti 
delFonesta e contengono In che modo Fuomo d'eta perfetta, in 
private e publico, operi secondo qualunque morale virtu; onde 
nel primo di quest! copiosamente si tratta d! temperanza e fortezza 
e di pradenza, plu altre virtu contenute da queste. L'altro che e, 
nell'ordine, teirzo, tutto e dato a lustizia, la quale e la piu ottima 
parte de 5 mortali, e sopra a ogn'altra necessaria a mantenere ogni 
bene ordinata republica, II perche difBisamente qulvi si tratta della 
iustizia civile; in che modo nelle paci e in che modo le guerre si 
governino, come dentro dalla citta, da chi ne' magistrati slede, e 

1 . Crisostomo : bocca d'oro, come san Giovanni, detto appunto Crisostomo. 

2. fare degno: acquistar merito. 3. per spezie: in idea. 4. Agnolo Pan- 
dolfino: il celebre letterato e uomo politico fiorentino, nato il 1366, morto 
il 1446, a! quale Vespasiano da Bisticci dedico una sua Vita. 5. appro- 
vati: onesti, degni, comunemente lodati. 6. Franco . . . Guicciardino: 
Franco Sacchetti, detto il Giovane perche nipote del piu noto letterato e 
novelliere; e Luigi Guicciardini, che fu anibasciatore insieme a Pandolfo 
Pandolfini a Napoli presso il re Ferdinando d'Aragona, per congratularsi a 
nome della Repubblica fiorentina della sua vittoria su Giovanni d'Angio. 



358 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

fuori delle rnura, da chi publicamente ministra, si provegga alia 
salute publica. 

L'ultimo libro solo e scritto delFutile, e provede alia copia, 
aH'ornamento, alle faculta e abondantl rlcchezze di tutto II corpo 
civile; poi nelia parte ultima, per estrema concluslone, non sanza 
degna dottrina, diinostra che stato sia quello dell'anime, le quali 
nel mondo intente alia salute publica sono vivute secondo i pre- 
cetti della vita scritta da noi, per premio della quale sono state da 
Dio collocate In cielo, per eternalmente In gloria godere co' suoi 
santi. 

Dopo tale composizlone, mosso da antica consuetudlne di co- 
loro che vigilantemente s'affaticavano in lasciare qualche degna 
memoria de' loro continuati studi, disposi ogni mia opera scrivere 
sotto nome di reputata degnita d'uomo eccellente. Per questo in 
tuo nome ho scritti questi libri, non conoscendo a cul maggiormente 
che a te si convenghino. Tu se' di nobile stirpe nato, da ottirno 
padre generate, in studi dl buone art! allevato, di costumi ornato, 
modesto, liberale e provato di vera loda, a tutti caro, e essernplo de* 
buoni, e II tuoi buonl costumi chiaro dimostrano In te fermo pro- 
posito d'Ingegnarti con vera loda riuscire non solo secondo la 
somma speranza de' buoni, ma quella con Incredibile virtu quanto 
piu potrai superare. A questo ti chiamo, a questo ti conforto, a 
questo ti prlego ti sforzi, acclo che la gloria della perfetta bonta 
di Ugo, tuo ottimo padre, e degli altrl tuoi nominatissimi e gloriosi 
antichi, in te uno si coimi, per avere generate figliuolo ottimo e 
bene degno di sua virtu, e della gloria de* suoi degni fatti. lo al 
presente, benche desideroso donarti piu eccellente dono, non piu 
posso che le mie forze mi concedano, impedite da innumerate oc- 
cupazioni di private cure, e massimamente per le Incomportabill 
esazioni 1 de* bisogni public!, spero nientedimeno, quando che sia, 
vedermi fuori di tali servitu, e allora potere Hbero con diletto affa- 
ticarmi In cosa maggiore, della quale io doni te. 

Ora tl priego accetti questi libri vulgari tali quali e j sono, ri- 
guardando piu tosto la mia bene disposta volonta che II dono 
fattoti da me. Significandotl che mi sia carissimo, se avrai ozio, gli 
legga, considerl, iudichl e corregga, acclo che, limati da te, e quanto 
pm possono emendati, venghino nelle man! degli altri uomini. 

i. esazioni: esigenze. 



LIBRO QUARTO 

COL NOME DI DIO AD ALESSANDRO DEGLI ALESSANDRI 
OTTIMO CITTADINO 

Fu sempre costume degli eruditi antichi, carissimo nostro Ales- 
sandro, infra le mani alcuna opera ritenere in nella quale essendo 
oziosi potessino con lode essercitare e fare maggiore i loro naturali 
ingegni. 

Tale essercizio non solo per loro feciono, ma per amaestra- 
mento di chi dopo loro venia, quello aveano fatto lasciorono scrit- 
to, accio che chi desiderava sopra gli altri erudirsi, potesse seguire 
quel medesimo. lo, benche dal governo dalla famiglia impedito, 
e dalle gravezze 1 publiche piu che al dovere 2 costretto, sempre mi 
sono ingegnato spendere in questo tutto il tempo che da* mia 
privati e necessari bisogni ho potuto avanzare. 

E per meglio e piu commodamente avere in che conferire il 
concedutomi ozio, seguitando gli antichi precetti, ordinai que- 
st' opera, nella quale gia per piu tempo essercitatomi e a per- 
fezione 3 della piu parte pervenuto, diliberai quella particularmente 
communicare con certi studiosi coi quali infino dalla mia tenera 
eta m'era in studi di liberali arti allevato, stimando molto do- 
yermi giovare il sentire il loro iudicio, e secondo quello ogni nostro 
detto emendare prima che questi libri si dessino in publico. Quello 
che io avevo iudicato che mi fosse stimolo, dovessemi fare solle- 
cito, e 4 ogni mio scritto come approvato e certo terminare, m'ha 
ritardato e tenuto piu tempo sospeso, pero che alquanti intendenti 
e buoni, e a me con continuato amore di oneste arti coniunti, 
m'ammonironOj non pero dannando 1'invenzione e opera ordinata 
da noi; ma me piuttosto riprendendo che cosi publicamente m'era 
dato a comporre libri vulgari. 5 

Dicevanmi essere grave andare 6 al iudicio della moltitudine, 
la quale e in buona parte ragunata e fassi d'uomini ignoranti 
e grossi; 1 quali, usati a riprendere cio che non intendono, non 
credono, e fannosi beffe di tutti detti e fatti che paiono loro 
piu degni che il loro rozzo ingegno non dimostra potersi fare; 
e tanto iudicano essere vero, quanto i costumi e opere, a che se- 

i. gravezze: imposte. 2. piu che al dovere: piu del dovuto. 3. perfezione: 
compimento. 4. e: forse deve dire: a. 5. vulgari: in volgare. 6. anda- 
re: acconsentire. 



360 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

condo i loro appetiti si danno, gli certificano: da indi in su, tutte 
le buone e approvate sentenze, tutti i notabili essempli, e tutti i 
gloriosi fatti degli uomini virtuosi, credono essere non veri ma 
come favole e novelle di vecchierelle trovate e finte per dare a veg- 
ghia agli oziosi diletto. Per questo affermavano che io andavo ri- 
cercando varie riprensioni d'ignoranti, de' quali altri sanza iudi- 
cio i nostri detti biasimerebbono, non conoscendo che sono tratti 
e scelti da appro vati filosofi, altri direbbono essere la mia presun- 
zione a volere dare precetti della vita civile, in nella quale, giovane 
ancora, poco sono vivuto, e essercitato meno. Molti calunnieranno la 
nostra invenzione, il nostro ordine; rivolgeranno le parole, diranno 
cosi voleva ire, cosi stava meglio, e alle volte, e' non intese questo, 
di cosa che cosi e intesa e approvata dai sommi ingegni de' nostri 
sapientissimi antichi e, come suole awenire a molti, cosi dicevano 
awerrebbe al volume nostro, che la ignoranza de j vulgari scrittori, 
corrompitrice d'ogni buona opera, sara imputata all'autore. Queste 
cagioni e piu altre simili piu volte mi hanno inclinato a non ne 
scrivere, altre molte continuamente m'hanno detto scrivi; infine 
ammonito da leronimo e Tullio, 1 due miei singularissimi amici, 
i quali affermano, chi scrive non avere rimedio a non 2 essere ri- 
preso, iudicai non volere sempre tacere, poiche sempre, scrivendo, 
avevo a essere alle altrui riprensioni sottoposto. Non mi piac$ 
adunque che il timoroso silenzio sia il rimedio della 3 riprensione 
nostra, ma piuttosto scrivere per utilita di chi desidera vivere se- 
condo le virtu, e sopra gli altri uomini farsi degno. Quello m'ab- 
faia a scrivere indotto, assai e detto nel proemio di tutta Fopera. 
Coloro a chi non piace, non leggano. Noi certo in questi libri 
abbiamo scritto non solo quello e paruto e piace a noi, ma quello 
e stato detto e approvato dai sommi ingegni degli antichi filosofi 
e di varie discipline maestri. 

Scritto adunque ne' passati libri dell'Onesto, col nome di Dio 
seguiremo delTUtile, del quale, secondo nostro iudicio, assai 
commodamente si tratta nel libro seguente. 4 In quella parte dove 
sotto brieve divisione significamo 5 Tordine del nostro scrivere 



i. ammonito . . . Tullio: cfr. Cicerone, De fin. bon. et maL 9 1, i, e 1'epistola 

XLIX di san Gerolamo a Xepoziano. 2. non a non: finisce irrimedia- 

bilmente per. 3. il rimedio della: il rimedio per evitare la. 4. Scritto 
adunque ecc.: si rifa a Cicerone, De off., n, 3-5. 5. significamo: espo- 
nemmo. 



MATTED PALMIERI 361 

dicemo volere prlma trattare delFonesto e delle parti di quello; 
e cosi credlaino avere con sufficienza fatto. Seguita la parte se- 
conda, nella quale si contengono le cose appartenentl a! commodo, 
alFornamento, amplitudlne e bellezza di nostra vita, alle faculta, 
alle ricchezze, alle abondanze e copie di tutte le cose che sono in 
uso degli uomini, dove dicemo essere posto Futile, del quale al 
presente cominciamo a dire. 

Xon e alieno in questo principio significare essere vulgare di- 
visione e consuetudine trascorsa della 1 vera via, quella che se- 
para Fonesto dalFutile, pero che la verita approvata dai sommi in- 
gegni e dalFautorita de* filosofi severi e gravi in alcuno modo non 
seiunge 2 ne divide Fonesto dalFutile, anzi insieme gli coniun- 
gono; e vogliono che cio che e onesto sia utile, e cio ch'e utile sia 
onesto, ne in alcuno modo patiscono essere divisi, la sentenza de* 
quali certo e approvata e vera. 

Ma altrimenti si iudica quando in disputazione s'assottiglia la 
verita propria, e altrimenti quando s'adattano le parole alia com- 
mune opinione della maggiore moltitudine. A noi, che al presente 
parliamo In vulgare, e cosa conveniente accommodate le parole se- 
condo la consuetudine de' vulgari, e lasciare la limata sottigliezza 
de Fassoluta verita. 

E come dai piu si dice, cosi noi diremo, alle volte essere utile 
quello che non e onesto, e essere onesto quello che non e utile. 
Sendo adunque il presente nostro trattato delFutile, doviamo fer- 
mare nelTanimo che quattro ragioni di cose sono quelle in nelle 
quali e posta ogni utilita che hanno gli uomini al mondo, e che 
massimamente sono desiderate e seguite da tutti i viventi. Le 
prime di queste sono di si perfetta natura che, benche abondante- 
mente sieno utili, nientedimeno, non per utilita, ma per la loro 
eccellenza e bonta, sono desiderate, appetite e cerche dagli uomini, 
e per loro propria natura dispongono e attraggono gl'ingegni al 
proprio amore, come si vede nelle scienze, nella verita, nelle virtu, 
in qualunque buona arte; le quali tutte, benche da niuno fussino 
lodate, di ragione meritano loda, e se non attribuiscono alcuna 
utilita, nientedimeno meriterebbono per loro medesime essere 
elette e cerche : il perche si conosce che Fonesta d'esse e piuttosto 
desiderata che Futile. 

i. trascorsa della: uscita dalla. 2. seiunge: separa. 



362 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

Per questo, trattando delTonesta, abbiamo trattato di quelle che 
in ne' passati libri come di cose che piu tosto per onesta che per 
utile si cercano. 

Di tali scienze e virtu chi vuole ornare sua vita, gli e necessario 
essercitarsi da giovane nelle buone atti, come ne j nostri principi 
ammonimo. 1 

Resta dimque trattare di tre ragioni di cose utili, delle quali al- 
quante sono che per bonta di ioro natura e per utile ancora insieme 
misto sono desiderate da noi. 

Di questa ragione sono le parentele, Famicizie, la buona fama, 
la sanita, dalle quali cose precede la gloria, la degnita, Famplitudine 
e degnainente onorato vivere. Altre sono cerche per sola utilita 
sanza altro rispetto sia in Ioro, come sono massimamente le pecu- 
nie, le possession!, il cultivare, la copia degli animali figlierecci, 
i'servi e mercenari delFarti meccaniche. Altre ne sono che si 
eleggono non per utilita ne per bonta di propria natura, ma per 
commodo e dignita, stimando per quelle abellirsi e farsi piu degno, 
come sono le case magnifiche, gli edifici si fanno in publico, le 
masserizie preziose, i famigli, cavalli, e qualunque abondanza di 
splendido vivere, le quali cose, benche nel primo aspetto paiano 
recare spesa piu tosto che utile, e forse per questo non convenirsi 
trattare nel luogo presente, nientedimeno perche da quelle riceve 
molte utilita nostra vita, e la sperienza dimostra simili cose essere 
cerche dagFingegni che sono riputati intendenti e savi, e non usi a 
leggere 2 cose dannose, stimiamo che qualche coperta utilita sia 
in esse, come riputazione, stima popolare, ammirazione, o altro, 
onde alle volte acquistino in private o in publico tali essercizi che 
arrechino Ioro onorato utile; e per tanto iudichiamo non essere 
inconveniente scrivere di quelle nel presente luogo. 

L'ordine dunque di nostro scrivere sara prima di quelle cose 
che insieme sono cerche per utile e per bonta di Ioro propria na- 
tura; nel secondo luogo di quelle che sono solo utili; nella parte 
terza diremo di quelle che per commodo e degnita piu tosto che 
per utile o propria bonta si desiderano. Gli uomini d'eta perfetta 3 
poi saranno 4 disposti travagliare Ioro vita in nelle opere oneste con 
gli essercizi e arti gia conte da noi, non debbono spregiare Futilita 

i. Di tali . . . ammonimo: nel primo libro. 2. leggere: eleggere. 3. per- 
fetta: adulta. 4. poi saranno: con la solita ellissi del relative: i quali sa- 
ranno. 



MATTEO PALMIERI 363 

e commodi propri, ma quelle sempre onestainente seguire, pero 
che lo sprezzare Futile, II quale iustamente si puo conseguitare, 
merita biasimo ne in alcuno modo si confa a cM e virtuoso. Le 
ricchezze e abondanti faculta sono gli instrument! coi quali i va- 
lenti uomini virtuosamente si essercitano, e non agevolmente si 
rilievano 1 color o, alle virtu de' quali si contrapone 1* attenuate e 
povero patrirnonio. Le virtu che hanno bisogno delPaiuto e sus- 
sidio de j beni della fortuna sono molte, e sanza quegli si truovano 
deboli e manche sanza essere perfette. 

La vera loda di ciascuna virtu e posta nell'operare; e all'opera- 
zione non si viene sanza le faculta atte a quella. 2 Per questo ne 
liberale ne magnifico puo essere colui che non ha da spendere; 
iusto ne forte non sara mai chi in solitudine vivera; non esperi- 
mentato ne essercitato in cose che importino, e in governi e fatti 
appartenenti ai piu. 

La virtu non e mai perfetta dove ella non e richiesta; non si co- 
nosce la fede in chi 3 nulla e commesso, ma in chi sono credute 4 le 
cose grandi. 

La temperanza non e di chi rimoto non conversa fra i diletti 
mondani, ma di chi, maravigliandosi fra quegli, 5 si contiene e non 
trascorre ne' disordini a* quali dagli altri non si resiste. 

Da questo precede che a* virtuosi s'appartiene cercare utile 
accio che possino bene vivere: se gli awiene conseguitare quello, 
usilo nelFopere virtuose; se non gli awiene, spregilo come cosa di 
fortuna, ne per acquistare, esca del vero ordine del iusto vivere. 

Vituperabile sare s colui che, per amplificare le proprie sustanze, 
nocessi ad altri. Chi, non nocendo a persona, con buone arti ac- 
cresce suo patrirnonio, merita loda. L'utilita sono varie e molte, 
ma, in fra tutte, nulle ne sono maggiori che quelle sono agli uo- 
mini dagli uomini conferite. 

Molte sono le cose delle quali si riceve utilita e commodo, che se 
non fussino state fatte con Farti e Industrie degli uomini sarebbono 
nulla, come il cultivare, ricorre i frutti maturi ne' debiti tempi, 
e quegli per uso necessario di nostro vivere convertire, conservare 
e disporre; curare la sanita e quella inducere ne' corpi infermi; 

i. si rilievano: eccellono. 2. La vera . . . quella: cfr. Cicerone, De off., I, 
6: Virtutis laus omnis in actione consistit, e Aristotele, Et. nic., in, 
5,7. 3. in chi: in colui al quale. 4. credute: affidate. 5. maravigliandosi 
fra quegli: pur ammirandoli. 



364 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

navicare e peraiutare le cose di che s'abonda, conducendo quelle 
di che si manca, le quali cose certo non aremmo per nostro uso, 
se non fusslno condotte dagli uomini per simile modo ; se non fus- 
sino 1'arti varie delle umane Industrie mancheremmo di moltis- 
sime attitudini utili e in gran parte necessarie al vivere. Le arti sono 
quelle che il ferro, i metalli, il legname, e infino alle pietre hanno 
cavate degFinteriori della terra, e quelle lavorate e ridotte in uso e 
utilita nostra. 

Con queste poi edificate le case, non solo in esse rifuggiamo 1 
le tempeste, i caldi, i freddi e nocivi sereni: 2 il perche molta 
parte del mondo s'abita che sare' diserta; ma in bisogni resistiamo 
con esse a' nostri nimici, ripariamci dagli animali feroci e crudi, du- 
cendo 3 in esse vita ioconda e sicura con ogni commodo di qualun- 
que nostro essercizio. 4 

Oltra questo, gli edifici e strumenti coi quali a varie arti si mi- 
nistra, 5 i canali e condotti fatti per inacquare e fare fertili i terreni 
o per operare e muovere edifici atti a molti essercizi, li ripari e 
chiusure fatte all'empito delle nocenti acque, i porti fatti per forza, 6 
e molte altre utilita certo non sarebbono sanza Findustria e opera 
degli uomini, e mancherebbesi di molte utilita e vari frutti che si 
cavano di quelle. Mirabile ancora e considerare Futilita che gli 
uomini cavano degli animali bruti, i quali ne allevare ne pascere 
ne per nostro utile domare potrebbonsi sanza le attitudini e opera- 
zioni nostre. Gli uomini gli riparano, conducono, mantengono e 
fanno utili, e abondante frutto, uccidendo quelli che nuocono, e 
conservando quegli da* quali si cava frutto. Non e necessario nu- 
merare la moltitudine degli essercizi e opere umane, ordinate e 
trovate dagli uomini, sanza le quali la vita umana sare* vagante, 
rozza, inculta e simile alia vita bestiale. 

Con le industrie s'e ornato e pulito nostro vivere, sonsi edi- 
ficate le citta e da molti uomini abitate e frequentate, poi in quelle 
scritte le leggi, approvate le consuetudini e i costumi civili, e 
ordinate tutte le discipline del politico 7 vivere, onde e seguita la 
mansuetudine, Famore e Funione degli animi insieme ragunati, il 
perche certo si conosce essere vera la sentenza degli stoici, i quali 

i. rifuggiamo: sfuggiamo. 2. nocivi sereni: le notti passate all'aperto. 
3. ducendo: conducendo. 4. in esse . . . essercizio: cfr. Cicerone, De off., 
11,4. 5. st ministra: si prowede. 6. fatti per forza: artificial!. 7. po- 
litico: civile. 



MATTED PALMIERI 365 

dicevano cio che era In terra essere stato da Dio creato e fatto per 
uso e commune commodita degii uornini, e gli uomini per utilita 
e sussldio degli altri uomini essere stati generati, accio che poles- 
sino insieme suwenirsi e prestare Puno a Faltro favore. Noi forse 
abbiamo speso piu parole non si richiedeva in dimostrare quello 
che era certo, pero che le cose certe non hanno bisogno di prova, 
e ciascuno e certo che sanza favore e aiuto degli uomini non si 
fanno le cose grandi, e non si ministrano Farti che ci prestano or- 
namento e favore. 

FRANCO. II parlare tuo non e stato in alcuna parte superfluo, 
e secondo il bisogno nostro era necessario cominciare cosi, pero 
che sanza principio avremmo male inteso il mezzo e fine di quello 
intendi seguire. Ora poiche ci hai aperto come F utilita si dividono 
e da che principi procedono, stimiamo ci sara agevole intendere 
quello che, secondo Fordine dato, seguirai di questo: da opera 
dunque a finire Fopera tua, noi per Pawenire diliberiamo con 
diligenza udirti quanto ti piacera volere dire, ne per alcuna cagione 
vogliamo interrompere le parole tue: segui tu come maestro, al 
giudicio del quale sempre siamo stati e saremo contenti. 

AGXOLO. Avendo fermo Fordine di quanto vogliamo delPuti- 
iita dire, credo sia bene tacere, come voi dite. lo, ritornando a For- 
dine nostro, dico che la prima ragione 1 delle cose utili e 3 di quelle 
che si cercano, perche la loro propria natura e buona, e insieme 
ancora hanno coniunta F utilita. Fra queste numeramo le parentele, 
delle quali or a seguira il nostro trattato. 

Infra tutti gli amori delle umane dilezioni, niuno e ne maggiore 
ne piu da natura unito che quello delle coniunzioni matrimoniali, 
delle quaH si dice, per le sante parole dell'Apostolo, che e sono 
due in una medesima came, e e' medesimo cornanda a ciascuno 
che ami la donna propria come se medesimo. 3 

Naturale e prima la coniunzione del maschio con la femina, e la 
dilezione alternativa di loro medesimi; poi Putilita, i commodi, i 
sussidi scambievolmente da Funo a Faltro prestati, accrescono, 
coniungono e insieme constringono Faffezione del natio amore; 
conoscono non potere essere Funo sanza Faltro, e mentre che e 
sono, dare Funo a Faltro aiuto di bene essere. Conoscono la vita 
delPuomo in brieve tempo mortale, ne potere alcuno uomo molto 

i, ragione: specie. 2. e: sottinteso: e la specie. 3. che e sono due. . . me- 
desimo: Paolo, Ad Eph.j 5, 31-3. 



366 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

tempo durare: per questo desiderano per le succession! de' figliuoli 
a' nipoti, e per quegli die poi nascono di loro, acquistare il sempre 
essere In seme, poiche non possono sempre essere in vita. 1 Per 
tanto in nelle parentele si richiiede essere la prima cura della propria 
donna la principalissima cosa che si dee cercare in quella, e che 
in ne' costumi quanto piu si puo sia assimigliata e bene conveniente 
al marito, pero che nella dissimilitudine de' costumi non si co- 
niunge perfetto amore; e la forza del simile vivere e tanta che non 
solo fra i buoni ma ancora fra i dissoluti e tristi coniunge gran- 
dissime compagnie. 

L'ornamento d'ogni valente donna e la modestia e Tonesta della 
bene composta e ordinata vita. Gli altri ornamenti, che sono de' 
vestiti, portature e acconcimi, 2 sieno competenti, e confacciansi 
alle potenze, alle faculta e condizioni di chi gli usa, e sieno in modo 
regolati che manchino di merita 3 riprensione, della quale sempre 
manchera quella che ritiene onesta. II principale utile che dalla 
donna s'aspetta sono i figliuoli e le successive famiglie. La moglie 
e in luogo della feconda terra, la quale il seme ricevuto nutrica e 
multiplica in abondante e buono frutto. 

Se adunque la sperienza provata de' buoni lavoratori sempre 
sceglie la terra migliore dalla quale riceva il migliore frutto, non 
dee Fuomo molto maggiormente scegliere la migliore moglie, della 
quale possa migliori figliuoli ricevere ? La negligenza spesso nuoce 
nelle cose maggiori, poiche, come soleva dire Marco Varrone; 4 
se la diligenza che di per di si mette in provedere che in casa sia 
fatto buon pane, e saporite vivande, fusse per la duodecima parte 
messa in provedere alia bonta della propria famiglia, gia buon 
pezzo tutti saremmo fatti buoni. Sopra ogni cosa siano cerche le 
pari bonta 5 di chi si coniunge in matrimonio, e quel medesimo sia 
detto della donna, che disse Temistocle Ateniese del marito, il 
quale, domandato a chi piu tosto s'allogasse la figliuola per moglie, 
o ad un ricco, poco in costumi lodato e di poca virtu, o ad uno 
povero, virtuoso, rispose : lo voglio innanzi I'uomo sanza da- 
nari, che i danari sanza uomo. 6 Fatto in questo modo la copula 

i. acquistare . . . in vita: acquistare nella discendenza quella perpetuita 
che non e concessa alia vita umana. z. portature e acconcimi: portamenti 
e acconciature. 3. manchino di merita: non incorrano in meritata. 
4. Marco Varrone: in De re rustica, i, 17. 5. siano . . . bonta: si cerchi che 
dall'una e dall'altra parte sia pari la bonta. 6. Jo voglio . . . uomo: cfr. 
Cicerone, De off., n, 20. 



MATTEO PALMIERI 367 

e legame del matrimonio santo, sara obligate il marito alia moglie 
e la moglie al marito, e ciascuno fia richiesto osservare le matrimo- 
niali leggi. 

La massima e principalissima guardia debbe essere nella donna; 
e non solo di congiungersi con altro uomo, ma di mancare d'ogni 
sospetto di si brutta sceleratezza. Questo fallo e il sommo vituperio 
delTonesta, toglie Fonore, disiunge 1'unione, reca seco la incertitu- 
dine de* figliuoli, fa le famiglie infami e infra loro medesimi van 1 
e odiosi, e ogni coniunzione dissolve, ne piu merita essere chiamata 
maritata donna, ma corrotta femina e degna di vituperio publico. 
II marito ancora non sia leggiere in portare suo seme altrove, n 
quello in alcuna donna spanda, accio che non si tolga la degnita, 
e infami i figliuoli non legittimamente nati. II parlare e i ragiona- 
menti loro sieno amichevoli e onesti, e di cose domestiche o pia- 
cevoli. 

Quando il debito 2 gli richiede a essercitarsi a famiglia, sia il 
loro primo rispetto ai 3 figliuoli, servino con temperanza Tor dine 
che il matrimonio richiede, e fugghino ogni giuoco, ogni lascivia, 
e qualunque atto e movimento di publica meretrice; temperino il 
diletto, il quale Iddio ha posto nelle coniunzioni, acci6 che per la 
bruttezza delTatto 4 non si perdano le spezie degli animali terreni. 

II fine dell'atto generative e necessario alia salute delle spe- 
zie umane, ma in se e quanto piu pu6 vilissimo, misero e brutto, 
e e certo vilipensione e servitu d'ogni animo degno, e giuoco 
bestiale che merita essere lasciato agli asini. L'ufficio proprio 
della donna e T essere sollecita e attenta al governo di casa; in 
casa provedere a' bisogni della famiglia, conoscere e intendere 
tutto quello che in casa si fa, e sempre riguardi e attenda alia sa- 
lute e conservazione delle famigliaresche attitudini, di quelle in- 
sieme col marito conferire, e da lui intendere la sua volonta; quella 
seguire, sicche in ogni cosa, 1'ordine, il parere e costume del ma- 
rito sia la legge che segua la donna. 

Riguardi alle volte e ricerchi le masserizie, accio le sia noto quali 
le mancano, quali sieno conservate e quali abbino bisogno di ri- 
storo. Fuori di casa non cerchi la madre della famiglia quello si 
faccia, ma di tutto lasci il governo al marito a cui s'aspetta ogni 

i. e infra . . . vari: e i membri di esse contrastanti ra loro. 2. ildebi- 
to: il dovere. 3. il loro ai: la loro prima cura sia peri. 4. per la . . . 
atto : per quanto 1'atto sia brutto. 



368 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

provedimento estrinseco. Cosi ordinati in unito volere di carita 
e d'amore, menino la vita ioconda, disposti, e obligati insieme go- 
dere la prosperita e il felice bene deU'ottimo loro stato, e simile- 
mente la miseria dell'awersa fortuna, quanto piu possono 1'uno 
1'altro confortando a sopportare, pero che cosi si richiede essere 
insieme sottoposti, e stare al bene, e al male che la instabile e varia 
fortuna apparecchia. Commune desiderio di tutti civili e d'avere 
rottima donna e onesta e di buoni costumi, ma perche alle volte 
i voleri non riescono, e abbattesi a femine crucciose, superbe, 
vane, ritrose e piene di rimbrottosi rimorchi, 1 s'aggiugne per 
consiglio de* savi che il vizio della moglie s'emendi quanto e 
possibile, e quando emendare non si potesse, secretamente si 
sopporti. Socrate domandato come potea mai patire la moglie che 
era molto bizzarra, rispose: lo imparo in casa a sopportare 
le ingiurie che si ricevono fuori. 

Poiche abbiamo in brieve raccolto quale osservanza si convenga 
fra la moglie e il marito, accio che nella casa sia dato principio 
alia domestica utilita, seguita a dire de' figliuoli, nei quali si stima 
frutto si copioso e grande, che niuna altra cosa maggiormente si 
desidera da' mortali, e, questi tolti, sarebbe disiunto e scemo ogni 
amore di matrimonio, ne in alcuno modo riputato utile, quando in 
esso non fusse Ponesta della 2 perpetua salute. 

In el trattare de' figliuoli sare* la materia abondante e copiosa, 
ma perch in el principio dell'opera 3 e molto scritto di quegli, tol- 
gasi quindi la parte maggiore di quello s'appartiene al luogo pre- 
sente. 

Qui solo basti aggiugnere che i figliuoli, suwenuti dai paterni 
sussidi nel tempo erano impotenti e deboli a sustentarsi, sono 
obligati piamente ministrare a qualunque bisogno de' padri e mas- 
simamente a quegli suwenire nell'eta senile e impotente all'aiuto 
proprio. II frutto grande, il quale si riceve dai figliuoli, procede 4 
dalla bonta loro; onde la principale cura de' padri vuole essere in 
fare buoni i figliuoli: per questo, sempre dieno loro buoni essempli, 
pero che i costumi tristi di casa molto piu corrompono la famiglia 
che non fanno quegli di fuori, e ciascuno padre debbe essere cauto 
e guardare che i suoi vizi non sieno palesi a' figliuoli, acci6 che 

i. rimorchii rimproveri. a. in esso . . . della: 1'onesto aiuto che pu6 dare 
per giungere alia. 3. in . . . dell* opera: nel libro primo. 4. procede: 
dipende. 



MATTEO PALMIERI 369 

i'essemplo paterno non gli dlsponga e assicuri a seguire quel me- 
deslmo. II purgare e nettare la casa dl vizi e la maggiore utilita che 
venga alia famiglia, ma in fare questo communemente si pone poca 
cura. E come luvenale scrive, quando s'aspetta forestieri tutta 
la casa e in opera: chi spazza i pavimenti, chi netta i palchi, chi le 
mura, le colonne, i capitelli e gli archi degli spaziosi edifici: 
tutti spazzano e nettano: a' ragnateli con tutta la tela e dato lo 
sgombro, 1'argenterie si puliscono, i vasi d'ottone e di rame si for- 
bono, el padrone della casa grida, provede e sta presente, accio che 
ogni cosa paia bene splendida alPamico che viene, ma che i figliuoli 
abbino la casa buona e netta di vizi non s'afFatica persona. 1 

Utile cosa e avere generati figliuoli, cresciuto il popolo e dato 
cittadini alia patria, quando si provede che eglino sieno accomo- 
dati a bene vivere, utili di fuori e drento nella citta e nelle guerre 
e paci, atti alia commune salute. Dopo i figliuoli si stimano e deb- 
bono essere utili i nipoti e qualunque altro nato di nostro sangue: 
comprendesi in questi prima tutta la casa, e poi multiplicati e non 
attamente 2 in una medesima casa ricevuti, 3 si diffundono le schiatte, 
le consorterie e copiose famiglie, le quali, dando e ricevendo legiti- 
me nozze, con parentadi e amore, comprendono buona parte della 
citta, onde per parentela coniunti caritativamente si suwengono 
e fra loro medesimi conferiscono consigli, favori e aiuti, i quali 
nella vita recano attitudini, commodita e abondanti frutti. 

Detto delle parentele, seguita a dire dell*amicizie, le quali sono 
tanto necessarie e di tanto commodo nella vita, che sanza quelle 
niuno eleggerebbe di volere vivere, pero che niuna sarebbe si gran- 
de prosperita che facesse pro, non avendo con chi la godere, e 
nelle awersita e miserie solo s'aspetta refrigerio dall'amicizie di 
quelli, i quali, teco dolendosi e suwenendo a' bisogni nostri, 
allievano gran parte del nostro dolore. 4 E molte sono state Pami- 
cizie piu strette, fedeli e migliori che i parentadi, il legame delle 
quali e tanto, che in alcune cose si truova essere piu stretto che le 
coniunzioni de' parenti, pero che la benivolenza e amore non puo 
essere tolto delPamicizia, 5 e le coniunzioni del sangue sanza amore 
stanno ferme fra i capitali nimici, Pamicizia e solo il legame che 
mantiene le citta, ne puo non solo una citta ma una piccola com- 

i. ma che , . . persona: cfr. Giovenale, Sat., xi. 2. non attamente: a di- 
sagio. 3. ricevuti: albergati. 4. allievano . . . dolore: cfr. Cicerone, De 
am., 6. 5. deir amidsia : dairamicizia. 



370 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

pagnia durare sanza questa, e donde e tolta, disgrega e guasta ogni 
unione. Per questo si dice die i componitori delle ieggi piu tosto 
debbono riguardare all'unione e concordia che alia iustizia, pe- 
ro che la vera amicizia sempre e per se stessa iusta. Questa, per 
ecceilente dono, prima e data dalla natura, la quale infra tutta la 
generazione umana coniunse amichevole affezione di similiata 
compagnia, 1 in modo che, tutti inclinati al suwenire delle altrui 
rniserie, siamo da natura mossi a prestare aiuto a chi piu ha bi- 
sogno, non ostante che ignoto e molto strano sia da noi: da chi e 
poi stato liberalmente servito debbono essere le remunerazioni se 
per lui non si manca in virtu. 3 Quinci seguono le commodita, le 
quali molte volte fra i buoni, date e tolte, accrescono e insieme 
serrano si unita amicizia che ha forza d'amare altrui quanto se 
proprio, onde molte volte si sono trovati degli amici che hanno 
eletto la propria morte solo per salvare ramico. 

Fra i piu sono di fama immortale Damone e Pizia, de' quali 
preso 1'uno da Dionisio Siracusano tiranno e condannato alia 
morte, domando da lui tanto tempo andasse a rivedere la pro- 
pria famiglia e ordinare certe sue cose, e non dubito promet- 
tere 1'altro per mallevadore della vita. Impetrato il partirsi, 
lascio ramico, e ando assai dilungi. Dionisio e tutti gli altri ma- 
ravigliandosi di si grande e inaudita fede, dubiosamente aspetta- 
vano il fine; poi, appressandosi il di del termine, ciascuno si fa- 
ceva beffe di si sciocca promessa, il mallevadore continuamente 
arlermava niente dubitare: infine rultimo di del termine ecco 
tornare il principale alia morte. Dionisio vedendo tanto costante 
fede, tutto commosso, la sua crudelita muto in mansuetudine, I'o- 
dio in amore, e la pena remunero con premio, pregandoli piacesse 
loro riceverlo terzo in tale amicizia. In simile effetto Pilade e 
Oreste, non conosciuti dal re che voleva uccidere Oreste, efHca- 
cemente affermavano ciascuno essere Oreste, volendo ciascuno di 
loro piu tosto la propria morte consentire che quella delPamico 
vedere. 3 Grandissima forza e quella delF amicizia, quando la spe- 
rienza mostra che ella fa gli uomini sprezzare la morte; che, quando 
e con consiglio, non e sanza ecceilente virtu, e la virtu e legame 
della amicizia vera, la quale, come approvatamente si dice, non 

1. amichevole . . . compagnia: desiderio della compagnia dei propri simili. 

2. debbono . . . i n virtu: dev'essere reso il contraccambio, se egli non manca 
di virtu. 3. In simile vedere: cfr. Cicerone, De am. t 7. 



MATTEO PALMIERI 371 

puo essere se non fra' buoni, pero che da Dio e stata ordlnata 
per aiuto delle virtu e non per compagnla de' vizi, e solo si 
conviene e sta bene con coioro in e quali risplende alcuna virtu 
degna d'essere amata. Quando infra tali uomini e coniunta la 
carita della scambievole dilezione, mirabili sono le attitudini e i 
frutti seguono da quella; prima, e cosa conveniente a nostra na- 
tura, attissima a godere ogni prosperita, consolatrice delle mi- 
serie nostre e sicuro refugio d'ogni nostro detto e fatto, pero 
che nulla cosa e nella vita piu dolce che avere con chi ogni cosa 
conferire come teco medesimo dovunque vai: Famicizia t'accom- 
pagna, assicura e onora; sempre ti giova, sempre ti diletta, e non 
e mai molesta o grave; in ogni hiogo s'usa e e necessaria e utile; 
tutte le prosperita accresce, falle abondanti e splendide; le awer- 
sita communica, divide e falle a sopportare piu leggieri; in qua- 
lunque infermita sempre e presente, conforta e suwiene; man- 
tiene Funione, la memoria di chi e assente, e fa present! quelli che 
sono dilungi ricordandosene, e seguitandogli col desiderio dell' a- 
nimo come se fussino presenti. Sopra ogni altra cosa, Famicizia 
mantiene le commodita e gli ornarnenti del mondo, pero che, tolta 
di terra, niuna famiglia si truova si stabile, ne si potente e ferma 
republica, che non fusse brevissimamente con ruina in ultimo 
sterniinio disfatta, pero che, per la concordia, le cose piccole sem- 
pre crescono e per la discordia le grandissime si distraggono. 1 

Sapientissimi sono stati molti filosofi z i quali hanno tenuto che, 
cio che si trova fra tutte le cose dalFuniverso comprese, sia man- 
tenuto e condotto per la convenienza della loro bene ordinata 
amicizia, e per la divisione e discordia sieno dissipate e mortali, 
come la sperienza mostra tutte le cose unite tanto conservarsi 
quanto dura la loro unione, e, quella mancata, si disfanno. Onde le 
cose superne, non ricevendo per alcuno tempo disordine di che si 
discordino, sempre durano e sono etterne. 3 

Sotto i cieli perche ogni cosa disordina e e mutabile per inimi- 
cizia, ogni cosa discorda e fassi mortale. Non si puo trattare a 
pieno di tutte Futilita che dalFamicizia procedono, perche abonda 
tanta materia che, volendo competentemente dirne, sarebbe un'al- 
tra opera in el suo trattato medesimo. 4 Questa e sopra tutte le cose 

i. grandissime . . . distruggono: cfr. Sallustio, lug., 10. 2. molti filosofii 
Anassagora ed Empedocle. 3. Onde . , , etterne: cfr. Cicerone, De am., 7. 
4. sarebbe . . . medesimo : se ne farebbe un altro trattato. 



372 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

attissima a conservare e mantenere le ricchezze, ne niuna cosa e 
piu contraria alia stabilita de' tesori e stati grand! che Todio; ne 
mai s'e trovata si elevata potenza che alTodio di molti abbia potuto 
resistere. 

Sempre 1'odio s'e trovato essere attissimo strumento a com- 
battere e gittare per terra qualunque bene fermo stato, e 1'ami- 
cizia e il presidio, la difesa e fermo stabilimento d'ogni regno. 
Tremolante fondamento degli stati poco durabili e 1'odio: rami- 
cizia, per contrario, e attissima a molto tempo perpetuare e di- 
fendere i regni. Niuna cosa piu vale alia propria difesa che 1'essere 
amato: 1'essere temuto genera odio, ne puo nelle citta libere avere 
alcuno cittadino offesa peggiore che essere temuto; e non ostante 
le leggi a tempo 1 si riposino e stiano chete contro ad alcuno potente, 
pure alle volte si rilevano con secreti iudici, o occulti pareri, dai 
cittadini in secreto renduti, onde alle volte piu crudelmente si 
cade. Creda ciascuno, in qualunque privata cosa e similemente 
publica, per amore piu sicuramente che per paura ottenere. Coloro 
che vogliono essere temuti, e necessario temano chi teme loro, co- 
me ne' tiranni manifesto si vede, de' quali moltissimi sono stati 
crudelmente morti: agevolmente per freschi mali di tutta Italia 
si dimostrerebbe quanto le discordie abbiano de' danni e incommo- 
dita apparecchiati alle citta e paesi vicini. 2 Ma in questo caso molto 
e meglio raccontare le miserie antiche e d'altri, che le nuove e pro- 
prie. Mai non fu imperio tanto florido, ne mai alcuni popoli fu- 
rono si stabiliti e fermi che per le discordie intrinseche e civili non 
sieno abbassati e con isterminio e ruina miseramente condotti. 
Piene sono Pantiche stone di essempli: tutto il mondo Tha dimo- 
strato e i fatti da noi veduti il certificano. Appresso i Greci, La- 
tini e Barbari moltissimi e grandi imperil sono per le civili di- 
scordie cascati: a noi, per non essere lunghi, solo 1'essemplo di Ro- 
ma al presente basti, il cui imperio fu tanto sopra ogn'altro pre- 
stante, che mai maggiore, piu florido, ne piu eccellente fu in 
terra veduto, e solamente per le discordie civili e stato infino 
dall'estreme radici lacrimabilmente disfatto e in miseria con- 
dotto; e coloro che, in amicizia uniti, tutto il mondo aveano do- 
mato e a tutte le nazioni posto leggi, per le proprie discordie 
loro medesimi in tutto distrussono. Veduto essere tanti i frutti 

i. a tempo-, per qualche tempo. 2. agevolmente . . . vicini'. allude qui alle 
guerre contro i Visconti. 



MATTED PALMIERI 373 

delTamicizia, debbe con diligenza essere cerca e conservata fra gli 
uomini. Una benivolenza universale di carita diffusa In tutti e uti- 
lisslma a ritenere con ogni persona con chi conversi, o per alcuno 
modo ti sono note; non pero tutti abbiamo bisogno di questa; 
ma secondo a die vita ci siamo dati; e per tanto, nell'ordinare 
la vita, doviamo conoscere se c'e necessario essere amati da molti 
o se da pochi ci basta; e, secondo la commodita delTordinata vita 
richiedesi piu o meno cercare Funiversale benivolenza di molti. 1 

La vera amicizia e tanto ristretta, che solo fra due o fra pochi 
si sta, ne mai a molti s'allarga. 2 In eleggere Famico prima s'abbi 
riguardo a' costumi, e se mancassi in alcuno 3 si cerchi emendarlo; 
quando emendare non potessonsi, a poco a poco si divida 4 da lui 
non ex abrupto, ma con tempo debito, pero che dove i costumi 
non corrispondono, non sara mai feraia amicizia, II primo segno 
di speranza di emendazione e la disposizione d'udire gli ammo- 
nimenti, consentire al vero e seguire il bene. 

CM non apre gli orecchi alia verita, non da speranza di sua 
salute. In nella amicizia sia prima legge cose oneste domandare 
e con onesta per Famico operare. Cattiva scusa e del peccato, a dire 
averlo fatto per amore delFamico, e brutta cosa e Famicizia, ordi- 
nata in aiuto del bene, usare con vizio; e tale compagnia non me- 
rita ne puossi chiamare amicizia, ma fazione e coniura de* tristi. 
L'amore e Fonesto diletto vuole essere la prima cagione 5 dell' ami- 
cizia, solo per se stessa eletta, e non seguitata ne cerca per alcuna 
utilita attribuisca ma piu tosto sempre disposta a bene meri- 
tare che a bene ricevere: Futilita poi che nelF usare Famicizia 
pervenisse, strano e inumano sarebbe rifiutarla; e continua- 
mente, secondo le opportunita richieggono, vogliono essere rice- 
vuti e dati amichevoli benefici, in modo pero che piu tosto non 
rlfiutati, poiche cerchi paiono essere stati prima che si congiu- 
gnesse tale amicizia, ne in alcuno modo si dimostri Famicizia 
seguire drieto all'utile, ma piu tosto Futile seguire drieto all'usata 
amicizia. 6 

Niuna cosa fra gH amici vuole essere finta, dissimulata, o na- 
scosa: ogni cosa sia aperta, specificata e chiara, in modo che 

i. Veduto essere . . . molti: cfr. Cicerone, De off., n, 8, 30. 2, La vera . . . 
s'allarga: cfr. Cicerone, De am., 5, 20. 3. in alcuno : sottinteso costume. 
4. si divida: ci si divida. 5. cagione: scopo. 6. ne . . , amicizia: cfr. Ci- 
cerone, De am., 14. 



374 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

paiano due in una medeslma volonta. Chi, per compiacere, non 
ragionevolmente alFamico consentisse, cade in gravissimo errore; 
e molto piu giovano i nimici riprendenti, e sono in questo caso 
pin utili che gli amici assentatori 1 e disposti a consentire ogni cosa. 2 
NulFaltro e amicizia, che vero consentimento di tutte le cose divine 
e umane con carita e amore, in ottimo fine diritto. 3 

II consentimento vero si conosce nelle cose difficili e du- 
biose, dove, per riparare all'onore e propria degnita dell'amico, 
si porta pericoio di stimato danno; 4 onde per antico proverbio 
si dice, Famico certo nella cosa incerta si conosce. Chi segue 
il bene, e poi nel male abandona, e contrario all'amico, e e sommo 
vizio abandonare colui da chi hai ricevuto beneficio, e e quello 
vizio nel quale largamente apparisce ingratitudine, che mai non si 
truova tra virtuosi. La virtu concilia e conserva Famicizie: in 
quella e il medesimo volere delle cose oneste, in quella si con- 
vengono gli animi de' buoni con stabilita e costanza, onde, dimo- 
strando la sua libera volonta pura e vera e conoscendo il medesimo 
volere in altri, scambievolmente si genera amore unito in perfetta 
amicizia, la quale e tanto accommodata alia nostra vita che nulla 
altro si truova maggiormente conveniente a nostra natura, ne a 
suwenire a' prosperi e awersi casi che la fragilita nostra apparec- 
chia. Per la qual cosa sommamente vi conforto a seguire e cercare 
la benivolenza, carita e amicizia, sopra tutte le cose umane, pero 
che non ricchezze, non sanita, non potenza, non onore, ne alcuno 
altro onesto diletto si puo godere sanza quella. Seguite dunque 
con sommo studio virtu, accio che mediante quella possiate coniun- 
gere e ritenere tali amicizie che sieno utili a voi, fruttuose alia pa- 
tria e care a tutti i buoni. 

Poiche saremo in amicizia e benivolenza di molti, fia conveniente 
cosa cercare grado piu degno, cioe d'essere con virtu gloriosi fra 
tutti; e per tanto iudichiamo nel luogo presente non immerita- 
mente doversi trattare della gloria, la quale e fama universale di 
molti data con loda prima dagli amici che hanno maraviglia 5 e 
molto stimano gli egregi fatti, e dirittamente iudicano della ec- 
cellente virtu d'alcuno, poi da' benivoli e ogni altre persone che 

i. assentatori: adulatori. 2. Chi, per compiacere, ecc.: cfr. Cicerone, De 
am., 13, 17. 3. in ottimo fine diritto: rivolto a ottimo fine. Per la defini- 
zione, cfr. Cicerone, De am., 6. 4. si porta . . . danno: si va incontro al 
temuto danno. 5. hanno maraviglia: ammirano. 



MATTED PALMIERI 375 

hanno notizia de* medeslmi fattl e virtu ; per tanto bisogna che la 
vera gloria sla accompagnata dalTopere egregie, e non debbe essere 
spreglata da' buoni. 1 Ma queilo di che si richiede avere diligente 
cura e di non essere ingannato dalla fama popolare, la quale appare 
seguitatrice e rnolto simile alia gloria vera, e il suo effetto le piu 
volte e inconsiderato e sanza iudicio; laudatrice de' vizi, e sotto 
onesta specie esaltante gli altrui peccati, i quali, simulati e finti, 
corrompono e oscurano Fonesta e bellezza della gloria vera. Da 
questa apparenza ignorante 2 molti uomini lusingati, cercando di 
venire grandi e nobili, si sono condotti in pericoli gravissimi, 
dove altri hanno gravemente nociuto alle proprie citta, e altri loro 
medesimi, con isterminio delle loro proprie cose, hanno perduto; 
e cosi con loda corrotta 3 cercando il bene, non per propria vo- 
lonta, ma per errore, si sono trovati miseri. 

La sorama e perfetta gloria e posta in tre cose, secondo recita 
TuHio, cioe in essere amato dal popolo; in essere e essere creduto 
e riputato buono e fedele, e in essere piu che gli altri con ammira- 
zione stimato valente e degno d'onore. Di queste tre cose si danno 
molti precetti, i quali seguiremo nel luogo presente, e prima 
della benivolenza. 4 Questa massimamente s'acquista con dare molti 
benefici quando le faculta corrispondono : se quelle mancano, si 
dee largamente dimostrare la volonta benefica, liberale e disposta 
a servire. Niuna cosa e che tanto muova la moltitudine ad amare, 
quanto la speranza de' benefici. Li benefici, in nelle libere citta 
massimamente, s'aspettano dalle persone mansuete, benigne, co- 
stumate, d'onesta vita, perche da loro non si teme inganno ne iniu- 
ria. L'onesta ancora e la virtu molto inclinano ad amare, e per loro 
natura ci dispongono e commuovono in modo che, quasi costretti, 
consentiamo amare le eccellenti virtu di chi noi non conosciamo: 
che adunque doviamo fare di chi c'e presente e per conversazione 
notissimo ? Altri non poco stimati dicono che molto di benivolenza 
s'acquista nel convitare, e massimamente nel ricevere forestieri, 
pero che e cosa rnolto onorevole vedere le case degli uomini de- 
gni, patenti e larghe ai degni forestieri; e precede da questo utilita 
a chi desidera essere noto, e molto potere appresso alle nazioni 
esterne, e alia citta certo ne segue ornamento. L'ordine del convito 

i. Poiche.. . buoni: cfr. Cicerone, Tusc., m, 2. 2. apparenza ignorante: 
firutto dell'ignoranza. 3. loda corrotta: falsa fama. 4. La somrna . . . 
benivolenza: cfr. Cicerone, De off., II, 9. 



376 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

dicono essere che a sedere non sleno meno di tre, ne piu di nove, 
perocche nel plccollsslmo numero non si puo communicare la 
convivale coniunzione, 1 e nel grande non si puo insieme convenire 
alle medesime intenzioni e uniti ragionamenti ; onde, tra loro 
divisi vari parlari e diletti, si genera confusione. Cinque parti 
richiede ogni approvato convito, cioe debito numero, apparent! 2 
e bene convenient! persone, atto luogo, commodo tempo, e non 
riprensibile apparecchio. Li convitanti non sieno parabolani, 3 ne 
eziandio mutoli, ma moderati ragionatori. In questo tempo dicono 
non convenirsi parlare di cose sottili, dubiose o difficili, anzi gio- 
conde, piacevoli e con diletto fruttuose e utili. 

La parte seconda che si richiede a chi desidera gloria e Pessere 
riputato degno di fede. 4 Questo agevolmente adiverra se la vita 
e i costumi fieno tali che meritamente sieno reputati intendenti e 
buoni. La fede sernpre si pone in coloro i quali noi stimiamo in- 
tendere piu che noi medesimi e sopra gli altri conoscere essere 
prudenti e provedere a casi futuri, e secondo Popportunita ri- 
chieggono, eleggere il consiglio migliore. Alia fede di cosi fatti 
uornini quando sono in modo riputati buoni che niuno sospetto 
d'iniuria o fraude s'abbia di loro, non si dubita commettere Pavere, 
la persona, la propria famiglia e la salute universale di tutta la patria. 
Per cufaerso, quando la callidita, 5 lo 'ngegno, Pastuzia sono stimati 
in alcuno non buono, niuna cosa e piu contraria ad avere fede e piu 
atta alPodio e sospetto del popolo. Chi appetisce fede, fugga Pastu- 
zia, se non quando esperimentato fusse conosciuto di bonta perfetto. 

II terzo luogo nel quale ponemo la vera gloria stava nelP essere 
con ammirazione stimato valente e degno d'onore. 6 Con arnmira- 
zione sono stimati coloro che fanno o dicono cose inusitate, grandi 
e fuori delPopinione commune degli altri uomini. Li fatti egregi 
e singular! molto inalzano la stimata riputazione, e fanno mirabili 
e gloriosi gli uomini; e, pel contrario, sono sprezzati quegli in ne' 
quali non e animo, non virtu ne vigore, anzi piuttosto feminile 
decimaggine, 7 sanza essercizio, sanza industria, sanza sollecitudine, 
legati e mogi, che, come si dice, non sono buoni ne per loro ne per 
altri. Mirabili sono coloro che si convengono 8 e avanzano in virtu, 

i. convivale coniunzione: simpatia conviviale. 2. apparenti: cospicue. 
3. parabolani: ciarloni. 4. La parte . . . fede: cfr. Cicerone, De off., n, 9. 
5. callidita: accortezza. 6. // terzo luogo ... onore: cfr. Cicerone, De 
off-, n, 10. 7. decimaggine: stupidaggine. 8. si convengono: si confor- 
mano; sottinteso alia virtu. 



MATTED PALMIERI 377 

e piu che gli altri mancano de' vizi, resistono a' diletti, a' piaceri, 
ne' quali la maggior parte degli uomini con vizio trascorrono, e, 
diventandone servi, non sbigottiscono nel dolore, ne negli onesti 
pericoli; 1 con ragione spregiano la vita, la morte, le ricchezze, la 
poverta, gli stati, gli essili, Pira, Tamicizia, 1'odio e simili passioni, 
che molto commuovono gli altri uomini; costanti e fermi mi- 
nistrano dovere a ciascuno, sono benivoli, liberali e benefici sopra 2 
Topinione di ciascuno. Socrate diceva essere attissima via ad ac- 
quistare gloria, fare quello perche 3 tu fussi tale quale tu volevi pa- 
rere. 4 Chi con finta apparenza, simulate parole e ostentazione non 
vera, stima acquistare stabile gloria e in errore, pero che niuna 
cosa simulata o finta puo essere durabile. Molti essempli in nella 
gloria dimostrano questo, come si vede negrillustri antichi, in 
molti filosofi imperadori e civili, i quali virtuosamente operate in 
cose degnissime, hanno lasciato di loro gloriosa fama, la quale dura 
e durera insieme col mondo. 5 Altri molti, sotto finta specie cer- 
cando gloria, in brieve tempo hanno trovato quella essere vana 
e convertitasi in vituperabile infamia. Coloro adunque che disi- 
derano gloria vera cerchinla con buone arti, essercitino iustizia, 
vivano modesti e temperati in modo che meritamente possano 
acquistare benivolenza e pan amicizia. 

Li parlari sieno ordinati e bene convenient; disposti sempre a 
difendere e scusare gli altrui errori, e quegli in migliore parte giu- 
dicare, dimostrandosi piu volontario al difendere che al con- 
dannare; e quando pure accadesse avere a punire, dimostrisi 
venirvi costretto, e con dispiacere, increscendo del commesso 
errore. Sopra ogni cosa e attissimo alia gloria Tessere buono e 
per buono conosciuto: molto poi giova T essere eloquente e bello 
parlatore, e operarsi nel difendere la patria e gli amici: di cosi 
fatto uomo si maravigliano gli uditori, gli amici ne sperano fa- 
vore, i difesi gli portano grazia e ciascuno spera frutto di tale 
uomo, pure che s'ingegni usare il parlare in modo che meritamente 
giovi a' piu e non nuoca a persona. Sommo difetto sarebbe la elo- 
quenza, data da natura per conservazione e salute degli uomini, 
usarla in loro mancamento e danno. La vera gloria in effetto si 

i. negli onesti pericoli: nei pericoli che onorano chi li affronta. 2. sopra: 
oltre. 3. fare quello perche: compiere azioni per le quali. 4. Socrate 
parere: cr. Cicerone, De off., n, 12, 43. 5. e durerd ... mondo: cfr. 
Dante, Inf. n, 60. 



378 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

cerchi con ottimi fatti e buoni, e bene usati detti, accio che merita- 
mente s'acquisti benivolenza, stima e riputazione di cose oneste, 
e che paiano mirabili alia popolare moltitudine. Nel primo luogo 
dove ponemo le cose che sono di loro propria natura buone e in- 
sieme danno utile, resta solo a trattare della sanita. 1 

Di questo basta trattato brevissimo, conciosia cosa che a cia- 
scuno e certissimo questa essere buona e utile; e ciascuno, pure 
che sia di sana mente, debbe per esperienza conoscere che cose 
gli nuocano e che lo conservi sano, e conoscendo gli tocca infino 
nel vivo 2 provedere. 3 

Chi per suo difetto, non provedendo, fa contro a s6, 4 gli sa- 
rebbe soprabondante ogni precetto che per noi dare si potesse. 
La prima diligenza di chi vuole essere sano sta in conoscere la sua 
natura, e in e suoi essercizi osservare quali sieno le cose gli nuo- 
cano, e guardarsi da esse; usare i cibi e Pordine della vita che piu 
il conserva sano, travagliarsi, 5 posare e dormire a' debiti tempi, 
guardarsi che i diletti, gli appetiti e voglie non ci faccino trascorrere 
in disordine che ci nuoca, e pel quale corrompiamo nostra natura, 
diventando deboli e infermi di corpo e insieme, per abito fatto, 
corrotti e viziosi dell'animo, come si vede mold, e massimamente 
per lussuria e gola. Faccendo da noi il dovere, si speri da Dio 
grazia conservatrice, cercando ancora ne* nostri bisogni Paiuto, 
favore e consiglio de* medici, alia scienza de* quali s'appartiene 
ridurre e conservare la sanita. 

Seguita 1'ordine nostro, solo 6 Tutilita cioe che si convenga 
seguire nelle cose che per solo utile si cercano. Di queste sono, 
per principale cagione d'utile, cerche le pecunie, nelle quali due 
modi si richiede massimamente osservare. Prima, virtuosamente 
acquistarle, poi con commodo e debito or dine in uso conferirle. 
Vane o di niuno valore sono le ricchezze che morte si nascondano 
senza usarle per commodo e bene di nostro vivere, e peggio e 
ancora usarle in essercizi e arti servili secondo Tuso di molti che, 
essendo ricchi, con tanto rispiarmo usano quelle nei loro biso- 
gni, che piu tosto paiono nati per accrescere ricchezze, che per 
suwenirsi con 7 esse ne' commodi propri. 

i. La vera . . . sanitd: cfr. Cicerone, De off., n, 13-4. 2. nel vivo: in 
profondita. 3. Di questo . . . provedere: cfr. Cicerone, Tusc. 9 Hi, 2-3. 
4. fa contro a se: si procura danno. 5. travagliarsi: affaticarsi. 6. Se- 
guita . . . solo : resta a parlare, secondo Tordine stabilito, solo delle. 7. suv- 
uenirsi con: servirsi di, trar profitto da. 



MATTEO PALMIERI 379 

Costoro, rispiarmando Favere, il quale moderatamente usare 
potrebbono in una abondante copia, sono miseri, 1 e mancano 
del necessario nutrlmento di ioro natura, e, da altro lato, tanto 
sollecltamente attendono a acquistare che possono sanza errore 
essere chiamati servi delle ricchezze. Questi ne' Ioro fatti particulari 
sono in tutto avari e servi de' Ioro essercizL 2 In commune 3 
quando per violenza non nuocono, sono utili, pero che nel trava- 
gliarsi danno utile a molti, e ragunano ricchezze delle quali ne' 
suoi bisogni riceve la patria sussidio. Le pecunie in Ioro non hanno 
alcuna utilita, ne in alcuno bisogno di vita assolutamente s'adope- 
rano, ma solo sono trovate per attissimo mezzo 4 a commutare tutte 
le cose delle quali s'ha nella vita bisogno, pero che, se la varieta 
e rnoltitudine delle cose che sono usate da noi fussino equali, su- 
perflue certo sarebbono le pecunie; ma la inequalita delle cose 
ha fatto trovare il danaio, accio che con quello s'aguagli la differenza 
che hanno le cose di che s'ha bisogno. 

Antichissimamente per tutto il mondo e in Italia, da Giano 
indrieto, cioe innanzi che Saturno in nella nostra regione navi- 
cando s'aggiugnesse 5 con lui, non erano in uso i danari, e gli uo- 
mini, di pochissime cose contend, sanza leggi viveano di porni e 
altri frutti, spontaneamente dalT abondante terra prodotti; niuno 
avea proprie possessioni, niuno seminava ne faceva essercizi che 
porgessono dilicatezza di vita, ma solo alia necessita naturale con- 
tenti, di pochissime cose aveano bisogno. In cos! semplice vita, 
non indotti a pensare che cosa si fusse danari, contend e in buona 
pace si riposavano. Se alle volte accadeva Ioro bisogno d j alcuna 
cosa che fusse d'altrui, che erano pochissime quelle che a siffatta 
vita mancavano o che fussono d j alcuno in privato possedute, quello 
di che aveano bisogno domandavano, e era Ioro in dono amiche- 
volmente conceduto, o veramente 6 Funa cosa con Faltra commuta- 
vano non molto stimando che fusse un poco meglio o peggio, come 
persone dalle quali era rimosso ogni pensare d'utile, e ogni tenace 
avarizia. A si pacifico e contento vivere 7 sopravenne Saturno, il 
quale, di Greta in Italia navicando, s'aggiunse con lano, che in 
quel tempo piu tosto, come buono, volontariarnente dai paesani 

i. ntiseri: spilorci. 2. de* Ioro essercizi: delle lore occupazioni, del loro 
lavoro. 3. In commune: nella vita sociale. 4. per . . mezzo: come i! 
mezzo migliore. 5. s'aggiugnesse: si riunisse. 6. o veramente: oppure. 
7. A si . . . vivere: cfr. Dante, Par., xv, 130-1. 



380 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

eletto governava che e* non signer eggiava in Italia. Saturno, uomo 
pradente e in varie operazioni virtuosamente essercitato, si per il 
piacere di divenire caro a lano e si per utilita di ridurre la loro 
vita a modo piu ornato, die loro vari e molti amaestramenti. 
Insegno a seminare i paesi e ricorre; 1 a dimesticare i frutti, e 
ritenere 2 i paesi abondanti e culti; dal quale tempo innanzi, co- 
minciorono ad usare Farti del cuocere, condire le vivande, fare 
pane, e vivere come uomini, e presono insieme conversazione pe' 
frutti, coloro che insieme s'erano affaticati a ricorre. 3 Per questo, 
prima edificate le piccole case, poi accresciute e insieme ragunate, 
ebbono principio le villate, 4 in nelle quaii fatte le consegnazioni 
de } propri campi che ciascuno per se lavorava, e conosciuto la 
commodita delFordinato vivere, nacque il desiderio di volere alle 
volte quello che era d'altri: 1'arti cominciorono a crescere, e chi 
s'affaticava, voleva Futile fusse suo: per tanto non larghi come 
prima al donare quando erano richiesti, e avendo di piu cose che 
prima bisogno, spesso ricevevano incornmodi non solo nelle gran- 
di ma ancora nelle piccole cose. Solevano cambiare, considerando 
ciascuno Futile proprio ; non sanza disagio e fatica aguagliavano in 
unita concordia, 5 pero che il calzolaio, volendo la cioppa, 6 non 
trovava chi avesse bisogno di tante scarpette. Chi al calzaiuolo 
voleva vendere la terra o la casa, non avea bisogno di tante calze. 
Per questo fu trovato il danaio accio che fusse misura a qualunque 
cosa si cambiasse, e fusse attissimo mezzo a commutare le cose 
grandi con le piccoie. La prima moneta che mai fusse in Italia fe* 
in questi tempi battere Saturno, e secondo per certa memoria 
dura, 7 fu improntata da Funo lato la testa di lano e da Faltro 
una nave in similitudine di quella con la quale Saturno era in 
Italia navicato. In questo mi pare per cosa mirabile da notare che i 
giuochi, gli essercizi e costumi degli uomini sempre furono in 
gran parte simili, in tanto che con questa prima moneta comin- 
ciorono i fanciulli a giucare, e quella in alto frullando, gridavono : 
Capo e Nave , 8 non altrimenti che ne' nostri di, Gi- 



i. ricorre: fare I raccolti. 2. ritenere: mantenere. 3. e presono . . . ricor- 
re: e coloro che insieme avevano fatto la fatica del raccolto, ebbero 
comunanza di vita per goderne insieme i frutti. 4. villate: villaggi. 
5. aguagliavano . . . concordia: trovavano equivalenza nello scambio delle 
merci. 6. cioppa: gonnella. 7. e secondo . . . dura: e come tramanda 
ancora un sicuro ricordo. 8. Cfr. Macrobio, Sat. 9 i 9 7, 21. 



MATTED PALMIERI 381 

glio e Santo 1 si chiegga. In molti luoghi si conosce appresso 
agli anticfai essere in uso medesimi giuochi, motti, consuetudini 
e costumi, che ne* tempi present! si ritengono. In Orazio si getta 
la sorte al duro e al molle. 2 Plauto, antico sopra tutti gli scrittori 
che in latino si truovano, risponde a chi dice non avere danari : 
Va, vendi dell'olio. 3 

Alle noci, alle corna, a' died, a* pari, 4 in piu luoghi si truova 
anticamente giucarsi. In Persio si dipingono i serpenti ne' chiassi 
per fare paura a' fanciugli che vanno non solo a votare la vescica, 
rna il ventre. 5 

Al presente non sarebbe nostra materia, e pero dove lasciamo, 
ritorni il dire nostro. 

Per tante cornmodita ricevute, parve in quegli tempi Saturno 
mandato dal cielo per ringentilire e nobilitare la vita urnana, il 
perche, persona divina riputato, dopo la morte per molti secoli 
e stato nel mondo per padre celeste adorato. 

Seguirono i tempi ne' quali di per di riducendosi gli uomini 
insieme, dierono principio al desiderio, alPavarizia, agli appe- 
titi non ragionevoli; per questo iniuriando 1'uno Paltro, prima le 
castella poi le citta per difesa e salute sono state edificate. In 
quelle innumerabili arti si sono trovate per ministrare parte alia 
necessita e parte grandissima agli appetiti umani; in queste, 
cresciuto sempre il desiderio del danaio, s'e corrotto Fuso, onde 
con avarizia e iniuria si cerca e adopera. Non intendendo in tutta 
la vita civile significare che cosa si convenga, 7 significhiamo che le 
pecunie si debbono pigliare massimamente de' 8 fnitti che sono 
ordinati dalla natura, e vengono dalle tue proprie sostanze, pero 
che, cosi faccendo, si manca di fare 9 iniuria. 

L'amplificare e accrescere le proprie sustanze con essercizi 
e arti che non nuochino a alcuno e sanza biasimo, ma sempre 
si debbe fuggire 1* avarizia, la quale e di si maligna natura che 
spesse volte inferma e fa efTeminati e servi gli animi, che sanza 

i. Giglio e Santo: le due facce dei fiorini: il giglio fiorentino e san Gio- 
vanni Battista. 2. si getta . . . molle: cfr. Orazio, Carm., 11, 3, 26, e in, i, 14. 
3. risponde . . . olio: cfr. Plauto, Pseud., v, 301. 4. Alle nod . . . a* pari: 
giochi infantili. 5. i serpenti.. . ventre: cfr. Persio, Sat., I, 113. 6. le ca- 
stella . . .in queste: distingue tra castella y aggregati civili piu piccoli e per- 
cio meno corrotti, e cittd. Quelle va quindi riferito a castella, queste a ctttd. 
7. significare . . . convenga: spiegare tutto quello che convenga alia vita 
civile. 8. de': dai. 9. si manca difare: non si fa. 



382 PROSATORI VOLGARI DEL QUATTROCENTO 

quella sarebbono potenti e atti a sornma virtu, ne per alcuna abon- 
danza mai si sazla, ma tanto dl continue cresce quanto sono le 
sustanze maggiori. L'avaro che tosto si vuole fare ricco e necessario 
pigli donde non si conviene e per modo non debito, ne puo al- 
cuna reverenza, verecondia o timore essere nell'avaro che s'affretta 
arricchire, pero che di qualunque cosa puo cerca guadagno, di- 
cendo per proverbio: II fatto sta avere, che donde tu abbia non 
cerca persona. l In cotal modo gli avari acquistando, sempre vi- 
vono servi e miseri, per morire ricchi. 

Per questo si verifica la sentenza di coloro che dicono essere 
piii ricchi quelli che, temperatarnente usando il poco, si conten- 
tano, che i ricchi, i quali, vinti dai desiderio, sollecitamente s'affa- 
ticano per multiplicare loro ricchezze. Alessandro Magno im- 
peradore, trovando Diogene filosofo poverissimo, gli voile donare 
molte sustanze. Diogene a tutto rinunzio, ringraziando Iddio il 
quale Faveva fatto di tale animo che le cose di che non avea biso- 
gno egli erano tante, quante quelle di che tutti gli altri uomini di- 
cevano avere bisogno eglino. Alessandro rispose : Molto sei piu 
felice di me che cerco Pimperio del mondo. 2 

Sia Fappetito delle ricchezze temperate, e da quelle cose si 
cerchino da le quali manca vizio e bruttezza; conservinsi poi e 
accrescansi con diligenza e rispiarmo delle spese non necessarie, 
delle quali parti e commodamente trattato dove dicemo della li- 
beralita, Lasciando dunque queste, passeremo al trattato delle 
immobili possessioni, delle quali abbiamo due specie: Puna drento 
dalla citta in case, botteghe, e altri luoghi che si concedono in uso 
ad altri per cavarne utile. Questi tali beni rispondono di frutti 3 
non naturalmente prodotti, sanza private e torre quegli da altri; 4 
onde non sono frutti di nuovo acquistati, 5 ma per patto solo a noi 
da altri legitimamente permutati. 6 Tali frutti non fanno in nella 
citta accrescimento, ne piu abondanti le faculta universali di tutto 
il corpo civile, ma solo permutano le possedute pecunie, e quelle 
a 9 possessor! van transferiscono. A queste non accade 7 precetti, 



i. II fatto . . .persona: 1'importante e avere; perche nessuno ricerca di dove 
vengano i denari. 2. Cfr. Giovenale, Sat.> xiv, 311-4. 3. rispondono di 
frutti: rendono dei frutti. 4. sansa . . . altri: senza che tuttavia rappre- 
sentino un furto. 5. non sono . . . acquistati: non costituiscono un reale 
aumento di ricchezza. 6. permutati: dati in iscambio. 7. non accade: 
non occorrono. 



MATTEO PALMIERI 383 

perche solo sono sottoposte alle leggi, consuetudlni e statuti della 
citta. Restano le possession! fruttuose, abondanti e piene d'ogai 
necessaria copia s le quali fertllemente e multiplicate 1 producono 
frutti dalla feconda terra, daila quale procede ogni nutrimento 
e qualunque ornato dell'umana generazione, e e solo quella da 
cui gll uomini traggono ogni necessario sussidio di loro vivere. 
Per questo e detta la terra madre di tutti I viventi, pero che, come 
la madre latta e nutrisce i figliuoli, cosi la terra nutrisce e governa 
ogni cosa che vive. Infra tutti gli essercizi degli uomini, niuno 
se ne prepone all' agriculture, il quale pare certo recato seco dalla 
natura, sanza violenza o iniuria ; e sanza torre ad altri, abondante- 
mente corrisponde, e e tanto utile agli uomini, che sanza quella 
qualunque altra arte sare' nulla e la vita umana sarebbe rozza, in- 
culta e bestiale. Di si lodata, degna, fruttuosa, innocente e benefica 
arte, non si potrebbe essere lungo in dire, pero che ne tanto 
lodare per umana voce si potrebbe, quanto richiede, ne i suoi 
precetti si potrebbono con buona copia di carte finire; e noi, 
seguendo in questo, meritamente saremmo ripresi, se, trattando 
della vita civile, procedessimo in dimostrare gli essercizi villa- 
ticl 2 

Lasciamo dunque in che modo s'eleggano e conoscano i campi 
migliori, come e in che tempi si lavorino le terre, in che siti, 
sotto che regioni e in che spezie di terre piu si convenghino le 
biade, i legumi, gli orti, le vigne, ulivi, e altri arbori che in van 
luogM piii commodamente si producono. Lasciamo in che modo 
s'edifichino le case, atte al bestiame, alle biade, al vino, all'olio, 
e che famiglie si richiegga, in che modo i pecugli migliori 3 si 
conoscano, governino, e sieno fruttuosi, e molte altre discipline 
di villa, e solo ammoniamo i nostri civili che di tutti i frutti ven- 
gono agli uomini niuni ne sono piu naturali, maggiori, migliori 

piu on